LUIGI CAPUANA
SI CONTA E SI RACCONTA
(1911/1913)
| Re Cianca Il buco nell'acqua L'uccellino che non canta I due portenti Pappafichi Re Prudenzio |
Tartarughino Lo zoccoletto Pendolino La pianta della parola La vecchina Milda |
C'era una volta un Re
pieno di strani capricci. Era nato con una gamba più corta dell'altra e
camminava zoppicando. I cortigiani, per adularlo, fingevano di zoppicare come
lui. Quando però andava fuori e vedeva per le vie la gente che camminava
diritta, senza arrancare, ne aveva dispetto; e un giorno gli venne il
ghiribizzo di ordinare che, pena la testa, i suoi sudditi, uomini e donne,
dovessero camminare zoppicando.
Obbedirono. Con re
Cianca, come lo chiamavano, non si canzonava; ognuno aveva caro di conservarsi
la testa su le spalle! Soltanto una vecchina non se ne diè per inteso; e, quasi
lo facesse per dispetto, passava e ripassava diritta e impettita, nonostante
gli anni, davanti al palazzo reale.
- Come? - gli diceva
la gente. - Non avete paura che vi si tagli la testa?
- Non me ne curo:
tagliatene una, me ne rinasce un'altra; sono ben provvista.
Il Re aveva messo le
spie, per sapere se c'era qualcuno che non rispettasse il decreto, e quando gli
riferirono la risposta della vecchia, montò in furore:
- Conducetemela qui,
legata mani e piedi!
- Tu dunque,
vecchiaccia, non vuoi zoppicare? - le disse.
- No, Maestà; ho buone
gambe, grazie al cielo.
- Ed è vero che hai
risposto: Tagliata una testa, me ne rinasce un'altra?
- Sì, Maestà. Sono ben
provvista.
- Lo vedremo,
vecchiaccia!
Fece chiamare il
carnefice, con la scure arrotata di fresco. La vecchia non si turbò. Senza che
gliel'ordinassero, s'inginocchiò davanti al ceppo, vi posò la testa e attese il
colpo. Il carnefice alzò la scure, ma rimase con le braccia in aria, come
pietrificato.
- Maestà, non posso.
C'è qualcuno che mi trattiene!
Il Re diventò più
furibondo:
- Prendete una corda,
ungetela di sapone e fate un nodo scorsoio attorno al collo di costei!
I Ministri mandarono a
comprare una corda nuova, resistente, la unsero di sapone con le loro mani, per
entrar meglio nelle grazie del Re. Fecero, con le loro mani, il nodo scorsoio
attorno al collo della vecchia, e poi, due da un capo della corda e due
dall'altro, cominciarono a tirare con tutta la forza che avevano, puntando i
piedi sul pavimento, ma il nodo scorsoio non stringeva. E tira, tira, tira, la
corda si spezzò; e tutti e quattro, due di qua, due di là, caddero rovescioni a
gambe per aria,malconci che stentarono a rizzarsi: - Ahi! Ahi!
Il Re, per un momento,
ebbe una gran voglia di ridere, ma vedendo che rideva anche la vecchia, diventò
ancora più furibondo.
- Costei è una Strega!
- urlò. - Legna! Legna da farle un bel falò attorno, e arrostirla come si
merita!
Tutta la gente di
Corte scese giù nella legnaia del palazzo, e ognuno tornò su carico di legna
quanto più poteva, per entrar meglio nelle grazie del Re: chi ceppi, chi
ramaglie, chi fascine.
Quando tutto fu
disposto attorno alla vecchia che stava a guardare quasi non si trattasse di
lei, il Re stesso accese il fuoco che divampò lestamente. Se non che le fiamme,
invece di avvolgere la vecchia, si rovesciarono fuori all'intorno
violentissime, investirono parecchi cortigiani e fin un lembo del manto reale
ne fu lambito e bruciacchiato.
Il Re era sbalordito.
La legna si era consumata e la vecchia, rimasta incolume, aveva su le labbra un
risolino che ora più non indispettiva Sua Maestà, ma le metteva paura.
- Chi siete? Una
Strega o una Fata?
- Sono una Fata!
Il Re allibì.
- Scusate! Scusate!
Che posso fare per voi? - domandò alla vecchia.
- Niente!
Diventò una
meravigliosa forma di luce che abbagliava, e, tutt'a un tratto, sparì.
Il Re, quasi per
ammenda di quel che aveva fatto, mandò fuori un altro decreto:
- Da oggi in poi,
nessuno più finga di zoppicare nel regno!
Ma la gente aveva
contratto l'abitudine di zoppicare che il Re fu costretto a far bandire:
- Zoppichi pure chi
vuole!
E quando vedeva
passare davanti al palazzo reale qualcuno che arrancava come lui, non sapeva
indovinare se lo facesse a posta o se realmente ciampicasse; e nel suo interno
si rodeva.
A poco a poco divenne
malinconico e scontroso. Voleva restar solo; non riceveva neppure i Ministri,
che per ciò facevano a modo loro, e ne facevano di tutti i colori. Si aggirava,
ciampicando, per le vaste sale del palazzo.
Ma dunque non c'era un
dottore, un Mago nel suo regno da ridurgli la gamba corta uguale
all'altra?Venne un dottore, e gli disse:
- Maestà, io potrei
accorciarvi quella più lunga. Val quasi lo stesso.
Che! Che! Sarebbe
diventato un nachero, più ridicolo che non fosse ora. O allungare la corta o
niente!
Venne un Mago,
vecchio, canuto, con un barbone fino ai piedi.
- Maestà, questo è un
unguento capace di allungarvi la gamba più corta. Bisogna ungerla con esso e
strofinarla forte forte fino a quando sentirete un dolore acuto che vi farà
gridare dallo spasimo. Dovete aver pazienza. Una volta al giorno, non più. Ne
prenderete quanto un cece, lo spalmerete nel cavo della mano e, via, a
strofinare forte forte. Facendo così, dopo un anno, un mese e un giorno, sarete
guarito. Non dovete però aver fretta; sarebbe peggio.
- Vi pagherò, dunque,
dopo guarito.
- Maestà,
quest'unguento, se non è pagato prima, non opra.
- E se non oprerà
anche pagato?
- Maestà, qui c'è la
mia testa! ....
Il Re cominciò sùbito
la cura. Ogni sera, prima di andare a letto, apriva lo scatolino dell'unguento,
ne prendeva quanto un cece, lo spalmava nel cavo della mano e poi, strofina,
strofina, strofina, fino a che non sopravveniva l'insopportabile dolore che lo
faceva urlare dallo spasimo.
Dopo due mesi di
medicatura, il Re si accorse che quel vecchione di Mago non lo aveva ingannato:
la gamba corta cominciava sensibilmente ad allungarsi.
Doveva proprio
attendere che si compisse il tempo stabilito da quello? Se invece di una al
giorno facesse due, tre strofinazioni, non guarirebbe più presto? Il Mago lo
aveva ammonito che sarebbe peggio; ma era, certamente, un'astuzia, per
accreditare di più la sua medicina.
E il Re, esitato un
po', decise di farsi, tre, quattro, cinque strofinazioni al giorno, non
curandosi dell'atroce dolore che provava ad ognuna di esse. E così, strofina,
strofina, strofina, egli vedeva allungarsi la gamba a vista d'occhio. Se non
che, quando, raggiunta la giusta misura dell'altra, avrebbe dovuto fermarsi, essa
continuò, per una settimana, a crescere per conto suo: e il Re si trovò cianca
all'incontrario; invece di ciampicare da destra, ora ciampicava da sinistra.
Fortuna che quella maledetta gamba si fosse arrestata di crescere!
Mandò corrieri per
tutto il regno, in cerca del Mago. Nessuno sapeva dove abitasse: chi diceva in
cima a una montagna, chi in una grotta sotterranea. Finalmente lo trovarono in
mezzo a un bosco, intento a raccogliere erbacce selvatiche.
- Dite al Re che io
non c'entro più. Si rivolga a fata Luce.
Udita la risposta, il
Re capì che si trattava di una vendetta della vecchia che aveva detto:
- Sono una Fata!
Dove rintracciarla?
Pensò di rifare il decreto:
- Pena la testa, tutti
i sudditi, uomini e donne, devono camminare zoppicando!
Forse la Fata sarebbe
ricomparsa sotto sembianze di vecchia; questa volta, però, l'avrebbe invitata a
Corte, e le avrebbe reso tutti gli onori possibili.
Ma la vecchia che si
era rifiutata di zoppicare non comparve; e i sudditi cominciarono a stancarsi
dei ghiribizzi di Re Cianca.
Così, un giorno, tutti
di accordo, rifiutarono di imitarlo. Il Re montò sulle furie. Se la prese coi
Ministri:
- A questo modo mi
fate rispettare?
E, spingendoli per le
spalle, li cacciò via.
Uno di essi, il più
anziano, ebbe allora il coraggio di rispondergli:
- Maestà, è rispettato
chi rispetta; e voi non rispettate nessuno! Per questo, Cianca siete e Cianca
resterete!...
Stretta la foglia,
larga la via,
dite la vostra, che
ho detto la mia!
C'era una volta un
poveraccio che viveva facendo da corriere. Lo spedivano qua, lo spedivano là; e
perché era lesto di gambe, lo chiamavano Saetta. Lo pagavano male; certe volte
non lo pagavano affatto col pretesto che, non avendo recapitato in tempo una lettera,
aveva mandato a monte un affare importante. Non voleva dire! Purché non
perissero di fame lui e la moglie, non rifiutava di tornar a servire anche
coloro che non lo avevano pagato.
Nella sua famiglia
erano stati tutti corrieri, di padre in figlio; corriere l'avo, corriere il
nonno, corriere il suo babbo: e Saetta pensava con pena che, dopo cinque anni
di matrimonio, non aveva ancora un figliuolo da fare il corriere anche lui,
quando sarebbe cresciuto.
Un giorno gli si
presentò un vecchio, nano e sbilenco, con naso enorme a tromba, e occhi piccini
piccini, ma che pareva sprizzassero scintille. Saetta n'ebbe paura.
- Porterai questo
scatolino dove c'è scritto su, e riporterai la ricevuta. Una moneta d'oro
all'andata, e una al ritorno. Sei contento?
Altro se era contento!
Non si ricordava in vita sua di esser mai stato pagato profumatamente. Si mise,
come suol dirsi, le gambe al collo, e via, da vera Saetta.
E giunto a metà
strada, cominciò a sentir rimescolare qualcosa dentro lo scatolino, e una
vocina sottile sottile, che pregava:
- Non mi portare! Non
mi portare!
Si fermò.
Qualcosa continuava ad
agitarsi dentro lo scatolino, e la vocina sottile sottile tornava a insistere:
- Non mi portare! Non
mi portare!
Riprese il cammino.
Era stato comandato, era stato pagato: voleva fare il suo dovere... Intanto,
quella vocina sottile sottile, che pareva impregnata di pianto, gli faceva
tremare il cuore e vacillare le gambe. Accostò lo scatolino all'orecchio, per
udir meglio:
- Non mi portare! Non
mi portare!
- E l'altro che dirà?
Ha gli occhi cattivi quel nano!
- Gli risponderai:
l'ho consegnato.
- Vuole la ricevuta,
se no, non mi regala la moneta d'oro. Per me è una ricchezza.
- La ricevuta la farò
io.
- E tu chi sei?
- Sono il Reuccio di
Spagna. Il nano mi ha fatto l'incanto perché non ho voluto sposare la sua
figliuola gobba, muta e sorda. Se tu consegni questo scatolino al Mago a cui è
diretto, penerò dieci anni, schiavo di lui. Non mi portare! Non mi portare!
Saetta sentì
intenerirsi. Pensò pure, poveraccio, che il Reuccio di Spagna lo avrebbe
ricompensato meglio del nano.
Così faceva un'opera
buona e ne ricavava un bel guadagno.
- Come liberarti?
- Apri lo scatolino.
- È suggellato e
chiuso a chiave.
- Dovrai dire:
Male e malanno a
chi ti serrò!
Male e malanno a
chi ti suggellò!
Suggello strappati!
Serratura
schiantati!
E picchierai su lo
scatolino con un ciottolo, senza tremare.
Saetta prese un
ciottolo aguzzo, posò lo scatolino per terra, e con voce fioca dalla paura
ripeté:
- Male e malanno a
chi ti serrò!
Male e malanno a
chi ti suggellò!
Suggello
schiantati!
Serratura,
strappati!
- Hai sbagliato! Ora
non potrai più! La mia disgrazia ha voluto così!
Non aveva sbagliato a
posta, ma quasi quasi fu contento dello sbaglio. Dentro lo scatolino non si
agitò più niente, e la vocina sottile sottile, impregnata di pianto, tacque.
Saetta riprese la
strada a corsa per rifarsi del tempo perduto, e, prima che il sole tramontasse,
fu dietro l'uscio della grotta del Mago indicata dalla soprascritta.
- Buon per te che non
ti sei lasciato tentare! - gli disse il Mago con un vocione grosso, cavernoso.
- Fatemi la ricevuta.
- Mangia, bevi,
ristorati. La ricevuta è questa qui.
E gli diè un ovicino
che sembrava uovo di piccione.
Se lo mise in tasca e
ripartì.
Il nano lo attendeva
davanti alla porta di casa.
- Ahi Saetta! Saetta!
Male e malanno, eh? Fortuna che hai sbagliato!
Il pover'uomo gli si
buttò ai piedi, domandando perdono.
- Tieni quest'ovo: è
la tua paga. Val più della moneta d'oro che ti ho promessa. Mettilo a covare
nel nido dei piccioni allevati da tua moglie. Mi ringrazierete tra meno di un
mese.
- Un figliuolo?
- Un figliuolo più
Saetta di te.
E rise in un certo
modo che Saetta ne fu turbato. Pure la speranza di avere, finalmente, un
figliuolo, lo spinse ad eseguire quel che il nano gli aveva consigliato.
- Bada, moglie mia:
sostituiscilo a uno degli uovi, senza che la colomba se ne accorga.
La donna alzò le
spalle, incredula; ma la speranza di avere, finalmente, un figliuolo, la
indusse a tentare la prova.
E attesero, moglie e
marito, incerti se il nano si fosse divertito a canzonarli.
Si sentirono peggio
che canzonati quando dall'uovo uscì una piccola tartaruga che aveva, invece
della solita testa, una minuscola testina di bambino, e la protendeva fuori dal
guscio, con la boccuccia aperta, avida di nutrimento.
- Ah, quel nanaccio
infame! Vo a scaraventargliela in viso!
La moglie lo
trattenne.
- Meglio questo che
niente! Chi sa? Quando sarà cresciuto...
La tartarughina si
moveva lentamente, portando attorno con le quattro zampette il gusciolino che
s'induriva ogni giorno più. La nutrivano con midolla di pane inzuppata nel
latte, con un po' d'erba cotta, triturata. Quel visetto di bambino, grosso
quanto una nocciola, sorrideva graziosamente quando la mamma lo accarezzava con
un dito, dopo di avergli dato da mangiare, che i genitori già gli volevano bene
quanto a un figliuolo in carne e ossa.
L'uomo però non sapeva
darsi pace.
- A lui, Saetta, un
figliuolino tartaruga! Lo scherzo non poteva essere peggiore! Se il nano mi
capita tra i piedi!
- Non cimentarti...
Meglio questo che niente! - lo confortava la moglie.
Tartarughino - lo
chiamavano- cresceva rapidamente. In sei mesi era diventato grosso quanto un
tacchino; e quando cacciava fuori dal guscio la testa e il collo, si sarebbe
detto che fossero quelli di un bambino ficcatosi colà per ischerzo.
Ma che pena vederlo
chiuso là dentro!
- A lui, Saetta, un
figliuolo tartaruga!
Non se ne dava pace,
il povero padre.
Un giorno accadde che
mentre egli era partito per una commissione, venne una persona che aveva
bisogno di spedire un corriere di urgenza; avrebbe pagato qualunque somma.
- Vado io! - disse
Tartarughino. - Legatemi la lettera al guscio. Vado e torno sùbito.
E si mise a piangere
perché neppure sua mamma lo credeva capace di fare la commissione.
Quell'uomo restava là
in attesa di Saetta. Disse alla donna:
- Contentiamolo!
E gli legarono la
lettera sul guscio. Tartarughino si mosse lentamente, infilò la porta e, via,
come un lampo. La mamma e quell'uomo non credevano ai loro occhi. Avanti che
fossero compiutamente riavuti dalla sorpresa, Tartarughino era di ritorno con
la risposta legata sul guscio.
Quando, più tardi,
giunse Saetta, non riusciva a persuadersi che sua moglie non gli raccontasse
una fandonia ma la pura verità: Tartarughino era più Saetta di lui! Sì, sì: più
Saetta di lui!
Ora tutti volevano
provare quel portento. Inventavano pretesti di commissioni, pur di veder
partire Tartarughino. Arrivava su la soglia della porta e, che è che non è,
spariva come un lampo. Ritornava allo stesso modo, senza che nessuno potesse
accorgersi come e d'onde arrivasse. Ma che pena vederlo chiuso dentro quel guscio!
Ora il povero padre non se ne dava pace più che mal!
Ed ecco, un giorno,
presentarsi un bel giovane, vestito tutto di broccato con pizzi alle maniche,
gran cappello di feltro ornato di magnifiche piume bianche e nere in testa, e
spadino al fianco con l'impugnatura tempestata di brillanti.
- Dov'è Tartarughino?
- È andato via per una
commissione; non può tardar molto a tornare.
Il bel giovane si
tolse il cappello, si sedé e guardava attorno per la misera cameretta. Alle
pareti stavano appesi una sega, un martello, un'accetta e altri arnesi simili.
- Eccolo! disse la
madre.
Tartarughino entrò
movendo lentamente le quattro zampe. Arrivava in quel punto anche Saetta.
Il bel giovane non gli
diè tempo di domandargli che servigio volesse. Rizzatosi di botto da sedere,
staccata rapidamente dalla parete la scure, cominciò a dar fendenti sul guscio
di Tartarughino facendolo volare in pezzi per la stanza.
Saetta e sua moglie
ebbero appena tempo di cacciar fuori un urlo di orrore. L'urlo si mutò subito
in un grido di gioia appena videro saltare in piedi un bellissimo ragazzo di
dieci anni, cioè, Tartarughino liberato dall'involucro osseo del guscio.
- Sono il Reuccio di
Spagna... Vi ricordate, Saetta?
Male e malanno a
chi ti serrò!
Male e malanno a
chi ti suggellò!
Suggello strappati!
Serratura,
schiantati!
Se sbagliaste, non fu colpa vostra. Vi sono rimasto gratissimo della buona intenzione. Il mio incanto è finito, e sono venuto a posta per sciogliere quello di vostro figlio, opera del malefico nano. Fa' male e pensaci. Fa' bene e scordatene! C'è sempre qualcuno che se ne ricorda. Non sono tutti ingrati a questo mondo!
- Infatti!...
Infatti!...
Marito e moglie non
sapevano balbettar altro mentre Tartarughino baciava la mano del suo
liberatore.
La fiaba è finita
Leccatevi le dita!
C'era una volta un
Principe ricco sfondato. Aveva appena vent'anni e viveva in uno dei tanti
castelli ereditati dal padre. Senza fratelli, senza sorelle, senz'altri
parenti, dopo la morte della Principessa madre, era andato a rinchiudersi nel
castello dov'era nato e che gli sembrava per questo il più bello di tutti, e si
svagava facendo mutare ogni giorno il posto dei bei mobili antichi, da una
stanza all'altra, da un piano all'altro. Lui faceva soltanto la fatica di
ordinare ai servi: - Questo qua! Quello là! Questo su! Questo giù!
Quei poveretti, quando
arrivava la sera, si sentivano rotte braccia e gambe; non ne potevano più. Dal
gran tramenio della giornata, si sentiva stanco pure lui. Sdraiato su una di
quelle vecchie poltrone che sembravano lettini, il Principe, con le gambe
allungate e le braccia incrociate su lo stomaco, vegliava fino a tarda notte,
fantasticando:
- Prendo o non prendo
moglie?
E rimaneva là, quasi
attendesse la risposta di qualcuno. Poi si rispondeva da sé, secondo il
capriccio del momento:
- Sì, sì, la prendo!
No, no; non la prendo!
Si fermava a
riflettere di nuovo:
- Prendo o non prendo
moglie?
