LUIGI CAPUANA
CHI VUOL FIABE, CHI
VUOLE?
Ai bambini lettori
Come abbia fatto il
Raccontafiabe a mettere insieme queste altre, dopo che gli fu rubato - voi lo
sapete - il sacchettino con la polvere portentosa che gli suggeriva le fiabe,
certamente non riuscirebbe a dirvelo, se glielo domandaste, neppure lui.
Ora il povero
Raccontafiabe è molto invecchiato e passa, al solito, le sue giornate davanti a
l'uscio di casa, a godersi il sole, d'inverno, e il fresco, d'estate.
Io che lo vedo
spessissimo - siamo vicini da anni - sentendolo borbottare in questi ultimi
mesi, avevo creduto, da prima, che si dolesse di qualche malanno. Invece,
m'accòrsi che fantasticava a occhi chiusi, e borbottava:
- Se state cheti,
bambini...
Gli sembrava di andare
attorno, come tempo addietro, a raccontar fiabe per le vie:
- Chi vuol fiabe, chi
vuole?
E infatti, sottovoce...
Ed erano fiabe nuove!
Io gli ho fatto il
tradimento di trascriverle, oggi una, domani un'altra, senza ch'egli se
n'accorgesse. E una mattina gli ho detto:
- Raccontafiabe, volete
sentire una fiaba?
- Sì! Sì!
Il poverello sorrideva,
sorrideva approvando con la testa.
- Bravo! Bravo!... Mi
sembra però... è strano! mi sembra di ricordarmela confusamente, quasi fosse
passata per la mia testa. Bravo! Bravo!... Un'altra.
Gliele ho lette tutte, e
si è divertito come un bambino. E quando ho soggiunto: - Sono fiabe vostre! Non
le riconoscete? - ha risposto soltanto:
- Può darsi!... Saranno
le ultime!
Abbiatele care, bambini
miei: sono proprio le ultime.
Luigi
Capuana
Catania, settembre del 1906
C'era una volta un
giardiniere che aveva una figlia cèca e un po' storpia fin dalla nascita. La
mamma era morta dandola alla luce, e il povero vedovo aveva dovuto mettersi in
casa una vecchia donna, perché badasse alla disgraziata. La balia l'aveva
tenuta con sé fino ai dieci anni. Poi, una mattina, gliel'aveva riportata.
- Perché? - domandò il
padre.
- Perché non la posso
soffrire più. Da due mesi in qua, non fa altro che cantare certe nenie così
lamentose, da far venire la malinconia perfino al sassi. Il vicinato
brontolava: «Malannaggio la cèchina e chi l'alleva!». Mio marito...
- Va bene - la
interruppe il giardiniere; - mettetela a sedere là, accanto a l'uscio.
E appena la balia fu
andata via, la bambina cominciò a cantare lamentosamente; pareva che piangesse.
- Che cosa canti,
figliuola mia?
- Canto la mia mala
ventura. Ho gli occhi e non ci vedo; ho le gambe e quasi non posso camminare!.
- C'è chi è peggio di
te, figliuola mia. Tu hai tuo padre che ti vuol bene, e tanti fiori nel
giardino.
- Se mio padre m'avesse
voluto bene, avrebbe piantato il fiore che rende la vista; se mio padre
m'avesse voluto bene avrebbe innestato l'albero il cui frutto raddrizza le
gambe.
- Chi t'ha detto queste
sciocchezze, bambina mia?
- Giacché sono sciocchezze,
lasciatemi cantare!
E riprese la sua nenia;
metteva malinconia anche ai sassi.
Il giardiniere andò a
trovare una vecchia che abitava poco lontano.
- Volete servire la mia
figliola che è cèca e storpia? Vi darà poco da fare.
- Mi darete da mangiare,
da bere, da dormire, e un bel mazzo di fiori ogni mattina.
- Che volete mai farne
dei fiori?
- Non deve importarvene.
- E sia: da mangiare, da
bere, da dormire e un bel mazzo di fiori ogni mattina.
La cèchina si lasciava
vestire, lavare, pettinare dalla vecchia senza dire neppure una parola; poi
quando questa, nelle belle giornate, la conduceva per mano a sedere in un
angolo del giardino, e, nelle giornate cattive, presso la finestra della
rustica casetta, quasi potesse godersi dai vetri lo spettacolo della campagna
circostante e dei monti lontani, la cèchina le diceva:
- Lasciatemi sola.
- Ti annoierai, cuore
mio!
- Lasciatemi sola;
voglio cantare.
- Ti racconterò una
bella fiaba.
- Le belle fiabe non
sono per me.
E cominciava la sua
lamentosa cantilena. Durava così ore e ore, senza riposarsi un solo momento.
Alla fine, dalla stanchezza, chinava la testa su una spalla e s'addormentava.
Il giardiniere era
contento che sua figlia fosse servita bene; ma si sentiva stringere il cuore
udendo sin di fondo al giardino quella nenia lamentosa, della quale non aveva
potuto mai capire le parole.
- Ascoltate bene voi -
si raccomandava alla vecchia, quando essa scendeva giù a prendere il quotidiano
mazzo di fiori.
- Prima di mettersi a
cantare mi manda sempre via.
- E di questi fiori che
ve ne fate?
- Non deve importarvene.
Il giardiniere era
incuriosito. Appena avuto il mazzo, la vecchia diceva:
- Vado e torno subito.
Infatti andava e tornava
subito, senza che a lui fosse riuscito di vedere dove andasse, né di dove
tornasse, quantunque più volte avesse tentato di spiarla. Appena richiuso
dietro a sé il cancello, la vecchia seguiva il muro di cinta del giardino,
svoltava il canto e spariva.
Da principio il
giardiniere non ci aveva badato; ma dopo alcuni mesi era entrato in sospetto di
qualche brutto mistero.
E il sospetto divenne
certezza il giorno che la cèchina non cantò più.
- Perché non canti più,
figliuola mia?
- Non posso cantare,
babbo. Se mi provo, sento qualcosa alla gola, come una mano che mi stringa e mi
voglia soffocare.
Il giardiniere che non
aveva mai posto attenzione all'aspetto della vecchia, quel giorno la guardò
bene.
- Sembra una Strega! -
disse tra sé e sé.
Era tutta grinze, con i
capelli bianchi tutti arruffati, gli occhi orlati di rosso sotto folte e ispide
sopracciglia, il naso adunco, la bocca sdentata e le mani scarne e nodose.
Proprio una Strega! Come non se n'era accorto prima? E pensò di licenziarla per
vedere se, andata via lei, la cèchina potesse riprendere a cantare. Così muta
gli sembrava più triste di quando si sfogava con le nenie che gli stringevano
il cuore.
- Sentite, comare: non
ho più bisogno di voi. Eccovi un bel regalo, tornate a casa vostra; e più amici
di prima come suol dirsi.
La vecchia non rispose
niente; fece un fagotto dei suoi quattro stracci, se lo mise sotto braccio, e
uscì senza neppur salutarlo.
Appena partita lei, la
cèchina chiamò:
- Babbo, babbo, vieni a
sentirmi cantare!
- Ho indovinato dunque!
- pensò il giardiniere.
E stette ad ascoltare la
figlia: questa volta udì bene le parole. La cèchina cantava:
- Attendo, attendo,
nella buia notte,
Ed apro l'uscio se
qualcuno batte.
Dopo la mala vien la
buona sorte...
Il resto non lo ricordo
più!
- Chi ti ha insegnato
questa canzone?
- Nessuno.
- E chi attendi nella
buia notte?
- Non lo so.
- Come ti son venute in
testa cantilena e parole?
- All'improvviso; una
mattina... E non potevo frenarmi.
Il giardiniere era
stupito.
- Babbo, perché non
pianti il fiore che rende la vista?
- Figliola mia, non c'è
giardiniere al mondo che lo conosca.
- Babbo, perché non
innesti l'albero il cui frutto raddrizza le gambe?
- Albero e fiore te li
sei sognati, forse; non ne ho sentito mai parlare.
Allora la cèchina
riprese sottovoce:
- Attendo, attendo nella
buia notte -
e cantato un bel
pezzetto, chinò la testa su una spalla e s'addormentò.
Da quel giorno in poi, a
mezzanotte, notte per notte, accadeva un fatto strano, si sentiva un gran
picchio all'uscio. Il giardiniere balzava da letto, si affacciava alla finestra
e domandava:
- Chi è? Chi cercate?
C'era il lume di luna e
ci si vedeva benissimo; ma non si scorgeva anima viva davanti a l'uscio né nel
giardino.
- Hai sentito picchiare,
figliola mia?
- No, babbo.
- Da parecchie notti a
mezzanotte in punto?
- Ti sarà parso, babbo.
- Dev'essere quella
Stregaccia! - pensò il giardiniere.
E andò a cercarla per
dirle: - Volete smettere, Stregaccia? - Non la trovò: né le vicine seppero
dirgli dove si fosse ridotta ad abitare. Risposero:
- Era pazza! Non parlava
con nessuno. Filava tutta la giornata. Soltanto, quando le domandavano: «Che
cosa ne fate del filato?» brontolava stizzosa: «Una cordicina per impiccarvi!»
Ci metteva paura. È meglio che se ne sia andata di qui. Con le pazze non si sa
mai!...
Il giardiniere, tornando
a casa impensierito, si era rammentato per strada che un giorno sua moglie gli
aveva detto: - Ho trovato un bel gomitolo di refe davanti al cancello del
giardino. Lo tengo in serbo, se mai chi l'ha smarrito venisse a cercarlo. - Era
passato quasi un anno, e allora ella lo aveva adoperato per cucire il corredino
della creaturina che portava in seno. - Finita l'ultima gugliata - gli aveva
raccontato sua moglie - sai? È venuta una vecchia: «Avete trovato un gomitolo
di refe?». «Sì, ora è quasi un anno; ma l'ho già adoprato. Se volete, ve lo
pago.» «Nemmeno il tesoro del Re basterebbe a pagarlo!» E mi ha voltato le
spalle sdegnata. - Marito e moglie quel giorno ne avevano riso. E da quando la
povera donna era morta di parto, il giardiniere non si era più rammentato del
gomitolo; la risposta di quelle donne gliel'aveva fatto ritornare in mente. Ah!
la Stregaccia filava, filava tutta la giornata? Il gomitolo era certo di lei, e
conteneva una malìa! Infatti la bambina era nata cèca e storpia perché il suo
corredino era stato cucito con quel refe!
Nessuno ora avrebbe
potuto levarglielo di testa! A casa trovò la figliola che piangeva:
- Ah, babbo, babbo!
Hanno picchiato a l’uscio e non ho fatto in tempo ad aprire. Scesi, alla
meglio, tastoni le scale, ma chi aveva picchiato era già andato via!
- Sarà stato qualcuno
che voleva dei fiori; tornerà.
- No, babbo!
Attendo, attendo, nella
buia notte,
Ed apro l'uscio se
qualcuno batte.
Dopo la mala vien la
buona sorte...
- Era venuta, babbo!
Forse non tornerà più!
E la poverina si
struggeva in lacrime. Il giardiniere non sapeva come consolarla.
- Zitta - le disse. - Ti
dò un bel mazzo di fiori. Li colgo freschi freschi apposta per te.
La cèchina, avuto in
mano il mazzo, cominciò a tastarlo, a brancicarlo tutto, e poi a strapparlo
fiore per fiore. Compiuto lo scempio, lo buttò via.
- Perché hai fatto
questo, figliola?
- Perché quel fiore non
c'è.
- Quale?
- Quello che rende la
vista.
Il giardiniere si mise a
riflettere:
- Se lei ne parla, vuol
dire che questo fiore esiste davvero!
E per ciò ogni mattina
coglieva i fiori più belli e più rari, e fattone un gran mazzo lo portava alla
figliola.
Ma erano ormai passati
parecchi mesi, e la cèchina, avuto in mano il mazzo, lo tastava, lo brancicava
tutto e poi, strappàtolo fiore per fiore, lo buttava via, dicendo con accento,
desolato:
- Quel fiore non c'è!
Il giardiniere, intanto,
non desisteva dal portargliene ogni mattina uno nuovo. Aveva riflettuto che la
Stregaccia, volendo un mazzo di fiori al giorno, doveva sapere quel che faceva.
Certamente - come dubitarne più? - il portentoso fiore capace di ridonare la
vista esisteva, ma non lo conosceva nessuno. Bisognava affidarsi al caso. E la
Strega, volendo un mazzo di fiori al giorno, aveva tentato d'impedire che la
cèchina riacquistasse la vista. Ahimè! Forse quel fiore era stato colto e
portato via dalla Strega in uno dei tanti mazzi ricevuti! E se non rifioriva
più? E se era di quelli che fioriscono una sola volta all'anno? Non sapeva
darsene pace. Se avesse avuto la stregaccia tra le ugne, l'avrebbe ridotta a
brani!
Una mattina, trin,
trin, trin, si ferma al cancello del giardino una carrozza tirata
da quattro cavalli con la sonagliera, e ne scende un bel giovane, vestito di
stoffa di seta intramata di oro, con un gran cappello ornato di piume, collare
di pizzi, e pizzi alle maniche che gli coprivano le mani.
- Siete voi il
giardiniere?
- Per servirla, mio bel
signore.
- Cogliete tutti i fiori
che avete, e riempitemene la carrozza.
- Tutti no, mio bel
signore. I più freschi e i più belli devo serbarli per la mia figliola.
- Che ne fa la vostra
figliuola?
- Li tasta, li brancica,
li strappa e li butta via.
- È quella lì?
- Sì, mio bel signore.
La ragazza che aveva già
sedici anni, seduta all'ombra di un albero, cantava tristamente.
Il giovane era rimasto
incantato a guardarla e ad ascoltarla. Rosea, coi capelli d'oro, con le mani
fini, affusolate, con le pupille coperte da un velo bianco, la cèchina intenta
a cantare non si era accorta della presenza di quei che si erano fermati a poca
distanza.
- È cèca?
- Cèca e storpia, mio
bel signore!
- Che disgrazia!
E pareva non respirasse
dalla commozione e dalla meraviglia di tanta bellezza.
- Che cosa canta?
- Dice:
Attendo, attendo, nella buia
notte,
Ed apro l'uscio se
qualcuno batte.
Dopo la mala vien la
buona sorte...
- Il resto, la poverina,
non lo ricorda più. Ora vo a cogliervi i fiori.
Il giovane signore
risalì, pensoso, nella carrozza, e quando il giardiniere tornò con una gran
bracciata di fiori di ogni sorta, ricevette quattro grosse monete d'oro che gli
fecero sgranare gli occhi.
Il giorno dopo, ecco, trin,
trin, trin, la carrozza tirata da quattro cavalli con le
sonagliere. Ne esce una vecchia signora riccamente vestita che domanda:
- Siete voi il
giardiniere?
- Per servirla, padrona
mia.
- Cogliete tutti i fiori
che avete, e riempitemene la carrozza.
- Tutti no, padrona mia.
I più freschi e i più belli devo serbarli per la mia figliola.
- Che ne fa la vostra
figliola?
- Li tasta, li brancica,
li strappa e li butta via.
- È quella li?
- Sì, padrona mia.
La ragazza, seduta
accanto all'uscio, cantava tristamente. Anche la vecchia signora era rimasta
incantata a guardarla e ad ascoltarla. Ma non domandò: che cosa canta? Fece
cenno al giardiniere di andar a cogliere i fiori, e quando questi gliene portò
una gran bracciata che riempì la carrozza, gli diè quattro grosse monete d'oro
che gli fecero sgranare gli occhi.
- Se continua ogni
giorno così, la mia figliola avrà presto una buona dote.
Intanto ogni notte, a
mezzanotte, si udiva un gran picchio all'uscio.
- Hai sentito, figliola
mia?
- No, babbo; ti sarà
parso.
- È certamente la
Stregaccia! - egli pensava. - Se la incontro, l'accoppo!
Ma chi veniva a
picchiare, di giorno, giusto quando lui non c'era?
Decise di nascondersi e
di stare in vedetta. Disse alla figlia:
- Vado al mercato. Se
picchiano, non aprire.
E rimpiattato dietro una
siepe da dove poteva veder bene, stiè ad attendere. Passa un'ora, ne passano
due, nessuno! Stava per uscire dal nascondiglio, quando, a un tratto, che cosa
vede? Vede un giovinotto, vestito da contadino, che si accosta cautamente
all'uscio della casetta e picchia tre volte. Il giardiniere sente la voce della
cèchina: - Chi è? Chi cercate? - e poi la risposta del giovinotto: - Il più bel
paio di occhi del mondo!
- Avete sbagliato uscio!
- Non ho sbagliato!
Al giardiniere gli
pareva e non gli pareva di riconoscere quel viso. L'aveva veduto un'altra
volta? Sì, sì. Non era il bel signorino venuto in carrozza due giorni addietro,
che aveva voluto tanti fiori e gli aveva regalato quattro grosse monete d'oro?
poteva mai darsi? E se era, perché travestito da contadino? Intrigato da questo
mistero, e vedendo che quegli stava per andar via non ricevendo più risposta dalla
cèchina, il giardiniere si fece avanti.
- Chi siete? Chi
cercate?
- Vorrei allogarmi per
garzone; non chiedo salario.
- Se è così, ti prendo
volentieri. Il tuo mestiere?
- Lo stesso del vostro.
E intanto, al
giardiniere, più lo guardava e più gli pareva di non ingannarsi. La
rassomiglianza era perfetta.
- Stiamo a vedere! -
pensò.
Lo menò in fondo al
giardino, gli ordinò quel che doveva fare, e lui andò a trovare la figliola.
- Perché piangi,
figliola mia?
- È venuto uno a
beffarmi. Ha picchiato tre volte all'uscio, e alla mia domanda: «Chi siete? Chi
cercate?» ha risposto: «Cerco il più bel paio d'occhi del mondo». Ed io sono
cèca!
- Non angustiarti,
figliola!
- Chi canta nel
giardino?
- Il garzone che ho
preso poco fa.
- È allegro, a quel che
pare!
- Chi lavora cantando
sente meno la fatica. Se ti dà fastidio, lo faccio tacere.
- Anzi; ha una bella
voce.
Ma non appena la
cèchina, cessato di piangere, si mise a cantare anche lei la solita nenia,
quell'altro tacque. Il giardiniere lo trovò intento ad ascoltare.
- Così tu lavori?
- Questo lamento mi
stronca le braccia!
- Devi abituarti ad
udirlo: è la cèchina, mia figlia, che canta, se tu non lo sai.
- Come si fa ad
abituarsi? Spezza il cuore.
Intanto, al giardiniere,
più lo guardava, e più gli pareva di non ingannarsi. La rassomiglianza era
perfetta. E, cogliendo i fiori pel mazzo da portare alla figlia, lo
interrogava.
- Dov'eri allogato
prima?
- Dal giardiniere del
re.
- E perché sei andato
via?
- Perché al Reuccio è
piaciuto così.
- Senza nessuna ragione?
- Senza nessuna ragione.
- Uhm!
Il giardiniere pensò di
andare a informarsi se colui avesse detto la verità. Trovò il palazzo sossopra;
gente che andava, gente che veniva, tutti affaccendati, e con certi visi!
- Che cosa è accaduto?
Qualche disgrazia?
- Il Reuccio è sparito
da parecchi giorni, e non si sa dove sia. Il Re e la Regina lo piangono per
morto. Doveva sposare la figlia del Re di Francia; ma dal momento in cui una
zingara disse ai Re: «Se il Reuccio sposa costei, muore lo stesso giorno delle
nozze. Chi dovrà egli sposare glielo dirò in un orecchio, se Vostra Maestà me
lo permette» e glielo disse in un orecchio col consenso del Re - sin da quel
momento le trattative furono rotte, e il Reuccio divenne così malinconico, che
non si riconosceva più. Tutt'a un tratto è sparito, e non si sa dove sia.
C'era tanta confusione,
che il giardiniere poté entrare nel giardino reale senza che le guardie glielo
impedissero.
- Dite, compare: avete
mandato via un giovane garzone?
- Non ho mandato via
nessuno - rispose il giardiniere del Re.
- È venuto uno ad
allogarsi da me, sono giardiniere anch'io e vuol darmi a intendere che prima
stava a garzone da voi e che l'avete licenziato perché così piacque al Reuccio.
- Non gli date retta!
Sarà un poco di bono.
- Quanti bei fiori avete
qui!
- Voglio regalarvene un
mazzo. Vi darò anche dei semi, se li gradite.
- Grazie!
Trattandosi di fare un
regalo a persona del mestiere, colui aveva scelto i fiori più belli e più rari.
Tornato a casa, il
povero padre trovò di nuovo la figliola che piangeva.
- Perché piangi,
figliola mia?
- È venuto un'altra
volta quel tale a beffarmi. Ha dato tre picchi a l'uscio, e alla mia domanda:
«Chi siete? Chi cercate?» ha risposto: «Cerco il più bel paio d'occhi del
mondo». Ed io sono cèca.
Stizzito, il giardiniere
non pensò neppure a dare alla figlia il magnifico mazzo di fiori ricevuto in
regalo, e corse in fondo al giardino, dove il garzone annaffiava le aiuole
cantando.
- Ti ho visto e ti ho
udito, sai? Perché ti diverti a far piangere mia figlia, canzonandola: Cerco il
più bel paio di occhi del mondo?
Questi faceva il grullo,
come se il suo padrone non parlasse con lui. E cantava:
- Attendi, attendi nella
buia notte,
Ed apri l'uscio se
qualcuno batte.
Dopo la mala, vien la
buona sorte,
E viene con colui che
non sa l'arte.
Queste ultime parole
erano quelle che la cèchina non ricordava più? Il povero giardiniere rimase.
Gli pareva di sognare, gli pareva di sentirsi portar via il cervello da un
colpo di pazzia. E non sapeva che cosa dovesse fare: se dirgli: - Tu non sei un
contadino, sei quel signore venuto qui con la carrozza a quattro cavalli con le
sonagliere! La canzone lo cantava chiaro: - Colui che non sa l'arte! - E con
lui era dunque venuta la buona sorte per la cèchina?
- Se parlo, forse guasto
- rifletté.
E tornò addietro, dalla
figliola che ancora piangeva:
- Ecco un bel mazzo di
fiori. Sono del giardino del Re.
La cèchina lo tastò, lo
brancicò e poi strappàtolo fiore per fiore, lo buttò per terra:
- Quel fiore non c'è!
Il fiore che dava la
vista non lo avevano neppure nel giardino reale! E il giardiniere si era
lusingato che potesse trovarsi, per caso, tra quelli del mazzo.
Intanto più egli
guardava il giovane e più gli pareva di non ingannarsi; la rassomiglianza era
perfetta. Quale mistero c'era sotto? Pel bene della sua figliola, rifletté di
non esitare ancora - se parlo forse guasto! - e appunto stava per rivolgere al
giovane una domanda, quando, trin! trin! trin! ecco la
carrozza tirata da quattro cavalli con le sonagliere, e la vecchia signora
dell'altra volta, riccamente vestita.
- Giardiniere, avete
fiori?
- Quanti ne volete,
padrona mia.
- Coglieteli tutti e
riempitemene la carrozza.
- Tutti no, padrona mia.
I più freschi e i più belli devo serbarli per la mia figliola.
E maliziosamente
aggiunse:
- Là c'è il garzone. Dia
i suoi ordini a lui. In questo momento ho da fare.
Voleva vedere quel che
sarebbe accaduto tra il garzone e lei. Girando dietro la siepe, gli sarebbe
stato facile anche ascoltare. Così fece. E quel che vide e udì lo colmò di
stupore.
- Non ha ancora aperto
l'uscio?
- Non l'ha ancora
aperto. Come sente lamia risposta: «Cerco i più begli occhi del mondo» si mette
a piangere.
- Picchiate domani
all'alba. Vi aprirà.
- E il fiore?
- Sta per spuntare.
Spuntare, crescere e sbocciare sarà quasi un solo momento: ma bisogna che non
abbia altri fiori attorno. Coglieteli e portateli nella mia carrozza. Intanto
appena il giardiniere e la cèchina saranno andati a letto, spargete davanti a
l'uscio questa polvere per stornare la malìa della Strega. Essa viene ogni
notte, a mezzanotte, e picchia. Se la ragazza le aprisse, rimarrebbe cèca per
tutta la vita. Ed ora addio. Non mi rivedrete più. Siate felice, Reuccio! Chi
bene fa, bene riceve; tenetelo a mente.
Il giardiniere non
credeva ai suoi occhi e ai suoi orecchi!
La vecchia signora
doveva essere una Fata! E quello era il Reuccio che non si sapeva dove fosse!
Si allontanò in punta di
piedi, trattenendo il respiro, col cuore che, dalla gioia, pareva volesse
scoppiargli nel petto. E corse ad abbracciare la povera cèchina che cantava
malinconicamente:
- Attendo, attendo nella
buia notte.
- Babbo, perché mi
abbracci così forte?
- Perché io ti voglio
bene, figliola mia!
Non le disse altro.
Pensava:
- Se parlo, forse
guasto!
Quella notte, a
mezzanotte, il solito forte picchio a l'uscio.
- Picchiano, babbo!... È
la buona sorte!
- Ti è parso, figliola
mia!
- Lasciami andare ad
aprire, babbo! Se va via, non torna più!
Si udì un altro picchio,
più forte.
- Hai sentito, babbo?
- Ti è parso, figliola
mia.
La cèchina saltò giù dal
letto nonostante che le gambe la reggessero a stento; saltò giù anche il padre
e la trattenne.
- Ah, padre scellerato!
Non vuoi che apra alla buona sorte!
Si udì un terzo picchio
più insistente.
La cèchina voleva andare
ad aprire a ogni costo, dibattendosi.
Allora scoppiò un
grand'urlo:
- Ahi! Ahi!
Il giardiniere aperse la
finestra e vide la Strega in fiamme, che si arrotolava per terra e bruciava
come un tizzo. Dopo pochi minuti, ne rimaneva appena un po' di cenere.
- Chi gridava, babbo?
Sento puzzo di bruciaticcio.
- Non è niente; il
garzone ha dato fuoco a un po' di paglia. Riaddormentati, figliola!
Non voleva spaventarla.
Ma nessuno dei due prese
sonno. E di tanto in tanto la cèchina si lamentava sotto voce, credendo che suo
padre dormisse:
- Era la buona sorte! E
mi ha impedito di aprirle!
All'alba un picchio
fortissimo faceva rintronare la casetta. Questa volta la cèchina saltò giù,
zitta zitta, dal letto, indossò alla meglio la veste, si trascinò, tastoni, con
le gambe storpie, per le scale, e giunta dietro a l'uscio domandò:
- Chi siete? Chi
cercate?
- Cerco i più begli
occhi del mondo!
- I più miseri occhi
eccoli qui!
E spalancò l'uscio
disperatamente.
Si sentì passare
ripassare, lieve lieve, su le palpebre qualcosa di fresco, di vellutato, e
sùbito le parve che un violento chiarore la ferisse. Diè un grido e cadde
svenuta tra le braccia del garzone giardiniere, che era proprio il Reuccio.
Quando la cèchina, non più cèca, riaprì le palpebre, egli vide splendere
davvero i più begli occhi del mondo; sembravano due soli!
Al grido era accorso il
padre. Figuriamoci la sua gioia, vedendo la figliola che guardava attorno
stupita, e non potea dire una sola parola! Ma dovettero metterla a sedere
perché si reggeva male su le gambe storte. Si era trovato, finalmente, il fiore
che rendeva la vista! Si sarebbe trovato pure l'albero il cui frutto raddrizzava
le gambe; non se ne poteva più dubitare.
Ora, con tutto quel che
era accaduto, al giardiniere non passava per la testa che il Reuccio potesse
voler sposare sua figlia. E sentendogli dire: - Questa sarà la mia Reginotta -
fu preso da spavento, temendo che il Re e la Regina non lo avrebbero mai
permesso, e che ne sarebbe venuto danno a lui e alla sua figliola, se il
Reuccio si fosse ostinato.
Infatti il Re e la
Regina, appreso dalla stessa bocca del Reuccio la decisione di sposare la
figlia del giardiniere, montarono in grandissima collera.
Invano il Reuccio rivelò
quel che gli aveva predetto in segreto la zingara, che poi era fata Ragno,
perché il giorno era ragno e la notte bellissima Fata. Invano raccontò che
egli, avendo un giorno impedito a un contadino di ammazzare un ragno, la notte
dopo si era visto comparire davanti la bellissima Fata venuta a ringraziarlo,
perché quel ragno era lei. Gli aveva promesso: Ti farò sposare i più begli
occhi del mondo e...
Re e Regina non lo
lasciarono neppure finir di parlare.
- O Reuccio, o
giardiniere: scegli!
- Giardiniere, Maestà.
E per i più begli occhi
del mondo rinunciò alla corona.
Fata Ragno però non
aveva pensato d'indicargli l'albero il cui frutto raddrizzava le gambe. E gli
aveva detto: - Addio, non ci rivedremo più!
- Dove rintracciarla?
Coltivando fiori e
piante, il Reuccio spesso la invocava:
- Ah fata Ragno, fata
Ragno! Vi siete scordata di me!
Ma una mattina, il
Reuccio guarda in un cantuccio di aiuola e vede prodursi un portento. Da una
zolla nuda spuntavano due foglioline e poi un gambo e altre foglie, su, su; e
il gambo si rafforzava, diventava tronco; e i rami si distendevano, e tra le fronde
tanti bei fiori rossi che cascavano e lasciavano scorgere frutti piccoli come
bacche che, sotto gli occhi maravigliati del Reuccio, si ingrossavano, prima
verdi, poi gialli di un colore d'oro scuro, e maturavano in pochi istanti... E
tra i rami, luccicavano al sole i fili di argento di un largo ragnatelo; e nel
centro armeggiava con le gambe un grosso ragno verde, tessendo e ritessendo.
Il Reuccio non stiè più
alle mosse, colse quanti più frutti poté e corse dalla cèchina che stava ancora
a letto, quantunque il giorno fosse inoltrato. Ella aveva voluto che
continuassero a chiamarla così: le faceva piacere ricordarsi della sua
disgrazia ora che sapeva di avere i più begli occhi del mondo.
- Cèchina, su, mangia
questo frutto, e vedrai!
- Oh, come è amaro!
La Cèchina, addentatolo,
lo buttò via.
- Mangiane almeno uno
solo; te ne prego! uno solo!
La cèchina fece uno
sforzo, per contentare il Reuccio, e non aveva terminato di mangiare uno di
quei frutti color di oro scuro, che sentì un delizioso formicolìo alle gambe, e
poi lunghi stiramenti... e poi più niente. Era guarita; aveva le più belle
gambe diritte del mondo!
La notizia di questo
secondo portento giunse fino agii orecchi del Re e della Regina.
- Ma dunque quella
cèchina era davvero una gran bellezza?
- Ma dunque quella
cèchina era davvero protetta da una Fata?
- Andiamo a vedere.
- Andiamo; ma senza
farci conoscere.
E si travestirono da
mendicanti.
- Fate la carità a due
poveri vecchi! Sono due giorni che non mangiamo!
Al lamento accorse la
cèchina e aperse il cancello.
- Entrate ed attendete
un istante.
Tornò di lì a poco con
pane ed altro:
- Tenete, ristoratevi.
Queste monete vi serviranno pei vostri bisogni.
E così dicendo, metteva
in mano del Re e della Regina due monete d'oro per ciascuno.
- Siete voi la
Reginotta?
- Se fossi Reginotta,
non starei qui, ma a palazzo reale. Mio marito non è più Reuccio; è
giardiniere.
- Sono stati cattivi il
Re e la Regina.
- Che ne sapete
voialtri? Potevano far peggio e non lo hanno fatto.
Il Re e la Regina si
guardarono negli occhi. Non era soltanto bellissima, ma anche buona. E si
sentirono intenerire.
Intanto si era accostato
il Reuccio umilmente vestito da giardiniere. A quella vista, dovettero fare un
grandissimo sforzo per contenersi.
- Grazie, figlioli! Il
cielo ve ne renda merito.
E si affrettarono ad
andar via.
- Poverini! - esclamò la
cèchina. - Non mangiavano da due giorni. Non ti dispiacerà che gli ho dato
quattro monete d'oro, quelle tue.
- Hai fatto bene. Vieni
a vedere che fiorita, questa mattina! Sembra che tutte le aiuole siano in festa
per noi.
La vera festa fu più
tardi, quando - trin! trin! trin! - si fermarono al
cancello due carrozze tirate da otto robusti cavalli con le sonagliere. Erano
le carrozze reali.
Al vedere discendere il
Re e la Regina, il Reuccio si turbò.
- Siete voi il
giardiniere?
- Sì, Maestà.
- Datemi il più bel
fiore del vostro giardino.
Il Reuccio, gongolante
di gioia, prese per mano la cèchina:
- Eccolo qui, Maestà.
Fu così che la cèchina
diventò Reginotta,
- Ed io? Rimarrò qui
solo? - disse il giardiniere.
- C'è posto anche per
voi nel palazzo reale.
La sposa ebbe tanti
doni, ma il più ricco fu quello del Re: un bel ragno di pietre preziose per
ricordo di fata Ragno.