E rimaneva là, quasi
attendesse la risposta di qualcuno.
Finiva con
addormentarsi su la poltrona, e all'alba si svegliava senza aver preso una
decisione, Ricominciava:
- Questo qua! Questo
là! Questo su! Questo giù!
Faceva disfare ai
servi quel che avevano fatto il giorno avanti; e dal tramenio della giornata si
sentiva più stanco di essi, che la sera non ne potevano più.
Alfine si decise di consultare
la Maga che abitava in una grotta nella montagna rocciosa, di faccia al
castello, lontano.
La Principessa sua
madre si era lasciato sfuggir di bocca una volta, pochi giorni prima di morire:
- Povero figliuolo!
Povero figliuolo! Chi gl'insegnerà a fare un buco nell'acqua?
Il giovane Principe
aveva creduto che sua madre delirasse, e non le aveva domandato:
- Che significa,
Eccellenza?
Allora i figli davano
dell'Eccellenza ai genitori.
Non ci aveva ripensato
più.
Cavalcando, seguito da
un servo, verso la grotta della Maga, si era tutt'a un tratto ricordato delle
parole: - Chi gli insegnerà a fare un buco nell'acqua? - Nessuno, pensava. Era
impossibile. Ma volle interrogare anche intorno a questo la Maga. Se non lo
sapeva lei, non poteva saperlo altri al mondo.
Per non essere
riconosciuto, il Principe aveva avuto il capriccio di travestirsi da povero
diavolo, col più logoro vestito di uno dei suoi servi.
Precauzione inutile.
Appena entrato nella grotta, si sentì salutare:
- Principe, siate il
ben venuto! Ai vostri comandi.
Rimase!
- Bella Maga! - egli
disse.
- Non sono bella - lo
interruppe. - Qui non si mentisce! Infatti la Maga era vecchia, con la faccia
piena di rughe, capelli pepe e sale, e la bocca sdentata. Aveva indosso però
una ricchissima tunica scura a fiorami di oro e di argento che straluccicavano
a ogni movimento di lei, e portava in testa una cuffia di merletto nero
punteggiata di perle grosse quanto nocciole, rarità meravigliosa.
- Sedete, Principe;
parlate. Ai vostri comandi.
- Devo prendere o non
prender moglie? Ho bisogno del vostro consiglio. Non so decidermi da me.
- Chi cerca, trova. Vi
deciderete dopo, quando avrete trovato.
- Che devo fare,
dunque?
- Andate attorno,
osservate tutte le ragazze che incontrerete: signore, borghesi, operaie; e
quella che vi piacerà sopra tutte per la bellezza o per la virtù, chiedetela ai
genitori. Se non ve la vogliono accordare... Ma vedrete che, finalmente,
qualcuna vi dirà: Vi sposo io, a patto...
- A patto?...
- Il patto ve lo
spiegherà lei... Chi cerca trova.
Il Principe tornò al
castello impensierito, ma nello stesso tempo incuriosito di sapere quale patto
gli sarebbe stato proposto.
E si mise in viaggio,
per città, per borghi, per villaggi. Guardava, osservava, e quando gli pareva
di esser riuscito a trovare si presentava ai genitori della ragazza:
- Chiedo la mano di
vostra figlia.
- Arrivate troppo
tardi. Si è fidanzata l'altro giorno. Peccato! Era la più bella e la più buona
che avesse incontrata fin allora, e nobilissima e ricchissima per giunta, cosa
che non guastava.
Si rimise in viaggio.
Gli pareva di aver incontrato qualcosa di meglio. E si presentò al genitori
della ragazza:
- Chiedo la mano di
vostra figlia.
- Tornate fra tre
anni: è troppo giovine ancora.
Peccato! Era bella,
era buona e l'avrebbe sposata volentieri. Non era di nobile casato, ma non
importava. Tre anni? Erano troppi. E, dopo, potevano nascere altre difficoltà.
Riprese a cercare.
Oh! Questa gli sembrò
ancora più bella delle precedenti. I genitori, infine, dovevano essere
lusingati che la loro figliuola fosse richiesta da un Principe e diventasse
subito Principessa.
- Grazie! Pari con
pari. Noi la pensiamo così.
Dopo parecchie altre
inutili richieste, il Principe era deciso di tornarsene al castello, e di non
ritentare più. Forse era destino che non prendesse moglie. Tanto meglio!
Per istrada, una
mattina, dovette fermarsi a un beveratoio, in piena campagna, per dissetare i
cavalli. E che vide appoggiata al pozzo? Una contadina, mal vestita, ma
bella,piena di grazia che gli fece dimenticare tutte le ragazze da lui
richieste e non potute ottenere.
Che importava che
fosse contadina? Era degna di essere Regina non che Principessa.
- Mi vuoi per marito,
bella ragazza?
- Io non posso volere,
devo attendere: mia madrina dice così.
- E chi è tua madrina?
- Fata Fiore.
Il Principe perdé la
testa, sentendo che quella ragazza aveva per madrina una Fata. E cominciò a
farle mille domande. Dove si trovava fata Fiore? Che pretendeva fata Fiore?...
- Dice: Chi ti vuol
bene, dovrà adempire a un patto.
- Quale? domandò
ansiosamente il Principe, ricordandosi delle parole della Maga.
- Prima deve fare.. un
bel buco nell'acqua!
Il Principe si sentì
stringere il cuore. Gli pareva di morire. La Principessa sua madre dunque già
sapeva?... Un buco nell'acqua! Non c'era potenza di uomo che potesse riuscire!
Chi gli aveva gettato quella mala sorte? Si mise a piangere come un bambino.
Invece di ritornare al
castello, prese alloggio nel villaggio vicino, e ogni giorno, a ora fissa,
andava al beveratorio per rivedere colei che veniva ad attingervi acqua con una
brocca.
E più la guardava, più
la udiva parlare con quella voce che pareva di usignuolo, e più si sentiva
sconvolgere il cuore e la mente.
- O quella o
nessun'altra!
Lo aveva giurato. Un
buco nell'acqua! Era possibile?
- Come non capisce
fata Fiore che, con questo patto, tu non troverai mai marito?
- Dice: chi vuol bene
fa miracoli.
Avrebbe dato metà
delle sue ricchezze, fin metà del suo sangue a chi gli avesse insegnato il modo
di fare un buco nell'acqua. Ma passarono le settimane, passarono i mesi, stava
per passare un anno da che era partito dal castello, ed era sempre allo stesso
punto. Gli pareva di ammattire!
E più la guardava, più
la udiva parlare con quella voce che pareva di usignuolo, e più imprecava a chi
gli aveva gettato quella mala sorte. Aveva negli orecchi le dolorose parole
della Principessa sua madre in fin di vita: - Povero figliuolo! Povero
figliuolo! - Era da compiangere davvero! Aver trovato chi lo avrebbe fatto
felice, e non poterla ottenere pel maledettissimo patto! Un buco nell'acqua!
Tanto valeva dire no a dirittura!
- Dice: Chi vuol bene
fa miracoli.
- Perché non lo fa lei
un buco nell'acqua? - rispose il Principe, smaniante di rabbia.
E stava tutta la
giornata a pensare, a stillarsi il cervello; e la notte non poteva prender
sonno con quel pensiero fisso che lo torturava. Chi più di lui voleva bene? E
intanto non trovava. Un buco nell'acqua! Era possibile?
Povero Principe! Aveva
perduto l'appetito, non si riconosceva, ridotto magro, allampanato.
Era sopraggiunto
l'inverno. Una mattina, andato, come al solito, al beveratoio, trovò che
l'acqua della vasca si era gelata. Pareva che vi avessero posto per coperchio
una gran lastra bianca. Anche il canale era gelato, e la ragazza non sapeva
come fare per riempire la brocca. Tutt'a un tratto il Principe diè un balzo di
gioia.
- Guarda! - disse alla
ragazza.
E con la punta di un
bastone fece un buco nel ghiaccio.
- È acqua anche
questa! Come non ci ho pensato prima d'ora?
Si sentì sfuggir di
addosso qualcosa: la mala sorte che gli era stata buttata, quando era bambino,
da una Strega ora ridotta alla più squallida miseria.
Si udì una limpida
voce nell'aria:
- La mia figlioccia è
tua... Bravo! Sei riuscito a fare un buco nell'acqua!
Il Principe rideva
dalla gioia, e pensava che spesso noi abbiamo il torto di credere impossibile
una cosa che ne ha l'apparenza e non è tale. Se il Principe si fosse
scoraggiato alle prime difficoltà, non sarebbe stato felice con quella bella e
virtuosa moglie che non era contadina, ma Principessa quanto lui, e non avrebbe
avuto una graziosa corona di figliuoli...
E noi restiamo come
tanti cetrioli!
C'era una volta un
vecchio zoccolaio che andava attorno per città, paesetti e villaggi cacciandosi
davanti un asino più vecchio di lui, pelle e ossa, spelacchiato, con due ceste
appese al basto piene di zoccoli di ogni grandezza.
Alle svolte, l'asino
si fermava e il suo padrone si metteva a gridare:
- Passa lo
zoccolaioooo! Donne, lo zoccolaloooo!
Donde lo cavava quel
vocione che intronava la gente? E, quasi non bastasse, sùbito dopo, l'asino si
metteva a ragliare:
- Ah! Ah! Ah!
E, quasi padrone ed
asino non bastassero, i ragazzi facevano il verso a tutti e due:
- ...Colaioooo!... Ah! Ah!... Colaioooo!
Ah! Ah!
La gente, parte
rideva, parte si arrabbiava. Potevano impedire che il povero vecchio si
guadagnasse da vivere?
- Per farli star
zitti, lui e l'asino, - disse uno - compriamogli tutti gli zoccoli e mandiamoli
via.
- E che ne faremo
degli zoccoli?
- Li rivenderemo per
conto nostro.
Misero insieme tanto
per uno e proposero allo zoccolaio:
- Sentite, compare.
Facciamo uno stralcio?
Gli zoccoli si vendono
a paio.
- Quante paia saranno?
- Non si arriva a
contarle.
- Come? Due ceste di
zoccoli non si arriva a contarli?
- Provate. Ogni cento
paia, tre fiammanti teste d'oro del Re.
Intendeva dire tre
monete d'oro di quei tempi, mettiamo di venti lire ognuna.
- Vada per tre
fiammanti teste d'oro del Re.
E cominciarono a
contare: un paio, due pala, dieci paia, fino a cento.
- Ecco tre fiammanti
teste d'oro del Re!
Il vecchio zoccolaio
se le mise in tasca, e ricominciò a contare: un palo, due paia, dieci paia,
cento pala!
- Ecco tre fiammanti
teste d'oro del Re!
Più ne contavano
ammucchiandoli in mezzo alla via, e più le ceste rigurgitavano, sempre piene
fino all'orlo di zoccoli di ogni grandezza.
Quei tre si guardavano
negli occhi, allibiti.
- Ancora? - domandò lo
zoccolaio.
- Ancora! - risposero
tutti e tre, rabbiosamente.
E il vecchio
ricominciò a contare: un paio, due paia, dieci paia, cento paia!
Dunque era vero? Non
si arrivava a contarle!
- Questa è opera di
stregoneria! - pensavano quei tre che non avevano più danari in tasca per
pagare l'ultimo centinaio, e vedevano, strabiliati, quel gran mucchio di
zoccoli per terra e le ceste sempre ricolme fino agli orli, quasi non ne fosse
stato tolto nemmeno uno zoccolo.
In quel momento
passava la carrozza del Re. Dovette fermarsi per l'ingombro.
Vedendo radunata tanta
gente attorno al mucchio degli zoccoli, il Re domandò:
- Che cosa è stato?
Quei tre si buttarono
in ginocchio ai lati della carrozza.
- Giustizia, Maestà!
Questo Stregone ci ha frodati!
E raccontarono quel
che era avvenuto.
Nella carrozza del Re
c'era anche il Reuccio, bambino di sei anni, che alla vista degli zoccoli si
mise a strillare.
- Ne voglio uno! Ne
voglio uno!
Zoccoletto,
zoccoluccio,
Fatto a posta pel
Reuccio...
Uno uguale fatto a
posta,
Ne vorrà la
Reginotta.
Zoccoluccio,
zoccoletto,
Non è largo e non è
stretto.
E il vecchio porse al
Reuccio uno zoccoletto di argento con strisce d'oro, che pareva un gioiello. Il
Reuccio tutto contento lo volle calzato. Gli stava benissimo al piedino, quasi
fosse stato fatto su misura.
Quei tre tornarono a
implorare, in ginocchio:
- Giustizia, Maestà!
Questo Stregone ci ha frodati.
Ma il Re, che aveva
gradito molto il regalo fatto al Reuccio, rispose:
- Chi è sciocco, stia
a casa sua.
E diè ordine al
cocchiere di frustare i cavalli.
La carrozza del Re,
passando sul mucchio degli zoccoli, ne frantumò parecchi. E dietro la carrozza
si udì il grido dello zoccolaio assieme col raglio dell'asino:
- Passa lo zoccolaio!
Donne lo zoccolaioooo!
- Ah! Ah! Ah!
Allora il Re si
rammentò che non aveva dato niente a quel vecchio pel regalo ricevuto; e mandò
un servitore a rintracciarlo e condurlo al palazzo reale. Ma lo zoccolaio era
sparito, e nessuno seppe dire che via avesse presa.
Da allora, zoccolaio
ed asino, non furono più visti né sentiti. Il Reuccio, quella sera, voleva
andare a dormire senza cavarsi lo zoccoletto. La Regina, che temeva di viziare
il figlio tollerandone i capricci, disse:
- Non si va a letto
con lo zoccolo!
E fece atto di
cavarglielo. Non le riuscì, lo zoccoletto era strettamente attaccato al piede
che il Reuccio, a ogni sforzo della Regina, strillava:
- Mi fai male, mamma!
Mi fai male!
Non ci fu verso di
cavarglielo più.
Poteva stare il
Reuccio con uno zoccoletto a un piede e all'altro no? Il Re fece chiamare
l'orafo di Corte e gli ordinò uno zoccoletto simile a quello; ma accadde che
mentre quell'altro non dava fastidio al Reuccio, quantunque ora lo portasse da
sei mesi, questo lavorato dall'orefice bisognava mutarlo a ogni mese, di mano
in mano che il Reuccio cresceva. Invece lo zoccoletto regalato dal vecchio
zoccolaio cresceva anch'esso miracolosamente, col piede. Si trattava, non c'era
più dubbio, di opera di stregoneria; avevano ragione quei tre che si erano
buttati in ginocchio ai lati della carrozza reale invocando giustizia contro lo
Stregone. Il Re era pentito di non aver dato ascolto al loro reclamo e gli
tornavano a mente le parole del vecchio:
- Zoccoluccio,
zoccoletto,
Non è largo e non è
stretto.
Re e Regina erano
atterriti di quel malefizio, quantunque gli anni passassero e niente di male
accadesse al Reuccio. Questi, anzi, cresceva bello e prosperoso, se non che
ogni mese bisognava fargli fare dall'orafo di Corte un nuovo zoccolo di argento
simile all'altro regalatogli dallo zoccolaio, che gli luccicava al piede quasi
lo avesse calzato allora allora per la prima volta.
Intanto il Re pensava
di dargli moglie: voleva vedere un nipotino prima di morire. E un giorno gli
disse:
- Reuccio, sposereste
la Reginotta di Francia?
- Ahi! Ahi!
- Che è stato?
- Una gran stretta
dello zoccolo destro!
Quello ricevuto in
regalo quand'era bambino!
Il Re impallidì
pensando che il malefizio già operava. Volle accertarsene meglio.
- Reuccio, sposereste
la Reginotta di Spagna?
- Ahi! Ahi!
- Che è stato?
- Una gran stretta
dello zoccolo destro! Quello ricevuto in regalo quand'era bambino! La Regina,
più pratica, disse:
- Maestà, andiamo a
consultare il mago Rosso.
Lo chiamavano perché
vestiva sempre di rosso. Era vecchio, vecchissimo, di cento e cento anni;
parlava a stento e diceva una parola ad ogni mezz'ora.
Prepararono magnifici
regali, perché non ricevendo niente, il Mago vecchio, vecchissimo, di cento e
cento anni, rimaneva muto come un pesce; e si avviarono.
Il palazzo del mago
Rosso era scavato nelle viscere di una montagna e se ne dicevano meraviglie. Vi
si entrava però, come in una grotta, da un usciolino per dove poteva passare a
stento una sola persona. Il Re, che era grasso e aveva un pancione quanto una
grancassa, credé che non avrebbe potuto passare; ma, appena egli si accostò, la
bocca della grotta cominciò a dilatarsi, a dilatarsi, e gli permise l'accesso.
Re e Regina erano
stupiti delle ricchezze di quegli stanzoni che attraversavano guidati da un
nano. A petto di essi, le stanze del loro palazzo sarebbero parse tante stalle.
Presentarono i regali, e stavano per esporre il motivo del loro viaggio; ma il
nano disse:
- Non occorre.
Attendete la risposta.
Il mago Rosso balbettò
una parola, e passò mezz'ora. Ne balbettò un'altra, e passò mezz'ora. Ne
balbettò un'altra, e passò mezz'ora.
Un'agonia! Ci volle
mezza giornata prima che il Re e la Regina sapessero quel che il Reuccio doveva
fare!
Doveva andare intorno
pel mondo in cerca di colei che potesse cavargli lo zoccolo dal piede. Quella
era la Reginotta destinata al Reuccio. Se non volevano mandarlo attorno,
facessero un bando perché le ragazze venissero a provare. Chi cavava al Reuccio
lo zoccolo dal piede, quella diventava Reginotta.
- Che! Tutte le
ragazze? - dissero il Re e la Regina.
E fecero un bando che
invitava soltanto Principesse di sangue reale.
Ne accorsero
parecchie; ma appena tentavano di cavare lo zoccolo - Ahi! Ahi! - il Reuccio si
sentiva stringere il piede come da una morsa. Le Principesse di sangue reale
andarono via tutte mortificate.
Il Re e la Regina,
contristati dalla cattiva riuscita del primo esperimento, fecero un altro
bando, invitando alla prova tutte le figlie di Principi, di conti, di marchesi,
di baroni, di nobili cavalieri.
Ne accorsero
centinaia; ma appena tentavano di cavare lo zoccolo – Ahi! Ahi! - il Reuccio si
sentiva stringere il piede come da una morsa. E principessine, contessine,
marchesine, tutte le nobili ragazze andarono via mortificate.
Il Re e la Regina non
sapevano risolversi a fare un ultimo bando.
- Che! Anche le
figliuole della gente bassa?
- Proviamo! disse il
Re.
E, a malincuore, fece
l'ultimo bando.
Ne accorsero migliaia,
di tutte le classi, attirate dalla lusinga di diventare Reginotte.
Sfilarono per più
settimane davanti al Reuccio, tentando di cavargli quello zoccolo dal piede. -
Ahi! Ahi! - il Reuccio non ne poteva più.
Rimaneva soltanto una
ragazza a provarsi, ma era così brutta e sporca che i soldati di guardia non
volevano permetterle di entrare nella sala dove il Reuccio attendeva, seduto,
che arrivasse, finalmente, colei che gli avrebbe cavato lo zoccolo!
La ragazza si mise a
leticare coi soldati; diè uno spintone a questo, una gomitata a quello, ed
entrò nella sala fermandosi sulla soglia, sbalordita del suo ardire.
Il Reuccio le accennò
benignamente di inoltrarsi e posò il piede su lo sgabello che aveva dinanzi. La
ragazza s'inginocchiò, baciò con umiltà la punta dello zoccoletto, lo prese con
due dita... e tirò, tirò, dolcemente.
Appena il Re e la
Regina seppero che una ragazza brutta e sporca era riuscita a cavare al Reuccio
il maledetto zoccolo dal piede, montarono in gran furore, e accorsero risoluti
di farla cacciar via dal palazzo reale.
Ma, quale non fu la
loro maraviglia vedendo seduta accanto al Reuccio una giovinetta così bella da
abbagliare gli occhi che la guardavano? Aveva in testa un diadema di perle e
diamanti, seguo evidentissimo che era di sangue reale.
In quel momento si
sentì dalla piazza la voce tonante dello zoccolaio:
- Passa lo
zoccolaiooo! Donne, lo zoccolaiooo!
E immediatamente il
raglio dell'asino:
- Ah! Ah! Ah!