Stretta la foglia, larga
la via,
Dite la vostra, che ho
detto la mia.
C'era una volta un
vecchio contadino che abitava in una grotta in cima a un monte. Nessuno sapeva
di dove fosse venuto e perché vivesse colà solo solo, lavorando da mattina a
sera il terreno attorno. Vi seminava legumi e fiori secondo le stagioni. E a
chi gli domandava: - Che cosa ne fate dei fiori? - rispondeva:
- I legumi per lo
stomaco, i fiori per la vista.
Se poi qualcuno gli
chiedeva un fiore:
- Legumi sì, fiori no.
- Perché, compare?
- Perché ogni fiore è
una pietra preziosa, che va aggiunta al mio tesoro.
- E dove lo tenete
nascosto il vostro tesoro?
- Nella grotta, ma c'è
l'incanto. Per vincere l'incanto ci vuol l'uomo senza braccia.
- È pazzo il compare!
Sentendolo parlare a
quel modo, dicevano tutti così. Un giorno si presentarono lassù due cacciatori.
- Compare, c'è
selvaggina da queste parti?
- Non ne ho mai vista,
compari.
- Quanti bei fiori! Che
ve ne fate?
- I legumi per lo
stomaco, i fiori per la vista.
- Se voi permettete, ne
cogliamo qualcuno.
- Provatevi, vedrete.
- Ahi! Ahi!
Si erano punti
maledettamente, e scotevano le dita dal gran dolore.
- Siamo stanchi.
Consentite che ci riposiamo un po' nella vostra grotta?
- Volentieri, compari.
Ma...
Grotta aperta,
Non c'è letto né coperta.
C'è soltanto un po' di
strame,
Ed un sasso per
guanciale.
- Ci accomoderemo alla
meglio.
Appena entrati nella
grotta, invece di buttarsi a dormire, quei due cominciarono a picchiare nelle
pareti per scoprire dove il vecchio nascondeva il tesoro di cui avevano sentito
parlare; e, ad ogni picchio, rispondeva un eco prolungato da far capire che là
dietro, c'era un gran vuoto. Il tesoro doveva essere nascosto nelle viscere del
monte. Nessuna buca; e quantunque le pareti, specialmente quella di fondo,
sembrassero poco spesse, la pietra di cui erano formate era resistentissima.
Occorreva lavorare di palo e di piccone. Per quella volta, bastava l'essersi
accertati che il vecchio contadino non era pazzo, come credeva la gente. Si
stesero per terra e si addormentarono.
Parecchi giorni dopo,
ecco di nuovo quei due, ma questa volta travestiti da muratori, con un palo e
un piccone ognuno.
- Abbiamo finito.un
lavoro laggiù e siamo stanchi. Consentite, compare, che ci riposiamo un po'
nella vostra grotta?
- Volentieri... Ma...
Grotta aperta,
Non c'è letto né
coperta.
C'è soltanto un po' di
strame,
Ed un sasso per
guanciale.
- Ci accomoderemo alla
meglio.
Appena entrati nella
grotta, invece di buttarsi a dormire, quei due cominciarono a dare, ora coi
pali, ora coi picconi, alla parete di fondo, e in men di mezz'ora vi avevano
già praticato una larga buca, da potervi passare la testa.
- Che cosa vedi?
- Buio pesto.
- Lascia guardare a me.
- Che cosa vedi?
- Una luce, quasi
cominci ad aggiornare.
- Lascia guardare a me.
- Che cosa vedi?
- Meraviglie! Oro,
diamanti, e altre pietre preziose!
Si diedero accanitamente
ad allargare la buca; e di tratto in tratto si fermavano per guardare,
spalancando gli occhi. Ora, si vedeva a perdita d'occhio una fila di stanze
illuminate da una luce più bella di quella del sole, e alle pareti, tal
splendore di riflessi d'oro, di diamanti, di altre pietre preziose di ogni
colore, che la vista n'era abbagliata e non poteva tollerarlo.
- Entriamo; entra tu il
primo.
- No, tu!
Avevano paura. Entrarono
insieme, tenendosi per mano come due bambini, per farsi coraggio. Passavano da
maraviglia in maraviglia, stupiti. Poi uno disse:
- Riempiamoci almeno le
tasche!
- Sì, riempiamoci le
tasche!
E quando se le furono
riempite ben bene, prendendo a manate diamanti, rubini, topazi dai mucchi che
ingombravano il suolo, si voltarono per tornare addietro. Ma allora quelle
pietre preziose cominciarono a pesare, a pesare da impedir loro di muovere un
passo.
- Come facciamo?
- Buttiamone via un po'!
Mossero pochi altri
passi, e il peso si aggravò di nuovo.
- Buttiamone via un
altro po'!
Ma fatti pochi altri
passi, daccapo! Quando furono vicini alla buca, nessuno dei due aveva la più
piccola pietra preziosa. Stavano per uscir fuori; ed ecco agitarsi per aria due
nodosi bastoni, mossi da mani invisibili, che cominciarono a picchiar sodo su
le spalle, su le braccia, su le gambe dei malcapitati.
- Ahi! Ahi! Aiuto!
Aiuto!
Scapparono fuori della
grotta.
- Che cosa è stato,
compari?
- Niente. Sognavamo che
ci bastonassero.
- Sognavate certamente.
Potevano dire la verità?
Intanto si tastavano braccia e spalle.
- Perché ridete,
compare?
- Cacciatori, muratori:
Eran dentro ed or son
fuori.
Li aveva riconosciuti! E
andarono via mogi mogi.
Allorché raccontarono
quel che era accaduto, nessuno voleva crederli. Tutti ripetevano:
- È pazzo! Dice che
vincerà l'incanto l'uomo senza braccia!
- È possibile? Dove si
trova l'uomo senza braccia?
- Bisogna cercarlo.
E che cosa pensarono?
Uno dei due doveva fare il sacrifizio di lasciarsi segare le braccia. Preso il
tesoro, sarebbero diventati così ricchi, che colui che più non aveva braccia
avrebbe potuto mantenere cento persone per vestirlo ed imboccarlo.
E avuto in mano il
tesoro, spartivano soltanto?
- Chi farà il
sacrificio, prenderà per due. Lo fai tu?
- No, tu.
- Tiriamo a sorte, a
pari e dispari. Io dispari e tu pari.
E buttarono le dita.
- E se poi tu mi neghi
la parte? Io non potrò farti niente - disse colui che doveva lasciarsi segare
le braccia.
- M'impreco da me: se
manco alla parola, all'istante il tesoro mi si muti in gusci di chiocciola!
Andarono da un chirurgo.
- Voglio segate le braccia.
- Siete matto! Vi danno
forse fastidio?
- Mi danno fastidio.
- Coi matti non
m'impiccio: rivolgetevi a un altro.
Visto che nessun
chirurgo voleva prestarsi a segar le braccia a un uomo sano, decisero di
ricorrere ad una Strega, e andarono a trovarla, di sera.
- Voglio segate le
braccia.
La Strega, senza
rispondere una parola, gli fe' cenno di nudarsele, prese da un barattolo un
unguento nero e puzzolente e gliele unse torno torno, nel punto in cui dovevano
esser segate. E le carni cominciarono a bruciare, a fumigare.
Colui gridava, si
contorceva dall'atroce dolore.
- Coraggio, amico!
Coraggio!
A quest'altro, intanto,
brillavano gli occhi dalla gioia, vedendo compirsi il portento. Le braccia
erano cascate per terra: i moncherini rimasti non fumigavano più.
- E per merito vostro,
nonna?
- Mi bastano quelle
braccia.
Le raccolse da terra e
le ripose in una cassetta.
Era già notte quando
essi uscirono dalla casa della Strega. Non bisognava farsi scorgere da nessuno.
Se la gente arrivava a sapere dell'uomo senza braccia, gli sarebbe corsa dietro
fino alla grotta in cima al monte dov'era nascosto il tesoro. Perciò non
aspettarono che si facesse giorno per andare lassù.
- Quanti legumi,
compare! Quanti bei fiori!
- I legumi per lo
stomaco, i fiori per la vista.
- Perché non regalate
mai un fiore?
- Ogni fiore è una
pietra preziosa che va aggiunta al mio tesoro. È nella grotta incantata. Per
vincere l'incanto ci vuol l'uomo senza testa.
- Come senza testa? Una
volta dicevate: ci vuol l'uomo senza braccia.
- Ho detto sempre senza
testa. Avete sentito male.
- Non ce n'importa. Siamo
stanchi. Consentite che ci riposiamo nella vostra grotta?
- Volentieri, compari...
Ma...
Grotta
aperta,
Non
c'è letto né coperta.
C'è
soltanto un po' di strame
Ed un
sasso per guanciale.
- Ci accomoderemo alla
meglio.
Ritrovarono, buttati in
un canto, i pali e i picconi abbandonati là mesi addietro; ma della buca
nessuna traccia. Esitavano, un po' scombussolati dalla risposta del vecchio.
- Furbo il vecchiaccio!
- esclamò colui con le braccia. - Ha detto a quel modo per impedirci di tentar
di rompere l'incanto.
E cominciò a dar colpi
di palo alla porta nello stesso punto ove si era richiusa la buca. La parete
non cedeva: sembrava di bronzo.
Allora l'altro ebbe l'idea
di appoggiarvisi con le spalle, e di far forza puntando i piedi al suolo. La
parete crollò.
Questa volta essi non
ebbero più nessuna esitanza di entrare, né temerono di esser bastonati di nuovo
all'uscita; l'incanto era stato rotto dall'uomo senza braccia. E corsero fino
in fondo, dove l'altra volta non erano arrivati. Le pietre preziose erano tali
e tante, che essi non sapevano decidersi da che parte rifarsi per riempirsi le
tasche. - Questa! - No, quest'altra! - No, quella là!
- Non dubitare. Ritorneremo
domani, domani l'altro e altri giorni e mesi ancora. Ora i padroni siamo noi.
Non c'è più incanto.
- Ricorda il patto!
Ricorda il patto!
- Scelgo il meglio per
te.
Questo non era vero; le
pietre più belle e più grosse se le metteva in tasca lui. Esse pesavano, ma non
come l'altra volta, da impedir loro di muovere un passo.
Sul punto di uscire
dalla grotta, esitarono un po', ricordando le legnate di quel giorno; ma non
vedendo balenare bastoni per aria, rientrarono nella grotta, e dietro le loro
spalle la porta si richiuse tutt'a un tratto ruvida, quasi di bronzo, com'era
prima.
- Avete dormito bene,
compari?
- Come su un letto di
rose.
- Eh? Dunque per romper
l'incanto ci vuole l'omo senza testa?
- Chi l'ha detto? Avete
sentito male. Senza gambe ci vuole!
- Siete allegro,
compare!
Scendendo la strada del
monte i due cominciarono a bisticciarsi.
- Tu m'hai truffato!
- Guarda: le tue tasche
son più piene delle mie!
- Rimettiamo tutto in
comune, e dividiamo pietra per pietra. Due parti per me, una per te.
Vuotate per terra le
tasche, colui con le braccia si mise a contare rapidamente.
- Dici uno... dici
due... dici sei, diciassette, diciotto, diciannove e venti. È una tua parte.
Dici uno, dici due... e venti. È un'altra tua parte.
Ma contando per sé
contava esattamente: - Uno, due, tre... - E così prendeva il doppio.
Quando stese la mano per
rimettere in tasca al compagno le pietre preziose; gettò un grido quasi gli si
fosse rattrappita dallo spavento, vedendo mutarsi in gusci di chiocciole tutte
le pietre preziose che aveva davanti.
Allora l'omo senza
braccia non ne volle più sapere di costui. Andò a trovare un suo parente e gli
raccontò ogni cosa.
- E tu hai veduto e
toccato con mano le pietre preziose?
- Sì, le ho vedute e le
ho toccate la prima volta.
- E poi sono diventate
gusci di chiocciole?
- Sì, poi son diventate
gusci di chiocciole.
- E ti sei fatto segare
le braccia per guadagnare quel tesoro?
- Per rompere l'incanto
ci voleva l'uomo senza braccia.
Non la finiva con le
domande, tanto gli sembrava incredibile quel racconto. Tutte quelle pietre
preziose fattegli riluccicare quasi sotto gli occhi accendevano intanto
l'avidità di costui.
- Tentare non nuoce.
E accompagnò l'uomo
senza braccia in cima al monte.
- Dov'è la grotta?
- Era qua; come mai non
si trova?
Gira, rigira, non
vedevano altro che massi, piante selvatiche e massi ancora.
- Dov'è la grotta? Te la
sei sognata.
- Eppure son certo che
era qui, e vi abitava un vecchio contadino che coltivava legumi e fiori, e non
regalava mai un fiore a nessuno, perché, diceva, ogni fiore è una pietra
preziosa pel suo tesoro.
E il poverino piangeva,
pensando che si era fatto segare inutilmente le braccia.
Per un pezzo nessuno del
paese ebbe il capriccio di salire in cima al monte. C'era, non c'era più il
vecchio? Lo avevano quasi dimenticato.
E se qualcuno accennava
al tesoro incantato nella grotta lassù, si sentiva rispondere:
- E infatti lo presero,
l'omo senza braccia e quei dai gusci di chiocciola!
Quegli era morto di
dolore da parecchi anni. E prima di lui era morto il suo compagno impazzito,
che portava le tasche piene di gusci di chiocciole e voleva venderli per
diamanti.
Ma un giorno quel paese
fu messo sossopra da un inatteso avvenimento.
Andava attorno per le
vie una povera donna, vestita a bruno, stracciata, magra scheletrita, con un
bambino in collo, più magro e scheletrito di lei:
- Fate la carità a
questa infelice creaturina! È nata senza braccia! Fate la carità!
Da principio nessuno le
aveva badato, le davano una monetina, una fetta di pane, qualche frutta secca,
e non volevano neppur guardare il bambino che era denudato fino alle spalle
dove avrebbero dovuto essere attaccati i braccini e non si vedevano neppure i
moncherini.
Poi qualcuno disse,
scherzando:
- Ecco chi romperà
l'incanto del tesoro lassù!
Lo ripeté un altro, poi
un altro.
- E chi sa che non sia
vero?
Parecchi ebbero la
curiosità di andare a vedere se il vecchio contadino viveva ancora. Lo
trovarono che zappava il terreno, forte, robusto e allegro, quasi tanti anni
non fossero passati su lui.
- Quanti legumi! Quanti
fiori!
- I legumi per lo
stomaco, i fiori per la vista.
- E il tesoro?
- È incantato nella
grotta. Per rompere l'incanto ci vuol l'omo senza braccia.
- Un grande tesoro?
- Il più grande che sia
al mondo!
La comitiva tornò in
paese gongolante di gioia. Lungo la strada avevano ideato un progetto per
arricchire tutti. Dovevano dare alloggio e vitto a quella poveretta col bambino
monco di braccia: e appena quei due si fossero un po' rimessi in carne,
accompagnarli lassù dal vecchio:
- Ecco l'omo senza
braccia!
Quell'altro se le era
fatte segare, ma era nato e cresciuto con le braccia. Questi no. Il tesoro era
dunque destinato a lui. Ci voleva poco a capirlo.
E fu una gara per
alloggiare e nutrire mamma e figliuolo. Ad evitare insidie e rancori, essa
andava ad abitare e desinare a turno da una casa all'altra. In meno di un mese,
mamma e bambino non si riconoscevano più; lei pienotta, il bambino roseo,
grassoccio, un amore.
La poveretta, che
ignorava il motivo di tanta carità, benediceva l'ora e il momento in cui aveva
messo il piede in quel paese, e non sapeva spiegarsi perché ai suoi
ringraziamenti tutti rispondessero:
- Dobbiamo anzi
ringraziarvi noi!
Ognuno pensava alla
parte del tesoro che gli sarebbe toccata; giacché ormai era stabilito tra tutti
che il tesoro doveva venir diviso in parti uguali: la mamma e suo figlio prenderebbero
per quattro, com'era giusto.
Oh se avessero potuto
far crescere il bambino a vista d'occhio! Invece, disgraziatamente, dovevano
attendere che fosse diventato omo, come aveva detto il vecchio di lassù. E
perciò tutto il paese viveva in continua trepidazione per la salute del
bambino. Avrebbero voluto tenerlo tra la bambagia per non farlo sciupare. E se
accadeva qualche piccola novità, la notizia passava di bocca in bocca:
- Ha tossito!
- Ha i dolorini!
- Ha messo un dente!
- Ha la rosolia!
E, di mano in mano che
veniva su, le trepidazioni aumentavano:
- Non correre!
- Non ti scalmanare!
- Bada di non cadere!
E se per caso
inciampicava, tutti gli erano a torno:
- Ti sei fatto male?
- Dove ti duole?
Peggio ancora quando fu
divenuto un bel giovinotto. Ognuno si credeva in dovere di tenerlo d'occhio, di
sorvegliarlo, di ammonirlo più che se fosse stato proprio figlio.
Fortunatamente il giovane era buono d'indole, e non si spazientiva. Veniva
trattato bene in ogni casa, vestito, ripulito a spese di tutti. E siccome sin
dai primi anni si era visto trattar così, non si maravigliava di nulla, e non
domandava neppure alla mamma perché ella e lui soltanto godessero in paese
quella vita privilegiata.
Con l'età intanto gli
cresceva anche l'intelligenza, e il vedersi privo di braccia, tronco inutile
per sé e per gli altri, lo rendeva così malinconico e taciturno da impensierire
tutto il paese, che appunto dalla disgrazia di lui si attendeva di diventar
ricco senza lavorare, per via del tesoro.
In ogni casa, da mattina
a sera, non si faceva altro che almanaccare quanto sarebbe toccato a ognuno.
Ricchi e poveri, signori e contadini, vecchi, donne, fanciulli... non ci doveva
essere nessuna differenza; parti uguali, prelevate le doppie parti della mamma
e del figlio. E se questi volesse di più, gli si darebbe senza fiatare.
C'era una specie di
congiura fra tutti gli abitanti per mantenere il segreto. Se la gente dei paesi
vicini avesse trapelato qualcosa del tesoro incantato, avrebbe potuto
accorrere, stabilirsi là... Non era facile impedirlo; e allora, bisognava fare
troppe parti; ché! ché! E parlavano del tesoro sotto voce anche tra loro.
Vedendo divenire il
giovinotto ogni giorno più triste, non sapevano che cosa inventare per
svagarlo, per divertirlo.
- Che vi manca,
figliolo?
- Niente!
- O dunque? Non
sorridete, non cantate più; eppure siete tanto ben voluto da tutti.
- Il bene è un'altra
cosa. Non mi lagno di loro.
- Di che vi lagnate?
- Della sorte.
- Zitto! Non sapete quel
che vi dite. Voi fate la vita di un Re; anche meglio di quella di un Re. C'è
chi pensa ad alloggiarvi, a vestirvi, a imboccarvi... Che cosa potreste
desiderare di più?
- Un paio di braccia!
- Zitto! Non sapete quel
che vi dite. Vi toccherebbe di lavorare come tutti noi, arrostirvi al sole,
bagnarvi alla pioggia, e vi toccherebbe a patire qualche volta anche la fame!
- Non m'importerebbe
nulla, pur di avere le braccia!
- Andiamo! È una
fissazione. Mangiate, bevete, dormite e non pensate ad altro.
Qualcuno soggiungeva:
- Non so cosa pagherei
per essere come voi!
Quegli scoteva la testa,
e si allontanava malinconico e taciturno. Parlava poco anche con sua madre;
sembrava che gliene volesse perché lo aveva partorito senza braccia, quasi la
colpa fosse stata di lei.
E accadde quel che
doveva accadere: si ammalò. Deperiva a vista d'occhio, con gran terrore di
tutti. Gli mancavano ormai pochi mesi per compire i ventun anni per diventare
omo, come aveva detto il vecchio e come ripeteva ogni volta che mandavano
qualcuno ad interrogarlo.
Il vecchio era sempre
lassù, tra i suoi legumi e i suoi fiori, arzillo, allegro, quasi gli anni non
avessero nessun potere su lui!
- Per vincere l'incanto
ci vuol l'omo senza braccia!
E l'omo senza braccia
minacciava di morire prima di arrivare ai ventun anni! Tutti i medici del paese
gli stavano attorno. L'osservavano, lo palpavano, si consultavano tra loro. Chi
ordinava una medicina, chi un'altra. Gli facevano prendere pillole, ingoiare
intrugli di ogni sorta. E lui, pur sottomettendosi pazientemente ad eseguire
quelle ordinazioni, ripeteva di tanto in tanto:
- La vera medicina
sarebbe un bel paio di braccia!
- Zitto! Non sapete quel
che vi dite!
Il paese sembrava in
lutto, più che se in ogni casa ci fosse un malato gravissimo. S'interrogavano
desolatamente:
- Come va?
- Sempre peggio!
- E che ne dicono i
dottori?
- I dottori, a quel che
pare, ne sanno meno degli altri.
- Che disgrazia se
morisse prima del tempo! Che disgrazia!
E quando fu notato un
piccolo miglioramento, tutti sembravano quasi impazziti dalla gioia.
- Una settimana ancora,
e saremo ricchi più del Re!
- Come va?
- Meglio! Assai meglio!
- Tre giorni ancora, e
la nostra fortuna sarà fatta!
La mattina in cui l'omo
senza braccia compì finalmente ventun anni, la gioia di quella gente non ebbe
più limiti. Spari, scampanii, canti, abbracci, baci. Tutti per le vie, e poi a
processione dietro l'uscio della casa dove quel giorno mamma e figliolo erano
ospitati.
Quel povero diavolo era
sbalordito; la sua mamma più di lui; non sapevano spiegarsi quel gran chiasso.
- Al monte! Alla grotta!
E si avviarono,
portandolo sulle braccia, in trionfo.
- Al monte! Alla grotta!
I ragazzi, quantunque
ignorassero che cosa si andasse a fare lassù, saltando, scapricciandosi in
capriole, avanti; e dietro uomini, donne, anche coi bambini in braccio, vecchi,
e questi apparivano più lesti degli altri, non ostante l'età; l'idea di esser
ricchi tra pochi istanti avea lor rafforzato quelle gambe che ieri si reggevano
male.
Erano così impazienti di
arrivare, che per poco non credevano a un malefizio per cui si allungasse la
strada di mano in mano ch'essi avanzavano.
E quando scòrsero il
vecchio che zappava e non si voltava neppure, quasi fosse sordo e non udisse i
loro gridi di gioia, si fermarono meravigliati di trovare soltanto piante di
legumi e non un solo fiore.
- Salute, compare!
- Salute, signori miei.
Allora soltanto egli
seppe perché lo avevano ospitato, vestito, nutrito per tant'anni con tanta
cura. Non era stata dunque carità, ma sordido interesse. Infatti gli dicevano:
- Divideremo in parti
uguali; tu e tua madre, però, prenderete ciascuno per due.
- Chi
fa i conti senza l'oste,
Gli
convien farli due volte.
- Perché dite così,
compare?
- M'intendo da me.
Si erano affollati
davanti alla grotta; avrebbero voluto entrare tutti insieme. Ma il vecchio
disse:
- Prima deve entrare lui
solo; altrimenti il fondo della grotta non si apre.
E l'omo senza braccia fu
lasciato inoltrare solo.
Lo videro appoggiarsi
con le spalle alla parete; videro farsi un grande spacco dietro, di lui, e
uscirne tale splendore da abbagliare gli occhi. Fu un istante; la parete si
richiuse. L'omo senza braccia era sparito, e il vecchio insieme con esso.
Trascorsero parecchie
ore di ansiosa aspettazione. Tutta quella gente non rifiatava. Si guardavano
negli occhi interrogandosi. La mamma dell'omo senza braccia pareva istupidita
da quel che aveva udito e visto. Con gli sguardi fissi verso il fondo della
grotta, ripeteva sottovoce:
- Figliuolo mio!
Figliuolo mio!
Tutt'a un tratto, la
parete cadde giù e la folla si precipitò dentro le grotte che si internavano
nelle viscere del monte in lunghissima fila illuminate da debole luce.
Dapprima a tutti era
parso di non vederci bene per la mezza oscurità. Poi la delusione fu immensa;
quelle pareti che dovevano essere incrostate di oro e di pietre preziose erano
rozze, affumicate, coperte qua e là di un po' di muschio verde, giallo,
rossiccio che non poteva illudere nessuno.
- E l'omo senza braccia?
- Sarà in fondo, in
fondo. Il tesoro è là certamente. Ne avrà già preso possesso.
Ma più andavano innanzi
e più la delusione cresceva. Nella grotta in fondo, neppure quel po' di muschio
alle pareti! Rozzi massi sporgenti, buche fonde, e suolo umido e scivoloso...
- E l'omo senza braccia?
E le pietre preziose del tesoro?
- Sarà laggiù in fondo;
il tesoro è là certamente. Ne avrà già preso possesso.
E allora, proprio di
laggiù, in fondo in fondo, videro avanzarsi l'omo... non più senza braccia. Ne
aveva due e le agitava trionfalmente, folle di gioia, e le gettava al collo di
sua madre, stringendosela forte al cuore.
Eran proprio le braccia
che la Strega aveva segato a quell'altro.
- E il tesoro? Il
tesoro?
- È questo: due belle
braccia per lavorare!
Avrebbe voluto
abbracciare gli altri, ma tutti gli voltarono le spalle.
- Tante spese, tante
cure... Ed era finita così!
Chi la vuol cruda, chi
la vuol cotta;
Chi non la vuole me la
riporti.
C'era una volta un
ramaio vedovo, che aveva due figliole: una, la maggiore, bella, bionda, alta e
snella, con aria così superba, da sembrare che volesse tener discoste le
persone; l'altra, bruttina ma piacente, e così modesta così buona, che bastava
vederla e sentirla parlare per volerle subito bene.
Il padre era orgoglioso
della figliola maggiore, e non nascondeva la sua predilezione. Stava tutta la
giornata su l'uscio della bottega, battendo col martello caldaie, pentole,
paioli, padelle sopra la incudinetta a palo fissata nel suolo; e continuando a
lavorare, dava la voce ai passanti di sua conoscenza, e li faceva ridere con le
sue barzellette. Qualcuno, curioso, gli domandava:
- Ramaio, quando mariterete le figliole?
- Presto. La maggiore la
darò a un Reuccio; l'altra a chi vuol pigliarsela.
E quella, approfittando
della debolezza paterna, se la passava senza far niente per non sciuparsi le
mani, ben pettinata, bene agghindata, affacciata alla finestra quasi stesse
davvero in attesa del Reuccio, mentre la sorella doveva affaticarsi a tener
pulite le stanzette del mezzanino, a preparare il desinare e la cena, a fare il
bucato nell'orticello a pianterreno, a sciorinarvi i panni lavati, con l'unico
svago di coltivare, nelle ore libere, una aiuola di fiori in un cantuccio.
E spazzando,
spolverando, accendendo il fuoco nei fornelli, risciacquando il bucato e
innaffiando i fiori, cantava, cantava, cantava. Aveva una vocina sottile,
intonata, che faceva fermar la gente ad ascoltarla dalla via con grande rabbia
della sorella maggiore. Le vicine per ciò l'avevano soprannominata la
Cingallegra del ramaio.
Alla superbiosa che se
ne stava tutto il santo giorno alla finestra, ben pettinata, bene agghindata,
con le mani in mano per non sciuparsele, nessuno badava; gli operai, perché
sapevano che non si sarebbe mai degnata di sposare uno di loro; i signori
perché non volevano abbassarsi a prendere per moglie la figlia d'un ramaio, e
neppure farla insuperbire di più, mostrando di ammirarne la bellezza.
Gli anni passavano, e inutilmente
il ramaio ripeteva:
- La maggiore la darò ai
Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela.
Qualcuno, per ripicco,
gli rispondeva:
- Ho paura, ramaio, che
vi spighiscano in casa.
E lui, picchiando più
forte sull'oggetto che aveva per le mani, pentola, paiolo, padella o caldaia,
rispondeva:
- La maggiore la darò a
un Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela.
- La vanità gli ha fatto
andar il cervello a spasso - pensava la gente.
Nell'orticello a
pianterreno c'era un albero di pesco. Da qualche tempo in qua, appena
Cingallegra - anche il padre e la sorella la chiamavano così, ma con tono di
sprezzo - appena Cingallegra si metteva a cantare, ecco un frullìo di ali che
le faceva alzare gli occhi. Un pettirosso le volava sulla testa, quasi a
portata di mano; si allontanava, ritornava, si posava in cima al pesco,
riprendeva a volare cinguettando, trillando. Pareva volesse imitare il canto
della figlia del ramaio, e che si stizzisse di non riuscirvi. E siccome essa,
distratta dall'arrivo dell'uccellino, cessava di cantare, questi, dondolandosi
su una rama, se ne stava zitto aspettando.
- Vuoi sentirmi cantare,
bell'uccellino?
Il pettirosso con un
trillo faceva intendere: si! si!
E Cingallegra cantava.
L'uccellino ascoltava, continuando a dondolarsi allegramente; e, appena essa
taceva, riprendeva a provarsi di modulare il canto, tentando di imitarla, ma
finiva sempre con un trillo di stizza, e volava via.
Ora che Cingallegra
aveva questo svago, a ogni momento di libertà, scendeva sùbito nell'orticello e
si metteva a cantare. Il pettirosso però veniva a ore fisse, due volte al
giorno, la mattina prima della levata del sole, la sera verso il tramonto.
Quando egli non era là, Cingallegra si sentiva sola più dell'ordinario, e
faceva di malavoglia le faccende di casa.
La sorella, che se ne
stava a grogiolarsi nel letto, non poteva soffrire il canto mattiniero di
Cingallegra.
- La vuoi smettere di
cantare all'alba? Mi impedisci di dormire.
- La vuoi smettere di
dormire fino a tardi? Mi impedisci di cantare.
Ah! Diventava impertinente?
E la maggiore se ne lagnò col padre.
- Ed anche si burla di
me chiamandomi Reginotta!
Il padre, che non ci
vedeva dagli occhi per lei, rimproverò Cingallegra.
- Le faccio la serva:
non basta? Io spazzare, io spolverare, io fare il bucato, io sciorinare i
panni, io preparare da mangiare!... E non è vero che voi dite: La maggiore la
darò al Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela? Dunque Reginotta le sta
bene. Lasciatemi un po' sfogare col canto!
E la mattina, prima del
levare del sole, scendeva nell'orticello, si sedeva sotto il pesco e cominciava
a cantare. Da li a poco, ecco un frullio d'ali: era il pettirosso che arrivava
cinguettando, trillando, gorgheggiando. Si allontanava, ritornava, si posava in
cima al pesco dondolandosi su una rama, e pareva che stesse ad ascoltare. E
Cingallegra cantava, cantava cantava, piano, quasi volesse fargli la lezione e
dargli agio di apprenderla bene. E appena ella taceva, il pettirosso riprendeva
a provarsi di imitarla; ma finiva sempre con un trillo di stizza, e volava via.
Intanto, di giorno in
giorno, scendeva a dondolarsi su una rama più bassa. Le volte, però, che
Cingallegra si rizzava in piedi e alzava un braccio per afferrarlo, scappava,
senza mostrarsi molto spaurito, e tornava subito allo stesso posto.
- Pettirosso, perché non
ti lasci prendere?
E il pettirosso
rispondeva con un rapido trillo, quasi dicesse:
- Questo no!
- Pettirosso, mi vuoi
bene?
E il pettirosso
rispondeva con un lieve gorgheggio, quasi volesse dire:
- Tanto! Tanto!
- Pettirosso, dovresti
venire a posarti su questo dito; ti darei un po' di zucchero.
E glielo mostrava.
Il pettirosso faceva le
viste di accorrere, aliava attorno alla mano con l'indice teso, e via su la
rama a dondolarsi e a trillare.
- Pettirosso, sei
cattivo. Non canterò più.
Il ramaio, dalla
bottega, le dava la voce:
- Cingallegra, con chi
parli? Parlo da me! vi dispiace?
Ah! Diventava
impertinente! Indispettito della risposta, il ramaio la minacciò:
- Per le matte c'è il
bastone.
E salito su, disse alla
figlia maggiore:
- Quando Cingallegra è
nell'orto, affacciati alla finestra di cucina senza farti scorgere da lei.
Guarda che cosa fa e con chi parla.
Il giorno dopo egli fu
stupito di sentire che Cingallegra parlava con un pettirosso.
- Cingallegra ha trovato
marito! - la schernì a cena la sorella.
- Meglio di Reginotta,
che non trova un cane che la voglia.
Il ramaio le allungò un
ceffone:
- Non si risponde così
alla sorella maggiore!
L'indomani, il sole era
alto, e Cingallegra non si era levata dal letto.
- Cingallegra, c'è da.
fare il bucato.
- Reginotta ha le mani
come me.
- Cingallegra, e il
desinare?
- Reginotta ha le mani
come me.
Ma che cosa era accaduto
da farla diventare tutt'a un tratto così impertinente?
- Cingallegra, c'è tuo
marito nell'orto. Ah ah!
Il pettirosso trillava
forte e gorgheggiava: pareva che chiamasse e si spazientisse di attendere.
Alla intonazione di
scherno e alla risata della sorella, Cingallegra balzò giù dal letto, dicendo:
- Il Reuccio non è mai
venuto a cantare per te!
E, appena vestitasi,
corse ad affacciarsi alla finestra, che dava nell'orticello. Il pettirosso si
sgolava; volava attorno, saltellava da un ramo all'altro, e Cingallegra godeva
di vederlo stizzito a quel modo. Gli aveva detto:
- Pettirosso, sei
cattivo! Non canterò più.
E voleva mantenere la
parola.
Ma ecco che l'uccellino
va a posarsi sul davanzale e si lascia prendere e accarezzare, e risponde alle
carezze con delicati colpettini di becco sulle dita.
- Ti sei finalmente
deciso? Ora ti metto in una gabbia e starai sempre con me.
Così erano due che
cantavano da mattina a sera, con gran fastidio di Reginotta: Cingallegra,
intanto: che spazzava, o spolverava, o faceva bollire il bucato, o sciorinava i
panni, o preparava il desinare e la cena; e il pettirosso che dalla sua bella
gabbia l'accompagnava con tali acuti trilli e gorgheggi da sembrare che
facessero a gara a chi cantasse più forte. La gente si fermava ad ascoltarli
dalla via.
- Brava, la Cingallegra
del ramaio! Brava! Brava!
Reginotta masticava
bile; e se qualcuno tornava a domandare, scherzando:
- Ramaio, quando
mariterete le figliole? - ella rispondeva, prima di suo padre:
- Badate ai fatti
vostri, e non vi curate di quelli degli altri!
Il ramaio però,
cocciuto, soggiungeva subito:
- Presto. La maggiore la
darò a un Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela.
- Me la piglio io!
Il ramaio si voltava di
qua, e di là, per scoprire se qualcuno nascosto in fondo alla bottega avesse
risposto in quel modo.
- Chi sei tu, che vuoi
pigliartela?
- Io! Io! Io! Io! Io!
Io!
Era il pettirosso che
sembrava rispondesse così; con uno dei suoi più squillanti trilli. Possibile?
- Hai inteso? - disse il
ramaio alla figlia maggiore che, non contenta di starsene, ben pettinata, ben
agghindata, alla finestra, scendeva, da un pezzo, a sedersi davanti all'uscio
della bottega, per mettersi più in mostra.
- Hai inteso? Ti par
naturale che un pettirosso risponda cosi?
E ripeté:
- Chi sei, che vuoi
pigliartela?
- Io! Io! Io! Io! Io!
Io!
A quel trillo squillante
del pettirosso, Reginotta si rizzò a sedere inviperita, e corse su per
afferrarlo e torcergli il collo. Ma appena toccò la gabbia per aprire la
porticina: - Ahi! Ahi! Ahi! - le dita delle mani le si contorsero orribilmente;
più non parevano di creatura umana, ma di qualche bestia mostruosa, con le ugne
aguzze, e tutte coperte di scaglie.
Sentendo strillare e
piangere la sua prediletta, il ramaio accorse, furibondo; ma alla vista di
quelle mani miseramente deformate, rimase di sasso. Accorse anche Cingallegra
che non sapeva niente di quel che era accaduto.
- Scellerata!
Scellerata! Guarda che cosa ha fatto il tuo pettirosso!
- La colpa non è mia,
babbo!
- Voleva ammazzarmi!
Anche Cingallegra fu
spaventata sentendo parlare il pettirosso. Era dunque un uccellino fatato?
Cingallegra ne aveva avuto qualche sospetto; ora però non ne poteva dubitar
più. E non osava accostarsi alla gabbia, nè rivolgere la parola al pettirosso.
Le mani contorte e scagliose di Reginotta le fecero gran pietà. Era stata
punita giustamente del tentativo feroce; ma Cingallegra pensava che sua sorella
aveva l'animo irritato dal non vedersi richiesta da nessuno, e che per ciò era
degna di compatimento e di perdono, se non aveva saputo frenarsi.
Si fece animo, si chinò
sulla gabbia dove il pettirosso saltava da uno stecco all'altro, e mormorò
teneramente:
- Te ne prego,
pettirosso mio!
E intendeva dire: -
Restituiscile le mani bianche e belle come prima.
La porticina della
gabbia si aperse da sé, e il pettirosso venne fuori, volò sulle mani di
Reginotta, e cominciò a beccargliele delicatamente. In meno che si dice, erano
diventate belle bianche come prima.
La superbiosa non
ringraziò neppure con un cenno del capo; voltò le spalle e andò ad affacciarsi
alla finestra, come se niente fosse stato.
E il mezzanino e
l'orticello tornarono a risonare dei canti di Cingallegra e del pettirosso, e
la bottega del ramaio dei colpi di martello con cui egli batteva, su
l'incudinetta a paio, caldaie, pentole, paioli, padelle. Sempre di buon umore,
dava la voce ai passanti di sua conoscenza; ma se qualcuno gli domandava: -
Ramaio, quando mariterete le vostre figliole? - invece di rispondere al solito,
picchiava rabbiosamente col martello su l'oggetto che aveva per le mani:
pentola, padella, paiolo o caldaia, e brontolava le parole così sottovoce, da
non far intendere quel che diceva. Diceva:
- Pur troppo ho paura
che mi spighiscano in casa! - E intendeva particolarmente la maggiore.
Il pettirosso di
Cingallegra, dopo quel che aveva visto e udito, lo faceva fantasticare.
- Chi era
quell'uccellino fatato?Forse il Reuccio destinato alla figliola maggiore.
Vedendo nell'orticello soltanto Cingallegra, l'aveva sbagliata, e forse anche
si era lasciato lusingare dalla voce di lei.
- Perché non canti tu
pure? Chi sa non venga un pettirosso fatato anche per te.
Reginotta alzò
sdegnosamente le spalle e non rispose.
- Ne ho pensato
un'altra. Comprerò una gabbia e un pettirosso identici a quelli di Cingallegra,
li scambieremo, e...
Reginotta, senza neppure
lasciarlo finire di parlare, alzò sdegnosamente le spalle e non rispose.
Il padre, che le voleva
troppo bene, si angustiava di vederla continuamente triste a quel modo; e
malediva il momento in cui gli era venuto in testa di dire alla gente:
- La maggiore la darò al
Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela!
Una mattina entrò nella
bottega un giovane, di aspetto rozzo, vestito da contadino, con scarpe grosse e
cappellone di paglia.
- Compare, che cosa
cercate?
- Una pentola e una
moglie.
- La pentola eccola qui.
La moglie... Sentite? Ho una figlia che canta meglio d'una cingallegra; se la
volete pigliatevela.
- Non compro gatta in
sacco.
- Ve la faccio vedere.
Ohe, Cingallegra!
Invece di Cingallegra,
si presentò Reginotta.
- Questa non è per voi.
- Allora... tornerò
domani.
- E la pentola?
- Pentola e moglie tutto
a una volta.
E appena colui era
andato via, accorse Cingallegra.
- Dov'eri? Che cosa
facevi?
- Governavo il
pettirosso.
- Hai perduto la
fortuna: un marito.
- Il marito che mi vuole
sarà qui fra otto giorni.
Il ramaio e la Reginotta
si guardarono stupiti. E questa fece subito:
- Dovrà sposare prima di
me?
Era diventata verde
dalla bile.
Otto giorni dopo;.il
contadino tornava.
- Compare, che cosa
cercate?
- Una pentola e una
moglie.
- La pentola eccola qui.
La moglie... Oh! Cingallegra! Se la volete pigliatevela.
Invece di Cingallegra si
presentava Reginotta.
- Questa non fa per me.
Tornerò domani.
- Aspettate: ecco
l'altra mia figliola.
Il contadino quasi
cantilenando disse:
- Manine che per gli
altri vi sciupate,
D'oro e brillanti
coperte sarete;
Piedini che per casa
troppo andate,
Su bei cuscini vi
riposerete;
Vocina che nell'orto ora
cantate,
Gioia di casa mia
diventerete.
- Cingallegra, mi
volete?
- Vi voglio se vuole mio
padre.
- Ne riparleremo,
compare, quando avrò maritata la maggiore.
Reginotta aveva dato al
padre un'occhiataccia; per questo il ramaio rispondeva così.
- Allora... tornerò tra
un mese.
- E la pentola?
- Pentola e moglie tutto
a una volta.
Reginotta, dalla bile,
era diventata ancora più verde. Quel zoticone, aveva osato dire: - Questa non
fa per me!
Cingallegra intanto era
tornata su, e cantava, cantava, sventolando il fuoco sotto i fornelli. Il
pettirosso che già aveva imparato bene, cantava insieme con lei, e si facevano
udire per tutta la via. E la gente:
- Brava Cingallegra e il
suo pettirosso!
Un mese dopo, riéccoti
il giovane contadino.
- Compare, che cosa
cercate?
- Una pentola e una
moglie.
- La pentola eccola
qui... La moglie...
- Eccola qua! Mi volete,
Cingallegra?
- Vi voglio, se vuole
mio padre.
- E pigliatevela e
portatela via! Ma senza dote né niente! - rispose il ramaio che non ne poteva
più.
- La sola gabbia del
pettirosso!
- E una pentola,
Cingallegra!
- Niente, neppure una
padellina! - disse il ramaio.
- Tenetevi pentole,
paioli, padelline, caldaie; sono tutti bucati e non servono!...
Il ramaio non aveva
badato a queste parole. Ma non appena Cingallegra e il suo sposo erano andati
via portando con sé soltanto la gabbia vuota, perché il pettirosso una mattina
era scomparso, il ramaio cominciò a disperarsi. Quando era sul punto di dar
l'ultimo colpo a una pentola, a un paiolo, a una padellina, a una caldaia, gli
accadeva di picchiare così forte col martello, da farvi un buchino. E più egli
tentava di rimediare quel guasto, e più il buchino si allargava. Gli avventori
venivano, guardavano bene, e accorgendosene non compravano; e così la bottega
si screditava.
Di Cingallegra e di suo
marito non si sapeva nessuna notizia. Ora il ramaio rimpiangeva quella figliola
da lui maltrattata per dar ragione alla sorella maggiore; la casa era divenuta
un sudiciume, non ostante che egli avesse dovuto prendere una donna per i
servigi. Si desinava male, si cenava peggio: e per giunta gli affari andavano a
rotta di collo con quelle caldaie, pentole, padelle, e quei paioli tutti bucati
che nessuno voleva comprare.
Intanto Reginotta
continuava a menare la stessa vita di prima; si levava da letto tardi, e poi
ben pettinata, bene agghindata, se ne stava alla finestra o giù in bottega per
mettersi in mostra: e non si accorgeva che gli anni passavano e che lei, dalla
bile, imbruttiva.
Ma un giorno ci mancò
poco che non le cogliesse un accidente. Era venuto un giovane signore a
comprare molti oggetti di rame. Sceglieva questo e quello, senza osservarli
bene e faceva mettere da parte gli oggetti di suo gradimento: un gran cumulo.
Il ramaio si sentiva tremare il cuore pensando:
- E se si accorge dei
buchini?
Quel signore continuava
a scegliere senza osservare bene gli oggetti; sembrava che volesse proprio
portar via tutta la bottega.
- E questa quando la
mariteremo? L'altra è stata fortunata, sposando un cugino del Re!
- Un contadino, volete
dire!
- Un cugino del Re,
ragazza mia. Come? non lo sapete?
- E dove si trovano? -
domandò il ramaio.
- Come? Non lo sapete?
Si cammina un giorno e una notte e si arriva a piè di una montagna coperta di
boschi. In alto, a mezza costa, c'è il gran castello del cugino del Re. Per ora
si trovano colà... Facciamo il conto, ramaio.
Il ramaio volle
mostrarsi onesto, e gli disse:
- Prima di pagare,
signore, riguardare bene gli oggetti.
Guarda, volta, rivolta,
con stupore del ramaio, non c'era in nessuno di essi il minimo buchino.
- Mettete ogni cosa da
parte; manderò un servitore domani.
Pagò e andò via.
- Perché piangi,
figliola?
- Perché sono
disgraziata!
- Non disperare. Com'è
venuta la fortuna per tua sorella, verrà un giorno o l'altro anche per te.
Una mattina il ramaio
vide fermarsi davanti alla bottega un ragazzaccio col vestito a sbrendoli e i
piedi scalzi; sembrava mezzo scemo.
- Che cosa vuoi? Come ti
chiami?
- Mi chiamo Reuccio.
Il ramaio trasalì. E
senza chieder altro, lo invitò a entrare, a sedersi e corse su dalla figliola.
- È arrivato il Reuccio!
Travestito, per non farsi riconoscere; i grandi sogliono fare così.
Reginotta, fuor di sé
dalla gioia e dalla vanità, si alzò, si agghindò, e scesa giù, si fece avanti
con un grand'inchino:
- Ben venuto, Reuccio!
- Questa è mia figlia,
Reuccio!
Un grand'inchino anche
lui, e soggiunse:
- Comandate, ordinate;
fate come se foste in casa vostra.
- Datemi una bella fetta
di pane. Non mangio da ieri.
- Altro che pane,
Reuccio! E mandò la donna a far spesa larga.
A Reginotta quegli
sbrendoli parevano una ricchezza. Pensava che il Reuccio, travestendosi a quel
modo, le dava una gran prova di affezione. E vedendolo divorare come un lupo, a
tavola, pensava che doveva costargli molto il fingere di essere affamato.
Più Reuccio mostrava in
viso il gran stupore di vedersi trattato così, e più il ramaio e la figlia si
confermavano che fosse venuto in incognito per conoscerla meglio.
- Ti ha detto niente?
domandava il padre.
- Niente. E a te?
Aspettiamo!
- Aspettiamo!
Reuccio mangiava,
beveva, dormiva, ingrassava a vista d'occhio, ma di chiedere la mano della
figlia del ramaio non se ne ragionava.
Il ramaio tentava di
portare il discorso intorno alle nozze, ma Reuccio non capiva o fingeva di non
capire.
La figlia fu meno paziente
del padre, e una mattina disse a Reuccio:
- Se siete venuto per
sposarmi, sposiamoci subito.
- Ah! Ah! Ah!
Reuccio si contorceva
dalle risa.
- Perché ridete,
Reuccio?
- Ahi Ah! Ah!.. Sposiamoci
pure!
- Così, con codesti
cenci?
- Fatemi voi un bel vestito.
Ah! Ah! Ah!
Reuccio rideva come un
matto.
Reginotta era
dispiacente di dover sposarsi senza carrozze, senza festa, come una popolana
qualunque; ma, pur di diventare Reginotta davvero, si rassegnava. La festa e il
resto verrebbero poi; e allora toccava alla Cingallegra di crepare di invidia e
di rabbia.
Sposarono alla
chetichella. Ma trascorsi parecchi giorni, e vedendo che le cose andavano come
prima, cioè che colui mangiava, beveva, dormiva, ingrassava, e non accennava a
condurla al palazzo reale del suo regno, Reginotta non si ritenne più:
- Insomma, Reuccio,
quando andiamo al palazzo reale?
- Quando voi volete,
moglie mia.
La prese sotto il
braccio e la condusse davanti ai palazzo reale.
- Non entriamo?
- Non s'entra, ci sono
le guardie.
- E voi non siete il
Reuccio? Non comandate ad esse?
- Mi chiamo Reuccio ma
non sono Reuccio.
- Non siete Reuccio? Ah
furfante!
E gli si gettò addosso,
per accopparlo.
Ma Reuccio le assestò
certi pugni sul viso da illividirle le guance. Accorse gente, e li divisero.
Tutti domandavano:
- Che cosa è stato?
Niente. La figlia del ramaio che letica col marito!
Tornò a casa sola, mezza
pazza dal gran disinganno.
- Questa è una infamità
di mia sorella Cingallegra!
- Non era il Reuccio?
- No babbo: si chiamava
Reuccio! Che vergogna! Che vergogna! Bisogna andar via da questo paese, o
m'impicco a una trave!
Il padre che ora,
vedendola così disgraziata, le voleva più bene, fece caricare tutta la roba su
due carri. Partirono di nottetempo.
Dopo un giorno e una
notte, arrivarono a piè di una montagna coperta di boschi. A un punto della
strada, incontrarono un cacciatore.
- Non proseguite, buona
gente. È straripato il fiume e ha inondato la campagna.
- Grazie, cacciatore. E
dove potremo ricoverarci?
- Venite con me. Starete
bene.
Potevano mai immaginarsi
di capitare nel castello dov'era sposa felice Cingallegra, e che quel
cacciatore fosse il principe Pettirosso?
Ma Cingallegra li
accolse con tanta cordialità, che la superbiosa Reginotta sentì spezzarsi il
cuore e pianse dolcissime lacrime di ravvedimento. Il ramaio poi non stava nei
panni dalla contentezza di aver ritrovato sua figlia Principessa come si
ostinava a chiamarla, non ostante che lei e il Principe gli ripetessero:
- Siamo sempre
Cingallegra e Pettirosso.
Quel che avvenne dopo, e
perché il Principe si chiamasse Pettirosso, ve lo racconterò un'altra volta, se
vi piacerà di saperlo. Per oggi, al solito:
Larga la foglia, stretta
la via
Dite la vostra che ho
detto la mia.
C'era una volta una
povera donna che viveva del suo lavoro. Arrivata in un paese dove nessuno la
conosceva, aveva preso in affitto una cameretta a pian terreno e lavorava,
lavorava da mattina a sera, filando, tessendo, cucendo, secondo le richieste
della gente.
Di quel po' che
guadagnava, un terzo lo spendeva per vivere, e il resto lo metteva da parte.
Campava quasi con niente. Una fetta di pane, un pezzetto di cacio o una cipolla
per companatico, e una bella bevuta di acqua era il suo desinare; e la cena
nessuna differenza: una fetta di pane, un pezzetto di cacio o una cipolla per
companatico, e una bella bevuta di acqua; null'altro.
Per ciò le vicine
l'avevano soprannominata comare Formica.
Non ostante la povertà e
la fatica, comare Formica era sempre di buon umore.
- Che ve ne fate dei
quattrini, comare Formica?
- Quando saranno
parecchi, me ne farò una frittata.
- O che si mangiano i
quattrini?
- Allora... li metterò
sotto la chioccia per farli covare.
- O che sono uova i
quattrini?
- Allora... li seminerò
in un vaso e aspetterò che vengano su.
- O che sono fiori i
quattrini?
- Provate e vedrete!
Intanto lasciatemi filare.
E filando cantava:
Fuso mio, gira e trotta,
La camicia della
Reginotta;
Fuso mio, trotta e gira,
Le lenzuola della
Regina;
Gira e trotta, fuso mio,
Corda ai piedi a chi
dico io!
Le vicine, sempre
curiose, tornavano a domandarle:
- Che ve ne fate dei
quattrini, comare Formica? Quando ne avrò parecchi li darò... a chi non li vuole.
- Come a chi non li
vuole?
- Allora... saranno di
chi saprà pigliarseli.
- E se vengono i ladri?
- Allora... dirò ai ladri: datemi i vostri e
prendetevi i miei.
- Ma i ladri, se rubano,
vuol dire che non ne hanno.
- Allora... Provate e
vedrete. Intanto lasciatemi cucire.
E cucendo cantava:
- Gugliata, gugliatina,
Camicie della Regina;
Gugliatina, gugliata
Lenzuola dell'amata;
Gugliata lunga e corta
Guanciali per la sposa.
Le vicine, sempre più curiose, tornavano a
domandarle:
- Che ve ne fate dei quattrini, comare
Formica?
- Quando ne avrò parecchi mi farò fabbricare
un palazzo.
- Un palazzo per voi sola?
- Allora... prenderò marito se posso trovarlo.
- Siete già quasi vecchina!
- Allora .... Aspettate
e vedrete. Intanto lasciatemi tessere.
E facendo andare e
venire la spola tra l'ordito del telaio, comare Formica cantava:
Vola, spolina mia, vola,
spolina!
Non ti arrestare mal,
spolina cara;
Trama di seta e argento
la mattina,
Trama di seta e d'oro
verso sera.
Vola, spolina mia...
vola, spolina,
Velo di sposa e veste di
Regina.
Lavorava da mattina a
sera, filando, cucendo, tessendo secondo le richieste della gente, e la sua
voce squillava per la via così limpida e dolce, che era una delizia stare ad
ascoltarla. Le vicine però ridevano delle canzoni che accompagnavano il lavoro
di comare Formica e le dicevano:
- Come mai, comare, quel
filato così grosso per le camicie della Reginotta e per le lenzuola della
Regina? Ahi ah!...
- La canzone dice così;
non l'ho inventata io.
- Come mai, comare,
cotesta tela così rozza, velo di sposa e veste di Regina? Ahi Ah! ...
- Come mai, comare, quei
punti così lunghi, gugliata, gugliatina? Ah! Ah! ...
- La canzone dice così:
non l'ho inventata io... Ma ride meglio chi ride ultima, vicine mie. Ah! Ah!
Ah! ...
Le vicine si struggevano
di sapere chi fosse costei: ma quando le domandavano:
- Di che paese siete? -
rispondeva:
- Oh bella, del mio
paese!
- E dov'è questo paese?
- Si va per monti, per
valli e per piani, si passa fiumi, si passa il mare, e quando si arriva...
quello è il paese.
Visto che non ne
cavavano nessun costrutto, domandavano
- Come vi chiamate,
comare?
- Come volete chiamarmi.
Tutti i nomi mi stanno bene, anche il nome di comare Formica.
- E non avete padre,
madre, parenti?
- Mio padre è Re, mia
madre Regina,
Ed io sono una povera
vecchina!
- Dunque siete
Reginotta? Ah! Ah! Ah!...
- Ride meglio chi ride
l'ultima, vicine mie!
Le vicine, più curiose
di prima, pensarono di metterla alla prova; e, canzonando, le dissero:
- Comare Formica, quando
metterete i vostri soldi sotto la chioccia, per piacere, metteteci anche
questi: sono sette.
- Va bene; date qua.
E andavano spesso da lei
per sapere se la chioccia covava.
- Cova, non dubitate;
tra giorni verranno fuori.
Si attendevano una beffa
dall'allegra vecchina; invece, al termine giusto della covata, eccoti tanti
pulcini quanti erano i soldi ricevuti... Poteva essere uno scherzo anche
questo; ma, dopo qualche settimana, quei pulcini avevano una cresta
particolare, della forma e del colore di un soldino; cosa da sbalordire. Sette
galletti dei più grassi, che già cominciavano a far chicchirichi!
Una mattina però tutti a
una volta, stirarono le ali, allungarono il collo, chicchirichì! E caddero
morti!
- Che disgrazia, comare!
I nostri galletti sono morti! E i vostri?
- È venuta la volpe e li
ha mangiati!
Le vicine volevano
almeno riavere i sette soldi: e rammentandosi che un giorno aveva detto:
- Darò i miei quattrini
a chi non li vuole - si presentarono a comare Formica:
- Ah, comare! Voi
volevate restituirci i sette soldi dei galletti: ma non li vogliamo!
E aggravarono la voce su
le ultime parole:
- Io? Nemmen per sogno.
Non do quattrini a chi non li vuole.
- Eppure un giorno voi
diceste...
- Le parole le porta via
il vento.
- Avete ragione, comare
Formica.! - dissero le vicine a denti stretti.
E una di esse pensò una
gran birbonata. Aveva sentito dire da suo marito che la grotta in cima al monte
serviva di ricovero a una banda di ladri.
- Ascolta, marito mio:
potremmo arricchire senza fatica. Vai a trovare il capo dei ladri e digli: «Vi
insegno io un posto dove potreste fare molto bottino. Faremo a parti uguali. Volete?».
E indicherai la casa di comare Formica. -
- Tu sei pazza, moglie
mia!
- E tu sei sciocco,
marito mio!
La cattiva donna tanto
fece e tanto disse, che indusse il pover'uomo ad andare dal capo dei ladri.
- Va bene, ma se
c'inganni, guai a te! Ti legheremo a quell'albero: quando saremo di ritorno con
la preda, ti scioglieremo e avrai la tua parte. Ma chi c'indicherà il posto?
- Ve lo indicherà mia
moglie: si chiama Boccabella.
Giusto la notte dopo, i
ladri dovevano fare un furto nel palazzo di un riccone là vicino; passando
avrebbero visitato anche la casetta di comare Formica. Verso mezzogiorno, la
donna vide arrivare un omo vestito da contadino.
- Siete voi la
Boccabella? Mi manda vostro marito.
La furba capi, lo fece
entrare in casa, e gli diè tutte le indicazioni opportune.
- Se m'ingannate, guai a
voi!
Quella mattina comare
Formica, avendo fatto il ranno al filato, parte ne stendeva sul tetto ad
asciugare, parte sul davanzale della finestrella e su gli scalini della porta.
Passata mezzanotte, ecco
i ladri carichi di ogni ben di Dio, danari, argenterie, ori, gioielli, rubati
nel palazzo del riccone.
Chi dalla finestra, chi
dal tetto, chi dalla porta fanno per entrare nella casa di comare Formica. E a
un tratto sentono che qualcosa si avvolge attorno alle loro gambe e alle loro
braccia, e glieli lega così stretti che una fune non avrebbe potuto far meglio.
Più tentano e ritentano di distrigarsi e più il filato si attorce attorno ad
essi, quasi fosse cosa viva.
La Boccabella, che stava
alle vedette, e pel buio non poteva capire perché i ladri stessero inerti, si
era accostata zitta zitta.
- Ah infame! Ah
traditori, tu e tuo marito!
Si sentì la voce di
comare Formica:
- Grazie, signori ladri!
Non occorreva; vi siete disturbati a portarmi tante cose preziose. Grazie,
signori ladri.
E, uscendo fuori,
prendeva le bisacce ripiene che i ladri avevano deposte in un canto e le
portava in casa; poi tornava fuori, frugava nelle loro tasche e ne cavava
monete d'oro, pietre preziose, gioie, e li portava in casa, ripetendo:
- Grazie, signori ladri!
I ladri non fiatavano,
si lasciavano svaligiare, atterriti di quelle ritorte che li tenevano immobili,
spaventati del peggio che poteva accadere. Già si vedevano in mano della
giustizia.
- Avete visto, comare
Boccabella? Da ora in poi potranno chiamarvi Boccamara.
- Abbiate pietà di noi
poveri ladri, comare Formica!
Erano più morti che
vivi. Già spuntava l'alba. Comare Formica n'ebbe compassione.
- A patto che non
facciate male al marito di costei! Il poveretto non ci ha colpa.
- Non gli faremo alcun
male.
Sentendosi sciogliere
braccia e gambe, i ladri si rizzarono, e via di corsa, senza voltarsi addietro:
pareva che avessero le ali ai piedi. E alla Boccabella, dal gran dispiacere,
rimaneva la bocca così amara, come se avesse masticato tòssico. D'accordo con
le altre sei comari, ella tentò un'altra bricconata.
Si presentò da quel
riccone che era stato derubato:
- Volete trovare ogni
cosa? Io so chi è stata la ladra; ma voglio una buona mancia.
- E una buona mancia
avrete. Chi è stata la ladra?
- Comare Formica.
- Quella povera
donnicciola? Non è possibile.
- Mandate subito, i
birri: troveranno ogni cosa.
Vanno i birri: cerca,
fruga, rimesta, e non trovano niente.
- Se ve l'ha detto la
Boccabella, vuol dire che gli oggetti rubati sono in casa sua.
Vanno i birri, e senza
bisogno di frugare, trovano le bisacce dei ladri riposte in un canto, e nella
cassa e nelle cassette tanti altri oggetti di oro e di pietre preziose.
E la Boccabella presa ed
ammanettata fu condotta in carcere: e la sua bocca diveniva ancora più amara,
quasi avesse masticato tòssico. Dopo di questo, comare Formica fu lasciata in
pace.
Le vicine, specie quelle
dei galletti, avevano paura di lei.
- Dev'essere una Strega!
Lei invece filava,
cuciva, tesseva, cantando sempre allegramente:
- Fuso mio, gira ·
trova...
o pure:
- Gugliata,
gugliatina...
o pure:
- Vola, spolina mia,
vola, sposina!..
e la sua voce squillava
per la via, così limpida e dolce, che era una delizia stare ad ascoltarla.
Le altre vicine, che
erano curiose, sì, ma non avevano preso parte alle birbonate contro di lei, le
domandarono:
- E il palazzo, quando
ve lo farete fabbricare, comare Formica?
- Una di queste mattine,
comari.
- E il marito, lo avete
già trovato il marito?
- Verrà una di queste
mattine, comari.
Palazzo finito
Attende il marito.
- Sempre allegra, comare
Formica. Ah! Ah!...
- Ride meglio chi ride
l'ultima.
Ma quale non fu lo
stupore di quelle buone comari, quando una mattina videro che la casetta di
comare Formica era stata trasformata, durante la notte, in un meraviglioso
palazzo assai più grande e più bello del palazzo reale!
E comare Formica, con la
rocca al fianco e il fuso in mano, filava davanti il grande portone quasi non
fosse accaduto niente di nuovo.
- Fuso mio, gira e
trotta!
- Chi vi ha fabbricato
questo palazzone, comare Formica?
- Venne il vento e portò
i sassi.
- E poi?
- Venne il vento e portò
rena e calce.
- E poi?
- Venne il vento e portò
l'acqua.
- E poi?
- Sassi, rena, calce ed
acqua... e il palazzo si è rizzato.
- Sempre allegra, comare
Formicai
Il giorno dopo, comare
Formica cuciva, seduta davanti al portone, quasi non fosse accaduto niente di
nuovo.
- Gugliata,
gugliatina...
- Siete così ricca, e vi
affannate a cucire?
- Chi non lavora non
mangia.
- Lasciatelo dire a noi,
comare Formica!
- L'apparenza inganna,
comari mie.
- E il marito?
- È in viaggio; arriverà
una di queste mattine.
- Come? Ce lo dite
piangendo?
- Solo il mestolo sa i
guai della pentola!
- Ah! povera comare
Formica!
Era stata sempre di buon
umore, vivendo con un po' di pane, un po' di cacio o una cipolla per
companatico, e una bella bevuta d'acqua, ed ora che aveva quel palazzone e
attendeva il marito, ora piangeva? Era proprio vero che solo il mestolo sa i
guai della pentola!
Il giorno dopo, comare
Formica, dentro il portone, tesseva, quasi non fosse accaduto niente di nuovo,
- Vola, spolina mia,
vola, spolina...
- Siete ricca e vi
spezzate le braccia tessendo?
- Questa è l'ultima
tela, comari mie.
- Perché mai, comare
Formica?
- Perché viene il fuoco
e mi brucia rócca, fuso e pennecchio.
- E poi?
- Viene il fuoco e mi
brucia lenzuola e guanciali da cucire.
- E poi?
- Viene il fuoco e mi
brucia velo di sposa e veste di Regina.
- Non piangete, comare
Formica!
- La mia mala sorte
vuole così.
- Se avete bisogno di
noi, comandateci, comare Formica! Povere siamo ma di buon cuore.
Durante la nottata, le
vicine sentirono soffi violenti e urli di vento attorno al palazzo di comare
Formica. Ahuiii! Ahniii!, quasi il vento gli girasse da ogni lato e tentasse di
buttarlo giù o di portarlo via. Non osavano di affacciarsi per vedere quel che
succedeva. E se si fossero affacciate avrebbero visto il palazzo tutto
illuminato, tutte le finestre spalancate e due ombre correre per le stanze, una
inseguendo l'altra, come spinte da una furia di vento che urlava: - Ahuiii!
Ahuiii!
Non era il vento, ma
l'Orco che voleva afferrare comare Formica e non riusciva a raggiungerla.
Intanto verso l'alba il
rumore cessava.
L'Orco scappava via -
Ahuiii! Ahuiii! - per paura del sole, e il palazzo tornava allo scuro, con le
finestre tutte chiuse.
- Avete sentito, comare
Formica, che ventaccio stanotte?
- Non ho sentito niente,
comari mie.
- Come? Sembrava che
volesse sradicare il vostro palazzo!
- Non mi sono accorta di
niente. Ho il sonno duro.
- Perché piangete,
comare Formica?
- La mia mala sorte
vuole così.
- Non filate oggi,
comare Formica?
- Il fuoco mi ha
bruciato rócca, fuso e pennecchio.
- Non cucite oggi,
comare Formica?
- Il fuoco mi ha
bruciato lenzuola e guanciali da cucire.
- Non tessete oggi,
comare Formica?
- Il fuoco mi ha
bruciato telaio, spola, ordito, velo di sposa e veste di Regina.
E, la notte dopo, l'Orco
tornava precisamente a mezzanotte. Ahuiii! Ahuiii!
- Vuoi essere
l'Orchessa, sì o no?
- No! No! No!
- Invece di pane, con
cacio o cipolla per companatico, mangeresti carni tenere di bambini e di
bambine; invece di acqua, berresti sangue fresco di giovani e di zittelle. Vuoi
essere l'Orchessa, sì o no?
- No! No! No!
- Prendo te e ne fo un
boccone!
E le vicine, se si
fossero affacciate, avrebbero visto il palazzo tutto illuminato, tutte le
finestre spalancate, e due ombre correre per le stanze una inseguendo l'altra,
come spinte da furia di vento. Verso l'alba il rumore cessava.
- Avete sentito, comare
Formica, che urli stanotte?