Il Re mandò subito un
servitore che lo invitasse a salire su. Ora che aveva visto il portento di
quella Reginotta non ce l'aveva più con lui, ed era curiosissimo di aver
spiegato il mistero dello zoccoletto di argento. Ma lo zoccolaio era già
sparito, e nessuno seppe dire che via avesse presa.
Fatto a posta pel
Reuccio! Fatto a posta pel Reuccio! - ripeteva spesso il Re.
E morì senza aver
saputo il mistero dello zoccoletto d'argento.
Stretta la via,
larga la foglia,
Ne dica un'altra,
chi n'ha la voglia!
C'era una volta un Re
che diceva:
- Io sono l'uomo più
disgraziato del mondo!
- Che vi manca,
Maestà?
- Niente. Ho quel che
non vorrei!
- Che cosa, Maestà?
A questa domanda il Re
non dava mai risposta. Scrollava il capo, si sentiva venire le lacrime agli
occhi e andava a chiudersi in certe stanze del palazzo reale dove a nessuno era
permesso di entrare.
Tutti però sapevano
che là dentro c'era il Reuccio, ma Ministri e cortigiani non avevano mai potuto
penetrare il mistero di quella reclusione. Eran passati dieci anni dalla morte
della Regina. Finché lei fu in vita, si diceva che, per superbia, non volesse
far vedere il suo figliuolo a nessuno. Quando lei morì e il Re continuò a tener
nascosto il Reuccio in quelle impenetrabili stanze del palazzo reale,
cominciarono a correre attorno tante brutte voci.
- Sapete? Il Reuccio
ha la testa di un serpente.
- Ma che! Non ha
braccia né gambe, ma una coda da pesce.
- Ma che! Gli manca la
parola; abbaia come un cane!
- Lo so io quel che
ha: è mezzo uomo e mezzo uccello!
Non era vero niente.
Bel ragazzo, bianco di
carnagione, biondo di capelli, con occhi azzurri di grande dolcezza, il
Reuccio, un giorno, tutt'a un tratto, appena aveva cominciato a staccarsi, era
stato colpito da una strana malattia. Non poteva star fermo: con la testa e col
busto doveva andare e venire come un pendolo, regolarmente, incessantemente; e
se il Re, impietosito, tentava di impedirglielo, stringendolo tra le braccia,
veniva spinto, con forza, a far lo stesso va e vieni, da averne il capogiro.
Per poco non sembrava di udire il tic-tac, tic-tac di un vero pendolo in
movimento.
Per fortuna, il Reuccio
non soffriva. Parlava, scherzava, rideva pur dimenandosi regolarmente,
incessantemente da diritta a manca, da manca a diritta, ma faceva male a chi lo
guardava, e il Re specialmente non poteva assistere a lungo a quel triste
spettacolo.
Aveva chiesto segreti
consulti a medici, a maghi, a stregoni. I medici non avevano capito nulla: una
malattia come quella non si era mai vista.
I maghi avevano
risposto:
- Qui c'è un terribile
incanto, ma noi non ci possiamo a disfarlo.
Due stregoni avevano
promesso:
- Maestà, questo è
niente. Ve lo consegneremo guarito in due mesi.
E per due mesi si
erano insediati nel palazzo reale, mangiando, bevendo da gran signori, uscendo
di notte alla ricerca - dicevano - di certe erbe, di certe radici che poi non
si trovavano mai, chiedendo quattrini ora per questo, ora per quello dei tanti
intrugli prescritti. E, dopo due mesi, erano spariti lasciando il Reuccio nello
stesso stato di prima: tic-tac, tic-tac, da diritta a manca, da manca a
diritta.
Per questo la Regina
gli aveva messo nome Pendolino, e il Re continuava a chiamarlo così.
Nessuno osava di
domandare al Re:
- E il Reuccio,
Maestà?
Ora, dovete sapere che
nel giardino reale c'era una pianta di rosa unica al mondo, che faceva una rosa
all'anno, meravigliosa di colore e di profumo. Era il fiore prediletto della
Regina, e il Re, dopo la morte di lei, non l'aveva mai colta. La Regina,
morendo, gli aveva detto:
- La darete soltanto a
chi verrà a chiederla in carità.
Ma finora nessuno era
venuto, e ogni anno la bellissima rosa si sfogliava e seccava su la pianta.
Una mattina, il Re
stava per salire in carrozza davanti al palazzo reale, quando si presentò una
vecchia, curva e cenciosa, che si mise a piagnucolare:
- Maestà, grazia!
Maestà, grazia!
- Che volete, buona
donna?
- La rosa rara del
vostro giardino... Per carità, Sacra Corona!
Il Re si rammentò
della raccomandazione della Regina in punto di morte, tornò addietro e andò a
cogliere di sua mano la rosa apertasi il giorno avanti.
Il Re ebbe un
abbagliamento; gli parve che quella vecchina rugosa, con pochi capelli grigi,
con quei vestiti stinti e a sbrendoli, si fosse improvvisamente trasfigurata in
una bellissima giovane, fresca, sorridente, con folta chioma di oro... Fu un
istante. Il Re si strofinò gli occhi e vide di nuovo la vecchina, curva e
cenciosa, che tentava di baciargli, per ringraziamento, la mano.
E quale non fu la sua
sorpresa, il giorno appresso, trovandola nella stanza del Reuccio! Il Re ne
sentì gran dispetto.
- Chi vi ha fatto
entrare qui?
- Nessuno, sono
entrata da me.
- Qualcuno ha dovuto
aprirvi l'uscio.
- Non occorreva. Io
entro ed esco pei buchi delle serrature e anche a traverso i muri.
- Siete una Strega o
una Fata?
- Strega che
scioglie e lega,
Fata che sta
celata,
Fata che scioglie e
lega,
Strega che sta
celata!
E la vecchina diè in
un vivace scoppio di risa.
Il Re si credette
beffato e fece atto di prenderla per le spalle e cacciarla via. Ma si accorse
che la vecchina teneva un dito puntato su lo stomaco del Reuccio e che questi,
secondo la pressione, si agitava più o meno fortemente da diritta a manca, da
manca a diritta, e qualche volta stava fermo.
- Strega o Fata che
siete, se guarite il Reuccio vi darò tanto oro quanto pesa.
- Ve ne posso regalare
tre volte tanto, Maestà!
- Perdonatemi, Strega
o Fata che siete. Ditemi almeno questo: che male è questo?
- È male di
incantagione. L'incanto è qui dentro: una specie di cipollina. La tocco col
dito, ma per tirarla fuori ci vuol la freccia di Freccia-Frecciaio, temprata al
rovaio, ché al mondo non c'è il paio, di Freccia-Frecciaio.
- E dov'è la
freccia...
- ...di
Freccia-Frecciaio, temprata al rovaio, ché al mondo non c'è il paio?
- Sì, dov'è?
- Fate un bando,
Maestà. Appena si saprà che qualcuno ha bisogno della freccia di
Freccia-Frecciaio, temprata al rovaio...
- Sì, lo so - la
interruppe il Re - ché al mondo non c'è il paio...
- Ebbene, giacché lo
sapete, mandatelo a chiamare.
E la vecchina diè in
un altro più vivace scoppio di risa. Intanto essa aveva tolto il dito dallo
stomaco del Reuccio e questi aveva ripreso il suo movimento di pendolo, da
diritta a manca, da manca a diritta, tic-tac, tic-tac!
Il Re si voltò e fece
appena in tempo da vedere che la vecchina andava via pel buco della serratura.
- Maestà - pregò il
Reuccio. - Fate subito il bando per la freccia di Freccia-Frecciaio...
- ...temprata al
rovaio, ché al mondo non c'è il paio, di Freccia Frecciaio...
Il Re non avea potuto
trattenersi di ripetere la filastrocca della vecchina, Strega o Fata che fosse.
E da lì a pochi
giorni, uscivano dal palazzo reale, a cavallo di cavalli bardati riccamente, i
banditori con le trombe d'argento.
- Bando di Sua Maestà!
Sua Maestà dice: Si presenti Freccia-Frecciaio, con la freccia temprata al
rovaio, ché al mondo non c'è il paio, di Freccia-Frecciaio!
Diventarono uno spasso
per tutto il regno. Appena fatto: pèpè! pèpè! con le trombe d'argento, la gente
attendeva le prime parole del bando, e faceva il verso ai banditori:
- La freccia di
Freccia-Frecciaio...
E tutti:
- Temprata al
rovaio!... ché al mondo...
- Non c'è il paio...
- Sì, sì... di
Freccia-Frecciaio!...
Non la finivano più.
Da lì a un mese si
presentarono dieci persone, armate di freccia:
- Agli ordini di Sua
Maestà!
E ognuna di esse
diceva:
Il vero
Freccia-Frecciaio sono io; mi metta alla prova. Bisognava legare il Reuccio a
un palo, col petto scoperto. Il Freccia-Frecciaio doveva scagliare la freccia,
colpire e infilzare quella certa cipollina che produceva l'incanto. Era un
punto. E se sbagliava? Il vero Freccia-Frecciaio non avrebbe sbagliato. Ma chi
era il vero tra quei dieci furfanti che si erano presentati?
Il Re fece fare un
fantoccio che rappresentava precisamente il Reuccio. Ordinò che lo legassero a
un palo e con un po' di tinta :in nero segnò il punto da colpire.
- Chi sbaglia avrà
tagliata la testa; chi indovina guadagnerà un tesoro.
Il primo che si
presentò, sentito: - Chi sbaglia avrà tagliata la testa! - voltò le spalle e
scappò via.
Il secondo, spavaldo,
si impostò su le gambe, armò l'arco, tese il braccio, prese la mira, e, tutt'a
un tratto, udito: - Chi sbaglia avrà tagliata la testa! - abbassò l'arco, voltò
le spalle e scappò via anche lui.
Gli altri sette, visto
che il Re diceva sul serio, se l'erano sgattaiolata zitti zitti. Rimaneva
l'ultimo.
Si avanzò lentamente, armò l'arco, prese la mira, e prima che il Re
terminasse di dire: - Chi sbaglia avrà tagliata la testa! - avea colpito
proprio nel centro il punto segnato col nero; la freccia rimasta infilzata
tremolava per l'urto.
- Ah! Questa è proprio
la freccia...
- ...di
Freccia-Frecciaio, temprata al rovaio, ché al mondo non c'è il palo, di
Freccia-Frecciaio!
Chi aveva parlato
dietro le spalle del Re?
Egli vide qualcosa che
penetrava dal buco della serratura, qualcosa che da sottile sottile si
gonfiava, si dilatava di mano in mano che si introduceva... Era la vecchina!
- Strega o Fata che
siete, è questa la freccia del...
- ...Freccia-Frecciaio, temprata al rovaio, ché al mondo non c'è il
palo? Sì, è questa.
Allora il Reuccio fu
legato a un palo, col petto scoperto; Freccia-Frecciaio tese l'arco, prese la
mira e dalla ferita prodotta dalla freccia venne fuori qualcosa nero nero,
viscido, puzzolente che appestava... Era quel che aveva prodotto al Reuccio il
movimento da diritta a manca, da manca a diritta, tic-tic, tictac, come un
pendolo. Se non che, quando sciolsero il Reuccio dal palo, sembrava diventato
di legno, tutto d'un pezzo; non poteva muovere braccia, né gambe, né collo, né
lingua; soltanto gli occhi; e da essi si capiva che era vivo.
- Ah, Strega o Fata
che siete! Che tradimento mi avete fatto!
Il Re si disperava, si
strappava i capelli, piangeva come un bambino, vedendo il Reuccio ridotto in
quel modo.
- Meglio ritorni come
prima!
E prese in mano quella
specie di cipolletta, nera nera, viscida, puzzolente, per introdurla nella
ferita che ancora sanguinava.
Ma ecco che il Re si
mette a fare il pendolo lui, tic-tac, tic-tac, da diritta a manca, da manca a
diritta, senza poter riuscire a buttar via l'oggetto fatale.
- Ah, Strega...
E dava a manca.
- ...o Fata che siete!
E dava a diritta.
All'improvviso il
Reuccio cominciò ad essere scosso da una convulsione di riso.
Agitava le braccia,
scoteva le gambe e si vedeva la vecchina che gli faceva il solletico sotto la
pianta dei piedi. Si rizzò con un balzo; nello stesso tempo il Re riuscì ad
aprir il pugno, a buttar per terra la cipollina nera nera, viscida, puzzolente,
e cessava - n'era tempo! - di dimenarsi; non ne poteva più!
E tutto questo,
perché? Perché la Regina un giorno avea trovato nel giardino un anello smarrito
dalla Fata e non avea voluto restituirglielo. La Fata si era vendicata, facendo
quel maleficio al Reuccio; ma ora, pentita, era venuta a riparare. Inoltre, per
compenso, disse al Reuccio:
- Ti darò in moglie la
più bella Reginotta della terra! Bella quasi quanto me!...
Il Reuccio, udendo
parlare la vecchina, stava per risponderle, sdegnato:
- Grazie, grazie!
Ma le parole gli
rimasero in gola, vedendola diventare un'apparizione così bella che sembrava
quasi luminosa!
E infatti, da lì a tre
anni, il Reuccio sposò la Reginotta di Spagna, che poco ci mancava non
sembrasse una Fata.
E il
Freccia-Frecciaio, con la freccia temprata al rovaio?... Basta, per carità!
Ebbe in compenso
tant'oro quanto pesava il Reuccio. Parola di Re non va indietro.
Larga la via, lunga
la strada,
Fiaba finita, fiaba
contata.
C'era una volta un
calzolaio ridotto, dalle disgrazie, fino a fare il ciabattino.
Aveva preso moglie
tardi. Rimasto vedovo, con una creaturina appena spoppata su le braccia, era
stato costretto a prendere una donna che badasse all'orfanella e alle poche
faccende che occorrevano in casa.
La mattina, di
buon'ora, egli andava attorno in cerca di scarpe vecchie da rabberciare; e
appena rientrato, si metteva al lavoro.
Aveva comprato alla
bambina un bel cestino perché imparasse a camminare. La voleva sotto gli occhi,
davanti a l'uscio; ma quando la donna non poteva star là a sorvegliarla, per
precauzione egli legava il cestino con una cordicella a un piede del deschetto,
e stava tranquillo. La vista della bambina, che giocherellava, sorridente, con
una collana di chicchi di vetro colorato, lo metteva di buon umore. Tirava gli
spaghi e cantava; batteva la suola e cantava; piantava bullette nei tacchi e
cantava.
Qualcuno gli
domandava: - Ciaba, perché tenete la bambina su l'uscio?
- Il libro del Perché
stampato ancor non è!
- E anche col cestino legato a un piè del deschetto!... O che temete?
Che ve la rubino?
- Ne sa più un matto
in casa propria che un savio in casa altrui. Lasciatemi lavorare.
Tirava gli spaghi e
cantava; batteva la suola e cantava; piantava bullette nei tacchi e cantava.
- Ciaba, come mai non
vi si secca la gola?
- Sarebbe troppo, caro
amico. Ho già asciutta un'altra cosa.
- Che cosa, ciaba?
- La tasca! La tasca!
Ora esco per vedere di rinfrescarla un pochino.
Faceva un fagotto
delle scarpe acconciate e le riportava di casa in casa. Chi pagava, chi no:
- Ciaba, abbiate
pazienza; tornate domani.
- È che allo stomaco
non posso dire: Torna domani!
Che fare intanto? Si
trattava di poveretti come lui. I signori non gli davano scarpe vecchie da
rabberciare, non gli ordinavano scarpe nuove col pretesto che non avrebbe
saputo contentarli.
La bambina che era nel
cestino davanti a la bottega, sorvegliata dalla donna intenta a far la calza o
a filare, appena scorgeva da lontano suo padre, batteva le manine, gli faceva
festa. Sapeva che egli non tornava mai a mani vuote per lei. Infatti, coi pochi
soldi guadagnati, innanzi tutto pensava a comprare qualche dolce o un giocattolino
da regalare alla bambina, e poi a un po' di spesa per tutti, spesso pochina.
Così, come suol dirsi,
sbarcava il lunario, felice di veder crescere di anno in anno la figliuola e di
vederla divenire sempre più bella e di modi tanto gentili da non sembrare
affatto una povera figlia di ciaba.
Ora le faccende di
casa le faceva tutte lei. Lei disfare e rifare i due lettini, quello del padre
e il suo; lei spazzare, rassettare le camerette del mezzanino sopra la bottega,
due gusci di ovo; lei lavare i panni, stirarli; lei preparare il desinare, e la
cena pure, quando c'entrava. E faceva tutto silenziosamente quasi fosse muta,
tanto che il vicinato cominciò a chiamarla: l'Uccellino che non canta. È vero
che il padre suppliva per lei.
Tirava gli spaghi e
cantava, batteva la suola e cantava, piantava bullette nei tacchi e cantava.
- E vostra figlia,
ciaba? Insegnate a cantare anche a lei.
- Canterà! Canterà!
- Quando, ciaba?
Quando?
- L'Uccellino che
non canta
Volerà su l'alta
pianta;
Farà il nido in
cima in cima...
- E poi?
- E poi?
Il ciabattino rideva,
sornione, e aggiungeva:
- Non più zitto
come prima!
Che se ne sapeva di
tutto questo nella capitale del regno? Per ciò il Re, la Regina, gli alti
personaggi di Corte erano angustiati per la grave malattia del Reuccio.
Dal giorno che il Re
gli aveva detto: - Reuccio, dovete sposare la figlia del Re di Levante, - il
Reuccio si era sentito prendere da un profondo senso di malinconia, e nemmeno
lui sapeva perché. Si aggirava per le stanze del palazzo reale, con le mani
dietro la schiena, con gli occhi che guardavano e non vedevano e parevano fissi
lontano lontano.
Il Re e la Regina gli
andavano dietro: - Reuccio, che vi sentite? - Reuccio, che desiderate?
- Non mi sento niente,
Maestà; non desidero niente!
Mangiava poco, dormiva
pochissimo, dimagriva a vista d'occhio. Dovette mettersi a letto perché non si
reggeva più in piedi. Il Re e la Regina insistevano: - Reuccio, che vi sentite?
- Reuccio, che desiderate?
- Non mi sento niente,
Maestà; non desidero niente!
Un giorno che pareva
dovesse spirare, tutt'a un tratto, disse:
- Voglio l'Uccellino
che non canta!
E non gli si poté
cavar altro di bocca.
Grande costernazione
nella Corte. Dove trovare l'Uccellino che non canta? Furono spediti valenti
cacciatori per tutti i boschi del regno con reti, retoni, retini, casotti da
paretaio. Altri ne partìrono volontariamente per tentar di guadagnarsi la
grande ricompensa promessa dal Re a colui che avrebbe acchiappato vivo e
portato a palazzo reale l'Uccellino che non canta.
Banditori a cavallo, a
suon di tromba, andavano di città in città, fin nei più remoti villaggi:
- Chi acchiappa vivo e
porta a palazzo reale l'Uccellino che non canta, sarà fatto Principe, e avrà un
castello e un dominio in regalo!
Allorché i banditori
arrivarono nel paesetto del ciaba, la gente, ridendo, gli disse:
- Ehi, ciaba! Avete
sentito? Che fortuna! Voi solo possedete l'Uccellino che non canta: mettetelo
in una gabbia e portatelo a palazzo reale. Sarete fatto Principe e avrete un
castello e un dominio in regalo!
Il ciaba rise anche
lui, e riprese a lavorare e a cantare... Chi gliel'aveva insegnata quella
canzonetta? Non se ne rammentava; gli era spuntata nella mente, come un fungo,
e non l'aveva dimenticata più.
Quella nottata non gli
riuscì di prender sonno; gli ronzava dentro la testa, come se qualcuno gliela
cantasse sottovoce là dentro:
L'Uccellino che non
canta
Volerà su l'alta
pianta;
Farà il nido in
cima in cima,
Non più zitto come
prima!
- E se si tratta del
mio Uccellino che non canta?
Rifletté un po', si
diè del matto, e uscì al solito, di buon'ora, in cerca di scarpe vecchie da
rabberciare. Tutti lo canzonavano:
- Ehi, ciaba! Che
fortuna! È vero che metterete in gabbia e porterete a palazzo reale il vostro
Uccellino che non canta?
Se lo sentì ripetere
tante volte, che una sera disse alla figlia:
- Questa notte
partiremo!