- Non ho sentito niente;
ho il sonno duro.
- Perché piangete,
comare Formica?
- La mia mala sorte
vuole così!
- Buon tempo e cattivo
tempo non durano gran tempo.
- Forse dite bene,
comari!
- Parliamo di cose
allegre: e il marito, comare Formica?
- Prima devo
ringiovanire,
- Sempre allegra,
nonostante i guai!
- Aspettate e vedrete.
Insomma, con quella
comare Formica non ci si capiva nulla; metteva a covare i soldi e i pulcini
nascevano; menava vita da poveretta e si faceva fabbricare un palazzo più
grande e più bello di quello del Re; venivano i ladri per rubarle i quattrini
messi da parte, e invece lei legava e spogliava i ladri; piangeva la sua mala
sorte e subito dopo le scappava di bocca una facezia. Chi era? Perché aveva
detto:
- Mio padre è Re, mia
madre Regina,
Ed io sono una povera
vecchina -?
Ed ora perché aveva
detto: - Prima devo ringiovanire -?
Le volevano bene: era
buona, non dava noia a nessuno; ma avrebbero pagato chi sa che cosa per
penetrare il mistero che la circondava.
E la notte dopo, di
nuovo, precisamente a mezzanotte, - Ahuiii! Ahuiii! - l'Orco arrivava come un
uragano.
- Vuoi esser l'Orchessa,
sì o no? .
- No!... Sì!... No!...
Dal terrore la poverina
non sapeva quel che si dicesse.
- Sì o no?
- Sì, sì! Ma devi darmi
tempo un mese e un giorno.
- Un mese, un giorno e
un'ora!
- E devi promettermi che
per tutto questo tempo non mangerai carni tenere di bambini e di bambine, né
berrai sangue fresco di giovani e di zittelle; non mangerai carne di sorta alcuna.
- Te lo prometto.
- Porterai qui i bambini
e le bambine, i giovani e le zittelle, e... e faremo un gran banchetto il di
delle nozze.
- Ah! bella! Ah bella!
L'Orco, enorme, brutto,
peloso, faceva così strani movimenti di tutto il corpo per significar tutta la
sua gioia, che comare Formica non poté trattenersi dai ridere.
Ma già si avvicinava
l'alba, ed egli si affrettava ad andar via per paura, del sole… Ahuiii! Ahuüi!
- Avete sentito, Comare
Formica, che urli questa notte?
- Non ho sentito niente;
ho il sonno duro.
- E il marito, comare
Formica?
- Prima devo
ringiovanire.
- Sempre allegra,
nonostante i guai!
Insomma con quella
comare Formica non ci si capiva nulla. Le volevano bene; era buona, non dava
noia a nessuno: ma avrebbero pagato chi sa che cosa per penetrare il mistero
che la circondava. Invecchiava - il tempo passava anche per lei - e lei parlava
di ringiovanire!
E la notte dopo, Ahuiii!
Ahuiii! - ecco l'Orco con tre bambini e tre bambine, un giovane e una zittella.
- Ingrassali bene con
latte e riso; da qui a un mese saranno un boccone da Re.
- Mi son dimenticata il
meglio: per regalo di nozze devi portarmi una conocchia di argento e un fuso di
oro; più un.agoraio di oro e un ago di argento; più un telaio di argento e una
spola di oro.
- Vado e torno subito.
E in men che non si dica
- Ahuiii! Ahuüi! - le riportava i regali di nozze richiesti.
Nella giornata le vicine
si stupirono vedendo comare Formica che filava davanti al portone del palazzo,
come una volta.
- Oh la bella rócca! Oh
il bel fuso!
- Cosine da niente,
comari mie!
Più tardi:
- Oh il bell'agoraio! Oh
la bella spola!
- Cosine da niente,
comari mie!
- Ci avete gente in
casa? Ridono, fanno il chiasso...
- Chi vuole un bel
bambino o una bella bambina, glieli regalo.
- Bocche che mangiano
non ne prende nessuno. Sempre allegra, comare Formica!
Come? regalava anche dei
bambini? Ora se ne capiva meno di prima! Avrebbero pagato chi sa che cosa per
penetrare il mistero che la circondava.
La mattina dopo, comare
Formica filava davanti al portone e cantava:
- Fuso mio, gira e
trotta...
Molti ragazzi si erano
radunati attorno a lei, con la bocca aperta di ammirazione per la bella rócca
di argento e il bel fuso d'oro.
- Comare Formica, perché
non ci raccontate una fiaba?
- Se state cheti,,ve la
racconterò.
- Come l'olio, comare
Formica.
Dunque... C'era una
volta una Reginotta, vanitosa, superbiosa, disubbidiente, gelosa, cattiva che
era la disperazione della nonna. Non voleva far niente.
- Non voglio sciuparmi
le mani!
- Se non ti emenderai
verrà l'Orco e t'inghiottirà in un boccone.
- Ben venga l'Orco;
quando sarò cresciuta me lo prenderò per marito!
La nonna era una Maga,
di quelle però che fanno opere buone; e per virtù di filtri e d'incanti la
trasformò in maniera che l'Orco non potesse riconoscerla. L'Orco aveva appreso
le parole di quella sventata, ed era contentissimo di sposare una bella
Reginotta, e la cercava per mare e per terra.
- È finita?
- Per oggi è finita.
La mattina dopo, comare
Formica cuciva davanti al portone:
- Gugliata,
gugliatina...
e i ragazzi si erano di nuovo radunati attorno a
lei, con la bocca aperta di ammirazione pel bel ditale d'oro e per il bell'ago
di argento.
- E la fiaba lasciata in
asso, comare Formica?
- La riprenderò, se
state cheti.
- Come l'olio, comare
Formica.
- Dunque... Dove eravamo
rimasti? Ah! Che l'Orco contentissimo di sposare una bella Reginotta, la
cercava per mare e per terra e non riesciva a trovarla. La nonna voleva, sì,
gastigare la cattiva nepotina e ridurla buona, e a questo fine ne aveva fatta
una vecchina, l'aveva mandata in un paese lontano, dove nessuno la conosceva,
lusingandosi che l'Orco non l'avrebbe trovata. E siccome pel termine del giusto
castigo mancavano pochi mesi, così la nonna gli aveva preparato un magnifico
regalo...
- Quale regalo, comare
Formica?
- Ve lo dirò un'altra
volta.
La mattina dopo, comare
Formica era dentro il portone col bel telaio di argento e la bella spola d'oro
e tesseva:
- Vola. spolina mia,
vola, spolina!
e i ragazzi, figuriamoci se si erano di nuovo
radunati attorno a lei con la bocca aperta di ammirazione pel bel telaio di
argento e per la bella spola di oro.
- E la fine della fiaba,
comare Formica?
- La mia fiaba non ha
fine. Dunque… Dove eravamo rimasti? Ah! Al magnifico regalo della nonna. Ma
appunto fu quello che fece scoprire la Reginotta all'Orco... E dovrà forse
sposarlo....
- No! No! Non glielo
fate sposare, comare Formica!
- Le fiabe sono come
sono, e non si possono mutare.
I bambini si misero a
strillare, e piangendo:
- No! no! Non glielo
fate sposare, comare Formicai
I bambini strillavano e
piangevano e le loro mamme ridevano.
- Fàteli contenti,
comare Formica!
- Le fiabe sono come
sono e non si possono mutare. Intanto, se mi volete bene, dovete ogni notte far
guardia al mio palazzo... E quando sentirete avvicinare... il ventaccio -
Ahuiii! Ahuiii! - prendetevi per le mani, da una cantonata all'altra senza
lasciarvi un istante... E allora i bambini saranno contenti: non farò più
sposare l'Orco con la Reginotta,
Comare Formica diventava
più misteriosa di giorno in giorno; di giorno in giorno se ne capiva men di
prima. Le vicine avrebbero pagato chi sa che cosa per sapere chi veramente
fosse. Una, la più vecchia, disse:
- Volete scommettere che
la Reginotta vanitosa, superbiosa, disubbidiente, gelosa, disperazione della
nonna, era lei?
- Ma che! Ma che! Una
vecchina che per tanti anni ha lavorato da mattina a sera, ha mangiato pane e
cacio o pane e cipolla, e ha bevuto soltanto acqua pura! Non può essere! Non
può essere!
- Stiamo a vedere!
E da parecchie notti,
poverine, facevano la guardia al palazzo di comare Formica, prese per mano da
mezzanotte all'alba. E ogni notte udivano da lontano il... ventaccio, come
aveva detto comare Formica che soffiava: - Ahniii! Ahuiii! - e non osava di
avvicinarsi.
Nessuno capiva quell':
Ahuiii! Ahuiii! Soltanto comare Formica, invece di quel grido, sentiva:
- Rendimi almeno i
bambini e le bambine! È un mese che non mangio carne cristiana, e non: ne posso
più! Rendimi almeno il giovane e la zittella, è un mese che non bevo sangue
cristiano e non ne posso più. Ahuiii! Ahuiii!
Erano passati un mese e
un giorno: restava un'ora.
E appunto prima che
finisse quell'ora le vicine videro compirsi un portento. Mentre parlava con
loro e rideva e le faceva ridere col buon umore di una volta, tutt'a un tratto,
comare Formica cominciò a raccorciarsi, a raccorciarsi, a coprirsi di grinze,
quasi la pelle dovesse staccarsi dal corpo, e uscirne fuori qualche altra persona.
Le stavano attorno atterrite, senza aver animo di soccorrerla, incapaci di
gridare, quando, ecco, le vesti e la pelle di comare Formica si squarciarono e
ne usciva una bellissima giovanetta, bionda, con occhi celesti, sorridente, che
sembrava essersi destata allora allora da. lunghissimo sonno. E aveva
nell’aspetto e nei modi tanta dolcezza, tanta bontà, tanta modestia, da
allontanare ogni sospetto che la Reginotta vanitosa, superbiosa, disubbidiente,
cattiva, gelosa, disperazione della nonna, fosse stata proprio lei, come aveva
detto quella vecchia, e che il gastigo l'avesse cambiata.
- Era o non era
dunque? .
La fiaba non lo
chiarisce e si arresta qui.
Se poi volete saperne di
più, mettetevi la via tra le gambe, andate nel paese dove comare Formica si
fece fabbricare il bel palazzo di cui forse rimane qualche vestigio, se pure il
vento, che allora apportò sassi, rena e calcina e acqua, non l'ha, dopo tanto
tempo, spazzato via. Ma forse fareste inutilmente questo viaggio... E poi,
bambini miei, non è bene essere eccessivamente curiosi.
Larga la via, stretta la
foglia
E siam rimasti tutti con la voglia.
C'era una volta...
Sì, sì, non ho
dimenticato la promessa; parola di Raccontafiabe è parola di Re; ed ecco la
storia del principe Pettirosso.
Dunque c'era una volta
un Principe e una Principessa giovani e sposati da qualche anno; lui, buono,
gentile, caritatevole; lei, bella, ma piena di capricci e talvolta superbiosa e
crudele. Comandava, e voleva essere subito obbedita; esprimeva un desiderio e
pretendeva che fosse immediatamente soddisfatto. Se qualcuno dei servitori, dei
dipendenti, non intendeva bene i suoi ordini, o li eseguiva male, diventava una
furia. Invano il marito tentava di rabbonirla:
- Principessa!...
Principessa!...
Si rivoltava contro di
lui, gli rispondeva con parolacce che non stavano punto bene in bocca di una
dama sua pari.
Una volta si era
incapriccita di una pianta del giardino che circondava il castello dove essi abitavano.
L'annaffiava lei, la ripuliva lei; guai se il giardiniere si permetteva di
levar via una foglia avvizzita e cascata per terra!
Una pianta comune: ma la
Principessa si era messa in testa che dovesse far fiori e frutti rari.
Una sera, scende in giardino
e scorge tra i rami fili di paglia, con alcune piumine e il groviglio di un po'
di refe. Le parve un delitto.
- Giardiniere, che
significa questo?
- Qualche coppia di
uccellini si prepara il nido, Principessa.
- Buttate via ogni cosa;
non voglio nidi su la mia pianta.
E il giardiniere, presi
quei fili di, paglia, quelle piumine, quel po' di refe, ne fece un batuffolo e
lo buttò via.
Fra i rami di un'alta
pianta vicina due uccellini svolazzavano e strillavano, quasi piangessero di
veder dispersi quei primi materiali del loro nido.
- Poverini! - esclamò
sotto voce il giardiniere.
E, il giorno dopo,
vedendoli andare e venire affannosamente, portando coi becchi fili di paglia,
piume, foglie secche, grovigli di refe, biòccoli di lana e cose simili, per
ricostruire con ostinatezza il nido nel posto già scelto, il giardiniere li
compiangeva:
- Verrà la Principessa e
vi disfarà ogni cosa! Mancano piante e rami, poverini!
Ma gli uccelletti non
intendevano le parole del giardiniere, e andavano e venivano affannosamente;
verso sera, il loro nido era già bell'e finito.
Appena la Principessa lo
scòrse tra i rami, se la prese col giardiniere.
- Che colpa ne ho io?
Poverini, hanno fretta di depositarvi le ova.
- Ah sì? Domani ne farò
una frittatina pel gattino.
Attese che la femmina
avesse terminato di deporre le ova, e ordinò al giardiniere:
- Portatemele in cucina,
e disfate quel nido!
Il giardiniere obbedì a
malincuore: aveva le lacrime agli occhi sentendo gli strilli degli uccellini
che parevano un pianto.
La crudele Principessa
ruppe di sua mano gli ovicini in un tegamino, vi aggiunse, cacio e pane
grattato, e ne fece, come aveva detto, una frittatina pel gattino che le stava
tanto a cuore.
Il gattino esitava a
mangiarla, miagolava, si ritirava indietro. Ma quando la Principessa si era
ficcata in testa una cosa, non c'era verso di farla desistere.
- Il gattino non ha fame
- gli disse il Principe.
- Fame o non fame, deve
mangiare questa frittata; l'ho fatta apposta per lui.
Il gattino, preso pel
collo, col muso nel tegamino, dovette mangiare per forza. Ma aveva appena
ingoiato l'ultimo boccone, che - Meo! Meo! Meo! - stirava le gambe e moriva,
quasi avesse preso un veleno.
La Principessa rimase
scossa da quella disgrazia; il gattino era la sua bestiolina prediletta.
E la notte dopo fece un
brutto sogno. Si destò atterrita:
- Ah, Principe, se
sapeste che cosa ho sognato!
- Che cosa, Principessa?
- Tante piume, tante
piume fioccavano giù dal cielo come falde di neve, ed io mi trovavo appesa al
collo una padellina di rame. Le piume mi toglievano il respiro: la padellina
pesava, pesava... È un triste presagio, certamente.
- Si sognano tante
sciocchezze, Principessa!
- No, Principe! Bisogna
consultare coloro che spiegano i sogni.
- Li consulteremo,..
Intanto non vi affliggete per così poco!
Furono chiamati parecchi
sapienti. Stettero a sentire, seri, con le sopracciglia corrugate, sfogliarono
a lungo i libroni che avevano portati con loro. Chi diceva una cosa, chi
un'altra, e ognuno affermava che la sua spiegazione era la vera.
- Mettetevi d'accordo,
signori miei!
Il Principe non poteva
persuadersi che quelle piume fioccanti dal cielo e quella padellina di rame
appesa al collo di sua moglie
significassero tante opposte cose.
- Mettetevi d'accordo, cari miei!
Invece di mettersi
d'accordo, quei sapienti finivano col darsi vicendevolmente dell'asino, e con
lo scaraventarsi addosso i loro grossi,volumi.
La Principessa non si
dava pace.
- Bisogna consultare un
gran Mago! La cosa è troppo intrigata, se nessuno di questi sapienti è riuscito
a spiegarla.
- Si sognano tante
sciocchezze, Principessa!
- No, Principe! Questa
volta ho un grande sgomento nel cuore.
- Consulteremo il mago
Barba-d'oro. Lo manderò a chiamare al castello.
E spedì persona fidata
con ricchissimi doni.
Il mago Barba-d'oro
accettò i doni, ma quando sentì di che cosa si trattava, rispose sdegnato:
- Non sono il servitore
di nessuno.
Sia signore, sia
vassallo,
Né in carrozza, né a
cavallo
Chi non viene coi suoi
piedi,
Barba-d'oro non riceve.
Il messaggero tornò con
questa risposta. Per arrivare alla abitazione del Mago bisognava camminare tre
giorni e tre notti, attraverso luoghi incolti, infestati da bestie feroci,
forteti, boscaglie, orridi sentieri. Il messaggero aveva temuto di non tornare
vivo al castello.
- Mi sembra un bel modo
di dirci: Non venite; è proprio inutile.
- No, Principe; a
qualunque costo!
Se la Principessa era
testarda per cosine da nulla, figuriamoci ora che viveva sotto lo strano
terrore del suo sogno!
Invano il Principe si
sforzava di convincerla che i sogni non hanno né capo né coda.
Le voleva bene, e
vedendola ostinata a intraprendere il pericoloso viaggio, cominciò a sentirsi
penetrare nell'animo lo stesso sgomento di sua moglie.
Quel sogno doveva essere
un cattivo presagio!
E decisero d'andare a
piedi dal mago Barba-d'oro.
Si misero in viaggio
all'alba e camminarono tutta la giornata. La Principessa era così impaziente di
avere la spiegazione del suo sogno, che non si curava della fatica e dei disagi
del cammino.
- Riposiamoci un po',
Principessa!
- Più in là, Principe,
più in là.
Forteti, boscaglie,
orridi sentieri; e la notte, sotto il cielo stellato senza luna, urli di bestie
feroci, vicini, lontani, che li atterrivano e non permettevano ch'essi
chiudessero un occhio.
Un giorno e una notte; e
poi daccapo, un altro giorno e un'altra notte. Per quegli orridi sentieri non
s'incontrava anima viva. Il povero Principe non ne poteva più.
- Riposiamoci un po',
Principessa!
- Più in là, Principe,
più in là!
Finalmente, il terzo
giorno, verso sera, ecco tra gli alberi la casa del Mago. Con la facciata
annerita dal tempo, tutta coperta di macchie di umido e di muffa verdastra, coi
vetri delle finestre appannati dalla, polvere e dai ragnateli, quella casa
ispirava ribrezzo.
La Principessa, col
fiato al denti, con le gambe che le si piegavan sotto, fece uno sforzo, giunse
davanti alla porta e picchiò.
Comparve il mago
Barba-d'oro.
- Ah, Principessa,
Principessa, quanto vi costa una frittatina!
Il Principe e la
Principessa allibirono.
- Entrate, ristoratevi,
e andate a letto. Domani, con comodo, riparleremo del sogno.
Il Principe e la
Principessa allibirono. Quel Mago sapeva tutto!
Il giorno dopo il sole
era già alto ed essi dormivano ancora. Se non la svegliava il Principe, la
Principessa avrebbe dormito fino a tarda sera.
Il Mago li attendeva nel
suo laboratorio.
- Ah, Principessa,
Principessa, quanto vi costa una frittatina!
- Perché, mago
Barba-d'oro?
- Non lo sapete che i
nidi sono cosa sacra? Distruggere un nido è come appiccare il foco a una casa.
Voi avete impedito di nascere a sei creature di Dio e per malvagità, non per
altro. Ne sarete gastigata. In che modo io non so dirvelo. Ve lo dirà la fata
Cicogna.
- E dove si trova la
fata Cicogna?
- Guardate da questa
finestra: laggiù, laggiù, su quel tetto.
- Badate però di non
chiamarla fata Cicogna, ma fata Splendore. Le piume e la padellina di rame del
sogno significano il vostro gastigo. Ah, Principessa, :Principessa, quanto vi
costa una frittatina!
- Grazie, mago
Barba-d'oro!
E all'alba del giorno
dopo partirono.
Cammina, cammina,
cammina, e al tetto della fata Cicogna, che dalla finestra era parso così
vicino, non si arrivava mai.
La Principessa non osava
di rifiatare, pensando che tutti quei disagi il Principe li soffriva per colpa
di lei. Ma forse essi erano niente, in confronto dei guai che li attendevano.
Il mago Barbad'oro aveva ripetuto più volte:
- Ah, Principessa,
Principessa, quanto vi costa una frittatina!
Giunsero alfine, stanchi
morti.
La fata Cicogna stava
sul tetto, ritta sopra un piede, col collo nascosto sotto un'ala; dormiva.
Attesero che si
svegliasse. Abbassò l'altro piede, distese il collo, sbatté le ali e mandò
fuori un rauco grido, che parve sbadiglio.
- Fata Cicogna, fata
Cicogna, ci manda il mago Barbad'oro.
Nello sbalordimento, la
Principessa aveva dimenticato di chiamarla fata Splendore.
- Ha fatto mala bisogna
Chi cerca fata Cicogna:
Fra le piume nasce un
giglio,
È figlio e non è figlio.
Padella preparata
Frittata e non frittata.
Aperse le ali, tese i
piedi e la fata Cicogna volò via.
- E ora come faremo?
Bisognava dire fata Splendore!
- Torniamo dal Mago; ci
consiglierà.
E rifecero la strada.
- Ah, mago Barba-d'oro!
Mi scappò detto fata Cicogna!
- Non vi perdete
d'animo. Fate fare un gran nido d'oro e portateglielo; non c'è altro rimedio,
Principessa.
- Faremo fare un gran
nido d’oro - disse il Principe. - Ma che cosa significano le parole: È figlio e
non è figlio? Frittata e non frittata?
- Ve lo deve dire
soltanto fata Cicogna.
Tornarono al castello,
che erano quasi irriconoscibili, ed ordinarono subito un gran nido di cicogna
tutto d'oro. Quando fu pronto, dopo un mese, Principe e Principessa si rimisero
in cammino, ma questa volta a cavallo, e andarono direttamente da fata Cicogna.
Stava sul tetto, ritta
sopra un piede, col collo nascosto sotto un'ala: dormiva.
Attesero che si
svegliasse.
- Fata Splendore, fata
Splendore, ci manda il mago Barba-d'oro.
lo mi chiamo Cicogna e
non Splendore!
Principe e Principessa
si guardarono in viso, contristati.
- Accettate, vi
preghiamo, questo povero nido.
Fata Cicogna stese il
collo, afferrò col becco il nido d'oro e lo ripose sul tetto.
Ha fatto mala bisogna
Chi non cerca fata
Cicogna.
Tra piume nasce un
giglio,
È figlio e non è figlio.
Padella preparata,
Frittata e non frittata.
Aperse le ali, tese ì
piedi e fata Cicogna volò via.
Principe e Principessa
non se l'aspettavano. La Principessa non aveva sbagliato.
- Ho detto: fata
Splendore: è vero?
- Sì, fata Splendore.
- O dunque?
- Torniamo dal Mago, ci
consiglierà.
- Non vi perdete d'animo
- disse il Mago. - Fate fare due ova d'argento grosse quanto le ova di cicogna
e portategliele.
- Ma come bisogna dire:
fata Cicogna o fata Splendore?
- Sempre fata Splendore.
E un mese dopo furono di
ritorno con le due ova d'argento.
- Fata Splendore, fata
Splendore, ci manda il mago Barbad'oro. Accettate queste due ova.
Fata Cicogna stese il
collo, afferrò col becco prima uno poi l'altro ovo e li collocò nel nido d'oro
e vi si accoccolò come per covarli.
- Ha fatto buona bisogna
Chi ha cercato fata
Cicogna.
Tra piume nasce un
giglio,
È figlio e non è figlio.
Padella preparata,
Frittata e non frittata.
Quando avrò covato
quest'ova, tornate e saprete.
- Quanto ci vorrà?
- Il sole ora spunta da
quel monte, dovrà spuntare da quella collina.
Il Principe calcolò che
ci volevano tre mesi.
E, passati i tre mesi,
rifecero il cammino.
Trovarono la fata
Cicogna accoccolata nel nido d'oro, quasi per covare le ova d'argento.
- Fata Splendore, fata
Splendore, spiegatemi il sogno, se vi piace.
- Avrete presto un
figlio, e sarà uomo e sarà uccello...
- Che disgrazia, fata
Splendore!
- ... fino ai vent'anni,
Principessa. Poi diventerà un bel giovane, ma dopo aver trovato la sposa.
- E la padellina che
cosa significa?
- Significa la sposa…
Non dovete saper altro.
- Ma che uccello sarà
nostro figlio?- domandò il Principe.
- Quel che la
Principessa vorrà; passerotto o pettirosso.
- Pettirosso, fata
Splendore.
- E pettirosso sia,
Principessa. Principe Pettirosso è un bellissimo nome.
- Che disgrazia, fata
Splendore!
- Avrebbe potuto
accadervi di peggio: i nidi sono cosa sacra.
La Principessa era in
grande angoscia, pensando che suo figlio fino ai vent'anni sarebbe stato un
pettirosso.
E quando partorì e fece
un bel bambino non credeva ai suoi occhi.
- Fata Cicogna...
- No, fata Splendore -
la corresse il Principe.
- Fata Splendore ha
voluto metterci paura. Tanto meglio che sia finita così Però...
- Però?
- Non son, però,
rassicurato del tutto.
- Non siate il corvo del
malaugurio pel bambino.
- Stiamo a vedere.
- Stiamo a vedere.
Una mattina la
Principessa, mutando i pannolini al bambino, diè un grido di orrore.
Tutto il corpicino della
sua creatura era coperto di una peluria gialliccia come quella dei pulcini
appena nati. E il corpicino pareva già un po' dimagrito, quasi rattrappito.
- Figliolino, figliolino
mio!
La Principessa aveva fin
ribrezzo di toccarlo.
Di giorno in giorno la
trasformazione diveniva più evidente. I braccini prendevano la forma di ali e
si coprivano di piume; le gambine si assottigliavano e le dita dei piedi si
allungavano in zampine con ugne aguzze. E di mano in mano che le piume
invadevano tutto il corpicino che si rattrappiva, si rattrappiva, nasino e
labbra si foggiavano in becco.
In meno di due mesi, il
bambino era diventato il più bel pettirosso che si potesse vedere.
Principe e Principessa
avevano vergogna di far sapere che il loro figliolino era diventato un
pettirosso. Dissero che lo avevano mandato a balia, lontano. Ma questa finzione
non valse.
Quando il bambino
avrebbe dovuto poter dire: - Babbo! Mamma! - lo disse il pettirosso, che la
Principessa teneva posato su un dito, e n'ebbe paura e gioia quasi nello stesso
momento.
Non lo potevano più
tenere in gabbia: voleva volare qua e là, fare il chiasso con gli altri
uccellini su pei rami degli alberi del giardino.
- Non aver paura, mamma!
Non aver paura, babbo!
E volava via; e li
chiamava dalla cima di un albero, dalla grondaia di un tetto:
- Mamma! Babbo! - E
spesso portava con sé uno stormo di altri uccellini, passerotti, capinere,
cardellini, raperini, pettirossi come lui. Entravano con un gran frullio d'ali,
s'inseguivano di stanza in stanza, si posavano sulle cornici dei quadri e degli
specchi, sui tavolini, sui letti, indisturbati, perché il Principe e la
Principessa avevano paura d'incappare in qualche guaio peggiore di quello
sofferto e per cui soffrivano ancora.
Anzi la Principessa,
visto che quell'invasione ormai accadeva ogni giorno, buttava qua e là miglio,
midolle, bricioli, canapuccia, scagliòla, insalatina tritata, e teneva
preparati beverini con acqua, ciotoline per potervisi bagnare.
Si sarebbe divertita
anzi, vedendosi trattata con tanta familiarità da tutti quegli uccellini che, prima,
al suo apparire in una stanza, scappavano, se essi, in compenso, avessero
badato un poco alla pulizia. Invece, sporcavano da per tutto, cantando,
trillando, pigolando, quasi fossero in piena campagna.
- Ah, .figliolo,
figliolo! Dovresti farglielo capire.
- Compatiscili, mamma;
non sanno di far male.
E in aprile e maggio, il
castello era pieno di nidi. Non c'era stanza dove i passerotti, i cardellini,
le capinere, i pettirossi non ne avessero collocati due, tre, come se il
castello fosse stato casa loro.
La Principessa ne
trovava su le mensole, su i tavolini, negli angoli per terra, su i cassettoni,
su gli armadi, su i canapè, su le poltrone, appesi alle branche delle lùmiere,
dei saloni; e dei salotti, fin sul cielo del cortinaggio di camera.
Ed era un andare, un
venire, un pigolare di uccellini appena scovati e affamati con le testine in
aria e i beccucci spalancati.
- Ah, figliuolo,
figliuolo!
- Quando sarò cresciuto,
non avverrà più, mammina!...
E quantunque fossero già
trascorsi dodici anni, e il Principino parlasse spesso con lei, la povera
Principessa non sapeva ancora difendersi da un'impressione di paura.
Erano passati dodici
lunghi anni, che al Principe e alla Principessa erano parsi dodici secoli!
Ora il principino
Pettirosso scappava via due volte al giorno e non si sapeva dove andasse.
Andava certamente lontano, perché non si udiva più nei dintorni il gorgheggio
del suo canto.
- Principino, dove
andate? Vado in cerca della sposa.
- Principessa come voi,
non dimenticate la vostra qualità.
- E più buona che bella.
Principessa o no, non importa.
- Sì, mamma! Sì babbo!
E scappava via; e quando
tardava a ritornare, Principe e Principessa passavano ore di angoscia mortale.
- Che gli sia capitata
qualche disgrazia?
- Non gli facciamo il
cattivo augurio ....
Appena,arrivava:
- Dove siete stato,
Principino?
- Avete trovato,
Principino?
- Sono stato in cento
posti, ma non ho ancora trovato nulla.
- Come? Non ci sono più
Principesse a questo mondo?
- Ce ne sono, mamma,
anche troppe, ma non fanno per me.
- E le altre donne?
- Babbo, le buone non
sono belle, e le belle non sono buone, quelle che ho viste, intendo dire.
Cercherò, ho ancora tempo un anno.
- Principessa come voi,
non dimenticate la vostra qualità.
- E più buona che bella.
Principessa o no, non importa.
- Sì, mamma! Si, babbo!
E scappava via.
La Principessa non
poteva sopportare che il Principe dicesse al figlio: - Principessa o no, non
importa.
- Come, non importa?
Deve dunque abbassarsi fino al fango della terra?
- Chi ha mai detto
questo? Più buona che bella non significa fango, mi pare.
- Vedrete che il
Principino commetterà qualche sciocchezza.
- Ne commettiamo tutti
- Ah! Mi rinfacciate
ancora?! ....
E continuavano a
bisticciarsi, fino al ritorno del principino Pettirosso.
- Avete trovato?
- Non ho trovato!
- Mancano Principesse?
- Manca quella che
vorrei io.
- E le altre donne?
- Le buone non sono
belle; le belle non sono buone, quelle che ho viste, intendo dire. Cercherò
ancora, babbo!
- Principessa, come voi!
- E più buona che bella.
Principessa o no, non importa.
- Sì, mamma! Sì, babbo!
E scappava via.
Un giorno, finalmente,
lo videro tornare con volo così impetuoso, che lo credettero inseguito da
qualche uccello di rapina. Volava per la stanza, facendo giri, intrecci;
sembrava ammattito. Ci volle un pezzetto prima che si calmasse.
- Che cosa accade,
Principino?
- Ho trovato, mamma! Ho
trovato!
- Una Principessa?
- Una più buona che
bella?
- Principessa, e più
buona che bella! Sposerò Cingallegra.
- Ah, figlio, figlio
mio!
La Principessa dètte in
un pianto che mai.
Chi era Cingallegra?
Egli dunque s'immaginava di dover restare pettirosso per tutta la vita! Ci
mancava quest' altra disgrazia!
- Chi è Cingallegra? -
gli domandò il Principe, angustiato anche lui.
- Colei che canta
nell'orto del ramaio.
- È dunque una giovane?
- Più buona che bella,
come tu la volevi.
- Ed è figlia di un
ramaio?
- È più Principessa di
me che ora sono pettirosso - rispose ridendo.
- Ah figlio! Figlio mio!
E la Principessa,
sentendogli dire queste cose, dava in un pianto più dirotto.
Ora il principino
Pettirosso andava via avanti l'alba e tornava col sole non ancora alto.
- Donde venite,
Principino?
- Da Cingallegra, mamma
cara.
- Se mi volete bene,
lasciatela andare. Cingallegra non fa per voi.
- Se la sentiste
cantare, non direste così.
Ripartiva col sole
vicino al tramonto e tornava prima che fosse sera inoltrata.
- Donde venite,
Principino?
- Da Cingallegra, babbo
caro.
- E come canta
Cingallegra?
- Canta così.
Ma non gli riusciva di
cantare con voce umana; gorgheggiava, gorgheggiava, e, dopo un pezzetto, si
interrompeva:
- No, non è proprio
così!
E in camera, o su un
ramo d'albero del giardino, gorgheggiava, gorgheggiava, provando, riprovando,
interrompendosi all'ultimo:
- No, non è proprio
costi
La Principessa era
inconsolabile. Pensava:
- Se non avessi
distrutto il nido e rotto quegli ovicini, tutto questo non sarebbe accaduto!
Ah, figlio mio, figlio mio!
Né lei, né il Principe,
intanto, si ricordavano che il principino Pettirosso era già sul punto di
compire i vent'anni.
Una mattina, che lo
credevano volato via avanti l'alba, non vedendolo ritornare all'ora solita;
Principe e Principessa stavano in gran pensiero.
- Che gli sia accaduto,
qualche disgrazia?
- Non gli facciamo il
cattivo augurio!
E si misero alla
finestra, guardando verso il punto d'onde pel solito lo vedevano spuntare.
Sentirono rumor di passi
alle spalle...
Principe e Principessa
credettero impazzire dalla gioia.
- Sono io, mamma! Sono
io, babbol
Il Principino aveva
cessato di essere pettirosso, ed era un bel giovane, biondo come la madre, alto
e ben fatto come il padre. I baci e gli abbracci non finivano più.
La Principessa si
immaginava che ora il Principino non avrebbe più parlato di Cingallegra.
Invece ne riparlò
subito. La madre ne fu desolata. II padre, più condiscendente, diceva:
- Poiché è più buona che
bella!
- La figliola di un
ramaio! Non acconsento! Non acconsento!
Il Principe, per
calmarla, le disse:
- Andiamo a prender
consiglio dal mago Barba-d'oro.
- Andiamo a prender
consiglio dalla fata Cicogna, che ne sa più di lui!
Si decisero per la fata
Cicogna.
Ma la mattina che
stavano per partire, alzano gli occhi e che cosa veggono? La fata Cicogna su
una torretta del castello; il nido d'oro luccicava al sole sotto di essa, e tra
l'intreccio delle barrette che figuravano da sterpi, si scorgeva il bianco
degli ovi d'argento.
- Oh, fata Cicogna, noi
venivamo da voi!...
Ha fatto mala bisogna
Chi ha detto fata
Cicogna.
- Fata Splendore! Fata
Splendore! - gridò allora la Principessa.
Tra le piume è nato un
giglio,
Non era figlio ed ora è
figlio.
Padella preparata,
Frittata e non frittata!
Aperse le ali, tese
piedi, e la fata Cicogna volò via.
- Volete una risposta
più chiara? - disse il Principe.
La Principessa chinò il
capo, abbattuta.
- Padella preparata, è
evidente, significa la figlia del ramaio.
- E frittata e non
frittata che vorrà significare?
- Significa, credo, che
tutto anderà pel suo meglio. Ci ha lasciato il nido d'oro e le uova d'argento;
è il buon augurio agli sposi.
Come il principe
Pettirosso sposasse Cingallegra voi lo sapete da un pezzo e sapete anche che il
ramaio e Reginotta furono accolti nel castello e beneficati da loro.
Apprenderete oggi il
resto, e le due fiabe saranno compiute. Quando il principe Pettirosso
rispondeva, ridendo, al padre:
- È più Principessa di
me, che ora sono pettirosso - sapeva bene quel che diceva.
In uno di quei giorni
che volava attorno da mattina a sera in cerca di una sposa, Principessa come
voleva sua madre, o più buona che bella come gli suggeriva suo padre, il
Principino aveva incontrata la fata Cicogna.
- Dove vai, piccolo
pettirosso?
- Cerco la mia fortuna,
una moglie.
- Vieni con me, te la trovo
io.
- Principessa?
- Principessa.
- Più buona che bella?
- Più buona che bella!
Eccola là.
E gli mostrò Cingallegra
che cantava, sciorinando i panni nell'orto.
- Più buona che bella
può darsi, ma Principessa...
- Principessa quanto te
e più di te.
- Come mai?
- L'hanno scambiata a
balia: e i parenti non se ne sono accorti. La figlia del ramaio aveva una
voglia di fragola sotto l'ascella, e Cingallegra non l'ha. Cingallegra è figlia
di Principi. Ti basti di saper questo.
Infatti un giorno, a
tavola, il principe Pettirosso disse al ramaio:
- Vostra figlia dovrebbe
avere una voglia di fragola sotto l'ascella.
- Certamente; sembrava
una fragoletta davvero.
- Ma Cingallegra non
l'ha.
- Non l'ha?
E così fu confermato
quel che aveva detto fata Cicogna.
Ma ora alla Principessa
non importava più che Cingallegra fosse o non fosse figliola di ramaio. Non
vedeva lume che per gli occhi di lei.
Accade spesso così.
Frittata e non frittata,
La fiaba è terminata.
C'era una volta una povera donna
a cui nacque un bambino così piccinino che, invece di fasciarlo, dové tenerlo
avvolto nella bambagia. Bello, ben proporzionato, sembrava una figurina di cera
uscita dalle mani capricciose di un figurinaio. Non sapendo che nome dargli,
ella lo chiamò Radichetta.
Aveva già sei mesi e non era più
alto d'una spanna. Mentre ella filava lo teneva in una tasca del grembiule, e,
spesso, Radichetta la faceva arrabbiare, afferrando il filo o fermando il fuso
col pericolo di farsi storpiare una manina.
La poveretta, quando era sola in
casa, e il bambino dormiva in una piccola cesta ridotta a culla, si struggeva
in lacrime pensando alla sorte della sua creatura.
Come avrebbe potuto guadagnarsi
il pane? Finché campava lei, Radichetta non avrebbe sofferto la fame; quel po'
che guadagnava sarebbe bastato per tutti e due. Ma dopo? E se lei moriva,
com'era morto il padre, che lo aveva lasciato orfano a tre mesi?
Le vicine le dicevano:
- Non vi angustiate; è anzi una
fortuna che sia un aborto così strano. Potrete condurlo attorno: chi vorrà
vederlo dovrà pagare un soldo, due soldi, secondo. Vi arricchirete.
Il consiglio non era cattivo, ma
la povera madre non sapeva indursi a metterlo in atto: le sembrava di avvilire
il bambino, menandolo attorno per dare spettacolo della sua disgrazia.
Aveva sentito dire che, a ogni
luna nuova, si radunavano nel vicino bosco le Fate o le Nonne, non sapeva bene.
Le Nonne, come le chiamavano, s'introducevano anche nelle case entrando pel
buco della serratura, e guarivano i bambini malati. Qualche volta però, per
gastigare i genitori, li storpiavano. Ma lei non poteva aver timore che le
maltrattassero il figliolino; non aveva fatto male a nessuno, e non aveva mai
parlato male delle Nonne.
Aspettò dunque qualche mese,
lusingandosi che, una notte o l'altra, esse venissero a visitarla e a far
crescere di statura il bambino. E ogni notte, prima di addormentarsi, invocava:
- Nonne, Nonne buone, venite! Il
mio bambino ha bisogno del vostro aiuto.
Vedendo,che le Nonne non
venivano, quantunque pregate e ripregate, la poverina si decise di recarsi col
figlio nel bosco vicino, la prima notte di luna nuova.
Si avviò, verso il tramonto,
portando il bambino addormentato nella tasca del grembiule; ed era già notte
quando arrivò là dove il bosco s'infittiva di più. Procedeva tentoni, urtando
spesso in un tronco d'albero, impigliandosi in una siepe, col cuore che le
tremava ad ogni rumore, ad ogni grido di uccello notturno, a ogni sguisciare di
animali impauriti dalla sua presenza. L'amore del figliolino le infondeva
coraggio. E così, prima della mezzanotte, arrivò nella radura dove, secondo la
gente, venivano le Fate a ballare e a divertirsi. In alto, fra i rami degli
alberi, s'intravedeva un filo di luna.
Cavò di tasca il bambino ancora
addormentato, lo posò su l'erba nel mezzo della radura, e si nascose dietro una
siepe per veder quel che sarebbe accaduto.
Ed ecco, alla mezzanotte in
punto, un lumicino tra gli alberi, e poi, di qua, di là, quasi sbucassero dal
tronchi, le Fate, vestite di abiti fosforescenti, coronate di fiori freschi,
che si abbandonano a un ballo vorticoso, tenendosi per mano, e così agili, così
leggère, che pareva non toccassero il suolo coi piedi calzati di sandali di
oro.
La povera madre tratteneva il
respiro, atterrita che, nella furia del ballo, le Fate calpestassero il
bambino, dormente su l'erba. Esse intanto continuavano più allegramente e più
furiosamente la ronda, senza accorgersi di lui. Tutt'a un tratto, si fermarono,
e stettero in orecchio:
- Chi ci vede e chi ci sente,
Sorda e cèca immantinente!
Chi ci sente e chi ci vede,
Cionca a un braccio e zoppa a un
piede!
- Ah! Fate, Fate belle, sono una
povera madre!
Al grido della donna le Fate
disparvero. Soltanto una indugiò alquanto avendo urtato con un piede il bambino
che si destò e si mise a piangere.
La Fata però, da bella e
giovane, si era trasformata in vecchia grinzosa e canuta che si reggeva su un
bastone. Si chinò, prese in mano il bambino e disse:
- Oh che carne tenerina! Ne
faccio due bocconi!
- Per carità, buona Fata,
risparmiate la mia creatura! Se avete fame, qui c'è la mia carne; se avete
sete, qui c'è il mio sangue.
La donna, saltata fuori dal
nascondiglio, si era buttata al piedi della Fata e tentava di levarle di mano
il bambino.
- Eccomi pronta, buona Fata.
E si denudava le braccia,
porgendole.
- È stato per provarti; le Fate
non fanno male. Che cosa vorresti pel tuo bambino?
- Che abbia la crescenza uguale
a quella degli altri.
- Avrà qualcosa di meglio.
Crescerà di altre due spanne non più. In certi momenti di gran bisogno però
potrà allungare la sua statura quanto vorrà, fino a diventare un gigante.
Basterà che si metta in bocca il pollice della mano destra e che vi soffi forte
come in un cannello. Mezz'ora dopo sgonfierà e tornerà qual era prima.
- Grazie, buona Fata!
- Badi, però: di questo
privilegio non deve servirsi per far del male agli altri, o per qualche cattivo
scopo. Non solamente perderà per sempre quella virtù, ma sarà gastigato.
- In che modo, buona Fata? È
bene saperlo per avvertirlo.
- Gli spunteranno due gobbe, una
davanti e l’altra di dietro.
- Ah! povero figlio mio! Ma non
avverrà, buona Fata!
- Ed ecco come dovrà fare.
La Fata prese la manina destra
di Radichetta, si mise tra le labbra il pollice e cominciò a soffiare.
Quasi avesse gonfiato un otre,
Radichetta erebbe di due spanne, bello, ben proporzionato; sembrava un altro.
Sua madre piangeva dalla gioia; lo riconosceva a stento.
- E non dire a nessuno di quel
che hai visto e udito. Il bambino non deve saper niente prima di aver compiuto
quindici anni.
- Non saprà niente, buona Fata.
La povera madre voleva baciarle
i piedi per ringraziarla; ma la Fata, diventata di nuovo bella, fosforescente,
coronata di fiori, le spariva a un tratto davanti.
La donna, col bambino tra le
braccia, non si saziava di baciarlo e ribaciarlo.
- Figliolino del mio cuore, è
stata la tua fortuna!
E si sedé su l'erba, aspettando
che spuntasse l'alba, per uscire dal bosco.
Si era immaginato che il bambino
sarebbe restato di tre spanne, come la Fata lo aveva fatto crescere soffiando
il pollice della mano destra quasi fosse stato un cavallino. Invece, a poco a
poco, se lo senti sgonfiare tra le braccia, e prima che l'alba spuntasse,
Radichetta era già tornato piccinino una spanna come prima.
Per un istante, ella credé che
la Fata si fosse fatta beffe di lei.
Si era messa in bocca il pollice
della mano destra del bambino e aveva tentato di rigonfiarlo, ma non era
riuscita. Si riprese però sùbito, pensando che le Fate non sono cattive, e
tornò a casa con la lieta speranza che Radichetta, a quindici anni, in momenti
di gran bisogno, avrebbe potuto far crescere la sua statura fino a divenire un
gigante,
Intanto tornò a filare, tenendo
il figliolino nella tasca del grembiule.
Egli era così vispo, così allegro che formava lo spasso delle vicine e
dei loro ragazzi.
- Radichetta, vuoi una chicca?
- Si, una oggi, e l'altra
domani.
Rispondeva con una vocina
sottile sottile, che si sentiva appena.
- Allora sono due! Sei ghiotto,
Radichetta!
- Dàmmene mezza, ma sùbito, via!
- Vieni a prendertela; salta
fuori dalla tasca.
E Radichetta, lesto lesto,
scavalcava l'orlo della tasca del grembiule della mamma, si lasciava scivolare
lungo la sua sottana e correva dietro a colui che gli aveva mostrato la chicca
e faceva finta di non volergliela dare.
- Bravo, Radichetta! Viva
Radichetta! Ah! Ah!
Era uno spettacolo vedergli
muovere rapidamente le gambine; le comari e gli altri ragazzi ridevano,
battevano le mani, fino a che quell'altro non si lasciava afferrare, e non gli
dava la chicca.
- Hai visto? - esclamava
Radichetta trionfante, quasi gliela avesse tolta a forza.
E arrampicandosi di nuovo alle
falde della gonna della sua mamma, rientrava nella tasca del grembiule.
La povera donna doveva tenerlo
là, per evitare che i polli non lo beccassero; era così: piccinino, che non ne
avevano paura, e lui non badava a pericoli.
Le poche volte che ella lo aveva
lasciato libero per la via, se l'era visto sparire davanti. Radichetta correva
di qua, correva di là, si rimpiattava dovunque, e lei dall'ansietà che potesse
accadergli qualche disgrazia, non aveva avuto pace, finché non lo aveva
rintracciato e rimesso nella tasca.
Gli anni passavano; Radichetta
era già cresciuto di una spanna e mezzo, e aveva dodici anni.
Sua madre non lo teneva più
nella tasca del grembiule, ma lo voleva sempre accanto a sé o sotto i suoi
occhi. Era troppo vivace e anche un po' manesco, quantunque uno schiaffo o un
pugno di lui sembrassero piuttosto una carezza. Non era lo stesso per Radichetta.
Uno spintone, un pugno, uno schiaffo degli altri ragazzi con cui attaccava
facilmente lite facendo il chiasso, lo mandavano ruzzoloni per terra, o gli
lasciavano i lividi sul viso. La povera mamma lo ammoniva, gli dava sempre
torto, quantunque spesso avesse ragione. E minacciava i ragazzi:
- Vedrete, un giorno o l'altro,
come vi concerà Radichetta!
- Per ora le ha avute; se le
tenga!
Radichetta, dalla stizza, si
mordeva le manine.
- Mamma, perché hai detto:
Vedrete, un giorno o l'altro, come vi concerà Radichetta?
- Perché sarà cosi; lo saprai a
quindici anni.
- E quanto ci vorrà ancora?
- Un altr'anno, figliolo mio.
I ragazzi avevano preso a
beffarlo.
Quando ci concerai, Radichetta?
- Come ci concerai, Radichetta?
- Vi concerò bene, non dubitate!
- Gridalo forte, fàtti sentire.
E Radichetta, con quella vocina
sottile sottile che si sentiva appena, si sforzava a gridare:
- Vi concerò bene, non dubitate!
- Intanto ti abbiamo conciato
noi, Radichetta!
La mattina in cui egli compiva i
quindici anni, la madre lo prese su le ginocchia (era già alto tre spanne) e
gli disse:
- Sta' attento, figliolo mio.
Gli raccontò punto per punto
quel che aveva visto la notte di luna nuova passata nel bosco con lui
addormentato e messo a giacere su l'erba in mezzo alla radura.
- E poi? - la interrompeva
Radichetta.
- E poi le Fate si accorsero
della mia presenza e mi avrebbero buttato addosso un'imprecazione tremenda:
Chi ci vede e chi ci sente
Sorda e cèca immantinente!
Chi ci sente e chi ci vede
Cionca a un braccio e zoppa a un
piede!
Ma io gridai: Fate belle, sono una povera madre! Sparirono, e fui salva.
- E poi?
La madre si affrettò a
raccontare il resto fino alla raccomandazione della Fata:
- Badi, non si serva di questo
privilegio per far male agli altri o per qualche scopo cattivo.
- così non potrò conciare i ragazzi che mi hanno picchiato! - esclamò Radichetta piagnucolando.
- È meglio far bene per male,
figliolo mio!
Radichetta non la intendeva a
questo modo, tanto che rispose:
- Allora non soffierò mai nel
pollice. Che me ne faccio di questo bel regalo, se non posso rendere male per
male? E corro il pericolo di buscarmi due gobbe, una davanti e l'altra di
dietro!
- Intanto prova, figliolo mio!
- Niente; non vo' neppur
provare!
E non ci fu verso d'indurlo a
mettersi in bocca il pollice della mano destra per accertarsi che la Fata non
li avesse ingannati.
Ma ecco, una notte, urli e
pianti nella via. Era una nottataccia; pioveva a dirotto e tirava un vento così
furioso, che pareva volesse sradicare le case.
- Che cosa avviene, mamma?
- Chi lo sa? Apro la finestra e
sto ad ascoltare.
E, nel buio, si sentiva urlare:
- Aiuto! Aiuto! Ladri! Ci ammazzano!
Radichetta saltò giù dal
lettino, che aveva per materassa due guanciali, e si vestì in fretta.
- Dove vuoi andare, figlio mio?
- Vo a vedere questi ladri!
Si mise in bocca il pollice
della mano destra, e cominciò a soffiare. In meno di un minuto era diventato un
omaccione.
- Costoro, sì, vo' conciarli
bene!
Sua madre non poté trattenerlo.
Si udivano sempre più alte le grida: - Aiuto! Aiuto! Ladri! Ci ammazzano!...
Alla cantonata Radichetta si
fermò; riprese a soffiare nel pollice; in meno di un minuto era diventato un
gigante. E con due sgambate si trovava davanti alla casa d'onde uscivano quelle
grida: - Aiuto! Ladri! Ci ammazzano!
Trascorsi pochi istanti, non si
udì più niente.
E la mattina dopo furono visti
sul tetto di quella casa quattro ladri legati come tanti salami, pallidi,
atterriti, non tanto del trovarsi legati a quel modo, ma della terribile
apparizione del gigante. Egli, infatti, senza scomodarsi, aveva sfondato con un
pugno una finestra, aveva ficcato dentro la stanza un braccio enorme e una
manona con cui li aveva afferrati tutti e quattro e stretti nel pugno come
niente; all'ultimo, legàtili tutti e quattro insieme, e tiràtili fuori, li
aveva deposti sul tetto, sollevandoli come fuscelli; ed era sparito nel buio.
Radichetta, compiuta la bella
impresa, tornato zitto zitto a casa, non era potuto rientrare, ed era stato
costretto a passare mezz'ora davanti all'uscio, aspettando di sgonfiarsi.
Fin sua madre, che lo attendeva
alla finestra, aveva avuto paura di quel gigante che sorpassava con la testa la
più alta casa del vicinato.
- Che cosa hai fatto, figliolo
mio?
- Lasciami sgonfiare; ti
racconterò ogni cosa dopo.
Passata mezz'ora, Radichetta era
ridiventato un omino alto tre spanne.
- Ti hanno riconosciuto, figlio
mio?
- Non mi ha riconosciuto
nessuno; e non voglio che si sappia che ho questa virtù. Se non ero io, quella
famiglia era scannata e derubata.
- Sei contento di aver compiuto
un'opera buona?
- Contentissimo, mamma!
E mamma e figliolo si rimisero a
letto, e dormirono tranquillamente fino a tardi.
Non si parlava d'altro nel
vicinato.
- Come? Non avete sentito nulla?
- Nulla. Che cos'è accaduto?
Ognuno faceva un racconto a modo
suo. I ladri stavano per svaligiare una casa. Passava per caso da quelle parti
l'Orco e accorse. I ladri eran dieci. Sei l'Orco se li maciullò in un batter
d'occhio; e stava per spolparsi gli altri quattro, quando sonò la mezzanotte.
Gli Orchi alla mezzanotte devono tornare alle loro tane; e così li lasciò sul
tetto, legati perché non fuggissero.
- Siete sicuro che è stato
proprio l'Orco?
- Chi volete che sia stato? Era
un gigante, più alto di un campanile.
Una delle vicine, per chiasso,
disse:
- Sarà stato Radichetta. È vero
che sei stato là?
- Io, proprio io!
Tutti si misero a ridere. Chi
poteva immaginare che Radichetta dicesse la verità?
E per prenderlo in giro, i
ragazzi inventarono una canzonetta e gliela cantavano in coro:
- Radichetta ha il muso sporco,
Mangia gente come l'Orco.
Se gli danno una polpetta,
Metà ne mangia, metà ne getta.
Ora dice: Sono l'Orco!
Radichetta, muso sporco.
Da principio, egli li lasciò
dire. Rideva in cuor suo, pensando che, se gliene fosse venuta la fantasia,
data una soffiatina al pollice, sarebbe stato subito in caso di sbatacchiarli
nel muro come tanti ranocchi.
Sua madre si raccomandava:
- Non te ne curare, figliolo
mio! Smetteranno, vedrai!
Invece, vedendogliela prendere
in santa pace, quasi avesse paura di loro, quei birbi non smettevano punto,
anzi rincaravano la dose. La sera attendevano che mamma e figliolo fossero
andati a letto, e si radunavano dietro l'uscio sotto la finestra della casetta,
per far loro la serenata:
- Radichetta ha il muso sporco,
Mangia gente come l'Orco.
La povera donna si affacciava
alla finestra:
- Volete finirla, ragazzacci?
Radichetta, coricato nel suo
lettino, con due guanciali per materassa, ripeteva sottovoce:
- Se scendo giù! Se scendo giù!
E i ragazzacci:
- Se gli danno una polpetta,
Metà ne mangia, metà ne getta!
- Volete finirla, ragazzacci? O vi butto un secchio d'acqua!
Alla minaccia, i discoli si
allontanavano, e facendo capolino dalla cantonata, riprendevano più forte:
- Ora dice: Sono l'Orco!
Radichetta, muso sporco!
E scappavano via. Ogni due o tre
sere, daccapo.
Radichetta non ne poteva più!
Una sera che il cielo era
coperto di nuvole e nel vicolo faceva un gran buio, che cosa pensò di fare
Radichetta?
Pensò di rimpiattarsi dietro
l'uscio della casetta vicina, e di attendere che i ragazzacci venissero per la
solita serenata.
- Per carità, figliolo mio, non
far male a quegli screanzati. Ricordati! Ricordati!
Intendeva dire: ricordati delle
due gobbe!
- Mamma, lasciami fare. Vedrai
che non ricominceranno più.
Cosi piccinino com'era e
accoccolato dietro l'uscio, col buio della sera, i ragazzacci, venuti più
numerosi delle altre volte, non potevano scorgerlo affatto. E, al segnale di
uno di loro che faceva da capo, diedero la stura alla canzonetta di loro
invenzione:
- Radichetta ha il muso sporco,
Mangia gente come l'Orco!
Radichetta intanto, messosi il pollice della mano destra tra le labbra soffiava lentamente, soffiava, soffiava, e diventava un omaccione spropositato. Non ostante il buio, qualcuno dei ragazzi se n'accòrse e diè l'allarme. Volevano scappare, ma Radichetta, con quel corpaccio spropositato sbarrava l'uscita del vicolo, afferrava a uno a uno i ragazzi, somministrava loro una lieve sculacciata e li metteva fuori; se gliene avesse data una forte, li avrebbe conciati per le feste. Pianti, strilli, grida di spavento. Un omaccione a quella maniera nessuno l'aveva mai visto; siccome, a ogni sculacciata, Radichetta mandava un grugnito per impaurirli di più, così appena uno gridò: L'Orco! l'Orco!, tutti si misero a urlare: L'Orco, l'Orco!
La madre era affacciata alla
finestra:
- Lasciali andare, Radichetta!
Basta, Radichetta!
E infatti, egli si tirò da una
parte e lasciò scappare gli altri ragazzi senza molestarli. Poi, aperto
l'uscio, era entrato carponi, con molto stento, aspettando di sgonfiare.
Ma la mattina dopo, tutto il
villaggio ragionava animatamente dell'accaduto. Non c'era più dubbio:
Radichetta era Orco! Altrimenti sua madre non avrebbe gridato dalla finestra:
- Lasciali andare, Radichetta!
Basta, Radichetta! - E per non farsi riconoscere, si dava quella statura di tre
spanne!
Le mamme erano atterrite. Prima
di sera chiudevano in casa i bambini perché sapevano che gli Orchi si nutrono
di carni tenerelle. E durante il giorno non volevano più che essi facessero il
chiasso con Radichetta. In un batter d'occhio poteva trasformarsi in Orco e
inghiottire qualcuno senza neppure masticarlo.
E non valeva che Radichetta non
facesse male a nessuno. E non valse che in parecchie occasioni egli avesse
salvata la vita di molte persone, quando il fiume vicino era straripato e aveva
inondato le campagne e circondato il villaggio, e le acque torbide e vorticose
portavano via pagliai, bestiame e tanta povera gente.
Radichetta, gonfiatosi fino a
quattro metri di altezza, con le gambe in mezzo all'acqua, afferrava cinque,
sei persone alla volta; due tre buoi a una volta, e li portava di corsa
all'asciutto, fuori di pericolo. Aveva cominciato dalla sua mamma e non si era
riposato fino a che non aveva salvato tutti coloro che chiedevano aiuto da ogni
parte.
Allora, vistolo all'opra, tutti
lo avevano invocato: Radichetta! Radichetta! con le lacrime agli occhi, con le
braccia tese. Ma, dopo, nessuno gli era rimasto grato, nessuno voleva aver a
che fare con quell'omino di tre spanne, che da un momento all'altro poteva
trasformarsi in gigante.
- Peggio per loro! - disse un
giorno Radichetta alla sua mamma. - Io me ne vado pel mondo, in cerca di
fortuna. Voglio tornare ricco, mamma, e fabbricarti un palazzo.
- No, figliolo mio! Io sono
contenta della nostra casetta; non saprei che cosa farmene di un palazzo. Come
ti è venuta questa cattiva idea?
- Fra un anno sarò di ritorno.
Non ci fu verso di distoglierlo
da questa risoluzione.
- Ricordati! Ricordati!
E la poveretta intendeva dire:
ricordati delle due gobbe! Radichetta si mise, come suol dirsi, la via tra le
gambe, e non si fermò fino a che non fu notte. Aveva camminato alla ventura;
era stanco, e per riposarsi e dormire si sdraiava su l'erba di un prato.
Appena appisolato, si senti
scuotere e chiamare.
- Ehi! Ragazzino!
Al lume di luna scòrse sei
brutti ceffi, armati fino al denti.
- Chi siete? Che cosa volete?
- Siamo la Provvidenza. Togliamo
a chi ha troppo e diamo a chi non ha niente. Vieni con noi.
Radichetta esitava, pure si era
alzato in piedi.
- Quant'anni hai? - gli domandò
uno di quei brutti ceffi.
- Venticinque.
Ed era vero.
- Ah! Dunque tu sei l'omino di
tre spanne, di cui abbiamo inteso parlare.
- Sono l'omino di tre spanne.
- E puoi, a volontà,
trasformarti in gigante?
- Che ve n'importa, se fosse
così?
- Puoi arricchirti e farai
arricchire.
- In che modo?
- Facendo da Provvidenza insieme
con noi; togliere a chi ha troppo e dare a chi non ha niente.
- Questo significa rubare.
- Non badare alle parole. Su,
su; vieni con noi.
Radichetta esitava.
- Sarai il nostro capo;
comanderai e sarai obbedito. Con te, in poco tempo, diventeremo ricchi
sfondati.
- Potrò fabbricare un palazzo
alla mia mamma?
- Meglio di quello del Re.
Radichetta non esitò più.
Togliere a chi ha troppo e dare a chi non ha niente, come dicevano coloro, non
gli sembrava una cattiva azione. E poi l'idea di arricchire presto e di tornare
al villaggio per fabbricare a sua madre un palazzo più bello di quello del Re
gli faceva girare il capo.
- Che cosa dovrò fare con voi?
- Quasi niente. Quando sarà il
momento opportuno diventerai un gigante, stenderai il braccio fin dove nessuno
di noi potrebbe arrivare, ficcherai la mano da una finestra, da un balcone e
farai repulisti di quel che ci sarà di troppo in una casa: oro, argento, pietre
preziose, cose che non si mangiano ma che dànno da mangiare. Tu prenderai
doppia parte. Le altre parti, una per ciascuno di noi.
- E che cosa daremo a chi non ha
niente?
- A questo penserà ognuno per
proprio conto. I primi a non aver niente siamo noi.
- No, non mi piace. Ci son tanti
poveretti a questo mondo...
- Daremo una parte ai poveri;
hai ragione. E andò con loro.
Arrivarono davanti a un palazzo
che sembrava un castello. Ponti levatoi, torri, torrette, feritoie.
- Su, dunque, diventa gigante.
Radichetta si mise tra le labbra
il pollice della mano destra e cominciò a soffiare, a soffiare, a soffiare. In
pochi istanti era già più alto del più alto torrione del castello.
- Prèndici in mano a uno a uno,
mèttici sul tetto e lascia fare a noi.
Radichetta ne afferrò tre con
una mano e tre con l'altra, e li posò sull'orlo del tetto, davanti a un
abbaino. Con una ditata sfondò l'imposta, e i ladri entrarono dentro.
Dopo un buon pezzo, rièccoli,
carichi di ogni ben di Dio: oro, argento, pietre preziose. Radichetta questa
volta li afferrò a uno a uno, li depose per terra, e disse:
- Dividiamo.
- Due parti per te; una per
ciascuno di noi, e il resto pei poveri, i primi che incontreremo.
Incontrarono un vecchietto curvo
sotto un gran fastello di legna.
Radichetta, che aveva voluto
essere l’elemosiniere, ficcò la mano in un sacco:
- Tenete buon uomo; non penerete
più.
E passarono oltre, prima che
colui potesse rinvenire dalla sorpresa. Incontrarono una povera donna, vestita
di stracci, secca allampanata, con due bambini per mano più cenciosi e più
allampanati di lei.
Radichetta ficcò la mano in un
sacco:
- Tenete, poverina; questo per
te, e quest'altro per te.
Mamma e bambini non ebbero tempo
di rinvenire dalla sorpresa, che già Radichetta e i suoi compagni si erano
dileguati. Giunsero, verso sera, in un altro posto.
- Tu, Radichetta, domanderai
alloggio in quel palazzo. Vedendoti così piccolo, non sospetteranno di nulla.
Quando tutti saranno addormentati, ti gonfierai, aprirai l'uscio o una
finestra, stenderai giù un braccio e ci prenderai a uno, a due, a tre, come ti
tornerà più comodo. Pel resto, lascia fare a noi.
Gran bottino, assai più
dell'altra volta. Avevano riempito sei sacchi: oro, argento, pietre preziose.
Radichetta prima calò giù i sacchi, poi i compagni; e siccome stava per
sgonfiare, infilò un finestrone, e si lasciò cascar giù a poca altezza dal
terreno.
Dividiamo.
- Due parti per te; una per
ciascuno di noi; e il resto ai poveri, i primi che incontreremo.
I ladri andarono a deporre il
bottino in una delle grotte dove stavano nascosti durante la giornata, e poi,
con la parte destinata al poveri, si fermavano a un capo di strada, in attesa
del primo povero che sarebbe passato.
Prima passò una ragazzina che
piangeva, tutta smarrita.
- Perché piangi, bella figliola?
- Avevo due capre che davano da
campare alla mia mamma e a me; è venuto il lupo e me le ha sbranate.
- Tieni; non avrai più bisogno
delle capre.
Radichetta le diè due manciate
di monete d'oro.
E prima che colei potesse
rinvenire dalla sorpresa, essi erano già lontani.
Incontrarono un contadino che
tirava per la cavezza un asino spelato, sbilenco, tutto pieno di guidaleschi.
- Dove andate, compare?
- Vado a buttarmi da un
precipizio assieme con la mia povera bestia. Era l'unica mia risorsa; ma la
fatica e il cattivo nutrimento l'hanno ridotta tosi. Meglio morire che vivere
di stenti; lasciatemi andare.
- Fatevi coraggio, compare;
tenete da comprarvi un altr'asino, o un mulo, o un cavallo; non bisogna mai
disperare.
- E voi chi siete?
- Siamo la Provvidenza.
E prima che il contadino
rinvenisse dalla sorpresa, essi eran già lontani.
- Hai visto, Radichetta? Nessuno
ci dice grazie, nessuno ci resta grato. Il meglio è che ognuno faccia la carità
per proprio conto.
Radichetta, con tant'oro
accumulato da parte sua, era divenuto un po' avaro; voleva sempre accumularne
dell'altro, per tornare ai villaggio e fabbricare a sua madre un palazzo più
bello di quello del Re.
Così, dopo nuove imprese ancora
più fortunate delle precedenti, diceva:
- Dividiamo.
- Due parti per te; e una per
ciascuno di noi. Per coloro che non avran niente penserà ognuno per conto suo.
Incontrarono altri poveri,
affamati, storpi, ciechi; e Radichetta, divenuto avarissimo, pensava:
- Per chi non ha, provvederanno
quest'altri, lo devo fabbricare a mia madre un palazzo più bello di quello del
Re.