La ragazza non
domandò: - Per dove? Perché? - Indossò, come le aveva ordinato il padre, il
vestito nuovo, di mussola celeste con fiorellini rosei, che le stava tanto
bene, e a mezzanotte fu pronta.
Il ciaba volle partire
non visto da nessuno dei suoi compaesani.
Camminarono otto
giorni, sempre a piedi, riposandosi la notte in piena campagna, e giunsero alla
porta della capitale, stanchi e affamati perché l'ultimo giorno avevan finite
le scarse provviste.
Il ciaba non volle
perder tempo, e condusse la figlia davanti al portone del palazzo reale.
- Che cercate, bon
omo?
- Vorrei parlare con
Sua Maestà il Re.
- Tornate domani. Sua
Maestà oggi è occupata.
Quella guardia lo
aveva creduto matto. Ma il ciaba non si diè per vinto.
- È cosa d'urgenza. Ho
qui l'Uccellino che non canta.
Sentito che c'era un
pover'uomo con l'Uccellino che non canta, il Re si affrettò a dar ordine che lo
facessero salire su, e tutta la Corte fu sossopra, dalla gran curiosità di
vedere il fortunato mortale che era riuscito a prendere l'Uccellino che non
canta.
Il Re e la Regina,
visti entrare quei due che guardavano stralunati, domandarono ansiosamente:
- Dunque?...
Dunque?...
- Ecco qua, Maestà,
l'Uccellino che non canta!
Parve che nella gran
sala fosse scoppiato un tuono, tanto fu forte il grido d'indignazione del Re,
della Regina e di tutte le persone presenti.
Il ciaba e la figlia,
per ordine del Re, furono presi, legati e gettati in fondo a un carcere.
Soltanto per riguardo alla giovinezza della ragazza non vennero giustiziati là
per là.
Il Re e la Regina
entrarono nella camera del Reuccio.
- Reuccio, come vi
sentite?
- Reuccio, che
desiderate?
Il Reuccio stava col
capo abbandonato sui guanciali, mezzo trasognato, col viso infiammato dalla
febbre, credette il Re; con la mente in delirio, credette la Regina.
Balbettava:
- L'hanno già preso!
L'hanno messo nella gabbia!
E sorrideva, beato.
- Tra giorni l'avrò
qui l'Uccellino che non canta! L'hanno già preso! L'hanno messo nella gabbia!
Il Re e la Regina si
sentivano spezzare il cuore.
Intanto il povero
ciaba si struggeva in lacrime nel fetido carcere dov'era stato rinchiuso
insieme con la figlia. Questa però se ne stava seduta in un cantuccio, zitta,
come se niente fosse stato. Il carceriere era stupito del contegno di lei. E
disse al padre:
- Chi vi accecò da
farvi beffe del Re?
-
Volevano... - i singhiozzi gli impedivano la parola. - Volevano l'Uccellino...
l'Uccellino che non canta, e... l'Uccellino che non canta... è questa qui!
Il carceriere si
presentò al Re:
- Maestà, o quell'omo è
pazzo, o dice la verità. Egli giura e spergiura che sua figlia si chiama
l'Uccellino che non canta!
Il Re rimase sconvolto
da questa notizia, e ne mise a parte la Regina.
- Che, Maestà? Voi
permettereste che il Reuccio sposasse quel verme di terra?
- È bella, si chiama
l'Uccellino che non canta, e può dare la salute e la vita al nostro figliuolo.
Almeno proviamo: facciamogliela vedere!... Se si ottiene...
La Regina non lo
lasciò finire e gli voltò le spalle.
Il Re pensò:
- La notte porta
consiglio.
E andò a letto,
risoluto di prendere una decisione domani. La mattina, appena alzatosi, fece
chiamare il carceriere.
- Maestà - disse
questi. - Il vostro ordine è stato subito eseguito: strozzati tutti e due,
padre e figlia!
Nello stesso momento
si udirono pianti e grida per tutta la reggia.
- Il Reuccio è morto!
Il Reuccio è morto!
- Ah, donna
scellerata! - urlò il Re, comprendendo che l'ordine di morte era stato dato
dalla Regina.
E se non. l'avessero
trattenuto, l'avrebbe passata da parte a parte con la spada furiosamente cavata
dal fodero. La uccise in poco tempo il rimorso di aver cagionato, con un impeto
di stolta superbia, la morte del figlio.
Il Re volle che nella
stessa tomba del Reuccio fosse pure seppellito l'Uccellino che non canta.
- Non han potuto essere
uniti da vivi, saranno uniti, e per sempre, da morti!
Ma doveva avverarsi la
canzone del ciaba:
L'Uccellino che non
canta
Volerà su l'alta
pianta;
Farà il nido in
cima in cima,
Non più zitto come
prima!
Mentre si celebravano i funerali, ecco una vecchietta che si fa largo
tra la folla, gridando:- Maestà! Maestà!
Non riuscirono a
trattenerla, finché non giunse al cospetto del Re.
- Che fate, Maestà?
Non sono morti, dormono!
Infatti i due cadaveri
sembravano proprio addormentati.
- Reuccio, su!
Uccellino che non canta, su!
E furono visti
rizzarsi, strofinandosi gli occhi, come chi è ancora mezzo insonnolito.
Quella vecchietta era
la donna che aveva custodito, bambina, l'Uccellino che non canta. La ragazza la
riconobbe e voleva abbracciarla; ma essa - una Fata! - diè un bagliore di luce
vivissima e sparve nell'aria.
E il ciaba? Si destò
anche lui, strofinandosi gli occhi, come chi è ancora mezzo insonnolito. Venne
ad annunciarlo il carceriere tutto spaventato del fatto.
Il Re unì le mani del
Reuccio e dell'Uccellino che non canta, e disse:
- Siete marito e
moglie!
E il ciaba fu fatto
Principe ed ebbe in regalo un castello.
Vissero tutti
felici e contenti...
E c'è chi tira la
vita coi denti!
C'era una volta un
contadino che aveva due bambini. Al primo aveva messo nome Zappa e all'altro
Falce. La gente gli diceva:
- Zappa? Falce? Ma son
nomi da donna!
- Il nome non vuol dir
niente. A me basta che mi intendano quando li chiamo. Ecco: Falce!
E il ragazzo, che
aveva appena dieci anni, accorreva:
- Babbo, che vuoi?
- Ecco: Zappa!
E l'altro ragazzo, che
aveva dodici anni, accorreva:
- Babbo, che vuoi?
La gente rideva di
quella stranezza; ma il contadino, sornione, esclama:
- Rido meglio io,
quand'è la stagione.
Infatti, quando era il
mese in cui bisognava zappare il terreno per preparare la seminagione, il
contadino si sedeva su un gran sasso davanti a la porta della sua rustica
casetta, e gridava:
- Zappa, all'opra!
Zappa!
E il ragazzo
cominciava a far l'atto di zappare, alzando e abbassando le braccia, quasi
avesse in mano il manico dell'arnese di cui portava il nome: e le zolle gli si
sollevavano, gli si rivoltavano davanti meglio assai di come sarebbero state
sollevate e rivoltate dalle zappe di una dozzina di uomini. In meno di un'ora,
il campo era bell'e preparato.
La gente si
meravigliava.
- Compare, avete
lavorato tutta la nottata?
- Badate ai fatti
vostri.
Il seminato era già
maturo. Le spighe, ripiene di chicchi di grano, piegavano la testa.
- Compare, avete
bisogno di mietitori?
- Grazie! Faccio da
me.
Il contadino, una
mattina, si sedeva su un gran sasso davanti a la porta della sua rustica
casetta, e gridava:- Falce, all'opra! Falce!
E l'altro ragazzo
cominciava a far l'atto di mietere, movendo le braccia quasi avesse in pugno il
manico dell'arnese di cui portava il nome; e il seminato gli si abbatteva
davanti, di qua e di là, meglio assai di come sarebbe potuto accadere per opera
di una dozzina di mietitori.
La gente si
meravigliava:
- Compare, avete
lavorato tutta la nottata?
- Badate ai fatti
vostri.
Come mai quell'uomo
riusciva a far tutto da sé? I due ragazzi non potevano dargli nessuna mano di
aiuto, anche perché erano gracili e delicati da non sembrare contadini.
La cosa giunse all'orecchio
del Re che diè ordine gli conducessero davanti quell'uomo e i suoi due figli.
- Dimmi (e non
mentire; ci va della tua testa!) in che modo tu riesci a coltivare il tuo campo
da te?
- Maestà, con zappa e
falce si fa tutto in campagna. Ma tu, a quel che ne so, non hai né zappa né
falce. Questi è Zappa, e questi è Falce.
E indicò i due
ragazzi, accarezzandone con le mani le teste. Se :non che, sbadatamente, indicò
Falce per Zappa e Zappa per Falce.
Il Re si sentì
canzonato. Pure frenando lo sdegno domandò:
- E come fai per
adoperarle?
Dico: Zappa, all'opra!
Zappa! Dico: Falce, all'opra! Falce!
- Bene. Tu intanto vai
in carcere finché non avrò fatto la prova. I ragazzi li tengo qui, nel palazzo
reale.
Il contadino si lasciò
condurre in carcere, come se nulla fosse stato; e i ragazzi si misero a fare il
chiasso col Reuccio e con la Reginotta, che avevano la stessa età di loro.
Il Re una mattina fece
scendere in giardino il Reuccio, la Reginotta e i due fratelli Zappa e Falce,
che il Reuccio e la Reginotta volevano sempre con loro. Il Re disse a questi:
- Attenti! Vedrete un
portento! Zappa, all'opra! Zappa! Falce, all'opra, Falce!
Come se avesse parlato
al muro! Falce non si mosse; Zappa non voltò neppure la testa! Il Reuccio e la
Reginotta si misero a ridere vedendo la faccia delusa del Re.
Uno dei Ministri, per
ordine del Re, andò dai contadino che se ne stava sereno in carcere, in attesa
di essere liberato.
- Sua Maestà ha
ordinato ai tuoi figli: Zappa, all'opra! Zappa! Falce, all'opra! Falce! Ed essi
son rimasti tranquilli come se non avesse parlato a loro.
- Gli ordini devo
darli io. Mi faccia sapere Sua Maestà se ha bisogno di Zappa o di Falce, ed io
lo servirò subito.
- Di Falce.
E, intanto, ingannato
dall'indicazione sbagliata del contadino, aveva messo Zappa davanti a una stesa
di fieno da mietere. Si udì dal carcere il grido: Falce, all'opra! Falce!
E che si vide? Zappa
rimase inerte, con le braccia penzoloni, e Falce che agitava le sue e abbatteva
nel giardino reale tutto quel che gli si presentava davanti: fiori, piante,
alberetti, alberi, ogni cosa; una vera distruzione! Il Reuccio e la Reginotta
scapparono, gridando, atterriti.
Il Re credé che ciò
fosse avvenuto per malignità del contadino, e gli mandò a dire con uno dei
Ministri:
- Domani sarai
impiccato.
- Grazie tante! -
rispose il contadino.
- La prendi in
burletta? Domani sarai impiccato.
- Eccellenza, quel che
fa Sua Maestà è sempre ben fatto. Per ciò ripeto: Grazie tante!
- Dei figli non ti dài
pensiero? Avessero almeno la mamma! Tua moglie è morta da un pezzo?
- Non ho avuto mai
moglie, Eccellenza!
- E quei due ragazzi
dunque?...
- Li ho trovati in una
cesta dietro l'uscio. Chi sa di chi sono? Se Sua Maestà li vuole, glieli
regalo.
Il Re disse:
- Costui è matto!
E ordinò che lo
mettessero in libertà.
- Prima di uscire di
qui, devo parlare col Re.
- Verrai al palazzo
reale.
- Prima di uscire di
qui, devo parlare col Re.
Vista l'ostinatezza
del contadino, il Re andò al carcere. Che poteva voler dirgli quel matto?
- Maestà, quei due
ragazzi non sono uomini vivi.
Il Re si mise a
ridere.
- Ecco questi due
oggettini di argento: una zappa e una falce. Per farvi obbedire da essi, prima
di dare un ordine: «Zappa, all'opra! Zappa! Falce, all'opra! Falce!» bisogna
prendere in mano uno di questi arnesi: se no, quelli non si muovono.
Il Re, credendo che
tutto questo fosse una stranezza da matto, si mise a ridere più forte.
- E chi li ha fatti
quei fantocci, giacché non sono uomini vivi?
- Li ha fatti il Mago,
mio padrone. Egli è morto e son rimasti a me.
Il Re allora volle far
la prova. Mandò a chiamare Zappa e Falce, e ordinò:
- Zappa, all'opra!
Zappa!
Zappa non si mosse.
- Falce, all'opra!
Falce!
Falce non si mosse.
Presa poi in mano la
zappettina d'argento, tornò ad ordinare:
- Zappa, all'opra!
Zappa!
E fu una meraviglia.
Il ragazzo cominciò ad alzare e abbassare le braccia quasi avesse in mano il
manico dell'arnese di cui portava il nome, e in men che non si dica il suolo di
quella stanza fu sossopra. Il Re non sapeva dove riguardarsi i piedi.
- E per farlo
smettere? - domandò.
- Lasciate andare la
zappetta d'argento.
Infatti, tutt'a un
tratto, Zappa cessò di lavorare. Non occorse far la prova con Falce.
Visto che quel
contadino non era un matto, il Re gli disse: - Chiedi quel che vuoi; e ti sarà
concesso.
- Non chiedo niente.
Me ne vado dal mio padrone.
Si allungò, ondeggiò
quasi fosse stato di fumo e dileguò dalla grata del finestrino del carcere.
Il Re si convinse che
il Mago era lui, il contadino. E tornato a palazzo reale fece un decreto:
- Chi vuole Zappa, chi
vuole Falce, faccia richiesta al Re: gli saranno concessi.
Voleva che coloro che
avevano campi da zappare e da falciare godessero di quel benefizio.
Da principio la gente
diffidò, quantunque vedesse coi propri occhi il portentoso lavoro di Zappa e di
Falce. Poi uno, poi due, poi dieci, venti proprietari di campi si decisero; si
contendevano Zappa, si contendevano Falce, secondo le stagioni. E i poveri
zappatori, i poveri mietitori trovavano a stento da lavorare perché Zappa e
Falce facevano meglio e più presto di loro. Nacquero dei tumulti.
- Morte a Zappa! Morte
a Falce!
E una mattina, cerca e
chiama: - Zappa, o Zappa! Falce, o Falce! - i due fratelli erano spariti, non
si seppe mai come, né dove. Ma la fiaba dice:
Zappa e Falce
torneranno
Zapperanno e
falceranno;
Falceranno,
zapperanno
Tutto l'anno!
C'era una volta un
Principe che aveva una figlia bellissima, diventata muta tutt'a un tratto, dopo
un gran spavento. Le si era paralizzata la lingua e il padre avea tentato
inutilmente tutti i mezzi per farle riacquistar la parola. La Principessina, da
prima, aveva pianto notte e giorno per quella disgrazia. Fino a otto anni, era
stata la delizia dei parenti, degli amici con la fanciullesca parlantina e con
la vocina da usignolo quando si divertiva a cantare. Ora faceva pena a vederla
rispondere coi gesti, con gli sguardi, con una specie di mugolio talvolta.
A poco a poco, però,
si era rassegnata; e raramente si spazientiva quando non riusciva subito a
farsi capire.
Per distrarsi, passava
le giornate nel giardino del palazzo paterno, cogliendo fiori, facendone mazzi
e corone che erano un portento per l'intreccio dei colori, coltivando le piante
che il Principe faceva venire da lontani paesi, a fine di procurarle
distrazioni sempre diverse.
Non c'era giorno che
non arrivassero nuove piante, o nuovi rami, o nuovi bulbi di fiori. La
Principessina non voleva che il giardiniere vi mettesse le mani. Lei sceglieva
i vasi, lei preparava il terriccio, lei coltivava le aiuole. Non aveva altro
svago.
Ed ecco che un giorno
giunge, non si sapeva da chi mandata né da qual paese, una cesta con dentro un
rustico vasettino di terracotta dov'era una piantina che aveva messo soltanto
le prime foglie. La Principessina fu presa da sùbita simpatia per questa
pianticella le cui foglie non somigliavano a nessuna di quelle delle moltissime
piante da lei possedute. Avevano il colore e la trasparenza dello smeraldo,
fine, dentellate. La sera, dopo il tramonto del sole, si accartocciavano, e la
mattina, allo spuntar dell'aurora, si distendevano a poco a poco, quasi si
svegliassero e si stirassero deliziosamente; proprio come faceva lei appena
saltata giù dal letto.
Era già cresciuta una
spanna, con parecchi rami e foglioline fitte fitte. Alla Principessina parve
che dovesse ormai trovarsi a disagio nel vasetto di terracotta con tanta poca
terra; e una mattina, preparando un bel vaso di maiolica, da sostituire a
quello, ella cominciò a parlare interiormente con la pianticina, quasi la
reputasse una creatura vivente:
- Ora ti trapianterò
in questo bel vaso; vi starai meglio, crescerai più presto e presto fiorirai.
Farai magnifici fiori, è vero? Vedi come ti rimescolo la terra? Frolla frolla,
perché l'aria vi circoli, e l'acqua la inzuppi bene.
Edicendo preparava il
vaso di maiolica e, di tratto in tratto, guardava, sorridendo, la pianticina
che distendeva le sue foglie per godersi la luce. Aveva fatto nel centro del
vaso una buca per poter incastrare nel terriccio quello dell'altro vasettino di
terracotta che ella stava per spezzare, quando le parve che la pianticina le
dicesse sottovoce:
- Lasciami star qui!
Lasciami star qui!
- Perché? - domandò
mentalmente, punto maravigliata di sentirla parlare.
- Perché! Lasciami
star qui!
Da quel giorno in poi
la Principessina fu vista rimanere ore e ore davanti a quella pianticina, in
grandissima ammirazione, pareva; e suo padre, che spesso la sorvegliava di
nascosto, notò che la povera muta faceva gesti, mosse e prendeva atteggiamenti
di persona che stesse a conversare con qualcuno, quantunque non articolasse
sillaba, né mandasse fuori neppure un mugolio.
- Quella pianta - egli
pensò - deve emanare effluvi cattivi, che possono turbare la ragione della
Principessa! Non ha mai fatto niente di simile con tante altre non meno belle
né meno rare di questa.
E ordinò al
giardiniere:
- Questa notte, prendi
quel vasetto e buttalo con tutta la pianta fuor del muro di cinta del giardino.
Nella nottata, il
Principe sentì gridare: Ahi! Ahi! Ahi!
Accorse, e trovò il
giardiniere che si contorceva con le mani bruciate quasi avesse toccato carboni
ardenti.
- Che è stato?
- Quel maledetto vaso,
Eccellenza! Ahi! Ahi!
Il vaso era cascato
per terra e si era incrinato; per fortuna la pianticina non aveva sofferto.
- Rimettilo a posto...
- ordinò il Principe.
- Fossi matto,
Eccellenza! Non vede le mie mani? Ahi! Ahi!
Il Principe si chinò, prese con un po' di
cautela il vasetto e lo rimise su lo zoccolo di marmo dov'era. Non sentì
bruciore, né niente. E la mattina, stette a osservare la Principessina,
nascosto dietro un albero, appena ella scese in giardino. Faceva gesti, mosse,
sorrisi, quasi la piantina le raccontasse quel che le era accaduto nella
nottata, e sùbito si mise a ridere a ridere, a batter le mani, contenta,
soddisfatta. Pareva che dicesse:
- Ben gli stia! Ben
gli stia!
Il Principe era maravigliato
e nello stesso tempo atterrito.
- Ah! Quella pianta
doveva certamente emanare cattivi influssi da turbar la ragione della povera
Principessina! Bisognava distruggerla, a ogni costo.
Pensa e ripensa, non
trovò altro di meglio che andar a consultar un vecchio Stregone a cui tutti
ricorrevano, anche da paesi lontani. Non sapeva come chiamarlo. Mago? Stregone?
Per non offenderlo, si risolse a chiamarlo: Nonno. Era vecchio, vecchissimo, e
taluni affermavano che aveva mille anni!
- Non sono tuo Nonno;
dovresti saperlo!
Alla brusca
interruzione, il Principe mutò tono.
- Mago, buon Mago, vi
prego...
- Non sono Mago;
lascia andare! ...