E un giorno disse ai compagni:
- Me ne vado. Porto via la mia
parte, per andare a fabbricare un palazzo a mia madre più bello di quello del
Re. Quando lo avrò finito, ci rivedremo.
I sei ladri lo pregarono, lo
scongiurarono di restar con loro un altro mese almeno; c'erano tre o quattro
bei colpi da fare; ma Radichetta terme duro.
L'ultima notte che restò con
loro, Radichetta non poteva prender sonno dalla contentezza di rivedere la sua
mamma di cui non aveva saputo più notizie da tanti mesi.
Aveva detto: Me ne vado pel
mondo in cerca di fortuna. E tornava con tanta ricchezza, che neppur lui sapeva
quanta.
Nella notte, ai buio, credendolo
addormentato, i sei ladri, sotto voce, ragionavano fra loro.
- Dovrà portarsi via davvero la
sua parte? Ammazziamolo nel sonno, ora che è piccino di tre spanne.
- Aspettate - disse da sé
Radichetta; - vi concio io.
E messosi il pollice della mano
destra tra le labbra, cominciò a soffiare, a soffiare, a soffiare; e quando fu
diventato un omaccione da poterli afferrare tutti per le gambe e sbatacchiarli
nel muro, stese le braccia e li agguantò. I ladri cominciarono a urlare:
- Radichetta, che cosa fai?
- Vi do quel che meritate!
Li sbatté tutti contro il muro,
e li lasciò più morti che vivi. Aveva fatto un disegno nella sua mente.
- Ora soffio nel pollice, mi
carico addosso tutte le ricchezze, e via di corsa fino al villaggio. Giungerò
prima che sia giorno.
Ma soffia, soffia, soffia, non aveva
più fiato e intanto rimaneva un omino di tre spanne.
Figuriamoci il suo
sbalordimento! Aveva perduto la gran virtù di crescer di statura, fino a
divenire gigante. Ma ancora non capiva perché. Che cosa aveva fatto di male?
Aveva tolto a chi aveva troppo e aveva dato a chi non aveva niente, come
dicevano i suoi compagni.
Si era fatto giorno. Quei sei
giacevano per terra, insanguinati, e non davano segni di vita. Radichetta prese
con sé il poco che poteva portare addosso, e si avviò pel suo villaggio, con
l'intenzione di tornare a riprese nella grotta, e portar via almeno la sua
parte.
Picchiò all'uscio di casa sua.
- Mamma, apri; son io,
Radichetta!
La povera donna diè un grido di
gioia e corse ad aprire. Indietreggiò, spaventata:
- Ah, Radichetta! Che cosa hai
fatto?
Radichetta non si era accorto
che gli erano cresciute due gobbe, una davanti e l'altra di dietro. Così corto
e piccinino, con quelle due gobbe sembrava un mostro addirittura.
- Non importa, mamma - egli
disse. - Ho tanto denaro da poter fabbricarti un palazzo più bello di quello
d'un Re.
Apre il sacco, dove egli aveva
messo le cose più rare e più di valore della sua parte, e trova tanti gusci di
chiocciola vuoti!
Soltanto allora Radichetta capì
che aveva fatto male ad associarsi con quei ladri, e si pentì di essersi
lasciato lusingare dalle parole di coloro e di esser diventato a poco a poco
peggio di essi. Ma non c'era più rimedio. E dovette portare le due gobbe, una
davanti e una di dietro, per tutta la vita.
Larga la via, la foglia è
stretta
Questa è la fiaba di Radichetta.
C'era una volta un pover'uomo,
con moglie e una figlia, che campava sé e la famiglia vendendo i lupini.
Ogni mattina caricava sull'asino
le bisacce di tela grossolana ripiene di lupini, e andava attorno, gridando con
speciale cantilena:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
I ragazzacci che non avevano un
soldo per comprarseli, gli facevano il verso.
Uno gridava: - Lupin dolci,
lupini, lupinaioI
E gli altri rispondevano in coro:
- Con mezzo soldo n'avete uno staio!
Il lupinaio un po' rideva, un
po' si arrabbiava, specialmente nelle giornate in cui i compratori erano stati
pochi, e qualche comare gli domandava per chiasso:
- È vero? con mezzo soldo uno
staio?
Non rispondeva e tirava via:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Il guaio era quando tornava a
casa con le bisacce appena dimezzate. La moglie, linguacciuta, lo assaliva:
- Vedete? Non siete più bono a
vendere due bisacce di lupini!... Di che cosa dobbiamo campare? Di vento?
La figlia stava zitta, e faceva
segno con gli occhi al padre di aver pazienza.
Da qualche tempo in qua, i
ragazzacci, non contenti di fargli il verso, avevano trovato un barbaro mezzo
di danneggiarlo, quasi fosse colpa del lupinaio se essi non possedevano un
soldo per comprarsi i lupini.
Si riempivano le tasche di
sassolini di fiume e si presentavano in quattro, in sei, attorno all'asino,
accompagnando uno di loro che chiedeva, mostrando il soldo:
Un soldo di lupini!
E mentre il lupinaio era
occupato a versare nella tasca del ragazzo il misurino dei lupini, gli altri,
rapidamente, gettavano manate di sassolini in una bisaccia dandole una
rinsaccata di sotto in su, perché il lupinaio non se n'accorgesse.
Se n'accorgevano invece coloro
che compravano, e se la prendevano con lui. Gli toccava di leticare a ogni po'.
Sembrava una malizia di rivenditore poco coscenzioso. E il peggio era quando
tornava a casa con le bisacce appena dimezzate e i lupini mescolati coi
ciottoli. La moglie, linguacciuta, lo assaliva:
- Vedete? Ve la fanno sotto gli
occhi e non vi accorgete di niente. Se dura così, nessuno più comprerà
lupini... e noi camperemo di vento!
La figlia stava zitta, e faceva
segno con gli occhi al padre di aver pazienza.
Poteva mai sospettare di quei
ragazzacci?
- Un soldo di lupini!
E vedendo che quel po' di lupini
dovevano dividerseli fra cinque o sei, il poveretto faceva colmo più
dell'ordinario il misurino, e intanto che lo versava nelle tasche del
compratore, quegli altri, lesti lesti, buttavano nella bisaccia quanti più
sassolini potevano, e le davano una rinsaccata, di sotto in su, perché il
lupinaio non se n'accorgesse.
Se n'accorgevano invece coloro
che compravano; e siccome la cosa si ripeteva tutti i giorni, così accadde che
nessuno più comprava lupini da lui.
Inutilmente si sgolava per le
vie:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio|
Non lo chiamavano, non lo
fermavano più.
Una sera, disperato di essere
andato attorno tutta la giornata senza aver venduto neppure un misurino di
lupini, e non avendo animo di affrontare i rimproveri della moglie, il povero
lupinaio si era deciso di finirla, andando a buttarsi nel fiume.
Si cacciava l'asino davanti e
pensava:
- Prima butto nel fiume questi
lupini maledetti, e poi faccio il tonfo io.
Lo fermò a mezza strada una
bella signora:
- Lupinaio, lupinaio! Datemi
quattro soldi di lupini.
- Signora mia, rivolgetevi a un
altro. Dei miei non so più se siano i ciottoli o i lupini. È una disgrazia, che
mi accade senza che io possa capire come e perché.
- Dove andate a venderli dunque?
- Vo a buttarli nel fiume, e io
dietro!
- Lasciatemi vedere.
La bella signora ficcò le mani
prima in una, poi nell'altra bisaccia, rimescolò, rimescolò i lupini e ne
trasse fuori una manciata:
- Dove sono i sassolini? Vi è
parso, buon uomo!
Incredulo, ficcò le mani anche
lui fino in fondo alle bisacce, e le cavò fuori piene di lupini; neppur l'ombra
di un ciottolo!
- Tornate addietro, buon uomo!
Farete buoni affari; vedrete|
Si voltò per ringraziarla: la
bella signora era sparita. E avvenne precisamente com'essa aveva predetto.
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Con sua grande meraviglia,
appena venduti qua e là una ventina di misurini, vide accorrere da ogni parte
donne, uomini, vecchi, bambini...
- Lupinaio! Lupinaio!
Non faceva in tempo a misurare e
a intascare soldi. E in meno di un'ora tornò a casa con le bisacce vuote.Il
giorno dopo, daccapo!
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
In ogni via, in ogni piazza gran
folla attorno all'asino.
- Prima a me, lupinaio!
Si spingevano, si urtavano,
facevano a pugni.
- Zitti! Ce n'è per tutti!
E di li a poco non ce n'era più!
E il lupinaio allegro, con le tasche gonfie di soldi, tornò a casa per riempire
le bisacce.
La moglie, vedendo tanta ressa,
gli diceva:
- Dovresti rincararli: due soldi
il misurino!
Li rincarò; e la folla, invece
di diminuire, ingrossò ancora di più. Il lupinaio non sapeva spiegarsi come mai
la gente ammattisse tutt'a un tratto pei lupini, quasi fossero più dolci dei
confetti.
Nella confusione di dover
servire questo e quello, egli non aveva osservato che i compratori, appena
ricevuta la loro misurina di lupini frugavano con l'indice fra essi, prendevano
qualcosa che vi trovavano mescolata e, poi, la più parte, li buttavano via,
senza metterne in bocca neppur uno.
Una mattina, avviandosi ad
andare attorno di buon'ora, vide accostarsi una povera donna.
- Un soldo di lupini!... E, in
carità, mettetevi una monetina di più. Sono vedova ed ho quattro figli.
- Di quali monetine parlate?
- Di quelle che voi date a tutti
coi lupini!
Il lupinaio restò sbalordito.
Come? Lui per un soldo dava un misurino di lupini e una monetina, senza
saperlo?
Provò; diè un soldo di lupini
alla povera donna, e vide che questa, frugato col dito, trovava una monetina
grossa quanto un lupino.
- Tenete, poveretta! Tenete!
Le diè altri quattro misurini,
per gratitudine, e tornò subito a casa, senza gridare per via: - Lupin dolci,
lupini, lupinaio!
- Moglie mia! Figlia mia; siamo
ricchi!
Non poté dir altro. Rovesciò per
terra le due bisacce di lupini e si buttò ginocchioni per frugare. Li
sparpagliava di qua, di là, li rimescolava, li osservava quasi a uno a uno...
La moglie e la figlia lo credettero impazzito.
- Ma che cosa cerchi?
- Le monetine d'oro!
- Quali monetine?
- Quelle che, senza saperlo, ho
dato alla gente con ogni misurino di lupini! Per questo si affollavano a
comprare!
- Va bene - disse la moglie. -
Ora che sei sicuro che non ce n'è, rimetti i lupini nelle bisacce e va' a
venderli! Le vere monetine d'oro saranno i soldi che riporterai.
- Ma quella povera donna dunque?
L'ho vista io una monetina grossa quanto un lupino!...
- Si è burlata di te!
- Babbo, la mamma ha ragione.
Come può essere?
Il lupinaio, pur ripetendo:-
L'ho vista io, con questi occhi! raccolse i lupini, mise le bisacce sull'asino
e si avviò:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Gran folla, gran ressa.
- Lupinaio, prima a me!
- Prima a me, lupinaio!
- Uno per volta!
E allora si accòrse che la
gente, avuta la sua misura di lupini, frugava con l'indice, prendeva qualcosa
che vi trovava mescolata e li buttava via senza metterne in bocca neppur uno.
Dunque le monetine d'oro erano mescolate ai lupini! E come mai egli non le
aveva trovate?
Tornò a casa con un pretesto.
Rovesciò per terra quel che rimaneva in fondo alle bisacce e si buttò
ginocchioni a frugare. Sparpagliava i lupini di qua e di là, li rimescolava, li
osservava quasi a uno a uno.
- Ma che cosa cerchi?
- Le monetine d'oro. Anche
questa volta le hanno trovate tra i lupini! Ed io niente!
E faceva saltar per aria,
stizzosamente, i lupini che aveva davanti.
- Domani ti accompagno io.
Voglio vederci chiaro. Porteremo due misurini, così faremo più presto.
Uscirono per le vie molto di
buon'ora. ~ Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Gran folla, gran ressa!
Ma non appena la donna si
accorse che la gente, avuto il misurino di lupini, frugava con l'indice,
prendeva qualcosa che vi trovava mescolata, e li buttava via senza metterne in
bocca neppur uno, si convinse che era vero delle monetine, e interruppe la ,vendita.
- Marito mio, torniamo a casa:
mi sento male.
Pretesto per non dare agli
estranei tante belle monetine che potevano formare un tesoretto.
A casa, chiuse l'uscio, per
cautela, rovesciò per terra le due bisacce di lupini e si buttò ginocchioni
assieme col marito. Fruga, sparpaglia, rimescola... Niente! Rimescola, fruga,
sparpaglia... Niente!...
- O che dobbiamo lavorare per il
bel muso della gente? Smettiamo di vendere i lupini, giacché le monetine sono
per loro e non per noi!
- Dici bene: smettiamo!
- Eppure abbiamo guadagnato
tanti soldi - entrò a dire la figliola. - I soldi per noi, le monetine, se è
vero, per gli altri.
- Sta' zitta, sciocchina!
E lo stesso giorno il lupinaio
portò l'asino in piazza per venderlo.
- E le bisacce?
- Quelle servono a me.
Ciò non ostante, molti entravano
in gara, lusingandosi che quell'asino dovesse portar fortuna. Quando la gara si
arrestò, l'asino veniva pagato quanto un bel cavallo da corsa.
La notizia delle monetine d'oro
fra i lupini era arrivata agli orecchi del Re, un avaraccio che avrebbe voluto
cavar oro anche dalle rape. E ordinò:
- Mandate a chiamare il
lupinaio.
Uno dei Ministri aveva
suggerito:
- Maestà, faremo così: il
lupinaio venderà per conto suo; le guardie però fermeranno i compratori,
frugheranno per trovare le monetine tra i lupini e le sequestreranno in favore
della cassa reale come moneta di contrabbando.
Il consiglio era parso al Re una
stupenda trovata.
Il lupinaio tremava come una
foglia.
- Maestà, sono innocente!
- Non vi si accusa di nulla. Per
quale ragione avete smesso di vendere i lupini?
- Sono stanco di andare attorno,
e il guadagno è così scarso! Ormai! Ho venduto fin l'asino.
- E le bisacce? - domandò il
Ministro.
- Vecchie, di telaccia, le ho
buttate in un angolo.
- Portatele a Sua Maestà, che
saprà ricompensarvi.
Il lupinaio si consultò con la
moglie:
- Il Re vuole le bisacce dei
lupini.
- Quelle delle monetine?
- Quelle!
- No, marito mio. Qui sotto c'è
un mistero. Chi sa che un giorno o l'altro esse non si risolvano a dar monetine
anche a noi? Portagli quell'altro paio.
- Le vuole piene di lupini.
- Riempile.
Il Ministro, malizioso, disse:
- Facciamo la prova.
La prova riuscì male. Niente
monetine.
E Sua Maestà ordinò che il
lupinaio fosse gettato in fondo a un carcere.
Accorse la moglie piangendo.
- Grazia, Maestà!
- Ma prima dovete portarmi le
vecchie bisacce dei lupini.
- Ha sbagliato, il poveretto;
vado a prenderle io.
E portò un altro paio di bisacce
vecchie, rattoppate.
- Facciamo la prova.
Anche questa volta la prova
riuscì male. Niente monetine.
E la moglie fu mandata a
raggiungere il marito in fondo al carcere.
Accorse la figlia, piangendo:
- Grazia, MaestàI
- Ma prima devi portarmi le vere
bisacce dei lupini.
- Hanno sbagliato, poveretti;
vado a prenderle io.
E portò proprio quelle, e la
prova riuscì. In ogni misurino di lupini veniva trovata una monetina d'oro!
Il Re fece la grazia al lupinaio
e alla moglie, e la Regina, incantata della bellezza e della modestia della
ragazza, se la tenne nel palazzo per cameriera.
Il Re, da quell'avaraccio che
era, non si fidava neppure dei Ministri per la vendita dei lupini. Vo!le fare
da sé, e si mise davanti al portone con le bisacce caricate su un asino e il
misurino in mano:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Aveva detto ai Ministri:
- Tanti misurini, tante
monetine! Aprite bene gli occhi!
Da principio la gente radunata
davanti al palazzo reale non osava di accostarsi a chiedere un soldo di lupini.
Credevano che Sua Maestà volesse divertirsi, e stavano a guardare per vedere
come finiva.
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Sparsasi la notizia per la
città, la folla aumentava, per godersi lo spettacolo del Re che faceva da
lupinaio. E intanto nessuno osava di accostarsi a chiedere un soldo di lupini.
Ma non appena uno fu così ardito da dare l'esempio, tutti vollero aver l'onore
di esser serviti da Sua Maestà. E fosse malizia o la fretta, Sua Maestà non
riempiva mai bene il misurino. A ogni misurino, lui intascava un soldo, e alle
cantonate, le guardie, sotto la sorveglianza dei Ministri, frugavano nelle
tasche dei compratori e sequestravano le monetine, dichiarandole di
contrabbando.
E quando, verso sera, Sua Maestà
smise la vendita, fece subito la rassegna: tanti misurini, tante monetine. Il
conto non tornò esatto, ma lo sbaglio era di poco. Il Re non ci fece caso.
Alla gente quest'affare del
sequestro, la prima giornata, era parso un grazioso scherzo di Sua Maestà. E il
giorno dopo accorse più numerosa, lusingandosi che lo scherzo non sarebbe stato
ripetuto.
Sua Maestà appariva di maggior
buon umore:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Durò una settimana. Poi la gente
si diradò, e alla fine soltanto pochi curiosi sfaccendati rimasero fermi
davanti al palazzo reale, guardando a bocca aperta Sua Maestà che si sgolava
inutilmente:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Intanto, in quegli otto giorni,
la cassa reale rigurgitava di monetine d'oro, e il Re, da quell'avaraccio che
era, le contava e le ricontava.
In quel tempo giungeva alla
Corte l'ambasciata di un Re vicino: veniva per chiedere in nome del Reuccio suo
figlio la mano della Reginotta. La richiesta fu gradita e, di lìi a qualche
mese, arrivava il Reuccio, preceduto da ricchissimi doni per la sposa, e
accompagnato da un gran seguito.
Entrando nel palazzo reale,
scorgendo tra la folla delle persone di Corte la bionda figlia del lupinaio,
cameriera della Regina, il Reuccio ne fu talmente colpito, da scambiarla per la
Reginotta. Piegò un ginocchio dinanzi a lei e le baciò la mano.
Uno dei Ministri del Re si
affrettò ad avvertirlo dello sbaglio:
- Principe, costei è la
cameriera della Regina!
Il Reuccio rimase.
- Se una cameriera è così bella,
figuriamoci la Reginotta!
Invece la Reginotta non era, è
vero, brutta addirittura, ma non si poteva dire neppur bella.
Il Reuccio, che non aveva ancora
vent'anni, era incapace di fingere, e disse chiaro e tondo:
- Io sposo la cameriera!
Fu uno scandalo. Il Re, la
Regina e la Reginotta, indignatissimi, si ritirarono nelle loro stanze. I
Ministri, in nome di Sua Maestà, annunziarono che avrebbero chiesto ragione di
quest'offesa anche ricorrendo a una guerra. E il Reuccio tornò nel suo regno,
ripetendo per strada:
- Sposo la cameriera! Sposo la
cameriera!
Il Re suo padre chiese scusa per
evitare una guerra. E intanto ne soffrì quella che non c'entrava punto, la
figlia del lupinaio.
- È Strega, figlia di Stregoni!
Le monetine fra i lupini non erano forse opera di incantagione?
Chiusa in un'umida cella, la
poverina piangeva la sua mala sorte; se non che, verso mezzanotte, sentiva una
voce dolcissima:
- Non disperarti! Sii buona; ti
aiuterò io!
- Chi mi parla?
- Colei che ha soccorso tuo
padre.
- Fatevi vedere.
- Domani.
Ogni notte, a mezzanotte, così;
ma quel domani non arrivava mai. La povera giovane, la mattina, non sapeva se
avesse udito per davvero quella voce, o se avesse sognato.
Finalmente, una notte, il buio
della cella fu rotto da un vivissimo splendore, e tra quella luce le sorrideva
una bellissima signora.
- Non piangere! Sii buona. Ti
aiuterò io. Sono colei che ha soccorso tuo padre il giorno che, sconfortato,
voleva buttarsi nel fiume. Domani arriva il tuo liberatore!
La giovane era così stupita di
quel che vedeva ed udiva - ora non sognava davvero! - da non saper ringraziare
quella signora prima che sparisse tutt'a un tratto.
E il giorno dopo si sentiva per
la via una voce giovanile che gridava:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Era un contadinotto poveramente
vestito, che si tirava dietro un asinello, carico di due bisacce di lupini. Non
se ne vendevano da un pezzo, e la gente si affollava a comprarli, anche per la
speranza di trovarvi le monetine, come nelle misurine del vecchio lupinaio. No,
questa volta si trattava di soli lupini, ma così grossi, così dolci, ch'era una
delizia mangiarli.
Sentendolo gridare: - Lupin
dolci, lupini, lupinaio! - il Re pensò di gastigare colei che avrebbe voluto
sposare il Reuccio, e gli aveva fatto la malia, dandola per moglie a un
lupinaio come suo padre. Fece chiamare quel giovane e gli disse:
- Vuoi prender moglie?
- E come la mantengo, Maestà?
- Ti darò io una piccola dote.
- Allora...
- Devi sposarla subito e
condurla via, lontano.
- Come ordina Vostra Maestà.
- Così la superbiosa avrà quel
che si merita! - dicevano Re, Regina e Reginotta, convinti che la povera
giovane si fosse servita di male arti per farsi sposare dal Reuccio.
La disgraziata era divenuta
pallida, magra, aveva perduta ogni freschezza.
Il Re, con accento canzonatorio,
le disse:
- È venuto il Reuccio a
chiedervi in moglie: eccolo qua.
E indicò il giovane lupinaio che
se ne stava tutto intimidito in un canto.
La giovane lo guardò e rimase
confusa.
- Non vi piace? Non importa: lo
sposerete lo stesso.
- Grazie, Maestà!... Anzi, lo
sposo volentieri.
- Qui c'è il regalo di nozze che
noi vi facciamo: aprirete l'involto quando sarete marito e moglie, e lontani di
qui.
- Maestà - balbettò il giovane
che sembrava molto commosso. - Prendo tempo otto giorni per recare questa
notizia ai miei genitori.
- Tu intanto tornerai al tuo
carcere finché esso non viene. La povera giovane si senti stringere il cuore;
le era parso di riconoscere in quel lupinaio qualcuno che ella aveva visto una
volta, non ricordava in quale circostanza, insomma una fisionomia non ignota.
Sentendogli dire però che prendeva tempo otto giorni, credette che fosse una
scusa per andar via e non tornar più.
La notte, a mezzanotte, ecco la
solita dolcissima voce:
- Non piangere. Verrà, tra otto
giorni. Sarai felice.
- Ah, buona Fata! non
m'ingannate... Voi siete una Fata! Indovino?
- Indovini.
Ed ogni notte, a mezzanotte,
così.
Il Re e la Regina avevano
pensato di fare un dispetto agli sposi.
- Che cosa gli daremo per regalo
al lupinaio?
- Una sporta di lupini.
- No, gli daremo le bisacce del
vecchio lupinaio che ora non servono più.
Il Re, da quell'avaraccio che
era, dopo che la gente non aveva voluto più comprare lupini da lui perché le
guardie sequestravano le monetine con la scusa che erano roba di contrabbando,
aveva provato più volte se mai quelle bisacce conservavano l'antica virtù; ma
inutilmente; tra i lupini non si trovava più traccia di monetine. Ora che erano
inservibili, logore e rattoppate, ne avrebbero fatto un bel regalo di nozze
agli sposi; un lupinaio e una figlia di lupinaio non meritavano di più. Le
avevano fatte involtare con una bella stoffa di seta, e Re, Regina e Reginotta
ridevano, ridevano, pensando alla sorpresa degli sposi che certamente
immaginavano di trovarvi chi sa che dono reale!
La mattina dell'ottavo giorno,
ecco il giovane lupinaio. Per non perder tempo, si tirava dietro l'asino con le
bisacce piene di lupini, e gridava allegramente:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
E prima che arrivasse al palazzo
reale aveva già venduto fin l'ultimo lupino.
Si sposarono e uscirono dal
palazzo reale. Lo sposo portava sotto il braccio l'involto col dono del Re.
Re, Regina e Reginotta ridevano,
ridevano della burla.
Ma che è, che non è, si sente
nella piazza un forte rumore. Re, Regina e Reginotta si affacciano a un balcone
per vedere che cosa accadeva e rimangono allibiti, quasi senza respiro.
La piazza era ingombra di
carrozze dorate, tirate tutte da quattro cavalli bardati con gran magnificenza;
cocchieri in ricche livree sedevano in serpe, e un'immensa folla di popolo
stava attorno ad ammirare quello spettacolo inatteso.
Figuriamoci la rabbia del Re,
della Regina e della Reginotta, quando videro salire in carrozza gli sposi
ancora modestamente vestiti, che si voltarono a guardare in su, prima di
partire. Lei salutava e il giovine intonava con voce squillante:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
I cavalli presero il galoppo, e
in pochi minuti le carrozze degli sposi e del seguito erano fuori di vista.
La Regina e la Reginotta
svennero, cadendo in convulsioni, e il Re pareva diventato una statua di sale.
Avevano capito, ma troppo tardi; quel giovane lupinaio era il Reuccio che non
aveva voluto sposare la Reginotta. Gli sposi furono accolti con grandi feste.
All'ultimo pensarono di vedere che cosa si trovava nell'involto ricevuto in
dono dalla famiglia reale.
- Ah! Le bisacce di mio padre!
- Quali bisacce?
- Quelle con cui egli andava
attorno a vendere i lupini. Avevano una gran virtù; ma giacché quell'avaraccio
del Re ce l'ha regalate, vuol dire certamente che non la conservano più.
E spiegò in che cosa consisteva.
- Proviamo; chi sa?
- Proviamo.
Le fecero riempire di lupini, e
quasi mettessero in atto un gioco nuovo, il Reuccio e la Reginotta disposero
torno torno nella gran sala tutte le dame di palazzo e i cortigiani; e, prese
in mano due misurine, cominciarono a cantilenare, ridendo:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Le dame e i cortigiani dovevano
affollarsi a chiedere un soldo di lupini, e dare un soldo davvero.
Quando ognuno ne aveva avuta la
sua misurina, e non sapeva se doveva mangiarli o no, la Reginotta disse:
- Dame, cercate tra i lupini.
E il Reuccio:
- Cercate tra i lupini,
cavalieri!
Tutti cercarono con viva
curiosità, e tutti trovarono una monetina d'oro grossa quanto un lupino.
Ah! Dunque le bisacce non
avevano perduto la loro virtù!
E la Reginotta disse:
- Sentite, Reuccio. Io vorrei
che queste bisacce fossero appese a un uncino accanto al portone del palazzo
reale. Dovrebbero esser sempre riempite di lupini, e che la povera gente
potesse prenderne una misurina al giorno, non più.
- La vostra volontà è legge! -
rispose il Reuccio.
E le bisacce quel giorno stesso
furono appese a un uncino accanto al portone del palazzo reale.
Un banditore fece sapere a
tutti:
- Badate! Una misurina al giorno
e non più! e soltanto la povera gente!
Fu una festa! Mille benedizioni
alla Reginotta e al Reuccio! Se non che, dopo pochi giorni, nessuno voleva
contentarsi di una sola misurina, e quindi di una sola monetina. Erano
spintoni, urtoni, risse, legnate, ferimenti; le guardie non riuscivano a
impedire i disordini.
E una mattina le bisacce erano
sparite. Quelle monetine guadagnate senza nessuna fatica avevano acceso tale
avidità in tutti, che la Fata - dovette esser lei! - le portò via chi sa dove e
non sono state più ritrovate, né quelle né altre consimili.
Lupin dolci, lupini, lupinaio:
Con mezzo soldo ne avete uno
staio.
C'era una volta due carbonai,
marito e moglie, che vivevano in mezzo a un bosco, in una capanna di legno. Lui
abbatteva gli alberi, li scheggiava, e la moglie raccoglieva la legna, la
portava nel posto e preparava la catasta, con la rocchina attorno per tenerla
ben legata, e vi stendeva su la pelliccia con piote o piallacci. Il marito
l'aiutava a far la bocca in alto alla catasta e i buchi per darle sfogo, e
appiccava il foco.
Lavoravano così tutta l'annata,
contenti di guadagnarsi il pane onestamente. Sarebbero stati felici se avessero
avuto un figliolo.
E mentre la catasta ardeva,
sdraiati per terra, essi facevano tanti bei castelli in aria:
- Quando avremo un bambino...
- O una bambina...
- Tu prenderai un garzone.
- E tu starai in bottega, in
città.
- Tu condurrai il carbone...
- E tu lo venderai...
- Se sarà un bambino, gli faremo
apprendere un altro mestiere.
- Se sarà una bambina...
Carbonaia, carbonaina,
Sotto il nero, pelle fina.
Tra piallacci e tra piote,
Voi ci avete una bella dote;
Ne faremo una Regina,
Carbonaia, carbonaina!
La moglie cantava cosi; le
parole erano allegre, ma la cantilena era triste. E il marito ripigliava:
Carbonaio, carbonaino,
Sotto il nero, viso fino.
Tra piallacci e tra piote,
Tu ci avrai una bella dote;
Ne faremo un Principino,
Carbonaio, carbonaino!
Le parole erano allegre ma la
cantilena era triste.
Di tanto in tanto, egli si
alzava per osservare l'andamento del loco, e soggiungeva:
- La catasta arde bene.
Otto giorni dopo, tornando dalla
città dov'era andato a vendere il carbone, il marito portava un grosso involto
sotto il braccio.
- Che bel regalo mi hai
comprato, marito mio?
- Indovina, moglie mia.
- Una veste di mussola?
- Ma che!
- Un coscetto di abbacchio?
- Ma che!
Lasciami vedere. Che sarà mai,
se lo posi con tanta cautela sul letto?
- Ti ho portato un figliolino.
- Di cenci?
- Di carne e ossa. Guarda!
Era davvero un bel bambino
roseo, biondo, che dormiva saporitamente, avvolto in pannilini finissimi,
orlati di trine.
- E chi te l'ha dato?
- L'ho trovato tra l'erba, su
l'orlo di un fosso.
- Sarà la nostra fortuna.
- Gli vorremo bene come a vero
figliolo.
- Ma, per allattarlo?...
- Compreremo una capra.
La capra, in poco tempo, si
affezionò talmente al bambino, che andava a porgergli i capezzoli assai meglio
di una nutrice. La carbonaia glielo posava per terra su una coperta di lana e
quella, appena lo sentiva vagire, accorreva e sceglieva la posizione più comoda
perché il bambino poppasse. Ciò pareva un miracolo al marito e alla moglie,
che, al veder crescere quella creaturina sana, vispa e bella, ripetevano ogni
giorno:
- Sarà la nostra fortuna!
La donna ora, dovendo badare al
bambino, non poteva più aiutare, come prima, il marito nel far la catasta, la
rocchina per tenerla ben legata, né a stendervi su la pelliccia con piote e
piallacci. Avevano preso un garzone.
Il bambino, cresciuto, era
diventato un frugoletto. Correva qua, montava là, si arrampicava agli alberi,
non stava cheto un momento. E spiccava certi salti, come una cavalletta; per
questo, col nome di una di esse, lo chiamarono Saltacavalla. Più cresceva e più
frugolo diventava.
- Dov'è Saltacavalla?
- Era qui un momento fa.
- Tu non lo tieni d'occhio
abbastanza!
- E tu lo vizi con le carezze!
- È così buono!
- È così buffo certe volte!
- Ora appicco foco alla catasta.
- Ehi! Ehi| Adagino, ci sono io!
Dov'era andato ad accovacciarsi?
In cima alla catasta, dentro la buca. Aveva preso di mira il garzone e gliene
faceva di ogni specie. Gli nascondeva le scarpe nei mucchi di carbone; gli
faceva sparire la camicia o i calzoni, che andava ad appendere in cima a un
albero, dove non poteva arrampicarsi altri che lui. E dopo averlo fatto
ammattire un bel pezzo, esclamava:
- Toh! Hanno messo bandiera
bianca lassù!
La camicia sventolava proprio
come una bandiera.
- Toh! C'è là, in alto, lo
spauracchio pei passeri!
Erano i calzoni infilati a due
rami. I carbonai, mal trattenendo le risa, non riuscivano a sgridarlo.
E Saltacavalla si faceva pregare
un po' prima di arrampicarsi lassù, e di restituire al garzone calzoni e
camicia.
La donna gli lavava mani e
faccia due, tre volte al giorno; ma dopo pochi minuti Saltacavalla era nero,
mani e faccia, peggio di un piccolo carbonaio.
E se la mamma e il babbo - egli
non sapeva che non fosse loro figlio - lo sgridavano, Saltacavalla faceva
smorfie e gesti così strani, torcendo il muso, sgranando gli occhi, cavando
fuori la lingua, che non era possibile rimanere seri; e tutto finiva in una
grande risata. Rideva anche il garzone.