- Stregone, potente
Stregone...
- Non sono Stregone!
Tu chiacchieri troppo! Dimmi, alla spiccia, quel che desideri.
- Questo, questo e
questo.
Ed espose minutamente
ogni cosa. Infine, bisognava distruggere quella malefica pianta!
- Ho inteso! Ho
inteso! Manderò Ròsica-Ròsica. Lascialo fare.
- Chi è Ròsica-Ròsica?
- È un verme nero,
peloso, con cento gambe, grosso quanto il tuo mignolo. Lascialo fare. Dàgli
tempo otto giorni.
Infatti il Principe si
accorse del lavoro di Ròsica-Ròsica fin dalla mattina dopo. Se non che aveva
cominciato a rodere dalla parte del giardino opposta a quella dove si trovava
la malefica pianta. Il giardiniere era desolato di quella distruzione di
piante, di fiori, di aiuole. D'onde passava la bocca divoratrice di
Ròsica-Ròsica, foglie, cesti, tralci, sparivano!
Un giorno, due giorni,
tre giorni; non c'era verso di arrestare la potenza devastatrice di quel bruco
nero, peloso, con cento gambe, che si aggricciava, si stendeva, si sollevava ad
arco, e rodeva, rodeva, senza fermarsi mai! La Principessina vedeva quella
desolazione; ma sembrava che non se ne rattristasse e che non temesse niente
per la sua cara pianticina. Stava, al solito, seduta accanto allo zoccolo di
marmo su cui il vaso di essa era posto, e, dopo di averla ripulita, scalzata,
annaffiata - era possibile? il Principe ci perdeva la testa! - ricominciava a
far brevi gesti, mossettine, e prendeva atteggiamenti di persona che stesse a
conversare con qualcuno, quantunque non articolasse sillaba, né mandasse fuori
neppure un mugolio.
Siccome ella era muta,
sì, ma non sorda, il Principe un giorno uscì dal suo nascondiglio, e, a
bruciapelo, le domandò:- Figliuola mia, con chi tu parli?
La Principessina fece
un gesto negativo con la testa e con le labbra.
- E non ti piange il
cuore davanti alla distruzione di tante tue belle piante, di tanti magnifici
fiori?
La Principessina fece
una spallucciata da indifferente, come se tutte quelle belle piante, tutti quei
magnifici fiori, già coltivati con le sue mani, non la riguardassero punto.Il
Principe stava per dirle:
- Ma Ròsica-Ròsica
arriverà anche qui, su la tua pianta!
Tacque, per non
anticiparle questo dolore. Quella sera, la Principessina assistette,
sorridendo, all'addormentarsi della pianta che accartocciava le foglie di mano
in mano che la luce mancava, e, più tardi, se n'andò a dormire tranquillamente
anche lei.
All'alba, il Principe
scese in giardino per accertarsi se Ròsica-Ròsica avesse distrutto la piantina
maledetta. Trovò Ròsica-Ròsica che girava torno torno su l'orlo del vasetto,
allungava il collo, inarcava il dorso, ma non osava di intaccare neppure una
foglia. All'ultimo si lasciò cascar giù e, allungandosi e accorciandosi
frettolosamente, si allontanò e disparve.
In quel momento, il
Principe, se avesse avuto tra le mani lo Stregone, lo avrebbe strozzato! Tutto
quel guasto del giardino se lo sentiva nel cuore. E andò a lagnarsi di
Ròsica-Ròsica.
- Mi ha distrutto il
giardino, lasciando intatta la pianta per cui era mandato.
- Povero
Ròsica-Ròsica! È morto d'indigestione!
- E quella pianticina,
dunque?...
- È rimasta sola
sola:
È la pianta della
parola,
Non ha lingua, non
ha denti,
Il Principe non poté
capire le ultime parole che lo Stregone biascicò tra gli ispidi baffi e la
barba; e tentò invano di ottenere qualche altra risposta. Arrabbiatissimo,
mulinava per istrada quel che avrebbe dovuto fare appena arrivato a casa. Gli
pareva che quella pianta gli avesse quasi rubata la figlia, tanto stava
occupata da mattina a sera con essa! Non badava ad altro che a ripulirla dalle
foglie secche, a scalzarle il terriccio attorno al tronco, a innaffiarla, a
ripararla dal sole nelle ore calde, e poi, là, seduta accanto allo zoccolo di
marmo su cui il vaso era posato, a far gesti, mosse, sorrisi, risate come una
matta, quasi parlasse con qualcuno invisibile. Era davvero la pianta, già
venuta su prosperosa con quelle foglie verdi e trasparenti come lo smeraldo,
fine, dentellate, e che non somigliavano affatto a quelle di nessun'altra
pianta; era, dunque, la pianta che ragionava con lei, la pianta della parola,
secondo il detto dello Stregone?
Sarebbe andato
difilato nel giardino se non avesse trovato al portone due signori che
desideravano parlare con lui. Venivano da parte di un Principe di sangue reale,
che chiedeva pel giovane suo figlio la mano della Principessina.
- Disgraziatamente, è
muta!
- Il giovane lo sa; e
dice: Meglio così!
Il Principe volle
interrogare sùbito la figlia.
La Principessina non
lo lasciò neppure finir di parlare, e coi gesti, e con gli sguardi, con le
mosse di tutta la persona, con lunghi mugolii di sdegno gli fece intendere:-
No! No! No!
Al Principe scappò la
pazienza. Si slanciò contro la pianta, l'afferrò per la cima con le due mani e
cominciò a sbattere il vaso per terra.
- Babbo, che fai?
Babbo, che fai?
La Principessina,
dallo spavento, avea ricuperata la parola; e urlava, tentando di trattenere le
braccia del padre.
Il vaso di terracotta
era andato in frantumi, ma le radici della pianta si allungavano, si
dilatavano; i rami e le foglie prendevano forma di vestiti. Da li a poco, il
Principe si trovò a stringere nei pugni i capelli d'oro di un bel giovane, il
quale si rizzava in piedi, e, lasciato libero, faceva, sorridendo, un
gentilissimo inchino alla Principessina e le baciava una mano.
- Sai, babbo? Sai?...
La Principessina
pareva che volesse rifarsi tutta in una volta di tanti anni di mutismo.
- Sai, babbo? Sai?...
E raccontava,
interrompendosi con quel: «Sai, babbo? Sai?» in che modo il bel giovane, che
era Principe anch'esso, saputa la disgrazia di lei, se n'era profondamente
addolorato; e aveva chiesto alla Fata sua madrina... «Sai, babbo? Sai?». E il
Principe si era rassegnato ad esser cambiato in pianta per riuscire a guarirla
dalla mutezza... «Sai, babbo? Sai?» Non sapeva frenarsi; parlava, parlava,
parlava; e pareva che ogni sua parola fosse un sorriso, uno scoppio luminoso.
Si sposarono e furono
felici.
Larga la foglia,
stretta la via,
Dite la vostra, ho
detto la mia.
C'era una volta una
vecchina piena di malanni da essere ridotta a chieder l'elemosina, se non
voleva morir di fame. In:fatti ogni giorno, coperta d' miseri cenò che erano
tutta la sua ricchezza, andava per le vie, curva, reggendosi a un bastone, e
con voce fievole e lamentosa, diceva:
- Fate la carità a una
povera vecchia! Fate la carità!
Picchiava alle porte
delle case, si fermava davanti ai negozi e alle botteghe, stendeva la mano ai
passanti, e raccoglieva tanto da sostentarsi uno o due giorni.
Accettava tutto: fette
di pane, pezzetti di cacio, frutta, erbe, un pugno di noci, o di fave, o di
lenticchie; ogni cosa. Ma se qualcuno, credendo di far meglio, voleva darle un
soldo, la vecchina rispondeva:
- Questo no; grazie!
Non posso accettarlo.
- Perché? Non è mica
falso.
- Perché!
Non aggiungeva altro;
e si allontanava quasi quel soldo le mettesse paura.
Il fatto era strano,
che parecchi insistevano a posta per farglielo prendere, o avere almeno la
spiegazione del costante rifiuto.
- Perché? Non è mica
falso.
- Perché!
Nessuno aveva potuto strapparle mai una risposta diversa. Quando aveva
fatto la sua piccola raccolta, tornava a casa (se si poteva dir casa il tugurio
dove abitava), chiudeva la porta, e non usciva fuori fino al giorno dopo.
Sembrava che volesse evitare la luce e l'aria.
Inutilmente, nelle
belle giornate, la facciata e il tetto del tugurio erano inondati di sole. Le
vicine si mettevano a lavorare, a chiacchierare, a preparare nella via, su
fornellini di creta, il desinaretto delle loro famiglie; e non sapevano
persuadersi come mai la vecchina non sentisse il bisogno di ristorarsi col buon
tepore che non costava niente, mentre l'umido di quella specie di tana e il
tanfo di rinchiuso dovevano agghiacciarle il corpo e mozzarle il fiato.
I ragazzi, istigati
anche dalle mamme, andavano a picchiare alla sua porta:
- Comare! O comare!
E non ricevevano
nessuna risposta, come se là dentro non ci fosse anima viva. Eppure l'avevano
vista rientrare, curva, appoggiata al bastone, col grembiule ricolmo della
carità ricevuta.
- Comare! O comare! Uscite
a godervi questa occhiata di sole!
E picchiavano più
forte, armati di sassi. Ma non ricevevano nessuna risposta; come se là dentro
non ci fosse anima viva.
La curiosità delle
vicine diveniva più intensa nelle giornate che la vecchia rimaneva tappata in
casa, perché il giorno avanti aveva raccolto tanto da non sentir bisogno di
ritornare a chiedere l'elemosina.
Andavano a picchiare
alla porta del tugurio.
- Comare! O comare! Vi
sentite male? Vi occorre qualcosa?
E si allontanavano
indispettite contro la vecchiaccia che non si curava di loro e non rispondeva
neppure: Grazie! come, almeno, avrebbe dovuto.
La mattina dopo,
vedendola uscire coperta dei soliti miseri cenci, curva, appoggiata al bastone,
la rimproveravano:
- Ieri vi abbiamo
chiamata più volte, credendo che steste male!
- Ho l'udito duro,
molto duro.
- Ora però sentite
bene.
- Sento e non
sento,
Parole al vento!
- Che intendete dire?
- Niente... Fate la
carità a una povera vecchia! Fate la carità!
E andava via curva,
appoggiandosi al bastone, lasciando le comari più curiose e più deluse di
prima.
Nessuno sapeva chi
fosse né donde fosse venuta. Anni addietro l'avevano vista comparire con
indosso gli stessi stracci, curva, appoggiata al bastone, coi capelli bianchi e
la faccia piena di rughe. Ed era rimasta tale e quale, quasi gli anni non le si
aggravassero su le spalle, e i guai e la miseria non avessero presa su di lei.
Ciò contribuiva ad
accrescere la curiosità delle vicine. Parecchie di esse, che all'arrivo della
vecchia erano bambine, con le vesti corte e le trecce dietro le spalle, ora non
si sapevano dar pace di vedersi coi capelli bianchi, col viso pieno di grinze,
con pochi denti in bocca, mentre colei, in tanti anni, non aveva fatto nessun
cambiamento.
- Comare, che
adoperate per mantenervi così?
- Adopro un po' di...
E le ultime parole le
morivano su le labbra.
- Come avete detto,
comare? Adopro un po' di...
E le ultime parole,
quasi lo facesse a posta, le morivano su le labbra.
Una, rabbiosa di
vedersi più vecchia assai di quella, quantunque avesse molti anni di meno,
disse alle altre:
- Costei deve
possedere chi sa che polveri o unguenti per preservarsi di invecchiare. Non può
essere diversamente.
- È vero! È vero! -
risposero le altre.
- Scassiniamo la sua
porta mentre essa va attorno a chiedere l'elemosina, e prendiamoci un po' delle
polveri, o degli unguenti che troveremo là dentro.
Non ebbero bisogno di
scassinare la porta. Quella mattina, caso insolito, la vecchia aveva
dimenticato la chiave nella serratura, e le più ardite poterono penetrare nel
tugurio, mentre tre di esse stavano, in vedetta, alla cantonata, per avvertirle
della comparsa della vecchia in fondo alla via.
Là dentro invece di
tanfo, odore delicato, acutissimo, che dava alla testa; invece di umido, tepore
che produceva una dolce sensazione di benessere. Pareti coperte di muschi che
le faceva:no apparire vellutate; pavimento con uno strato di paglia trita, dove
i piedi affondavano deliziosamente, e non una seggiola, :non un tavolino, non
un letto. In un angolo, per terra, due piatti di stagno e due brocchette di
vetro con dentro un liquore che, certamente, non era vino, quantunque ne avesse
l'apparenza.
- Gustalo prima tu!
- No, tu: io lo
assaggio dopo.
- Lasciate fare a me.
E la terza ne bevve un
sorsettino.
- Delizioso!
Si leccava le labbra.
Allora bevvero anche le altre. Provarono uno stordimento, un'eccitazione, un
senso di leggerezza e si sentirono trasportate attorno, per aria, mandando
fuori un ronzio simile a quello delle mosche; sbattevano le teste alle pareti,
alla volta, come le mosche sui vetri chiusi di una finestra, e non trovavano
l'uscita. Finalmente parvero buttate fuori per le spalle; la porta si richiuse
dietro ad esse.
Accorsero quelle che
stavano alla vedetta.
- Dunque?
- Dunque che cosa?
- Avete trovato?
- Che dovevamo
trovare? Vi fate beffa di noi? Voialtre, invece!
Non ricordavano niente
e si accapigliarono dandosi schiaffi, pugni, graffi, strappate ai capelli,
senza che nessuna di loro capisse perché. All'ultimo si guardarono in viso,
scoppiarono a ridere, e tutte fecero lo stesso gesto portando l'indice, ritto,
davanti alla punta del naso; avevano visto comparire la vecchia in fondo alla
via. Veniva curva, appoggiandosi con una mano al bastone, e reggendo con l'altra
il grembiule straordinariamente ripieno di roba.
- Ah! Quanto ben di
Dio! - le disse una delle vicine.
- Ve lo mangerete da
sola, comaruccia? - soggiunse un'altra.
- Ne dò a chi non ne
vuole; a chi ne vuole no.
- Io non ne voglio!
- E neppure io!
- Io nemmeno!
Intanto le si
affollavano attorno stendendo le mani.
- Giacché non ne
volete...
E la vecchia fece due
passi in avanti.
- Ne vogliamo! Ne
vogliamo!
- Ma io vi ho detto: A
chi ne vuole, no!
E la vecchia fece
altri due passi in avanti. Sembrava di buon umore quella mattina; mai si era
fermata a ragionare a lungo con loro.
- Via! - disse. - Ne
darò a chi ne vuole e a chi non ne vuole.
Buttò il bastone per
terra e con la mano rimasta libera cominciò a frugare nel grembiule,
mormorando:
- Se ne vuoi o non
ne vuoi,
Bada meglio ai
fatti tuoi...
Questo è per te...
- Se ne vuoi o non
ne vuoi,
Bada meglio ai
fatti tuoi...
Questo è per te...
Distribuiva gingilli,
confetti, biscotti, pasticcini.
- Se ne vuoi o non
ne vuoi,
Bada meglio ai
fatti tuoi...
Questo è per te, ed è l'ultimo. Ora lasciatemi passare.
Appena la vecchia
disparve, le vicine cominciarono a bisticciarsi: - Fammi vedere! - Non toccare!
- È meglio il mio! Puah! - Sarà bello il tuo!
Ma, mentre parlavano e
si davano spintoni, gli oggetti, regalati dalla vecchia a ognuna di esse,
mutarono di colore, s'afflosciavano, si liquefacevano, sparirono lasciando un
po' di untume che macchiava di nero i polpastrelli delle dita; e le donne si
sentirono spinte ad avanzarsi a vicenda:
- Bada meglio ai fatti
tuoi!
- Lo dici a me? Bada
meglio al tuoi piuttosto!
- Che vorresti dire?
Piuttosto al tuoi!
- Io non m'impiccio
dei fatti altrui.
- E neppur io, se vuoi
saperlo!
Poco mancò che non
riprendessero ad accapigliarsi.
Non sapevano darsi
pace che la vecchia le avesse canzonate a quel modo; intanto cominciarono a
sentirne un po' di paura.
E se i ragazzi -
perché ormai ci avevano preso gusto - andavano a picchiare coi sassi alla porta
di lei: - Comare! O comare! - li sgridavano:
- Lasciatela
tranquilla, poverina!
Alcune pensarono,
senza esservi nessun accordo, ognuna per conto suo:
- Bisogna
ingraziarsela, con qualche servizio.
La mattina dopo, due
di esse s'incontrarono davanti alla porta della vecchia, prima che essa venisse
fuori per l'elemosina. Si guardarono in cagnesco.
- Che siete venuta qui
a fare, comaretta?
- Quel che vorreste
fare anche voi, comarina!
- Io, niente!
- Niente pure io.
- Me ne vado.
- Io resto.
- Allora resto
anch'io.
- Se è... per la
vecchia, mettiamoci d'accordo.
- Mettiamoci
d'accordo. Io volevo proporle...
- Precisamente, quel
che volevo proporle io.
- Se non ho ancora
detto...
- Vi ho capita a
volo!...
Ma quando la vecchia
aperse la porta, le due donne si trassero di lato e non osarono di dirle
neppure: - Buon giorno, comare!
- Come siamo sciocche!
- esclamò una di esse. - Che deve importarci della vecchia?
- Dite bene, comare;
che deve importarcene?
- Certe volte,
intanto, costei mi fa pietà.
- La colpa è sua; vive
come un'orsa in quella tanaccia!
- Volevo dirle: Se
avete bisogno di qualcosa...
- Le stesse parole
volevo dirle io.
- Non voglio più
pensarci!
- Non voglio più
pensarci!
Ma la mattina dopo
erano quattro davanti a la porta.
- Non avete niente da
fare, comare?
- E voi? Così
mattiniera qui?
- Per godermi il
fresco prima che si levi il sole.
- Io pure!
- Io pure!
- Io pure!
- La vecchia è già
andata fuori?
- Chi si occupa della
vecchia? Ho ben altro da fare!
- Tornate a casa?
- Vi lascio libero il
posto.
- A me? Non so che
farmene!
Si rispondevano
invelenite dalla stizza di vedere che tutte e quattro avevano avuto la stessa
idea: d'ingraziarsi la vecchia, quasi ciascuna credesse che le altre agivano
per farle dispetto.
Ma quando la vecchia
aperse la porta, tutte e quattro si ritrassero di lato, e non osarono di dirle
neppure: - Buon giorno, comare!
La curiosità
dell'intero vicinato giunse al colmo allorché si seppe che la vecchia riceveva
umilmente qualunque cosa in elemosina, ma rifiutava, quasi con sdegno, di
prendere un soldo. La donna che aveva la casa poco distante dal tugurio della
vecchia, un giorno la fermò mentre tornava col grembiule pieno zeppo di cose di
ogni genere: pane, cacio, frutta, fagiuoli, ceci, lenticchie.
- Scusate, comare, è
vero che voi non accettate mai un soldo per elemosina? Perché, comare?
- I soldi non si
mangiano.
- Ma servono a far
comprare cose che si mangiano.
- Eh? Non ne ho
bisogno. Guardate...
E mostrò il grembiule
così ricolmo che lo reggeva a stento per le cocche.
- Se ne volete,
servitevi.
Alla donna non parve
vero di riempirsi il grembiule, afferrando alla rinfusa quel che capitava; e,
com'ella prendeva a piene mani, il grembiule della vecchia tornava ad essere
ricolmo quasi più di prima.
La donna rimase
trasecolata. Il suo grembiule pesava, pesava, da non poter reggerlo più.
Infatti, avanti di varcar la soglia della sua casetta, le mani rilasciarono le
cocche e ogni cosa si sparse per terra.
Ella tentava di
raccattarle; ma erano accorse le galline, i cani, i gatti, i maiali del
vicinato e si eran messi a beccare, a mangiare, a divorare così lestamente che
non le era valso di entrare in casa, afferrare la granata e tentar di scacciare
a colpi di essa quelle bestie affamate. In men che non si dica, non rimaneva
briciolo di niente per terra!
- Che è stato, comare?
- le domandarono le vicine.
- Altri han le bestie
ed io le mantengo?
- Come? Qualche
disgrazia?
- Che ve n'importa?