- È il nostro divertimento;
lasciamolo fare.
- Poverino, non ha altri svaghi!
- Tieni, è la colazione. Sta' là
cheto, almeno mangiando.
Saltacavalla prendeva la fetta
di pane e il companatico, un pezzetto di cacio o una mezza cipolla, e
cominciava a masticare di mala voglia, quasi non avesse appetito. Tutt'a un
tratto, dava un balzo, da quel Saltacavalla che era, e in un attimo eccolo in
cima a una quercia, a dondolarsi su un ramo così sottile, che pareva gli si
dovesse spezzar sotto.
- Quassù, sì, si mangia bene!
E faceva bocconi grossi, con
tanti forti scoppiettii delle labbra, per mostrare che pappava di gusto.
- Scendi giù, ti può accadere
una disgrazia!
- Intanto schiaccio un
sonnellino!
Si stendeva tra i rami,
incrociando le gambe, tenendosi aggrappato con le mani, e si addormentava. E la
povera donna stava a vegliarlo a piè dell'albero, atterrita. Alla discesa, lo
prendeva per un braccino, voleva sgridarlo, ma Saltacavalla le faceva una
strana smorfia di scusa e la sgridata si mutava in uno scoppio di risa.
Or accadde che un giorno si
trovò a passare nel bosco il Re con due persone del suo séguito. Avevano
smarrito la strada. Vedendo che i carbonai stavano per dar fuoco alla catasta,
scese da cavallo e volle assistere all'operazione.
Il Re era triste, cupo e non
diceva una parola. Non dicevano una parola neppure quelli del séguito, mentre
il carbonaio appiccava il foco.
Marito e moglie avevano capito
che quei signori, vestiti così bene e con quei bei cavalli, dovevano essere
personaggi di gran conto; la donna per ciò si tenera in disparte e tratteneva a
sé Saltacavalla per impedirgli di farne qualcuna delle sue.
A un tratto, Saltacavalla scappa
e va a piantarsi a gambe larghe, con le braccia dietro la schiena, in faccia al
Re, squadrandolo da capo a piedi:
- Tu non sei carbonaio, è vero?
Che cos'hai con quel viso scuro?
Il Re stese una mano per fargli
una carezza.
Saltacavalla allungò il muso,
cacciò fuori la lingua, sgranò tanto di occhi, e torse il collo a destra e a
sinistra.
Un lieve sorriso spuntò su le
labbra del Re, ma disparve subito.
- Me lo dài quel bastone lustro
che porti al fianco?
Intendeva di dire la spada.
Saltacavalla non aveva mai visto spade, e non sapeva come si chiamassero, né a
che uso servissero. Il Re tirò fuori del fodero la spada e gliela mostrò per
fargli capire che non era un bastone.
- È un coltello? Troppo lungo
per affettare il pane! Non serve. Guarda il mio: costa due soldi.
E cavato di tasca il coltellino,
Saltacavalla lo aperse e cominciò a far l'atto di tagliare una, due, tre fette
di pane da una pagnotta, accompagnando il gesto con tali smorfie delle labbra,
di tutto il viso, torcendo gli occhi, cacciando fuori a più riprese la lingua,
che il Re sorrise e stese di nuovo la mano per fargli una carezza.
La povera donna era su le spine
e accennava a Saltacavalla di smettere, minacciando di picchiarlo.
Come se gli avesse detto: - Fai
peggio!
- È tuo quel cavallo bianco? Me
lo dài?
E prima che il Re rispondesse,
Saltacavalla era in sella, e picchiava con le calcagna sui fianchi dell'animale
legato per le briglia al tronco di un albero. L'animale, abituato agli speroni,
non si dava per inteso di quei colpettini e rimaneva tranquillo. Saltacavalla
si arrabbiava, gridando: - Arri là! Arri là! - E faceva gesti così scomposti,
così buffi, cacciando fuori la lingua, agitando le braccia e le gambe, che il
Re, non ostante la sua serietà e il suo cattivo umore, fu preso da una vera
convulsione di risa; non aveva mai riso tanto da un gran pezzo.
Quando poté frenarsi e parlare,
disse ai carbonai:
- Affidatemi questo ragazzo. Lo
porto via con me; ne farò un gran signore.
Neppure al Re in persona!
risposero insieme marito e moglie. - Lo abbiamo allevato col nostro sangue.
- Non è vero! - gridò
Saltacavalla. - Mi hanno detto loro stessi che mi ha allattato una capra.
Il Re fu preso da un nuovo
accesso di risa. E quando poté frenarsi e parlare, disse.
- Vi farò ricchi, lui e
voialtri. Questo bambino è stato per me il più gran medico del mondo: mi ha
fatto ridere, ed erano anni ed anni che non ridevo. Verrète ad abitare nel mio
palazzo. Sono il Re.
Marito e moglie sbalordirono. Si
confondevano in iscuse.
- Perdono, Maestà! Chi poteva
immaginare?
Ma tutto fini in una gran
risata, perché Saltacavalla, sceso giù di sella, si buttava ai piedi del Re,
ripetendo in modo buffo, stralunando gli occhi, cacciando fuori la lingua,
picchiandosi il petto:
- Perdono, Maestà!... Chi poteva
immaginare?
Cosi Saltacavalla e i carbonai,
marito e moglie, furono accolti nel palazzo reale; i creduti genitori in un
appartamentino a pian terreno, che aveva un orto; Saltacavalla in una camera
vicina a quella del Re, che lo voleva davanti quasi in tutte le ore della
giornata, anche quando teneva consiglio coi Ministri.
Gli aveva fatto cucire dal sarto
di Corte un bel vestito da paggetto, e dal calzolaio di Corte un paio di
borzacchini, che erano gli stivaletti allora in uso. Ma Saltacavalla vi si
trovava dentro impacciato, quasi vestito e borzacchini gli impedissero i movimenti.
A volte accadeva che il Re lo cercasse per le sale del palazzo senza riuscire a
trovarlo. Fruga, chiama, all'ultimo scoprivano Saltacavalla in una terrazza,
con indosso i vecchi cenci, scalzo, che correva da un punto all'altro, facendo
salti, capriole, mosse buffe... E siccome lo cercava perché voleva divertirsi
con lui, lo lasciava fare e rideva, rideva!
Un altro giorno, cerca, chiama:
Saltacavalla era sparito. Scorrazzava in fondo al giardino, calpestando aiuole,
stroncando rami di piante a cui si afferrava con balzi, riducendo tutto strappi
il bel vestitino da paggetto, sgualcendo i borzacchini, facendosi beffe dei
giardinieri che avrebbero voluto impedirgli di guastare le aiuole, di sciupare
le piante... Saltacavalla si arrampicava lesto lesto in cima a un grand'albero
e rispondeva impertinentemente:
- Se non viene qui Sua Maestà,
non mi movo! Non mi movo!
E manteneva la parola. Ma prima
di scendere faceva certe mosse, certe smorfie sempre nuove, che il Re si
sbellicava dalle risa, e gli perdonava volentieri l'impertinenza.
Avanti dell'arrivo di
Saltacavalla, il palazzo reale era triste, silenzioso come un cimitero. Il Re,
oppresso da grave malinconia, viveva solitario, appartato nelle sue stanze,
dove, a lunghi intervalli, riceveva i Ministri.
- Maestà, c'è da far questo, c'è
da fare quest'altro. Vostra Maestà permetta...
Il Re accennava di sì col capo e
non vedeva l'ora di levarseli di torno. I Ministri per ciò facevano quel che a
loro pareva e piaceva. Da che il Re era divenuto un altro per virtù di
Saltacavaila, spandeva il buon umore per tutto il palazzo e fuori. Si occupava
di ogni cosa, e più non lasciava libertà ai Ministri di fare quel che a loro
pareva e piaceva. Dava grandi feste, prendeva parte alle pubbliche cerimonie,
accordava udienze anche alle più umili persone. E tutti, meno i Ministri,
benedicevano Saltacavalla, che aveva operato quel miracolo.
I Ministri si riunirono un
giorno segretamente:
- Saltacavalla è il nostro
malanno!
- Quando sarà cresciuto con gli
anni, il vero Ministro sarà lui.
- Il Re gli vuole così bene, che
finirà col dichiararlo suo successore, vedrete!
- Non ci mancherebbe altro!
Bisogna dar moglie a Sua Maestà!
- Dite bene, eccellenza!
E la prima volta che furono
chiamati a Consiglio, il capo dei Ministri disse:
- Maestà, il popolo desidera
l'erede del trono.
- Non sono vecchio, né
malaticcio: ho ancora tempo da pensarci.
- Maestà, certe cose è meglio
farle presto che tardi.
Picchia oggi, picchia domani, il
Re si decise a dir di sì. Appena Saltacavalla seppe che il Re aveva mandato a
chiedere in isposa la figlia del Re di Francia, si fece avanti stropicciandosi
le mani dall'allegrezza:
- Maestà, il Re di Francia avrà
certamente un'altra figlia anche per me.
- Che cosa vorresti farne.*
- Oh bella!... Sposarla.
- Sei troppo ragazzo per ora.
Bada a crescere. Dopo...
Saltacavalla rimase pensoso, e
in tutta la giornata non fece nessuna smorfia da fare ridere il Re.
Maestà, son cresciuto di un
giorno!
- È pochino, Saltacavalla.
- Maestà, son cresciuto di otto
giorni.
- È poco ancora, Saltacavalla!
Si avvicinava il mese in cui
dovevano aver luogo le nozze del Re, e intanto nel palazzo reale non si faceva
nessun preparativo.
Il Re, di giorno in giorno,
ridiventava di cattivo umore.
- Perché non mi fai ridere più,
Saltacavalla?
- Quando non rido io, non deve
ridere nessuno.
- E perché tu non ridi più.*
- Perché non mi volete dar in
moglie una figlia del Re di Francia.
- Bada a crescere... Dopo...
Sono già cresciuto di due mesi!
E andava via, triste, a capo
chino, più triste di lui.
Venne un ambasciatore del Re di
Francia per stabilire, d'accordo, il giorno preciso delle nozze.
- Non sposo più! - rispose il
Re.
- Maestà, questo è un affronto;
ce ne darete ragione!
Non sposo più; prendetela come
volete.
Il Re di Francia la prese
malissimo: mandò a intimargli guerra, e invase subito il regno con numeroso
esercito.
- Maestà, i nostri soldati sono
stati disfatti!
- Mandate un altro esercito
incontro al nemico.
Maestà, i nostri soldati sono
stati nuovamente disfatti! Mandate un altro esercito!
Si presentò tutt'a un tratto
Saltacavalla:
- Maestà, date il comando a me!
Vi farò vedere io!
E faceva gesti di menar la
sciabola in tondo e di tagliar teste:
- Ziff! Zaff! Ziff! Zaff!
Saltava da un punto all'altro
della sala, menando pugni e calci, facendo smorfiacce, cavando la lingua in
faccia ai Ministri, e tornando a far finta di sciabolare in tondo, di tagliar
teste e d'infilare nemici:
- Ziff!
Zaff! Ziff! Zaff!
Il Re cominciò a ridere a
ridere... cominciarono a ridere a ridere anche i Ministri, mentre Saltacavalla
continuava:
Ziff! Zaff!
Ziff! Zaff!
Tutt'a un tratto il Re disse:
- Saltacavalla sia
generalissimo.
- Maestà! Maestà! Con l'esercito
nemico non si scherza!
Saltacavalla sia generalissimo!
Di fronte agli ordini del Re, i
Ministri non fiatarono più.
- Tanto meglio! -- pensarono.
- È l'unico mezzo di levarci
Saltacavalla di torno!
Saltacavalla, tutto
ringalluzzito, disse:
- Grazie, Maestà!
E rivolto ai Ministri, con aria
spavalda, soggiunse:
- Mi si mandi subito il sarto di
Corte!
Il sarto, sentito che si
trattava del generalissimo, accorse in fretta. Vedendosi però davanti quel
ragazzino di Saltacavalla, sospettò che qualcuno si fosse fatto beffa di lui. E
stava per tornarsene addietro; ma intervenne il Re, e gli ordinò di eseguire
,quel che Saltacavalla desiderava.
- Voglio un paio di calzoni con
la gamba destra metà bianca e metà nera, e la sinistra metà rossa e metà
gialla...
- Sarà obbedito!
- Voglio una divisa metà azzurra
e metà verde, con la manica verde dai lato azzurro e la manica azzurra dai lato
verde.
- Sarà obbedito!
- Voglio un berretto a spicchi
gialli, rossi, verdi, bianchi, azzurri, e un gran gallone d'oro dattorno.
- Sarà obbedito!
- Chiamatemi il calzolaio di
Corte.
Il calzolaio, sentito che si
trattava del generalissimo, accorse in fretta. Vedendosi però davanti quel
ragazzino di Saltacavalla, sospettò anch'esso che qualcuno si fosse fatto beffa
di lui, e stava per tornarsene addietro; ma intervenne il Re e gli ordinò di
eseguire quel che Saltacavalla desiderava.
- Voglio un paio di borzacchini,
quello di destra metà di pelle rossa e metà di pelle gialla; quello di
sinistra, metà di pelle bianca e metà di pelle nera.
- Sarà obbedito!
- E che abbiano la punta aguzza,
lunga così...
- Sarà obbedito!
Saltacavalla aveva pensato alla
divisa, ai calzoni, ai berretto, ai borzacchini, ma né a spada, né a lancia, né
ad arma di sorta alcuna. L'esercito era pronto a partire. Saltacavalla aveva
già calzato i borzacchini, indossato la divisa, si era messo in capo il
berretto a spicchi.
- Dove vai, Saltacavalla?
- Maestà, vado in cucina.
- Per far cosa, Saltacavaila?
- Vado a prendere una padella
per scudo e uno spiedo per spada.
- Come ti piace, Saltacavalla.
E si mise a capo dell'esercito
con la padella e lo spiedo in ispalla. Cosa strana! Nessuno rideva vedendolo
vestito ed armato a quel modo.
Prima di mettersi in marcia,
egli disse ai soldati:
- Quando darò un colpo sul fondo
della padella, voi dovete fermarvi; quando ne darò due, precipitatevi
all'assalto; quando ne darò tre, cessate di combattere. Chi non mi obbedisce,
peggio per lui.
Cammina, cammina, arrivarono in
faccia al nemico. Saltacavalla diè un colpo sul fondo della padella, e i suoi
soldati si fermarono. Egli invece andò avanti con certe mosse così buffe,
torcendo le labbra, sgranando gli occhi, cavando fuori la lingua, al suo
solito, che i nemici cominciarono a ridere, a ridere, a ridere, contorcendosi,
lasciando cascare giù le armi, tenendosi stretta la pancia, rotolandosi per
terra...
Allora Saltacavalla dà due colpi
sui fondo della padella tan! tan! - e i suoi soldati si precipitano all'assalto
e fanno strage dei nemici, che si lasciano scannare ridendo, incapaci di
opporre la minima resistenza.
Quando Saltacavaila diè i tre
colpi: tan! tan! tan! dei soldati nemici non ne rimaneva vivo neppure uno.
Ma essi erano l'avanguardia.
Saltacavalla ordinò di rimettersi in marcia, e, dopo poche ore di cammino, ecco
il grosso dell'esercito nemico che non s'aspettava di vedersi arrivare addosso
l'avversario.
Tan!
E i soldati di Saltacavalla si
fermarono. E lui si fece avanti con mosse buffe, torcendo le labbra, sgranando
gli occhi, cavando fuori la lingua a riprese. E i nemici lo guardano stupiti e poi
cominciano a ridere a ridere, contorcendosi, lasciando cascare giù le armi,
tenendosi stretta la pancia, rotolandosi per terra...
Tan! tan!
I soldati di Saltacavalla si
precipitano all'assalto, e fanno un'altra strage dei nemici, che si lasciano
scannare ridendo, incapaci di opporre la minima resistenza.
Tan! tan!
tan!
Rimanevano appena un centinaio
di uomini che Saltacavalla voleva far prigionieri, e condurli, legati a due a
due, al cospetto del suo Re. Ma parecchi dei suoi, inebriati dalla vittoria, non
cessarono di combattere dopo i tre colpi, e n'ebbero la peggio. Quell'ultimo
centinaio di uomini non rise più, si diè a menar le mani, e fece pagar cara la
disobbedienza a coloro.
Dovette intervenire
Saltacavalla, e fece prodigi di valore. Accoppava con la padella, infilzava con
lo spiedo, e in pochi minuti di quel centinaio di nemici non ne rimaneva in
piedi neppure uno. Quando si sparse la notizia che Saltacavalla tornava
vittorioso, il popolo si rovesciò per le vie, e migliaia di persone gli uscirono
incontro fuori le porte della città.
Il Re gongolava dalla gioia; ma
i Ministri, diventati in viso più verdi di limoni, doverono fingere letizia.
Se, col ritorno di Saltacavalla sano e salvo, Sua Maestà riprendeva a ridere e
a star di buon umore, la loro cuccagna era finita!
Affacciati a un balcone del
palazzo reale, ai lati di Sua Maestà, essi si stupivano di non sentire applausi
o gridi di evviva ma un rumore indefinibile che diveniva più forte, di mano in
mano che pareva si venisse accostando.
Erano risate. Alla vista di
Saltacavalla, vestito e armato a quel modo, che, dall'alto del suo cavallo di
generalissimo, faceva smorfie, stralunava gli occhi, allungava le labbra,
cacciava fuori la lingua, e dondolava la testa come un burattino, per
ringraziare della festosa accoglienza, il popolo aveva dovuto cessare di
applaudire, e rideva, rideva, rideva; e l'onda della risata si propagava
rumorosa di mano in mano che Saltacavalla si avanzava alla testa dell'esercito
vittorioso. Al clamore delle risate del popolo sotto il palazzo reale si unì
ben tosto lo scoppio di quelle del Re e dei Ministri.
I Ministri, specialmente, si
contorcevano, si davano gomitate e spintoni, si buttavano gli uni addosso agli
altri, senza punto riguardo alla presenza del Re.
Il Re rideva, si, ma non con
quella violenza. I Ministri erano diventati paonazzi in viso, non ne potevano
più, soffocavano, e, rientrati nel salone, si buttarono per terra, rotolandosi
in convulsioni di risa, poi giacquero. Erano morti!
Il Re, paventando che accadesse
qualcosa di simile tra la folla, scese incontro a Saltacavalla, che saltò giù
di sella, gli depose ai piedi la padella e lo spiedo, e piegò un ginocchio, ma
con un gesto così buffo, che le risate della gente raddoppiarono.
- Basta, Saltacavalla! Basta! -
esclamò il Re. - Vuoi tu farli morire dalle risa, come sono morti i Ministri?
- Ah! - fece Saltacavalla. -
Poverini! Poverini!
E finse di scoppiare in pianto
dirotto.
Allora, in un attimo, tutta la
folla stipata davanti al palazzo reale passò dal riso al pianto. Si udivano
singhiozzi ed esclamazioni: - Poverini! Poverini! - E le lacrime venivano giù a
torrenti. Scoppiò a piangere anche il Re.
Basta, Saltacavalla! Basta! -
esclamò il Re.
- Saltacavalla fece un gesto di
stizza.
- Basta, se faccio ridere!...
Basta, se faccio piangere! Il meglio è che me ne vada!
- No, Saltacavalla! No!
Ma il Re ebbe un bel gridare -
No! No! -
Saltacavalla, in quattro salti,
era già sparito.
Il Re capì troppo tardi che quel
pianto era anche esso una specie di risata.
Attese, attese che Saltacavalla
ritornasse; ma Saltacavalla non si fece più vedere.
Il Re mandò a chiamare i
carbonai marito e moglie che vivevano tranquillamente nell'appartamento a pian
terreno, loro assegnato:
- Sapete niente di vostro
figlio?
Quei due credettero che
Saltacavalla avesse fatto qualche cattiva azione e che il Re volesse
prendersela con loro.
- Maestà, perdono!... - disse il
marito. - Ma Saltacavalla non era nostro figlio! Io lo trovai un giorno tra
l'erba su l'orlo di un fosso, e lo facemmo allattare da una capra!
- Era involtato - soggiunse la
moglie - in pannilini finissimi, orlati di trine.
Il Re volle vederli. Non aveva
mai visto niente di così fine e di così bello. Ma non poté capire altro.
E nessuno ha mai saputo chi era
Saltacavalla, e da quel giorno in poi non se n'è avuto più notizia! Peccato! Se
tornasse ora che si ride tanto di rado!
Stretta la foglia, larga la via,
Dite la vostra, che ho detto la
mia.
C'era una volta due contadini,
marito e moglie, né ricchi né poveri, che avevano un campicello con la rustica
casetta, un asino, un bue e una vacca, e un gallo con dodici galline. Campavano
senza stenti, lavorando da mattina a sera, non lamentandosi mai, facendo anche
un po' di bene ai più poveri che ricorrevano a loro. Solamente si sentivano
infelici perché non avevano figli. Non perdevano però la speranza di ottenerne
almeno uno; erano ancora quasi giovani, e nelle ore di riposo facevano tanti
bei castelli in aria pel giorno in cui sarebbe venuto al mondo l'erede
sospirato: maschio o femmina non importava. Ma gli anni passavano, e la grazia,
così vivamente invocata ed attesa, non veniva a consolarli.
Or accadde che una notte furono
svegliati di soprassalto da un forte picchio all'uscio. Dapprima credettero che
fosse il vento; infatti veniva giù un rovescione d'acqua accompagnato da un
ventaccio furioso, che scoteva tutta la casetta. Si udì un altro picchio, e poi
una flebile voce:
- Ricoverate, per carità, una
povera vecchia che ha smarrito la strada!
Senza esitare, il marito saltò
giù dal letto, si vestì in fretta e corse ad aprire. La vecchina grondava,
faceva pietà.
Si era levata anche la moglie; e
mentre il marito accendeva un bel fuoco, aiutava la vecchina a mutar panni, e
la ristorava con un bicchiere di vino. Poi, méssala a letto, la copriva bene
per riscaldarla.
La mattina dopo, nel punto di
andar via, la vecchina disse:
- Non so come ringraziarvi della
carità che mi avete fatto. Vi lascio questi tre semi. Seminateli d'estate;
faranno il frutto in inverno. Uno all'anno, badate.
- Che semi sono?
Seme, semino,
Acqua la sera, zappa il mattino.
Seme, semetto,
Figliola o figlioletto;
Seme, semino,
Primpella o Primpellino.
Appena fuori dell'uscio, la
vecchina era sparita.
- Ah, maritino mio! Questa è la
nostra fortuna. Hai sentito? Figliola o figlioletto. Costei era una Maga o una
Fata.
- O una pazza - soggiunse il
marito. - Come vuoi che da una pianta venga fuori un figliolo o una figliola?
- Le Maghe e le Fate posson fare
anche questo.
- Semineremo di estate e
attenderemo il frutto d'inverno. Ma forse nascerà qualche erbaccia maligna.
- Non dire così, marito mio!
Questa è la nostra fortuna.
E, al principio dell'estate,
seminarono uno di quei semini.
Spuntarono due foglioline, poi
altre due. Acqua la sera, zappa il mattino.
- Che pianta sarà, marito mio?
- Non si capisce; ma, se dovessi
dire, mi sembra pianta di zucca.
Le foglie crebbero, si
allargarono; il ceppo si allungò come un esile traicio...
- Che pianta sarà, marito mio?
- Non vedi? È proprio pianta di
zucca.
- Se mai, non di zucca come
tutte le altre.
- Vernina o frataia, le zucche
si valgono.
Venne il fiore, grosso, giallo,
e più tardi spuntò anche il frutto; non c'era più da dubitare.
- È stata una bella beffa!
Quando questa zucca sarà matura, la coglieremo, le daremo nome Primpella come
disse la vecchia, e la terremo per nostra figliola!
- Non ridere, marito mio!
Aspettiamo fino all'ultimo.
Acqua la sera, zappa il mattino;
a questo badava la donna. La zucca cresceva d'un bel verde, e la donna la
covava con gli occhi, quasi dovesse vederla, da un momento all'altro, mutarsi
in una creaturina di carne e ossa.
- È strano, - diceva al marito -
non ti sembra che prenda di giorno in giorno la forma di una bambina?
Infatti quella zucca, unico
prodotto della pianta che si stendeva per lungo e per largo nell'orto con
viticci e grandi foglie, dalla parte del picciòlo aveva una rotondità che
somigliava a una testa di bambino; poi si allargava, si allungava... insomma,
con la buona volontà che ci metteva la donna, aveva tutta l'aria di un bambino
in fasce, nascosto dentro la buccia diventata così gialla da parere dorata.
La donna - acqua la sera, zappa
la mattina - la covava con gli occhi, quasi dovesse vederla, da un momento
all'altro, mutarsi in una creaturina di carne e ossa.
- Cogliàmola, è matura.
- Attendiamo ancora, marito mio.
- S'infraciderà.
- Fino a quest'altra settimana,
attendiamo.
- Seme, semino,
Primpella o Primpellino.
Non poteva cavarselo di mente,
non ostante la canzonatura del marito. E una mattina ch'ella stava a covare con
gli occhi la bella zucca, le parve di vederla agitare un pochino, senza che
nessuno la toccasse. Dunque c'era dentro qualcosa di vivo! Primpella o
Primpellino, forse! E la povera donna non stiè più su le mosse; corse in
cucina, prese un coltellaccio e, senza dir niente al marito, spaccò per lungo
la zucca. Stupì.
In mezzo a quella specie di rete
a cui sono attaccati i semi, era una creaturina bianca bianca, piccina piccina
che diè un lieve vagito e spirò. La donna cominciò a darsi pugni in testa, a
strapparsi i capelli, a piangere e a strillare.
- Ahimè, Primpella mia! Ahimè,
Primpellino mio! O l'una o l'altro, ti ho ucciso con le mie mani!
Accorse il marito.
- Non è niente, moglietta mia.
Abbiamo altri due semi. Pazienza. Attenderemo ancora un anno.
La donna pianse la intera
giornata; e il marito, verso sera, scavata una buca in fondo al prato, vi
seppellì la zucca con entro la creaturina bianca bianca, piccina piccina.
- Primpella?... O
Primpellino?...
- Moglietta mia, non ci ho
guardato.
E quando tornò l'estate,
seminarono un altro di quei semi. Acqua la sera, zappa il mattino; a questo
badava la donna. E dopo una settimana, spuntarono due foglioline; poi altre
due.
- Che pianta sarà, marito mio?
- Non si capisce; ma, se dovessi
dire, mi sembra un popone.
- Qualunque sia, la terra lo
nutrisca e il sole lo maturi! È la nostra fortuna, marito mio!
- Purché non ci entri di mezzo
la fretta... tu m'intendi, moglie!
Era una pianta di popone, e
produceva un solo frutto. La donna lo covava con gli occhi, non osava di
toccarlo con un dito. Acqua la sera, zappa il mattino.
- Non ti sembra, marito mio, che
prenda, di giorno in giorno, la forma di un bambino?
- Arancino o moscadello,
Quando è tempo di poponi
Non scordarti del coltello!
Moscadello od arancino,
Attendiamo che si spacchi,
O Primpella o Primpellino.
Il marito diceva così per
ammonire la moglie, e la moglie rispondeva così per rassicurare il marito. Ed
ora, invece di due, quattro occhi covavano il bel popone ovato, con la buccia
aspra, solcata, maturante nel terreno grasso, tra le foglie diradate a posta
perché il sole lo investisse da ogni parte.
- Sarà tempo, marito mio?
- Non è tempo, moglina mia.
Attendiamo che si spacchi.
- Si, attendiamo che si spacchi.
E restavano là, incantati a
guardare, quasi dovessero veder aprirsi il popone e uscir fuori una creaturina
di carne e di ossa. Arrivò finalmente il giorno in cui il popone si spaccò.
Era infracidito sul terreno
grasso, e dentro, tra la polpa verdastra, si scorgeva imputridita una
creaturina compiuta, morta per non essere stata liberata dall'involucro a tempo
opportuno!
La donna cominciò a darsi pugni
in testa, a strapparsi i capelli, a piangere, e strillare:
- Ahimè, Primpella mia! Ahimè,
Primpellino mio!
- Non è niente! Abbiamo un
ultimo seme. Pazienza! Attenderemo ancora un altr'anno.
La donna pianse la intera
giornata, e il marito, verso sera, scavò una buca in fondo al prato, accanto
alla prima, e vi seppellì il popone infracidito e la creaturina putrefatta.
- Primpella?... O Primpellino?
- Moglietta mia, non ci ho
badato.
E quando tornò l'estate,
seminarono l'ultimo seme.
Acqua la sera, zappa il mattino;
a questo badava la donna. Quantunque molto scoraggiati, marito e moglie però
non disperavano; e, appena levati da letto, andavano sul posto, e, come
invocazione, ripetevano:
- Seme, semino,
Primpella o Primpellino!
Venne su una pianta, con piccole
foglie che s'infoltirono nei rami; ma intanto, né fiori, né frutto, e non si
sapeva che pianta fosse. Il marito diceva:
- Sarà questo... Sarà quest'altro!
Tirava a indovinare. Intanto, né
fiori, né frutti, e i mesi passavano!
Finalmente, ecco i bocciolini e
poi i fioretti stellati a cinque foglioline. Che cosa poteva seguirne? Qualche
piccola bacca.
Eppure marito e moglie non
disperavano; e ogni mattina, appena levati da letto, andavano sul posto, e,
come invocazione, ripetevano:
- Seme, semino,
Primpella o Primpellino.
Un giorno passò di là un vecchione curvo, capelluto, barbuto, che si fermò davanti alla porta della casetta chiedendo un bicchier d'acqua. Mentre la donna lo serviva, il vecchione guardava attorno, quasi frugasse con gli occhi mezzi nascosti sotto le folte sopracciglia.
- Oh!... Che ve ne fate di
quella pianta?
- Non sappiamo neppure che
pianta sia.
- Si chiama Mandragora. Se
voleste disfarvi della radice, ve la pagherei a peso d'oro.
Marito e moglie si guardarono
negli occhi.
- Non la vendiamo! Non la
vendiamo! - risposero ad una voce.
E appena quel vecchio fu andato
via, scavarono con le mani la terra e trassero fuori la radice. Diedero un
grido:
- Primpella? O Primpellino?
Si vedeva un omino, una
creaturina scura scura, qualcosa che non era o non sembrava radice, e non era o
non sembrava ancora proprio una creatura viva.
- Ah! Questa volta non saremo
delusi.
E portarono la pianta in casa e
la posarono delicatamente su un giaciglio, accanto al focolare.
Quella notte, marito e moglie
non potevano chiudere occhio.
- Hai sentito? Si è mosso
qualcosa.
- Ti sarà parso; vediamo.
Il marito accendeva il lume e
andava a guardare; la radice era là, rigida, ferma.
- Tentiamo di dormire, moglie
mia.
Verso mezzanotte, di nuovo:
- Hai sentito? Si è mosso
qualcosa.
- Ti sarà parso; vediamo.
Ma prima che riaccendessero il
lume, ecco qualcosa di grave che saltava sul letto e sgambettava e vagiva:
'nguèe! 'nguèe! 'nguèe! Dalla grande gioia, non trovavano modo di accendere il
lume; ma così, al buio, la donna aveva già preso tra le braccia la creatura
viva che sguizzava con le gambettine e pareva volesse fuggirle. Era un bel
bambino roseo, biondo, grassoccio, che si sarebbe detto nato da due mesi, e che
aveva l'argento vivo addosso. Invece di vagire, già parlava; poche ore dopo, si
rizzava bene su le gambine; e prima di mezzogiorno, andava per casa come un
frugolino, rimestando, spostando, urtando ogni cosa.
Marito e moglie sembravano
impazziti dalla gioia; gli stavano attorno, temendo che si facesse male.
- No, Primpellino!
- Bada, bada, Primpellino!
Avevano un corredino, preparato
da anni, ingiallito nelle cassette, e bastò per vestirlo nei primi giorni. Ma
quel demonietto cresceva a vista d'occhio. La donna dovette mettersi a tagliare
e a cucire altre camicie, altri vestitini, e quantunque li tagliasse proprio a
crescenza, bastavano appena per quindici giorni.
Nei primi mesi era stato un
divertimento tutto quell'armeggio, ma ora la povera donna non aveva più tempo
di occuparsi di niente.
- Primpellino, che cosa fai?
Primpellino, dove vai? Primpellino, non toccare! Primpellino, non saltare!
E spesso lo perdeva di vista.
- Primpellino, dove sei?
Le rispondeva dalla stalla.
Accorreva, e lo trovava tra le gambe della mucca.
- Primpellino, dove sei?
Le rispondeva dal pollaio.
Accorreva, e lo trovava che faceva saltare per aria i gusci delle uova fresche
che si era succhiato.
- Primpellino, dove sei?
E le rispondeva dall'alto di un
fico, di un pesco, di un gelso moro, dove si era tutto impiastricciato faccia,
mani e vestiti, da riconoscersi a stento.
- Ah, Primpellino, Primpellino!
Tu sei la disperazione di babbo e mamma.
Anche di babbo, perché
Primpellino, per giocare, si serviva di qualunque cosa gli venisse sotto mano:
zappe, rastrelli, seghe, pennati, roncole; li trascinava qua e là, né si sapeva
mai dove li lasciasse.