Ormai!
Non volle dir nulla,
perché quelle non pensassero, alla lor volta, di fermare la vecchia e
domandarle: - È vero, comare, che non accettate mai un soldo per elemosina?
L'avrebbe fermata lei,
il giorno appresso; e se la vecchia le apriva nuovamente il grembiule, ella non
avrebbe ricolmo il suo :fin a vederlo pesante da non poter reggerlo più e si
sarebbe contentata di riempirlo a metà.
Ma da quel giorno in
poi parve che la vecchia evitasse di incontrarla: usciva di casa prima
dell'alba, rientrava quando quella donna non si trovava su la porta di casa, in
attesa, o nella via, per godersi il sole.
Intanto, le vicine
notavano che la vecchia già trascinava i piedi come non aveva fatto finora, e
si appoggiava più curva e più stanca sul bastone, quantunque non mostrasse in
viso nessun sintomo di fiacchezza, e nessun mutamento nel suono della voce.
E, un giorno, la
videro fermarsi in mezzo alla via, ansimante, quasi non avesse forza di andare
avanti e di reggersi in piedi. Accorsero; si offersero in coro:
- Avete bisogno di
qualcosa, comare?
- Ho bisogno di tre
serve; una per la pulizia della casa; una per lavarmi e stirare la biancheria;
una per prepararmi il desinare e la cena, e rifarmi il letto ogni sera.
- Ci canzonate,
comare?
- Parlo in serietà.
- E con che pagherete
il salario, se non avete neppure un soldo?
- I soldi basta
chiamarli, accorrono sùbito.
Le vicine si
guardarono in viso, trattenendosi a stento dal ridere.
- Povera vecchia! Le
ha dato di volta il cervello!
Ma, pur pensando così,
si divertirono a provocarla:
- Dove le ficcherete
queste tre serve, comare?
- Ci ho posto anche
per sei.
Le vicine tornarono a
guardarsi in viso, trattenendosi a stento dal ridere.
- A patto, però, -
soggiunse la vecchia che debbano
rimanere con me un anno, un mese e un giorno, chiuse in casa, senza vedere né
parenti, né amici.
- Per la pulizia della
casa vengo io.
- Io, per lavare e
stirare la biancheria.
- Io, per preparare il
desinare e la cena, e rifare il letto ogni sera.
- Badate: chi entra da
me non ne esce prima che sian passati un anno, un mese e un giorno! Badate!
- Sì, sì, comare: un
anno...
- un mese...
- e un giorno!...
- Allora... venite.
Le tre donne si
avviarono dietro a lei, convinte che si trattasse di una bislacca fantasia di
vecchia ringrullita o di vecchia impazzita.
Le altre le
accompagnarono fino alla porta del tugurio, ridendo, fingendo di felicitarsi
con esse della buona sorte capitatagli. Ridevano anche quelle:
A rivederci tra un
anno...
- un mese...
- e un giorno!
La vecchia entrò
l'ultima e richiuse la porta.
Le vicine si
attendevano di veder ricomparire le tre donne dopo pochi momenti. Passò un'ora,
ne passarono due; passò una giornata, ne passarono due; e di quelle disgraziate
più non si ebbero notizie.
Che ne aveva fatto la
vecchia pazza? Come potevano vivere in quella tanaccia dove c'era appena posto
per una persona?
Si vuotarono il
cervello in mille congetture; e qualcuna arrivava fino a invidiarle, specie
quando la vecchia, interrogata, rispondeva:
- Mangiano, cantano,
dormono; non cercano altro.
- Ma che fanno?
- Una la pulizia della
casa; l'altra mi lava e mi stira la biancheria; la terza mi prepara il desinare
e la cena, e mi rifà il letto ogni sera.
- E questi cenci che
avete indosso voi? Perché non pensate a cambiarli?
- Sareste felici di
averli indosso voi! Lasciatemi andare... Fate la carità a una povera vecchia!
Fate la carità!
Si allontanava curva,
appoggiata al bastone; e prima di mezzogiorno tornava curva, appoggiata al
bastone, col grembiule così ricolmo che lo reggeva a stento per le cocche.
- Sareste felici di
averli indosso voi! Che poteva significare?
Le vicine si vuotavano
il cervello in mille congetture; e la vecchia diventava ogni giorno più
misteriosa che mai.
Fino allora la
curiosità e le notizie non erano passate più in là dell'ultima cantonata di
quella viuzza fuori mano.
Tutti, è vero,
conoscevano la vecchia che andava attorno per chiedere l'elemosina e che
riceveva qualunque cosa le si desse all'infuori di un soldo; ma neppure questa
stranezza aveva mai spinto qualcuno a cercar di veder chiaro nella vita di lei.
A poco a poco, però,
le chiacchiere delle vicine cominciarono a destare la curiosità della gente; le
fantasie lavoravano, alteravano i fatti. Da tre, le serve che la vecchia teneva
rinchiuse nel suo tugurio, aumentarono fino a trenta.
Erano vive? Erano
morte? Chi ne sapeva niente? E, in che modo, lei che viveva di elemosina, che
aveva per vesti un mucchio di luridi cenci da anni ed anni, poteva ora
mantenere tante serve, ognuna destinata a far soltanto un servizio, ripulire la
casa, o lavare e stirare, o preparare desinare e cena, o rifare il letto ogni
sera?
Così il mistero di
quella vecchia giunse fino all'orecchio del Re, della Regina e del Reuccio.
La vecchia era solita
di presentarsi, due volte la settimana, al portone del palazzo reale, o di
fermarsi sotto le finestre se per caso vi si trovava affacciata la Regina.
- Fate la carità a una
povera vecchia! Fate la carità!
Il Re aveva ordinato
al cuoco di darle tutto quel che era avanzato del desinare del giorno avanti;
la Regina mandava giù una delle sue cameriere per recarle quel che era rimasto
della cena della sera.
Ma dacché il Re, la
Regina e il Reuccio avevano saputo quel che si vociferava intorno alla vecchia,
questa, quasi avesse fiutato nell'aria che il Re, o la Regina, o il Reuccio
volessero interrogarla, non si fece più vedere davanti al palazzo reale.
Allora il Re ordinò ad
un alto ufficiale di Corte:
- Cercate la vecchia e
conducetela qui.
Costui corse difilato
a casa di lei; ma le vicine gli dissero che era fuori da un pezzo.
Per far più presto, si
diè a interrogare le persone per la via.
- Avete incontrato
quella vecchia, curva, coperta di cenci, che si regge a un bastone e che chiede
l'elemosina?
- Ha svoltato or ora
il canto. Potrete raggiungerla con due passi, se fate presto.
Svoltato il canto, la
vecchia non c'era.
- Avete visto quella
vecchia, curva, coperta di cenci, che si regge a un bastone e chiede
l'elemosina?
- Quella che rifiuta i
soldi? Ha infilato il vicolo a destra. Potrete raggiungerla con due passi, se
fate presto.
Infilato il vicolo, la
vecchia non c'era. L'ufficiale replicava la domanda.
- Quella? L'ho vista
entrare nel portone laggiù. Se fate presto la raggiungerete.
E per due giorni fu
così.
Il Re era su tutte le
furie, e la Regina e il Reuccio pure. Al terzo giorno l'ufficiale andò ad
appostarsi accanto al tugurio della vecchia e attese ch'ella uscisse per
l'elemosina.
Le vicine, tutte alle
finestre, alle porte delle case e delle botteghe, su la via, stranite di veder
là un ufficiale del Re.
- Ne ha fatta qualcuna
troppo grossa!
- Giacché se ne
mescola il Re!
- Volete scommettere
che la vecchia non si farà vedere?
L'ufficiale del Re -
che credete? - ordinerà di sfondare l'uscio.
- E così sapremo la
sorte di quelle tre disgraziate!
- Ecco: picchia alla
porta la terza volta.
- Finalmente!
Si vide affacciare su
la soglia la vecchia appoggiata al bastone, coperta dei soliti cenci.
- Chi ha picchiato?
- Ho picchiato io, in
nome di Sua Maestà il Re. Vi vuole a palazzo.
- Sua Maestà il Re sa
dove abito. Si scomodi a venire qui, se ha bisogno di me!
E gli chiuse l'uscio
in faccia. L'ufficiale andò via arrabbiatissimo per l'affronto ricevuto. Il Re,
udita quella risposta, ordinò che una squadra di soldati, con pali e picconi,
andassero a sfondare la porta della vecchia impertinente, e gli portassero
costei dinanzi, legata mani e piedi.
Le vicine, tutte alle
finestre, alle porte delle case e delle botteghe, su la via, per assistere a
quello spettacolo.
- Ve l'avevo detto?
Sfonderanno la porta.
- E sapremo la sorte
delle tre disgraziate!
I soldati davano forti
colpi di picconi e di pali; ma la porta, che sembrava di legno mezzo
infracidito dal tempo e dall'umido, resisteva quasi fosse di acciaio. E dài, e
dài, e dài; sprizzavano scintille, ma la porta non cedeva!
I soldati erano
stanchi, in un bagno di sudore, con le braccia indolenzite. Si riposavano un
po' e riprendevano i colpi di picconi e di pali. E dài, e dài, e dài,
sprizzavano scintille, ma la porta della vecchia non cedeva!
Non ne poterono più, e
tornarono, mogi, mogi, a palazzo reale.
Il Re, vistili stanchi
morti, sfiniti, diè ordine di rifocillarli col pranzo preparato per la Corte; e
intanto non sapeva darsi pace dello smacco infiittogli dalla vecchia.
- Chi era dunque
costei? Una Strega, certamente!
- O una Fata! ~ disse
il Reuccio.
- Così brutta e così
sudicia?
La Regina si atteggiò
con le labbra e con le mani a un gesto di nausea.
- Ho fatto un sogno la
notte scorsa.
- Non è momento da
raccontar sogni, Reuccio!
- Maestà, mi pareva di
passare per una viuzza stretta stretta, e disentir chiamare: «Reuccio! Reuccio!
». Mi volto, guardo attorno, non vedo anima viva. Vado avanti, e, di nuovo:
«Reuccio! Reuccio!». Mi volto, guardo attorno, non vedo anima viva. Finalmente,
scorgo in un punto un po' di luce; mi accosto e guardo da quel buco... Ah, Maestà!...
Una camera tutta di oro e diamanti, e una giovane su un lettino... bella più
del sole e della luna... addormentata, e, accoccolata a piè del lettino, una
vecchia che diceva: «Il Reuccio verrà! Il Reuccio verrà!». Ed era la stessa
voce che aveva chiamato: «Reuccio! Reuccio!». Maestà, permettetemi di andar
dalla vecchia. Chi sa che il sogno non si avveri!
Il Re gli diè
un'occhiataccia per tutta risposta; un'occhiataccia la Regina. Ma il Reuccio
non si scoraggiò. Pensò di travestirsi da povero contadino e di andare dalla
vecchia all'insaputa del Re e della Regina.
La mattina dopo scese
in giardino, e cercò di un giovinotto della sua età, che aiutava un giardiniere
ad annaffiare le aiuole.
- Dammi il tuo
vestito, ti regalo in cambio questo mio.
- Oh, Reuccio!
Il contadino rideva,
rideva!
- Svèstiti, via, dammi
il tuo vestito; ti regalo in cambio questo mio.
- Oh, Reuccio!
Il contadino rideva,
rideva; la proposta gli sembrava uno scherzo.
E ce ne volle per
persuaderlo!
Così travestito, il
Reuccio poté uscire dal palazzo reale e avviarsi, lesto lesto, verso il tugurio
della vecchia. Anche da contadino, il Reuccio era un bel giovane che dava
nell'occhio di chi lo incontrava. La gente si voltava, si fermava per
guardarlo. Per ciò le vicine della vecchia, appena si sparse rapidamente la
notizia che un bel giovane chiedeva di lei, furono tutte alle finestre, alle
porte delle case e delle botteghe, in mezzo alla via.
E rimasero a bocca
aperta, quando al primo picchio da lui dato alla porta, questa si aperse. La
vecchia apparve su la soglia, gli stese una mano, lo introdusse dentro, e
richiuse sùbito.
Un uffiziale del Re,
no; e un contadino, sì!
Pareva impossibile.
Stettero fino a tardi
alle vedette, per interrogarlo quando sarebbe uscito. Venne la sera, s'inoltrò
la notte; le più ostinate si addormentavano in piedi, appoggiandosi con le
spalle ai muri, dando sbalzi di tratto in tratto. Inutilmente! Sorse l'alba,
spuntò il sole, e il bel contadino non fu visto uscire neppure durante quella
giornata.
Una delle vicine, la
più inviperita, corse dal Re.
Al portone le guardie
non volevano farla entrare.
La Corte era sossopra.
Il Re e la Regina su tutte le furie. Guardie che andavano, guardie che
arrivavano, guardie che ripartivano in fretta. E quella che insisteva:
- Voglio parlare col
Re, per cosa d'importanza.
- Ma non lo sapete,
dunque, che il Reuccio è sparito?
La donna ebbe un lampo
d'intelligenza, e rispose:
- Si tratta appunto
del Reuccio.
Allora la condussero
alla presenza del Re.
Come lo vide col manto
su le spalle, la corona di oro e pietre preziose in testa, e lo scettro in
mano, la donna si confuse, cominciò a tremare e a balbettare.
- Maestà... Il vostro
uffiziale .... no; un contadino, sì... L'ho visto con questi occhi... Alto,
biondo, giovane... Picchiò, e la vecchia gli aperse sùbito. Lo prese per
mano... Il vostro uffiziale, no; un contadino, sì.
- E che c'entra il
Reuccio?
- Maestà... Il vostro
uffiziale, no; un contadino, sì. Può darsi che questi sia il Reuccio.
- Il Reuccio,
contadino?
Se non fosse intervenuta
la Regina, il Re per punire quella donna l'avrebbe fatta buttare in fondo a un
carcere.
Il giovane del
giardiniere non aveva osato di indossare il vestito del Reuccio in cambio del
suo. Aveva rimediato con un altro più vecchio; e, fatto un fagotto di quello
del Reuccio, lo aveva buttato dietro una siepe.
Lo trovò il
giardiniere che s'affrettò a portarlo al Re. Allora il Re disse:
- Può darsi che quella
donna abbia ragione. Il Reuccio voleva andare dalla vecchia, e si è travestito
da contadino per non esser riconosciuto. È una Strega, certamente.
- O una Fata -
soggiunse la Regina. - Comincio a crederlo anch'io.
- Che dobbiamo fare,
Regina?
- Attendere, Maestà!
- Attendiamo!
Attendiamo!
Il Re sbuffava,
schizzava fuoco dagli occhi.
Lasciamo costoro e
veniamo intanto al Reuccio.
Appena entrato nel tugurio della vecchia, egli fu maravigliato di non
vedersi più addosso i panni del contadino, ma un abito di broccato tramato di
oro; in testa, cappello con magnifiche piume candidissime; al piedi, calzari di
cuoio ricamati con brillanti; e, alla vita, una cintura riluccicante di pietre
preziose. Neppure nei giorni di gran gala, egli era apparso riccamente vestito
nelle sale reali.
Reuccio, che volete?
Che cercate?
- Cerco il tesoro che
in custodia avete.
- Io tesoro non ho,
voi v'ingannate.
- Dunque la bella che
sognai voi siete.
Botta e risposta.
La vecchia picchiò con
la punta del bastone nel muro di faccia, e il Reuccio si sentì abbagliare gli
occhi dalla vivissima luce che rischiarava la fila di stanzoni dilungantesi
fino in fondo, a perdita di vista.
Si presentarono tre
giovani donne, una più bella dell'altra.
- Io ripulisco.
Comandi!
- Io cucino. Comandi!
- Io sprimaccio.
Comandi!
Il Reuccio passò
oltre. Gli pareva di risognare il sogno di quella notte, e cercava ansiosamente
con gli occhi la bellissima addormentata sul lettino d'oro e diamanti.
La vecchia dietro a
lui.
- Reuccio, che volete?
Che cercate?
- Cerco il tesoro che
in custodia avete.
- Io tesoro non ho,
voi v'ingannate.
- Dunque la bella che sognai voi siete.
Botta e risposta.
Tutt'a un tratto si
fece buio. Dopo pochi momenti, una luce azzurrognola cominciò gradatamente a
rischiarare gli stanzoni, e il Reuccio si vide davanti l'addormentata più bella
della luna e del sole; ma non pareva di carne e di ossa: pareva fatta d'aria e
di luce, senza consistenza.
- Ecco il tesoro che
cercavo!
E pareva anche come
riflessa in uno specchio.
Il Reuccio si voltò...
e che vide?
Vide la vecchia ritta
in piedi, che formicolava per tutta la persona. La pelle del viso si stirava,
si coloriva, i capelli si agitavano al pari di tanti serpentelli e buttavano
giù le scoglie, diventando biondi, di oro filato; i cenci che le coprivano il corpo
prendevano aspetto di stoffe tramate d'oro e di argento e si adattavano
maravigliosamente alla snella persona.
- Fate la carità a una
povera vecchia! Fate la carità!
E stese la mano.
Il Reuccio si levò da
un dito il più ricco degli anelli che portava, e glielo diede.
La bellissima giovane
lo buttò sdegnosamente per terra, e riprese a dire:
Fate la carità a una
povera vecchia! Fate la carità!
Il Reuccio,
mortificato, si levò dalle dita tutti gli anelli che portava, e glieli mise nel
palmo della mano. La bellissima giovane li buttò sdegnosamente per terra, e
riprese a chiedere.
- Fate la carità a una
povera vecchia! Fate la carità!
Il Reuccio si sentì
mancare il cuore, e istintivamente ficcò le mani nelle tasche. In una di esse
trovò un vecchio soldo, tutto incrostato di pàtina. Esitò un momento,
vergognandosi di non aver altro; poi glielo porse, dicendo:
Più bella della
luna,
Soldo della
fortuna!
Più bella assai del
sole
Soldo che vale un
cuore!
- Grazie, Reuccio! Ora
è rotto l'incanto.
E la bellissima donna,
più bella della luna e del sole, baciò il vecchio soldo e se lo nascose in
seno.
Si ripresentarono le
tre giovani donne.
- Reuccio, ho
ripulito!
- Reuccio, ho
cucinato!
- Reuccio, ho
sprimacciato!
Il Reuccio era così
sbalordito di quel che avea visto e vedeva, da più non distinguere se era
sveglio o se sognava. Non ricevendo nessun ordine le tre giovani donne
sparirono.
Ed egli intanto stava
ad ascoltare quel che confusamente gli arrivava all'orecchio. Era la storia
d'una Fata, che si era finta vecchia e povera e avea chiesto l'elemosina a una
Reginotta ancora bambina. La Reginotta, per scherzo, le avea dato un vecchio
soldo tutto incrostato di pàtina, e la Fata le aveva buttato addosso il
malefizio di stentare settant'anni la vita, chiedendo l'elemosina, fino a che
non fosse andato a trovarla un Reuccio e non le avesse regalato un vecchio
soldo uguale a quello. Non doveva mai prendere in elemosina un soldo;
altrimenti - non si lusingasse! - era finita per lei. E per ciò ella avea
sempre rifiutato:
- Questo no, grazie!
Non posso accettarlo.
- Perché? Non è mica
falso.
- Perché!
E si allontanava,
senza aggiunger altro, quasi quel soldo le mettesse paura.
Il malefizio si era
rotto; ma per impedire che ricominciasse, bisognava che tutti e due andassero,
a piedi, fino alla grotta della fata Cattiva, facessero un profondo buco
davanti la grotta e vi seppellissero quel misero vecchio soldo, senza che
nessuno se ne accorgesse, né uomo, né animale della terra, né uccello
dell'aria. Così aveva suggerito la buona Fata, sua madrina, che aveva potuto
aiutarla in questi ultimi anni.
- Andiamo, dunque? Non
bisogna perder tempo.
- Andiamo! - rispose
il Reuccio ancora sbalordito.
E si trovò di nuovo
nel tugurio, vestito da contadino, come vi era entrato, e avea davanti la
vecchia curva, coi soliti cenci, e che si reggeva col bastone.
Le vicine li videro
uscire di buon mattino.
- Buon giorno, comare!
Buon giorno, comparetto!
Ne avevano paura, e
volevano ingraziarseli.
La vecchia e il
Reuccio presero la strada dei campi. Cammina, cammina, si trovarono in mezzo a
un bosco, dove non era traccia di sentìero.
- Buona Fata mia
madrina, apriteci un sentìero voi
E i rami delle piante
e gli arbusti si ritraevano, si slacciavano davanti ai passi della vecchia e
del Reuccio.
Più in là, ecco tanti
massi, grossi e piccoli, ammonticchiati da impedire il cammino.
- Buona Fata mia
madrina, apriteci una strada voi!
E i massi, grossi e
piccoli, si muovevano, si ammucchiavano ai lati, lasciando passare liberamente
la vecchia e il Reuccio.
- La grotta! La
grotta!
S'inginocchiarono
davanti alla bocca di essa, chiusa ermeticamente con un macigno, e cominciarono
a scavare.
Si accostò un uomo:
- Che fate?
- Niente: ci divertiamo a smuovere un po' di terriccio.
- Bel divertimento! Da grulli!
E, dopo di esser rimasto un pochino a guardare, andò via.
Poco dopo, comparve una capra che belava quasi cercasse il figlio
smarrito. Più il Reuccio la cacciava via, e più essa tornava addietro a belare
e a guardare.
Finalmente se n'era
andata! Ma appena il Reuccio avea ripreso a scavare, ecco una grand'aquila, che
cominciò a roteare sopra di loro, squittendo, e pareva li minacciasse.
- Aquila forte, - le
gridò la vecchia - più in là c'è una capra per te; non lasciartela sfuggire.
Sembrò che l'aquila
avesse capito. Si allontanò a volo spiegato, e la vecchia e il Reuccio
ripresero a scavare celermente. La buca era fonda; il braccio del Reuccio non
poteva arrivare più giù. La vecchia trasse dal petto il vecchio soldo e ve lo
buttò dentro. Il Reuccio la riempì col terriccio cavatone, che la vecchia calcò
con le mani e con la punta del bastone. Il Reuccio, all'ultimo, vi sovrappose
una zolla coperta di erbacce; nessuno avrebbe potuto indovinare che fosse stato
scavato là sotto.Si affrettarono a ritornare.
Le vicine li
attendevano, affacciate alle finestre, davanti alle porte delle case e delle
botteghe; e, come li videro:
- Buon giorno, comare!
Buon giorno, comparetto!
Ne avevano paura e
volevano ingraziarseli.
Figuratevi, poi, la
loro gran maraviglia, quando preceduti dalle guardie di palazzo, accompagnati
dai Ministri e dalle dame di Corte, arrivarono il Re e la Regina in grandi
carrozze di gala, e si fermarono davanti a la porta del tugurio della vecchia!
Chi li aveva avvertiti? Non si è potuto mai sapere...
Ormai, importa
soltanto di sapere che il Reuccio e la non più vecchia ma bellissima Reginotta
divennero sposi, vissero felici e contenti...
E noi tiriamo la
vita coi denti!
C'era una volta un
ragazzo che sembrava nato proprio per fare il buffone.
Già, bastava guardarlo
per mettersi a ridere. Testa a pera, con capelli che parevano setole; occhi,
labbra, mani continuamente irrequieti, quasi egli portasse dentro il corpo un
congegno che gli impedisse di star fermo.
Ma questo era niente a
petto di certi gridi stranissimi - della gola? dello stomaco? - che non si
capiva bene donde quella specie di burattino potesse cavarli.
Inoltre, di tratto in
tratto, come se qualcuno gli avesse dato un pizzicotto, scattava con balzi e
salti, faceva rapide giravolte da sembrare una trottola; e, sùbito, si
rimetteva serio serio, impalato, guardando attorno, fissando negli occhi le
persone che a quelle smorfie ridevano, ridevano fino a dover gridargli:
- Basta! Basta,
Pappafichi! - E allora era il caso che Pappafichi non la finisse più.
Perché gli avevano
dato quel buffo nomignolo? Perché, durante la stagione dei fichi, egli passava
le giornate scommettendo con tutti:
- Venti, trenta,
cinquanta fichi, fin cento alla volta; voi ci mettete i fichi, io ci metto
prima la bocca e poi la pancia. Se sbaglio, pago un soldo; eccolo qui!
E lo mostrava.
Tutti sapevano
anticipatamente di perdere la scommessa; ma era un gran divertimento veder
Pappafichi che lanciava i fichi per aria e, con le mani dietro la schiena, li riceveva
in bocca, e li inghiottiva senza sbucciarli, quasi fossero pillolette. Un
vassoio, o una cesta, o un paniere; li posava su una seggiola, su uno sgabello;
e, un pezzetto guardava, anzi si mangiava con gli occhi i bei fichi freschi là
ammucchiati, poi: - E uno! E due! - Un fuoco d'artifizio. I fichi,
ripiombandogli in bocca, facevano un piccolo scoppio. - E tre! E quattro! E
cinque! - Uno scendeva giù, e l'altro andava su, senza intervalli, finché il
vassoio, o la cesta, o il paniere non erano vuotati.
Avrebbero dovuto
fargli indigestione, dargli dolori di stomaco: niente! Vinta una scommessa in
un posto, si avviava verso un altro.
- Venti, trenta, cinquanta,
fin cento alla volta; voi ci mettete i fichi, io ci metto prima la bocca e poi
la pancia. Se sbaglio, pago un soldo; eccolo qui!
E lo mostrava.
Di chi era figlio? Non
lo sapeva nessuno. Pareva che non lo sapesse neppur lui. Dov'era nato? Non lo
sapeva nessuno. E se lo domandavano a lui, rispondeva con un gesto che
significava: lontano, lontano, lontano!
- Sei piovuto dal
cielo?
- Può darsi.
- E non ti sei rotto
il collo?
Prendeva la testa tra
le mani, la voltava a destra, la rivoltava a sinistra, tirandola in su,
allungando il collo per dimostrare: - Ecco! È sano! - E il gesto era così
espressivo,buffo che la gente si sforzava invano di trattenere le risa per
evitare che, sùbito dopo, Pappafichi non chiedesse: - Ora datemi un soldo! Due soldi!
Gli servivano per
mostrarli nel momento delle scommesse; mostrarli soltanto, perché le rare volte
che gli accadeva di perdere, buttava il soldo per aria, lo prendeva in bocca e
faceva il verso d'inghiottirlo, come aveva praticato coi fichi. Lo nascondeva
sotto la lingua, apriva la bocca, perché vedessero che era andato giù; oppure
fingeva che gli era rimasto a mezza gola, e si agitava tutto, facendo strani
versacci per provocare le risa. Aveva fin la sfacciataggine di soggiungere:
- Ho perduto un soldo!
Peccato!
Figuriamoci, dunque,
la maraviglia della gente quando, da un giorno all'altro, Pappafichi parve, per
dir così, mutato di bianco in nero, cioè così serio, da non riconoscerlo
affatto.
- Pappafichi, che t'è accaduto?
- Non é questo il mio
nome!
- Qual è? Dillo.
- Mi chiamo...
E voltava le spalle
alla gente.
- Pappafichi è malato!
- Pappafichi è
ammattito!
- Pappafichi vuol
morire. Non fa ridere più!
Lo compiangevano
sinceramente. Sembrava che a tutti fosse venuto meno qualcosa, non potendo più
godere le buffonerie di Pappafichi.
Non era malato, né
ammattito e non aveva punto voglia di morire. Stava soltanto in gran pensiero
per un portamonetino ritrovato. Lo aveva visto su un mucchio d'immondizie, tra
bucce di aranci, minuzzoli di carta, foglie di verdura, cocci di ogni sorta. Di
pelle rossastra, unto e bisunto, col fermaglio arrugginito, era stato buttato
là, pareva, come cosa inservibile; ma per lui poteva passare quasi quasi per
nuovo.
Si era forse mai
sognato di arrivare un giorno a possederne uno? Quei tre, quattro soldi che
formavano qualche volta la sua ricchezza gli sballottavano, mezzo sperduti, in
una tasca dei calzoni. Ficcava la mano e doveva brancicare per trovarli in
fondo alla tasca. Oh quel portamonetino gli faceva comodo davvero! Giusto quel
giorno egli era troppo ricco: possedeva cinque soldi! Lo aperse, e con grande
stupore lo vide foderato nell'interno di velluto cremisi nuovo. Meglio! I
cinque soldi vi sarebbero stati come Principi!
Disse proprio così.
Nell'osservarlo
attentamente, si accorse che, in un lato, impresse in oro, si potevano leggere
tre parole: «Chiedi e avrai!». Il suo stupore si accrebbe. Pareva che il
portamonetino gli tremasse fra le dita, palpitasse come cosa viva, impaziente
nell'attesa di un comando, facendogli luccicar sotto gli occhi le strane
parole: «Chiedi e avrai!».
Vi aveva già riposto
il suo tesoretto, e stava per chiudere il fermaglio; per chiasso, gli venne
l'idea di dire: - Voglio dieci soldi! - Lo chiuse, lo aprì: lo richiuse, lo
riaprì. I soldi là dentro erano sempre cinque, i suoi cinque! Se non che,
appena serbatoio nella tasca dei calzoni, sentì che il peso di esso era
aumentato tutt'a un tratto. Lo cavò fuori, lo aperse e... trattenne a stento
uno strillo. Avea detto: - Voglio dieci soldi! - e i dieci soldi erano là.
Egli dormiva in uno
stambugino concessogli, per carità, da una vecchietta che gli faceva da madre,
e gli diceva spesso:
- Invece di fare il
buffone, dovresti lavorare.
- Anche questo è
lavoro. Intanto bado a crescere! - rispondeva Pappafichi.
E così era arrivato a
dodici anni.
Quella mattina la
vecchietta lo vide ritornare insolitamente a casa e chiudersi nello stambugio
col paletto di dentro. Dapprima non ci fece caso. Poi le parve disentir
rimescolare delle monete di suono argentino. Stette a origliare: non si era
ingannata! Pappafichi si divertiva a rimestare… qualcosa che dava il suono di
molte monete di argento. La vecchia non poteva immaginare che si trattasse
davvero di monete d'argento. E picchiò all'uscio: - Pappafichi, che rimesti?
Pappafichi aperse
l'uscio a fessura:
- Nonna, ho trovato
questi due scudi. Non so che farmene; ve li regalo.
Il rimescolio
continuava, ma questa volta il suono era di monete di oro. La vecchietta picchiò
all'uscio:
- Pappafichi, che
rimesti?
Pappafichi aperse di
nuovo l'uscio a fessura:
- Nonna, ho trovato
queste due monete di oro. Non so che farmene; ve le regalo.
La chiamava Nonna per
rispetto.
La vecchia credette
che Pappafichi avesse commesso una mala azione, e da dietro l'uscio gli gridò:
- Ah! Pappafichi! Che
hai fatto? Non voglio ladri in casa mia! Vattene! Vattene! Non voglio ladri in
casa mia!
Si sentì un più forte
rimescolio di monete; poi Pappafichi venne fuori, con le braccia ciondoloni, in
maniche di camicia come soleva andare di estate, scalzo, coi calzoni stretti ai
fianchi da una cinghia di cuoio; e, fatta una smorfia, disse:
- Addio, Nonna! Il
ladro se ne va!
Questo fu il primo
dispiacere che il portamonetino gli cagionò: farlo scambiare per ladro! Il
secondo fu di fargli perdere la voglia dei fichi freschi. Pareva fatto a posta!
Quell'anno n'erano venuti abbondantissimi, di ogni sorta: lardai, bitontoni,
verdoni, asinacci, cavalieri, rossellini, gentili, vettaioli; una maraviglia,
tutti col miele in cima. Ma Pappafichi, non che invitar la gente: - Venti,
trenta, cinquanta, fin cento alla volta; voi ci mettete i fichi, io ci metto
prima la bocca e poi la pancia. Se sbaglio, pago un soldo! - ora che di qua, di
là gridavano: - Ehi, Pappafichi! Si scommette? Guarda che bellezza! - faceva
una spallucciata, e non si voltava neppure. Aveva ben altro per la testa!
Chiedeva, e il
portamonetino rigurgitava di monete. Aveva scoperto, per caso, che dicendo: -
Grazie tante! - le monete rientravano nel portamonete e sparivano. Meglio così?
Intanto, tra la paura di perderlo e il non saper che cosa fare con quella
fortuna del: «Chiedi e avrai!». Pappafichi aveva smarrito la gaiezza, la
tranquillità. Era brutto, era buffo; ma ora, con quella mùtria, sembrava anche
più brutto e più buffo.
Gli era venuto, tutt'a
un tratto, il desiderio di ricercare i suoi parenti. Doveva averli: non era
davvero piovuto dal cielo. E si decise di andare attorno pel mondo, per tentar
di rintracciarli. Si rimpannucciò, comperò un paio di scarpe, tutta roba
grossolana da non dar nell'occhio, e via.
Si accorse di un omo
che gli andava sempre dietro, con una lanternuccia attaccata a una cordicella,
e accesa anche di giorno. Lui svoltava una cantonata, e quegli svoltava la
cantonata; lui si fermava a guardare un edifizio, una piazza, e quegli si
fermava a guardare lo stesso edifizio, la stessa piazza. Lo trovava ogni
mattina davanti all'uscio della casa o della locanda dov'era andato ad
alloggiare, e se lo sentiva alle spalle, o se lo vedeva allato, sempre con la
lanternuccia accesa anche di giorno, quasi la luce del sole non bastasse a
fargli scorgere quel che cercava, curvo, frugando dappertutto con gli occhi.
Pappafichi cominciò ad
essere atterrito di quella malombra che più non lo lasciava di un passo. - Chi
era? Che voleva da lui? E un giorno, bruscamente, glielo domandò.
- Mi fu rubata -
rispose quell'omo - la mia buona sorte. L'ho cercata invano da un anno; e
neppur ora, che la sento e la fiuto vicina, riesco a trovarla. Mi fu rubato
anche il Reuccio mio figlio.
- Siete Re?
- Che mi vale?
- E in che consisteva
quella buona sorte?
- In un vecchio
portamonetino.
- Questo qui?
- Questo qui!
Pappafichi non aveva
potuto far a meno di mostrarglielo e l'omo gliel'aveva levato rapidamente di
mano. Tremante di gioia, però, lo guardava, lo tastava, tutto deluso.
- Ah, tu non sei mio
figlio il Reuccio! No! No!
- Io sono Pappafichi.
- Il Reuccio era bello!
- Ed io sono brutto,
purtroppo!
Ma la voce... la
voce!... Ma gli occhi, sì, gli occhi!... Dovresti venire con me, dal mago
Sabino. Il cuore mi dice che tu sei il Reuccio mio figlio. Hai addosso la malia
di una strega che voleva esser sposata da me per diventare Regina, e che ti
portò via, non so dove, forse… forse!...
Pappafichi, udito dal
mago Sabino che si trattava proprio di malia e che con un certo bagno sarebbe
ritornato com'era una volta, non si rallegrò molto della fortuna di diventare
Reuccio. E prima di tentare la prova di quel certo bagno, volle tornare al
paesetto dove tutti lo conoscevano e gli volevano bene e farvi :parecchie belle
scorpacciate di fichi, per onorare il nomignolo che stava per perdere.
Lo videro ricomparire
con gli stessi cenci, com'era andato via, scalzo, coi calzoni fermati ai
fianchi da una cinghia di ,cuoio.
- Venti, trenta,
cinquanta, fin cento alla volta; voi ci mettete i fichi, io ci metto prima la
bocca e poi la pancia. Se sbaglio, pago un soldo; eccolo qui.
E lo mostrava.
Fu una gran festa per
tutto il paese. Vassoi, ceste, panieri, mucchi di fichi freschi! E Pappafichi:
- E uno! E due!... - Un fuoco di artifizio! I fichi, ripiombandogli in bocca,
facevano un piccolo scoppio. - E tre! - E quattro! - E cinque!... - Uno
scendeva giù e l'altro andava su, senza intervalli!... Un'intera settimana.
Pappafichi diventò
Reuccio; alla morte del padre, diventò Re. Ma in mezzo ai sopraccapi delle cure
del regno egli rammentò quasi ogni giorno le belle scommesse dei fichi freschi.
E quand'era la stagione, scendeva nel giardino del palazzo reale, cercava il posto
più appartato; e i giardinieri, che avevano ordine di non avvicinarsi, udivano:
- E uno! E due! E dieci! E cento!... - lontani mille miglia dal supporre che il
Re si divertisse a lanciare in aria i bei fichi fatti cogliere allora allora, e
a prenderli in bocca, come quand'era Pappafichi.
Lardai, verdoni,
dottati...
Bisogna mangiarli
sbucciati!
Se non vi siete
annoiati...
Bisogna mangiarli
sbucciati!
C'era una volta un Re
che andava sempre a piedi. Aveva paura dei cavalli. Diceva:
- Sono bestie, e con
le bestie non ci voglio aver a che fare.
Per questo i suoi
sudditi gli avevano dato il nomignolo di re Prudenzio.
Il guaio era che
assieme con lui dovevano andar a piedi anche i Ministri e tutte le persone del
suo sèguito.
E mentre il Re
camminava avanti con quelle gambe che, a forza di esercizio, erano diventate di
acciaio, Ministri e persone del sèguito, stanchi morti, grondanti di sudore,
brontolavano tra i denti:
- Accidempoli alle
gambe di sua Maestà!
Uno dei Ministri, il
più vecchio, pensò di ricorrere a un Mago.
- Mago, buon Mago,
fate una bella invenzione: una seggiolina, per esempio, che cammini quasi da sé
e obbedisca ai comando.
- Per chi serve?
- Per Sua Maestà.
- Tra due giorni
l'avrete.
E, due giorni dopo, il
Mago presentava al Ministro uno stranissimo arnese con due ruote, una, piccola,
davanti; l'altra, più grande, di dietro, e, su, un sederino coperto di cuoio. -
Che arnese è questo?
- Si chiama: Cavallino
di acciaio.
- E in che modo
cammina?
- Cammina così.
Il Mago saltò sul
sederino, poggiò i piedi su i due pedali dei lati e via, di corsa, come una
saetta.
Il Re scese a vedere
il Cavallino di acciaio che il Ministro diceva di voler regalargli.
Lo guardò, l'osservò e
ordinò al Ministro:
- Provatelo,
Eccellenza.
Il Ministro, che aveva
preso lezioni dal Mago, saltò sul sederino, poggiò i piedi su i due pedali dei
lati, e via, di corsa, come una saetta. Se non che nel fare la svoltata,
ruzzolò per terra assieme col Cavallino di acciaio, e si ruppe una gamba.
- Grazie, Eccellenza!
- gli disse il Re. - Il Cavallino di acciaio tenetelo pure per voi. Le mie
gambe mi servono meglio. Non sono chiamato re Prudenzio per niente!
Il vecchio Ministro,
appena guarito, ricorse di nuovo al Mago.
- Mago, buon Mago,
fate una bella invenzione: una carrozza, per esempio, che vada proprio da sé,
senza aiuto di piedi o mani altrui.
- Per chi serve?
- Per Sua Maestà.
- Tra una settimana
l'avrete.
E, una settimana dopo,
il Mago presentava al Ministro una carrozza che sembrava una carrozza come
tutte le altre; non aveva però stanghe pei cavalli.
- E in che modo
cammina?
- Cammina così.
Il Mago toccò una
molla, e la carrozza cominciò a tremare, a tremare, quasi impaziente di
mettersi in moto. Il Mago montò in serpe, prese tra le mani una rotella infissa
a un'asta, e la carrozza via, di corsa, come una saetta, rumoreggiando.
Tornato addietro, il
Mago disse:
- A questa qui, però,
bisogna dar da mangiare.
- Fieno o biada? -
domandò il Ministro.
Né fieno, né biada, ma acqua di fuoco.
- Acqua di fuoco? E
dove si trova?
- V'insegnerò io a
cavarla.
Il Re scese a vedere
la Carrozza senza cavalli che il Ministro diceva di voler regalargli.
La guardò, la osservò
e ordinò al Ministro:
- Provatela,
Eccellenza.
Il Ministro, che aveva
preso lezioni dal Mago, montò in serpe, toccò una molla e la carrozza cominciò
a tremare, a tremare quasi impaziente di mettersi in moto. E appena egli girò
la rotella la carrozza partì di corsa, come una saetta, rumoreggiando. Se non
che, nel fare una svoltata, la carrozza diè uno sbalzo e andò a sbattere contro
un albero, si rovesciò di fianco e prese fuoco.
Il povero Ministro
morì tra le fiamme. E il Re non poté nemmeno dirgli: - Grazie, Eccellenza! Le
mie gambe mi servono meglio. Non sono chiamato re Prudenzio per niente!
Or accadde che il Re,
in una delle sue solite passeggiate di miglia e miglia, andando col naso per
aria, non si accorse di un grosso sasso che era in mezzo a la strada, inciampò
e si ruppe un braccio e due costole.
Allora non disse più:
- Le mie gambe mi servono meglio. Disse:
- Bisogna esser re
Prudenzio di nome e di fatto. Non si è mai prudenti a bastanza: se il Ministro
col Cavallino di acciaio si è rotto una gamba, se con la Carrozza senza cavalli
è andato a sbattere contro un albero, la colpa non è del Cavallino di acciaio
né della Carrozza senza cavalli, ma dell'imprudenza di lui. Infatti, appena
guarito, mandò a chiamare il Mago:
- Mago, buon Mago,
fatemi un Cavallino di acciaio! Mago, buon Mago, fatemi una Carrozza senza
cavalli!
E andò attorno ora su
l'uno ora su l'altra, con grande gioia dei Ministri e delle persone del suo
sèguito. E non gli accadde mai nessuna disgrazia. Fu prudente di nome e di
fatto.
Fiaba, fiabetta
Chi ci vuole la
coda ce la metta.
Fiaba in un atto
Musica di Paul Allen
PERSONAGGI
Rospus, mago Wolff
Milda
La fata Vampa
Coro di uomini e di
donne mutati in rospi e ranocchi dal mago Rospus.
La scena rappresenta la grotta del mago Rospus, orrida, ingombra di tutti gli arnesi dell'arte di lui. Uomini e donne mutati in rospi e ranocchi riempiono la scena. Milda siede sola in disparte. Rospus non l'ha trasformata perché l'ama. È l'ultimo giorno del suo sembiante umano concessole dal Mago.
CORO (Sulla scena si
balla... ma è ballo di anime tristi... non è allegria):
Creh-creh! Creh-creh!
Saltiamo allegri!
Il nostro tiranno è
lontano.
Creh-creh! Salta e
balla
anche te, fanciulla
gentile.
Che vale struggerti in
pianto?
Salta e balla!
Creh-creh!
(A poco a poco rallentano i movimenti ritmici, diventano tristi... ed il ballo cessa.)
MILDA:
O giorni deliziosi
della mia casa
paterna,
sotto l'ombra dei
mandorli,
presso la fontana
muschiosa!
CORO:
Creh-creh! Creh-creh!
MILDA:
Oh canzoni che
salivate
pel cielo azzurro e
puro,
destando l'eco
assopito
delle alte rocce
d'attorno!
(Nel ricordare, più intenso diviene il suo racconto)
Dalla cima della
montagna selvosa
mi rispondeva il lieto
suono del suo corno!
Era il forte
cacciatore che mi salutava!
e parea ripetermi:
Milda, t'amo, t'amo!
CORO (riprendendo il
ballo):
Creh-creh! Salta e
balla
(la danza più folle diviene)
anche te, fanciulla
gentile.
Che vale struggerti in
pianto?
(Col pianto scoppia nuovamente il dolore)
Il passato non
ritorna, creh-creh!
(Le coppie si
distaccano, la danza è finita.)
(Si ode un rumore sinistro, che di mano in mano si avvicina: la luce della grotta si oscura alquanto.)
CORO (dando segni di
terrore):
Ahimè, la terra
trema e si oscura il
sole!
È lui, Rospus.
(Appare nel suo
carro di nautilo tratto da quattro topolini.
Tutti si affollano
attorno a Rospus che li respinge.)
ROSPUS:
Zitti, zitti... Levatevi di torno! Oggi
son capace di schiacciarvi tutti
come fetide pulci... Via, via!...
(Escono tutti
disordinatamente, meno Milda.)
(Si cambia in volto e diviene
pensieroso)
Sorge il giorno nefasto sopra
la mia grotta! La mia potenza è
vicina ad essere infranta!
(A Milda)
Tu vuoi dunque la mia morte?
Rispondi, l'ora urge!
MILDA (assorta):
Era il forte
cacciatore che mi salutava,
e parea ripetermi: Milda, t'amo, t'amo!
ROSPUS (minaccioso):
Rispondi, rispondi! O ti cambio in rospa.
(Milda si ritrae in
un angolo sfuggendolo.)
(Insinuante)
Trasformerò quest'orrida grotta
in un palazzo tutto d'oro e diamanti
avrai le più nobili creature
umili serve agli ordini tuoi.
Ciò che l'uomo non sogna neppure
sarà una realtà per te, o fanciulla,
se, come chiede il Fato, mi dirai:
(con intenzione)
Rospus, tu sei il diletto del mio cuore!
MILDA:
Fossi tu più splendido
del sole
che rallegra tutta la
natura;
fossi più benefico
della pioggia
che ravviva i fiori
morenti;
(sfuggendo sempre
Rospus che vuole attirarla, e passa dall'altro lato)
fossi tu più dolce dei
gorgheggi
dell'usignolo nelle
notti di maggio,
non uscirebbe dalle
mie labbra
codesta parola, no,
no, mai!
ROSPUS (con finto
dolore):
(Inganniamola.) Hai
vinto!
Rospus cede.
(Simulando ed
insinuante)
Pure, se tu mi avessi
amato,
se almeno la pietà
fosse penetrata nel
duro
tuo seno di fanciulla,
io ben potrei, domani,
assidermi al banchetto
dove felici si nutrono
di cibi immortali gli
Spiriti.
E tu sederesti meco
nel simposio celeste,
bella fra le più belle
creature che beano il
mondo.
Ora tutti e due,
ascolta,
declineremo presto;
e presto diventeremo
vermi e polvere... e
poi... (esitando) nulla!
MILDA (con scatto):
Che me n'importa?
ROSPUS:
Sia! Sia!
(Va a prendere un nappo e una
bottiglia.)
Lascerai questa soglia.
Bevi. Rospus cede.
MILDA:
No, non vo' bere!
ROSPUS (fintamente):
Che? Forse ti decidi
a restare?
MILDA (dopo un momento
di esitazione, sperando di rompere l'incanto, esclama):
Bevo, bevo!
ROSPUS:
Olà!
(Il coro di uomini e di donne rientra precipitosamente. Sembra che negli occhi di Rospus brillino
lampi d'inferno. Tutti si acquattano atterriti in attesa mentre egli parla.)
ROSPUS:
Bevete, tutti.
Oggi è giorno di
grazia!
(Mesce a Milda da una boccetta che trae fuori di nascosto dal seno)
(Questo a te sola!)
Qui dentro è chiusa
una potenza sovrana!
Quella che crea le
forme tutte della Natura.
Bevete!
Con questo liquore gli
esseri visibili
e gli esseri
invisibili si rinnovellano.
Bevete!
CORO (sottovoce):
Occhio alle labbra di
Milda.
S'ella beve, berremo
noi!
MILDA:
Se l'inganno si cela
in questo liquore,
disperdilo, o alto
Signore degli Spiriti!
Bevo!
Fa che ogni goccia si
muti per Rospus
in rapido ministro
d'atroce morte!
Bevo!
CORO:
Torneremo alle dolci
umane sembianze,
rivedremo i parenti a
cui fummo rapiti!
Beviam!
Se l'inganno si cela
in questo liquore,
disperdilo, o alto
Signore degli Spiriti!
Beviam!
ROSPUS (con ferocia):
(Or fa la tua opra, o
filtro!)
(Tutti bevono.)
MILDA (sopraffatta):
Che accade dentro di
me?
CORO (stupiti. Tutte le
coppe rumoreggiano per terra):
Che accade dentro di
noi?
MILDA:
Una soave lassezza di
sonno!
CORO:
Un languore
ineffabile!
ROSPUS (con scherno):
Andate via sonnambuli
svegli!
Ebbri d'oblio, andate
via!
(Milda esce insieme con il Coro. Ode la chiamata
di Wolff e intuendo una forza superiore alla
sua
esclama furibondo)
Già comincia la lotta.
I miei nemici sono già
a quella soglia.
Ah, non posso
vietargli l'entrata.
Starò in ascolto, qui
dietro:
essi sono forse più
forti, ma io più astuto.
(Si nasconde.
Entrano la fata Vampa e Wolff. La leggera veste della Fata dà ragione del suo
nome, sembra una fiamma che la circondi.)
VAMPA:
Ella è qui, la vedrai
tosto.
Contro le arti del
Mago
combattere ti è forza
abbandonato a te
stesso.
Rammenta i miei
consigli.
Premio della vittoria
è il possesso di colei
che è regina del tuo
cuore.
WOLFF:
Se l'amore non
vincesse,
qual altra forza in
terra o in cielo,
potrebbe mai rompere
l'incanto?
VAMPA:
Passerai per tre prove
una più ardua
dell'altra.
Se ti scoraggi un
istante,
la tua impresa è perduta.
Cadrai in potere del
Mago,
diverrai suo schiavo
in eterno;
e Milda sarà sua, e,
immortali,
s'ameranno lassù tra
noi.
WOLFF:
Se l'amore non
vincesse,
qual altra forza in
terra o in cielo,
potrebbe mai romper
l'incanto?
VAMPA (chiamando,
portando la mano alla bocca):
Rospus! Rospus!
ROSPUS (apparendo da
dietro la roccia, con finta umiltà):
Benvenuti, amici!
Ospitale fu sempre,
questa mia grotta.
Riposatevi,
ristoratevi, quantunque
nulla io abbia che sia
degno
della possente fata
Vampa: succhi d'erbe
benefiche, liquori
distillati
con arte meschina...
VAMPA (con intento):
Tu sai perché venuti noi siam qui.
ROSPUS:
Pietà, pietà d'un
povero vecchio.
Insuperbito dei miei
trionfi
sulle forze nascoste
della Natura,
io chiesi agli Spiriti
il Cibo
che li rende giovani e immortali.
VAMPA:
Il Fato rispose: Fatti amare
dalla prima fanciulla che incontrerai,
giacché l'amore è il divino cibo
che rende sempre giovani e immortali.
WOLFF (con dolcezza):
Ma Milda, che tu incontrasti
la prima sul tuo sentiero,
Milda era mia! Te la contendo,
e son qui per la gran prova.
ROSPUS (c.s.)
Per te il mondo ne ha mille altre!
VAMPA:
Gliel'ho cercata io fra mille.
ROSPUS:
Amano tutte ugualmente!
WOLFF:
Nessuna potrà amare come lei!
ROSPUS:
Pietà, pietà d'un povero vecchio.
WOLFF:
Hai tu avuto pietà di
me?
VAMPA:
Hai tu avuto pietà di
lei?
WOLFF:
Io sento, qui,
la infallibile voce
del cuore,
che mi dice: vincerai!
Vincerò! Non è
possibile che due cuori amanti
debbano esser divisi
così crudelmente!
Mentirebbe il sole che
assentiva ai nostri baci,
mentirebber le stelle
che assentivano ai nostri abbracci!
Mentisca Rospusl
ROSPUS:
Bada, non sei certo di
vincermi!
VAMPA:
Ne sei tu certo?
Io ti lascio.
(Vampa ha indietreggiato a poco a poco, si ferma un momento e poi sparisce dietro una porta.
La scena rimane in una quasi completa
oscurità.)
ROSPUS (chiudendo la
porta dove è sparita Vampa, dice con voce terribile a Wolff):
Ora a noi!
CORO (di dentro si ode un
lamento):
Ahimè! Ahimè! Ahimè!
WOLFF:
Il cuore mi si è
turbato!
ROSPUS:
(L'opra del filtro è
compiuta!)
(Afferrando un
terrorizzato)
(Entra
disordinatamente il Coro facendo gesti di terrore)
Che sono questi
lamenti?
Che cosa avvenne?
Parlate.
(Portano fuori Milda sopra una barella, la depongono in terra nel fondo della grotta.)
CORO:
È morto il fiore
gentile!
Morto il sorriso di
bellezza!
Milda è morta, ahimè!
È morta, è morta,
ahimè!
ROSPUS (simulando
dolore, rivolgendosi a Wolff):
Morta? La tua voce
l'ha uccisa.
WOLFF:
Ella è morta?
Morta quando si
avvicinava
l'ora della
liberazione?
Lasciatemi vedere!
Lasciatemi toccare!
Questa è un'infernale
illusione!
Fredda! Fredda! Ti
scalderò coi miei baci,
colle mie grida ti
desterò.
Ah, se mi amasti
davvero
udrai, anche
dall'inferno,
questo suono.
(Suona
replicatamente il corno da caccia. Alla prima chiamata del corno è silenzio e
Raspus ride
con scherno, alla
seconda Milda dà segno di vita e Rospus tremando vorrebbe impedire la terza
e magica chiamata
del corno, e minaccioso si avanza verso Wolff; ma troppo tardi, che Milda si
desta, e salta in piedi trasognata.)
ROSPUS:
Maledizione!
MILDA:
Era il forte
cacciatore che mi salutava
e parea ripetermi:
Milda, t'amo, t'amo!
CORO:
Non era morta,
dormiva!
Il fiore gentile si è
destato!
WOLFF: ROSPUS:
L'ha destata il
richiamo
Non lo previdi, stolto che fui!
dei nostri giorni
felici!
Stolto che fui, non lo previdi!
ROSPUS:
Hai vinto la prova più
facile.
Strappa, strappa ora
alla fanciulla
un giuramento d'amore.
WOLFF:
Lasciami solo con lei.
ROSPUS (ironicamente):
Lasciamoli soli.
(Volgendosi alla folla)
E voi che vi siete
rallegrati
della mia sconfitta,
portate via
tormenti roditori
dentro le ossa!
CORO (andando via molto
rapidamente come per incanto zoppicando e contorcendosi):
Ahi! Quai cani arrabbiati
ci divorano
internamente!
Ahi! Ahi! Cessa un
momento!
Perché straziarci
così?Ahi! Ahi!
(Rospus e il Coro escono.)
WOLFF (sorpreso del
continuo silenzio di Milda):
Non mi riconosci?
MILDA (trasognata non
riconoscendolo):
Chi siete?
WOLFF:
Non udisti quel suono
di corno?
MILDA:
Era il suo corno, lo
intesi.
WOLFF:
Non mi riconosce! Ha
offuscato
la sua mente il triste
Mago.
Milda!
MILDA:
Chi v'apprese il mio
nome?
WOLFF:
Son io, Wolff, il tuo
Wolff!
MILDA:
Lo attendo
da un anno, un mese e
un giorno!
Mi ha dimenticato!
Vorrei,
vorrei non poterlo
amare più!
WOLFF:
M'ami dunque sempre?
Ripeti
questa parola
possente.
Son io, Wolff, il tuo
Wolff!
MILDA:
Andate!
Vorrei non poterlo
amare più...
(Da sé)
Eppure c'è un fascino
irresistibile
nella voce di costui!
Come di ricordi
dolcissimi
rifiorenti nel
cuore!...
Ma egli crede di
trarmi in inganno,
colle finte
blandizie...
No, all'infuori di
lui, a nessuno
io dirò: t'amo! No.
WOLFF:
Chi lui?... Il Mago
forse? Qual lampo! Attendi un istante.
(Esce precipitosamente.)
MILDA (c.s.):
Eppure vi è un fascino
irresistibile
nella voce di costui!
Ma perché, giunte al
labbro, mentiscono
le parole del cuore?
Ah, egli crede di
trarmi in inganno
colle finte
blandizie!...
No, all'infuori di
lui, a nessuno
io dirò: t'amo! No.
ROSPUS (affaccia la
testa dal suo nascondiglio):
È andato via? Si è perduto d'animo?
(Rientra Wolff
mascherato da Mago, coll’identico vestito di Rospus, la grande barba fluente,
ed
imita l'andare e i
gesti di quello.)
ROSPUS (sta per nascondersi di nuovo, ma Wolff lo ha
scorto e lo trae fuori dal suo nascondiglio e lo
getta in disparte):
Quale travestimento?
Che intendi di fare?
WOLFF:
Non nasconderti;
assisti alla tua disfatta.
ROSPUS:
Che intendi di fare?
WOLFF:
Vedrai.
Milda! Milda!
MILDA (da sé):
Non ho trasalito!
Non provo più repugnanza
all'aspetto del Mago.
(Scorge anche Rospus, si
nasconde il viso tra le mani, atterrita, cercando di fuggire, ma udendo
il canto di Wolff si arresta affascinata.)
Sono due, ahimè!
WOLFF:
Ti canterò la più
soave canzone,
quella che tu cantavi
filando,
i buoi levavan la
testa lunata,
gli usignuoli tacevano
per ascoltarti.
ROSPUS (da sé):
Vo' ripeterla anch'io.
WOLFF (cercando
d'imitare la voce di Milda):
Le mie dita inumidite
traggon fili dorati
così fili il destino
giorni d'oro al mio
amore!
Il mio pensiero è
confuso
col pensiero di lui.
Da lontano o da
vicino,
io vivo pel mio amore!
(Rospus ripete la stessa canzone ma un po' goffamente.)
MILDA:
WOLFF E ROSPUS (insieme c.s.):
Che tormento
d'incertezza.
La rugiada non l'offenda,
È questa, è questa la
mia canzone
quand'ei va mattiniero,
quella che io cantavo
filando! nel
più folto del bosco,
cacciatore il più
ardito.
Il mio pensiero è
confuso
col pensiero di lui.
Da lontano o da vicino
io vivo pel mio amore!
MILDA:
Che tormento
d'incertezza!...
Chi, se non lui, lui
solo,
potrebbe ripetermi
la mia canzone
prediletta?...
Ma quest'aspetto...
ahimè!...
Ma pure... nella sua
voce
c'è qualcosa che mi
attira...
che mi soggioga, che
mi vince!...
(Milda al suono
della voce di Wolff si avvicina e segue il canto, mentre Rospus procura d'imitare
la canzone perché non svanisca l'incanto.)
MILDA:
Wolff, amor mio, sei
tu, sei tu!
(Si getta fra le
braccia di Wolff.)
WOLFF:
Milda, amor mio, son
io, son io!
ROSPUS:
Maledizione!
Maledizione!
Non lo previdi
neppure!
MILDA:
Mi desto da un sogno
da un sogno orribile!
ROSPUS (da un angolo
della caverna trae fuori una spada precipitandosi verso Wolff):
No, non hai vinto
ancora,
ne rimane un'altra
prova,
una prova di morte!
WOLFF (liberatosi dal
suo travestimento da Mago, sciogliendosi dall'abbraccio di Milda):
Ed eccomi a te!
Difenditi.
Questa mia spada saprà ben trovare
il solo punto vulnerabile
del tuo corpo fatato.
Difenditi!
ROSPUS:
Pria che tu giunga a
cavarmi
una sola goccia di
sangue, verserai
fin l'ultima stilla
del tuo sangue superbo!
WOLFF:
Difenditi!
MILDA (scostatasi,
mentre i due si battono, si inginocchia):
Se nel cielo c'è uno spirito più pietoso
di tutti gli altri pei cuori che si amano,
dia baldanza al suo petto e diriga egli stesso
il colpo che segnerà l'ultima ora del mago!
ROSPUS:
Ferito!
WOLFF:
Non è nulla!
ROSPUS:
Ferito!
WOLFF:
Scalfitture!
MILDA:
Oh, cielo!
ROSPUS:
Ferito! Tu
impallidisci e vacilli.
WOLFF:
No, ho ancora tanto
sangue
da poter far rosso
l'oceano!...
Prendi!
ROSPUS:
Ah!... Son morto!
(Milda nel veder
cadere Rospus, si getta nelle braccia di Wolff che vacilla esangue; in
quest'istante
apparisce la fata Vampa che toccando le ferite con la sua magica bacchetta le
risana per
incanto.) (Nel medesimo tempo una luce più bella rischiara la scena, che si è
trasformata in un bel giardino. Accorre il
Coro. Uomini e donne han già ripreso la loro forma
umana.)
MILDA: CORO:
Oh, felicità
insperata! Vittoria!
Vittoria!
Ora sono tua per sempre! Invincibile in cielo e in terra
è Amore!
WOLFF: VAMPA:
Oh gioia senza
confine! Vivrete
felici,
Ora sei mia per
sempre! vivrete
per amarvi!
E rivivrete in lunga
progenie di figliuoli.
Cala
il sipario.