- Ah, Primpellino, Primpellino!
Tu sei la disperazione di babbo e mamma.
Ma, nello stesso tempo, egli era
buono, servizievole, sollecito se gli si chiedeva di fare qualcosa. Andava e
veniva, così celermente, che certe volte babbo e mamma stentavano a credere che
egli avesse eseguito l'incarico dàtogli.
Non occorreva d'insegnargli,
sapeva già fare ogni cosa.
La donna impastava il pane e lo
metteva a lievitare; intanto si allontanava di casa per qualche faccenda. Al
ritorno:
- Ah, Primpellino, che hai
fatto!
Il pane era già bell'e sfornato,
caldo, di perfetta cottura.
L'omo gli diceva:
- A potare si fa così; quando
sarai cresciuto mi aiuterai.
Senza farsi scorgere,
Primpellino afferrava un pennato e via :nel folto della vigna.
- Primpellino, dove sei?
Rispondeva di colà. E si vedeva
Primpellino che dava colpi a ,destra, a sinistra facendo saltar per aria i
tralci, quasi operasse una devastazione.
Il babbo accorreva, con le
braccia in alto, gridando:
- Smetti, smetti, tristanzuolol
Ma arrivato sul posto, trovava
già compiuto un lavoro per cui non sarebbero bastate due giornate, e così
esattamente da rimanerne stupito. Era già un bel ragazzino, forte, muscoloso; e
intanto si nutriva soltanto di latte, di uova e di frutta.
La mattina, cerca Primpellino di
qua, cerca Primpellino di là, lo trovavano inginocchiato per terra fra le gambe
della mucca, e succhiava, succhiava il latte; quello munto non voleva berlo.
Più tardi, cerca Primpellino di
qua, cerca Primpellino di là, lo trovavano nel pollaio che frugava nei corbelli
per trovarvi le uova fresche. Vi faceva due buchini sulla punta, e se le
sorbiva con un sorso. Serbava i gusci in un canto.
- Perché quei gusci,
Primpellino?
- Per farli covare dalla
chioccia, mammina cara!
- Sei sciocco, Primpellino!
Ma appena una delle galline diè
il segno di esser chioccia, Primpellino preparava un corbello con paglia e
fieno, vi disponeva una ventina di gusci di uova, e vi poneva su la chioccia
per covarli. S'intese un gran scricchiolio.
- Hai visto, sciocchino?
Il peso della gallina avea
schiacciato i gusci, ma sotto le ali e attorno al petto di essa erano
accoccolati venti pulcini bianchi, neri, variegati che pigolavano e chiedevano
da beccare. E in un canto era già pronto un vassoio con midolla di pane
sminuzzata intrisa col vino, e mescolata con prezzemolo tagliuzzato e qualche
cima di menta. In certi momenti, marito e moglie avevano paura di quel
figliuolo che riusciva a fare tutte quelle cose, quasi avesse la magia nella
punta delle dita. Notavano:
- È cresciuto prestamente da
principio; ora non cresce più.
- Meglio, marito mio, se rimarrà
sempre ragazzino.
- Perché?
- Perché così non prenderà
moglie, e non metterà su casa da sé.
Aveva appena finito di parlare,
che dalla cucina, dove si trovava, Primpellino si mise a cantare:
- Babbo bello,
mamma bella,
Primpellino vuol Primpella;
Se tra un anno non l'avrà,
Primpellino se n'andrà.
Accorsero in cucina, spaventati
della minaccia.
Che significa, Primpellino?
Significa che tra un anno dovete
farmi Primpella. Appena nata la sposerò.
Se tra un anno non l'avrà,
Primpellino se n'andrà.
Dove, Primpellino? dove?
- Nel mio paese, sottoterra!
- E avresti cuore di lasciarci?
- Babbo bello, mamma bella,
Primpellino vuol Primpella.
Egli non rispose altro. Diè un
salto dalla finestra, e poi altri due o tre, e andò ad arrampicarsi in cima a
un ciliegio e si mise a spolpare ciliege, divertendosi a lanciare lontano gli
ossi con un cannellino. E di tanto in tanto ripeteva:
- Babbo bello, mamma bella...
- Come faremo, marito mio?
- Come vorrà la sorte, moglie
mia.
Si sentivano attaccati a
Primpellino, quasi fosse una creatura delle loro viscere. Gli perdonavano tutte
le bizzarrie, tutte le stranezze; ormai si erano abituati; ma ogni loro
felicità era cascata giù al tristissimo annunzio: Primpellino se n'andrà!
Sapevano per prova che neppure una sillaba di Primpellino andava in fallo! E si
vedevano perduti, se non trovavano modo di avere Primpella per farla sposare
con Primpellino. Egli intanto diventava più strano, più capriccioso, più
pazzerellone di prima.
Vedeva una stella filante? E
gridava:
- Mamma, mamma, affèrrala!
E poiché la mamma non
gliel'afferrava, quantunque per contentarlo ne facesse l'atto, Primpellino si
arrabbiava, pestava i piedi, strillava. Per sfogarsi, saltava in cima a un
pesco e faceva una bella scorpacciata delle pesche più belle.
Vedeva un largo raggio di sole,
formicolante di pulviscolo che penetrava dalla finestra? E subito gridava:
- Mamma, tienlo fermo; voglio
salirvi su e montare in alto!
E poiché la mamma non poteva
render solido il raggio del sole formicolante di pulviscolo, Primpellino si
arrabbiava, pestava i piedi, strillava. Per sfogarsi saltava in cima a un gelso
moro, e faceva una bella scorpacciata di gelso tingendosi di rosso le mani, i
vestiti, impiastricciandosi la faccia. Poi saltava giù dall'albero, e pareva
dovesse fiaccarsi il collo; si tuffava, vestito com'era, nella vaschetta
dell'orto, e ne usciva ripulito da capo a piedi. Dava una scrollatina di
braccia, di gambe ed era più asciutto di un osso. Certe mattine si levava con
la voglia di fare una corsa a cavallo dell'asinello. L'asinello era vecchio,
con la coda spelata, con le lunghe orecchie ciondoloni. Ma il mariuolo :sapeva
come farlo correre e saltare. Prendeva una manata di spine e gliele legava
sotto la coda. L'asinello, per liberarsene, correva, saltava, tirava calci; e
lui, in groppa, afferrato alle orecchie. L'asinello pareva impazzito; e
Primpellino rideva, gli batteva i fianchi con le calcagna, gridava:
- Bravo! Bravo! Bravo!
E quando l'aveva così martoriato
un bel pezzetto e il povero animale non ne poteva più, Primpellino gli slegava
le spine di sotto la coda, e, saltato giù, lo accarezzava, gli dava la biada,
lo conduceva alla vasca per farlo bere, e poi su l'aia perché si rivoltolasse
tra la polvere. Non lo lasciava tranquillo finché l'asino non si risolveva a
fargli un raglio quasi di ringraziamento. ,Allora lo legava alla mangiatoia e
si rivolgeva a un altro divertimento. Non lo contrariavano, lo lasciavan fare,
quantunque continuamente temessero che non gli accadesse qualche guaio. Una
volta la mamma gli disse:
- Primpellino, prendi la brocca
e vai a riempirla alla fontana.
- La brocca è pesante; prendo un
paniere.
E avanti che la mamma gli
gridasse: - Che cosa fai? - egli era già andato alla fontana e tornava,
reggendo a stento il paniere che non versava una goccia d'acqua.
Un'altra volta, vedendo che il
babbo, aggiogati il bue e la vacca, li aveva attaccati all'aratro, Primpellino
gli disse:
- No, babbo; col solo aratro si
fa meglio.
E in un attimo, staccati il bue
e la vacca, impugnava, con tutt'e due le mani, il manico dell'aratro, e lo
spingeva avanti quasi fosse stato un fuscello. L'aratro andava e veniva,
smovendo il terreno col vomero, facendo larghi solchi e profondi, con gran
stupore del contadino che non credeva ai suoi occhi.
In men di un'ora, Primpellino
aveva fornito il lavoro di due o tre giornate.
E per ciò, marito e moglie non
sapevano rassegnarsi al pensiero che un giorno o l'altro, se non avesse sposato
Primpella, Primpellino sarebbe andato via, ed essi lo avrebbero pianto per
tutta la vita.
- Ah, marito mio! Ho sognato la
vecchina, quella dei semi. Mi ha detto: State allegri; Primpella è per via!
Ed era vero. Quando Primpellino
seppe che la mamma, finalmente, portava in seno Primpella - già la chiamava
così - non stiè più nei panni dalla gioia.
- Mamma, lasciami ascoltare!
Poggiava un orecchio sul seno di
lei e stava immobile, trattenendo il fiato.
- Primpella! Primpellal Mi vuoi
per marito?
E non ricevendo risposta, si
stizziva, pestava i piedi, strillava, piangeva.
- Facciamola uscir fuori subito!
Era andato in cucina, aveva
preso un coltellaccio, e dovette accorrere il babbo per levarglielo di mano e
impedirgli che commettesse l'orrore di ferire la mamma.
Si svincolò, diè un salto sul
tetto, e sedutosi su la grondaia, con le gambine penzoloni, chiamava a gran
voce:
- Primpella! Primpella!
E stette lassù tutta la nottata,
gridando:
- Voglio Primpella! Voglio
Primpella!
La mattina, allo spuntar del
sole, saltò giù.
- Mamma, lasciami ascoltare.
Poggiava un orecchio sul seno di
lei e stava immobile, trattenendo il fiato:
- Primpella, Primpella! Mi vuoi
per marito?
Naturalmente non riceveva
risposta, e si stizziva, pestava i piedi, strillava, piangeva.
Marito e moglie non ne potevano
più. E che cosa combinarono? Per acchetarlo, dissero:
- Primpella parlerà per bocca
della mamma.
Preparavano le feste delle
nozze.
- Voglio un bel vestito, tutto
di seta.
E gli fecero un bel vestito
tutto di seta.
- Voglio un bel cappello di
paglia col nastro azzurro.
E gli fecero un bel cappello di
paglia col nastro azzurro.
- Dovete invitare l'asinello,
che raglierà.
- Inviteremo l'asinello, che
raglierà.
- Dovete invitare il bue e la
mucca, che muggiranno.
- Sì, come tu vuoi, Primpellino.
- Dovete invitare il gallo con
le galline. Il gallo farà chicchirichi e le galline chiocceranno e faranno le
uova.
- Sì, come tu vuoi, Primpellino.
- E dovete fare una torta grande
quanto un corbello.
- Sì, una torta, grande quanto
un corbello, Primpellino.
Pur di vederlo star tranquillo,
avrebbero promesso chi sa che altro!
La mamma cuciva il vestito di
seta, e Primpellino cheto come l'olio, stava a guardare.
Il babbo aveva comprato il
cappello di paglia col nastro azzurro, e Primpelllno si divertiva a provarselo
in testa e a levarselo per osservare il bel nastro azzurro.
La mamma impastava la torta
grande quanto un corbello, e Primpellino, zitto, con le mani dietro la schiena,
girava torno torno alla madia, sgranando gli occhi dalla contentezza.
E il giorno delle nozze,
trassero di stalla l'asinello, il bue e la :mucca e li condussero davanti
l'uscio; aprirono il pollaio e, :spargendo manate di becchime, raccolsero
davanti alla casa il gallo e le dodici galline.
Primpellino, vestito da sposo,
si pavoneggiava, strofinandosi le mani dall'allegrezza.
- Asinello, perché non ragli?
L'asinello, a testa bassa, con
le orecchie ciondoloni, pareva fiutasse il terreno.
- Bue e mucca, perché non
muggite?
Essi ruminavano, ruminavano,
soffiando di tanto in tanto con le narici umide, e pensavano a tutt'altro che a
muggire.
- Gallo, perché non fai
chicchirichì? Galline, perché non chiocciate e non fate le uova?
Gallo e galline badavano a
becchettare; c'era tanto buon grano, per terra!
- Non importa! Non importa! Ora
sposo Primpella! Mi vuoi per marito, mi vuoi?
- No! No! No!
La povera donna non aveva potuto
far a meno di rispondere cosi. Primpellino era rimasto di sasso.
- Come mai, moglie mia?
- Non posso rispondere
altrimenti!
Primpellino si riscosse e tornò
a domandare:
- Primpella! Primpella! Mi vuoi per marito, mi vuoi?
- No! No! Noi
La voce sembrava uscisse di
fondo della strozza della povera donna.
Primpellino era rimasto di
sasso.
- Come mai, moglie mia?
- Non posso rispondere
altrimenti!
Marito e moglie erano atterriti
di quel che accadeva.
- Primpella! Primpella! Mi vuoi
per marito, mi vuoi?
- No! No! Noi
Si udì un gran rumore. Veniva
giù un rovescione di acqua accompagnato da un ventaccio furioso, che scoteva
tutta la casetta. Marito e moglie si trovarono a letto, come quella notte. E in
mezzo ad essi c'era una creaturina che vagiva.
- Accendi il lume, marito miol
Il poveretto, dallo
sbalordimento, non trovava modo di accendere.
Finalmente, alla luce della
candela, videro una bella bambina, come se l'eran sognata...
E Primpellino?
Non ce n'era traccia in nessun
posto. Chiama, richiama; nessuno rispondeva.
- Che è mai stato? Tutto un
sogno?
- Non è possibile, marito mio.
Uscirono fuori, e che cosa trovarono
nell'orto?
Una bella pianta di zucca, una
bella pianta di popone, ma senza fiori né frutto, e fra essi una pianticina con
foglioline verde scuro e fiorellini stellati.
Per una settimana si sentivano
vagellare la testa, non si raccapezzavano. Poi, a poco a poco, cominciarono a
tranquillarsi, felici di avere quella bambina che li guardava con gli occhietti
vaghi, agitava nel vuoto le manine e sorrideva.
- Questo non può esser sogno!
- No davvero, moglie mia!
E non si stillarono il cervello
per convincersi se avevano sofferto una lunga allucinazione, se avevano fatto
un sogno dopo che la vecchina aveva dato loro quei tre semi. Di questo non
riuscivano a dubitare: avevano Primpella - potevano chiamarla altrimenti? - e si
sentivano felici. La vecchina, Maga o Fata, li aveva rimeritati così
dell'ospitalità di quella notte. Si sentivano felici; ma spesso rimpiangevano:
- Se avessimo anche Primpellino!
Tanto è vero che chi ha, più
vuole avere!
Larga la foglia, lunga la via
Dite la vostra, che ho detto la
mia.
C'era una volta un Re che era
arrivato quasi alla vecchiaia senza avere un figliolo, e non sapeva
consolarsene. Finalmente quando meno se l'aspettava, il Cielo gli fece la
grazia; e il giorno che il capo dei Ministri andò ad annunziargli: - Maestà, è
nato il Reuccio! - il Re, fuori di sé dalla gioia, ordinò grandi feste per
tutto il regno, con cuccagne, zampilli di vino e banchetti pel popolo. Furono
otto bei giorni di continua gazzarra, ma pochi si rallegrarono sinceramente di
quella nascita reale. Dicevano:
- I figli dei vecchi non
riescono gran cosa!
Non ostante questa specie di
malaugurio, il Reuccio venne su bello, vispo, gagliardo.
A dodici anni, il Re gli diè un
precettore che doveva istruirlo nei vari esercizi del corpo, e un altro che
doveva insegnargli tutto quel che è necessario ad ornare la mente di un futuro
sovrano.
Il Reuccio tirava di arco e
balestra, cavalcava, ma ascoltava più volentieri gli insegnamenti dell'altro
precettore. Gli piaceva di apprendere il nome di tutte le piante, di tutti i
fiori, di tutti gli animali che vedeva nelle passeggiate pei giardini del
palazzo reale; e mostrava grande interesse specialmente per gli uccelli di
preda, per gli animali non ancora addomesticati.
Sentendo parlare di leoni, di
tigri, di leopardi, domandava:
- Perché non vengono allevati
come i cani e i cavalli?
- Perché divorano gli uomini.
- Anche quando sono piccoli?
- Ma non restano sempre piccoli.
Non sapeva persuadersene, e
pregava il Re:
- Maestà, dovreste regalarmi un
leoncino!
- Che vorreste farne, Reuccio?
- Niente: lo alleverei.
E un altro giorno:
- Maestà, dovreste regalarmi una
tigrettina.
- Che vorreste farne, Reuccio?
- Niente: l'alleverei.
Il Re rideva, e per non dargli
un dispiacere, soggiungeva:
- Più tardi! Più tardi!...
Quando non sarete più un ragazzo.
E siccome le parole del Reuccio
venivano riferite dai cortigiani per vantare la fierezza d'animo del figlio del
Re, tra il popolo c'era chi brontolava:
- Lo abbiamo detto: i figli dei
vecchi non riescono gran cosa! Ecco: già dimostra gusti feroci, se vuole tigri
e leoni invece di cani e cavalli!
A vent'anni il Reuccio era
diventato appassionatissimo della caccia.
Non c'era scoscesa e boscosa
montagna del regno dov'egli non andasse ad arrampicarsi assieme coi pochi
compagni destinatigli dal Re. E non tirava mai agli uccelli ordinari, alle
timide bestie che gli sbucavano davanti su per le balze della montagna e nel
folto dei boschi. Orsi, cignali, avvoltoi, aquile, soltanto questi gli
sembravano degni della sua attenzione, soltanto questi egli affrontava con un
ardimento che non lo faceva badare ai pericoli a cui si esponeva.
Il Re viveva in angoscia finché
non lo vedeva ritornare sano e salvo, ma lo guardava con orgoglio ogni volta
che il Reuccio gli presentava orsi e cignali abbattuti dagli infallibili suoi
colpi di balestra.
Il Re non aveva voluto mai
permettergli che andasse a cacciare in una montagna lontana, circondata di
fittissimi boschi pieni di animali feroci.
Ormai le cacce in luoghi noti
non lo allettavano come prima.
- Maestà, lasciatemi andare
laggiù laggiù!
Il Re non si piegava. E il
Reuccio si raccomandava inutilmente anche alla Regina sua madre. Rinunciò
allora al prediletto svago, divenne triste, uscì raramente dalle sue stanze.
Più il Re e la Regina gli
rammentavano le disgrazie accadute ad altri cacciatori in quella remota
montagna - molti erano andati e non erano ritornati - e più si accendeva
nell'animo del Reuccio il desiderio di cimentarsi su per quelle balze, tra
quegli orridi boschi. La sua tristezza aumentava di giorno in giorno, la sua
salute ne soffriva.
- Dobbiamo vedercelo morire di
malinconia? - disse la Regina.
Il Re resistette ancora un po'.
Vedendo però che il Reuccio deperiva e non intendeva ragione, fisso in quel suo
pensiero di andare a caccia laggiù laggiù, s'indusse ad accordare, suo
malgrado, il permesso richiesto.
Il Reuccio parve risanato in un
istante, e si preparò sùbito alla partenza. Se non che il Re volle che fosse
accompagnato da più numerosa scorta.
E il giorno in cui egli e i suoi
compagni uscivano dal palazzo reale, i soliti brontoloni ripetevano:
- Lo abbiamo detto: i figli dei
vecchi non riescono gran cosa! Ecco: già dimostra gusti più feroci, andando a
caccia in quella montagna e tra quei boschi! Sarà un Re sanguinario, se giunge
a salire sul trono!
Per arrivare alla montagna ci
vollero otto giorni di cammino. Procedendo, di mano in mano che le balze si
presentavano più orride e le boscaglie più fitte, l'ardore del Reuccio si
accresceva. I suoi compagni si stancavano, si riposavano; ma egli li rampognava
e si slanciava a un nuovo assalto di quelle rupi, si apriva nuovi sbocchi tra
gli intricati rami degli alberi.
Intanto, nessun animale
feroce·Pareva che, atterriti dalla insolita presenza di tanta gente, fossero
scappati tutti a rifugiarsi nelle cime più irte, tra le boscaglie più fitte.
Una mattina erano arrivati in un
punto dove le rocce si alzavano torno torno a così grande altezza, da non permettere
che si andasse più oltre. La cinta dei boschi si arrestava a piè di essa. Il
Reuccio si era seduto sur un masso, e guardava da ogni lato per scoprire un
passaggio. Si vedevano soltanto rocce lisce, a picco, e un lembo di cielo
azzurro, limpidissimo, circoscritto dalle aguzze cime dorate dal sole.
S'intese un gran sibilo e poi
uno strepito di ali.
Tutti alzarono gli occhi; un
mostro orrendo veniva giù. Aveva un corpo da serpente ed ali da pipistrello,
grandi come vele.
Il Reuccio si affrettò a tender
l'arco, e lanciò una freccia che andò a conficcarsi proprio nel petto del
mostro. Diè un sibilo più forte, pauroso, agitò le ali che si afflosciarono
sùbito, e il mostro precipitò giù con grave rumore. Annodava e snodava la coda
aguzza, rizzava il collo, e dalla bocca, tra due file di denti, vibrava la
lingua che sembrava una spada.
Il Reuccio e i compagni gli
tirarono altre frecce alla testa e al fianchi, e non si accostarono se prima
non lo videro giacere inerte, tra una gran pozza di sangue nerastro.Era un
drago!
Mentre essi stavano a
osservarlo, ecco un altro sibilo meno acuto e uno strepito di ali meno forte.
Alzarono gli occhi, e compresero
che doveva essere la draghessa, quest'altro mostro uguale al primo, ma di
dimensioni assai minori.
Il Reuccio tese celermente
l'arco e lanciò la freccia, che colpi la draghessa alla testa e la fece cascar
giù morta sul corpo del suo compagno.
- Oh, qui ci dev'essere il nido.
E non aveva il Reuccio ancora
finito di pronunziare queste parole, che dallo spacco d'una roccia si
affacciavano quattro piccole teste di draghi con le bocche spalancate e le
linguette vibranti.
Erano nati il giorno innanzi,
perché sembrava che i sottili colli reggessero male il peso delle teste, e gli
occhi non erano ancora aperti.
- Dobbiamo prenderli vivi!
Dobbiamo prenderli vivi!
Il Reuccio, in preda a immensa
gioia, tendeva le braccia, agitava le mani, quasi potesse giungere a
quell'altezza sollevandosi su la punta dei piedi. E ripeteva rivolto al
compagni:
- Dobbiamo prenderli vivi!
Dobbiamo prenderli vivi!
Come fare? Si diedero ad
abbattere con le accette rami di alberi, li legarono in modo da costruire una
rozza ma solida scala; e, quando fu pronta, il Reuccio vi montò su e prese a
uno a uno i draghettini. Erano quattro, molli, quasi viscidi, con sul dorso un
accenno di ali simili a pinne di pesce, poco più grossi di un grosso ramarro. E
rizzavano le teste e spalancavano le bocche, affamati.
Il Reuccio disse:
- Il drago e la draghessa
certamente recavano da mangiare ai piccini.
Infatti, aperto il gozzo di
essi, vi trovarono il cibo, e il Reuccio ingozzò pazientemente i draghetti,
finché non riapersero più le bocche. Da lì a poco, piegavano le teste, si
acchiocciolavano, ed erano belli e addormentati.
Il Reuccio stimò inutile di prolungare
più la caccia. Lasciarono là a imputridire il drago e la draghessa, e coi
draghetti situati in fondo a una cesta sopra un letto di foglie secche, egli e
i compagni presero la via del ritorno.
Quando si seppe che il Reuccio
aveva riportato quattro piccoli draghi e che intendeva di allevarli e
addomesticarli, i soliti brontoloni ripresero:
- Lo abbiamo detto: i figli dei
vecchi non riescono gran cosa! Ecco: ora, con questi draghi chi sa quante
disgrazie accadranno! Sarà un Re sanguinario, se giunge a salire al trono!
Invece il Reuccio pensava che
certi animali sono feroci perché nessuno si è mai incaricato di renderli
domestici e miti. E voleva provare coi draghi.
Stava occupato da mattina a sera
a ingozzarli, ad accarezzarli stropicciandoli leggermente con le mani, e
osservava che essi godevano del tepore che quel lieve stropicciamento lor
produceva.
Lo riconoscevano già; rizzavano
le teste, agitavano le code, vedendolo avvicinare. Gli si arrampicavano addosso
con le zampine ugnate, gli lambivano le mani con le linguette, lunghe e
sottili, e smovevano le ali che cominciavano a distendersi cartilaginose, a
spicchi come quelle dei pipistrelli.
Ormai mangiavano da sé,
divorando golosamente, e il Reuccio se li faceva venir dietro per la stanza,
imitando il loro sibilo, attirandoli con un po' di cibo.
Fin a tanto ch'essi erano
piccoli, il Re non stava in pensiero pel Reuccio; ma ora che avevano già messe
le ali e si provavano a volare, il Re si atterriva vedendolo entrare nello
stanzone dove stavano chiusi, perché vi si potessero muovere a tutt'agio. E lo
ammoniva:
- Badate, Reuccio! Non vorrei
che un giorno o l'altro...
Il Reuccio sorrideva, e per
mostrargli che i quattro draghi gli s'erano affezionati come cagnolini, apriva
l'uscio e se li traeva appresso pei corridoi del palazzo reale; li tastava, li
accarezzava, li faceva star ritti sulle zampe di dietro, col collo proteso in
avanti, con le ali che sbattevano e facevano un rumore simile a quello di
piccole vele smosse da forti soffi di vento.
Erano belli nel loro orrido, con
quei corpi di serpenti alati, con quel collo pieno di rughe simile a collo di
tartaruga, e le creste rosse che già spuntavano nella parte superiore delle
teste, più appariscente nei due maschi, meno pronunciate e meno vivide nelle
due femmine.
Un giorno, però, che il Reuccio
ebbe il capriccio di condurseli dietro per le vie, legati con catenelle di
acciaio raccomandate a dei collari di ferro battuto, fu un fuggi fuggi della
gente spaventata dall'aspetto di quei mostri non mai visti.
- I draghi! I draghi!
Era un chiuder di usci e
d'imposte; un gridare, un piangere, quasi i draghi avessero cominciato a
divorare qualcuno.
Essi, intanto, camminavano
tranquillamente, scherzando tra loro con le code, con le teste, accostandosi
spesso al Reuccio per leccargli la mano, elevandosi a brevi voli, a fior di
terra.
E fu peggio la mattina che fu
visto uscire il Reuccio a cavallo di uno dei draghi ben bardato, guidato con
lunga briglia, e che appena fuori del portone spiegò le ali e si elevò
altissimo, obbediente al richiamo della briglia, come il più docile dei
cavalli.
Anche il Re e la Regina lo
guardavano atterriti da un balcone del palazzo reale, e dovettero fare uno
sforzo per non ritirarsi, quando il Reuccio fece abbassare il volo del drago e
lo diresse proprio verso di loro e fermossi a discorrere mentre il drago si
librava su le ali e si teneva quasi fermo per aria, inarcando il collo rugoso,
proprio come il più superbo cavallo delle stalle reali.
E fatta la prima prova con uno,
la ripeteva nei giorni appresso con gli altri tre.
Ora la gente gridava, sì, da
ogni parte: - Il drago! Il drago! - ma era rassicurata, e godeva di vederlo
aliare da un punto all'altro, col Reuccio a cavallo, che lo guidava a suo
talento, e saliva e scendeva e risaliva fino a perdersi tra le nuvole a grande
altezza.
I brontoloni però non si davano
ancora per vinti:
- Lo abbiamo detto: i figli dei
vecchi non riescono gran cosa! Vedrete, con questi draghi, che disgrazie
accadranno. Sarà un Re sanguinario, se giunge a salire ai trono!
Un giorno il Re chiamò il
Reuccio nella sala del Consiglio. I ministri eran seduti gravemente attorno a
lui.
- Reuccio, - gli disse - è tempo
di finirla coi capricci. Io sono vecchio, e posso morire da un giorno
all'altro. Voglio lasciare ben ordinate le cose del Regno e della mia famiglia.
Ho deciso di darvi moglie. Scegliete voi stesso tra le principesse più in
vista.
- Non ne conosco nessuna. Sarà
degna della mia mano colei che, per dimostrarmi il suo affetto, avrà il
coraggio di fare una passeggiata a cavallo di uno dei miei draghi assieme con
me.
Il Re voleva troppo bene a quel
figlio unico; si strinse nelle spalle, e accettò questa condizione.
Ambasciatori partirono per
diverse Corti, dove erano principesse da marito.
- Dice il Reuccio: Sposerò colei
che avrà il coraggio di fare una passeggiata a cavallo di uno dei miei draghi
assieme con me. Che cosa risponde la Principessa.?
- Che il Reuccio è matto da
legare.
Gli ambasciatori si aspettavano
questa risposta; e, secondo gli ordini del Re, si presentarono a un'altra
Corte.
Dice il Reuccio: Sposerò colei
che avrà il coraggio di fare una passeggiata a cavallo di uno dei miei draghi
assieme con me. Che cosa risponde la Principessa?
- Che il Reuccio è peggio che
matto da legare.
Gli ambasciatori, dopo questa
seconda, non si aspettavano risposte diverse: ma, secondo gli ordini del Re, si
presentarono a un'altra Corte.
Con loro grande meraviglia, la
Principessa interrogata rispose francamente:
- Dite al Reuccio che accetto!
Lieti di aver potuto compiere la
loro missione, gli ambasciatori tornarono dal Re.
- La Principessa di Spagna ha
risposto: Dite al Reuccio che accetto.
Il Reuccio aveva fatto costruire
un'apposita stalla pei draghi, e passava lunghe ore con essi, che intendevano
già ogni inflessione della parola di lui, e lo obbedivano mirabilmente. E
quando egli, molto contento della risposta della Principessa, quasi sicuro o,
almeno, desiderando di esser compreso, andò nella stalla ad annunziare: - Uno
di voi avrà l'onore di portare sul dorso la Reginotta - parve che essi avessero
inteso davvero, e proruppero in sibili acuti, girando le teste, vibrando le
lingue, agitando le code.
La Corte era in gran tramenìo
pei preparativi delle nozze.
Il vecchio Re e la Regina, che
aveva pochi anni meno di lui, sembravano ringiovaniti.
Il Reuccio ordinava nuove
magnifiche bardature, con stoffe tramate d'oro, con galloni di oro e borchie di
diamanti. Di oro era pure il freno delle briglie, e queste tutte trapunte di
vere pietre preziose.
Il giorno che li provò addosso
ai draghi, essi parvero orgogliosi di vedersi ornati a quel modo, e sibilavano,
e rizzavano le teste, e vibravano le lingue, e agitavano le code in più
espressiva maniera.
Anche questa volta non mancarono
i soliti brontoloni di malaugurio:
- Lo abbiamo detto: i figli dei
vecchi non riescono gran cosa! Vedrete quel che accadrà con questi draghi
maledetti! E avverrà anche peggio, quando costui salirà sul trono!
Nella Corte della Principessa
c'era un'ansiosa aspettativa, che nel popolo assumeva forza di terrore al solo
pensare che il Reuccio avrebbe condotto due draghi, invece di carrozze e
cavalli, e che Reginotta e Reuccio dovevano partire a cavallo di essi.
- Ma sono bell'e addomesticati!
- dicevano alcuni.
- Con certe bestie non si sa
mai!
Il Re di Spagna volle
interrogare novamente la figlia.
- Siete proprio decisa,
Principessa? -- Proprio decisa!
- Ma voi non avete mai visto
draghi; sono mostri orrendi. Li ho visti dipinti e non mi hanno fatto paura.
Il Re era stupito di tanto
coraggio; pure insisteva:
- Se vi figurate, Principessa,
di non trovare altro marito...
- O il Reuccio dei draghi, o più
nessuno, Maestà.
- Che il Cielo vi aiuti,
figliola mia!
Disse così; ma in fondo al cuore
aveva un triste presentimento.
Il giorno dell'arrivo del
Reuccio poche persone si avventurarono nelle vie. La gente se ne stava
rimpiattata in casa, dietro le imposte e dietro gli usci aperti a fessolino per
poter assistere allo spettacolo senza incorrere in qualche disastro.
Appena però s'intesero da
lontano i sibili acuti dei draghi e si avvicinò il rumore delle loro ali da
pipistrello larghe come vele, nessuno poté frenarsi di affacciare la testa e
poi di protendersi dal davanzali; la curiosità aveva potuto più della paura.
I draghi arrivavano
maestosamente, con lento volo. Il Reuccio che cavalcava su uno di essi, si
traeva dietro per la briglia l'altro destinato alla Principessa.
Alla vista di quei mostri, ella
impallidì un po' e si senti correre un lieve brivido da capo a piedi, ma si
rinfrancò subito.
Il Reuccio diresse il volo dei
draghi verso la terrazza dov'era raccolta la famiglia reale.
- Ben arrivato, Reuccio!
- Ben trovata, Reginotta!
- Ben arrivato, Reuccio!
- Ben trovata, Maestà!
Il Reuccio scese davanti al
portone del palazzo reale, introdusse egli stesso i draghi nell'ampia stalla
preparata per essi; li legò con catene alla mangiatoia e chiuse a chiave, per
cautela, la porta.
Il giorno dopo si celebrarono le
nozze.
Il Reuccio aveva notato
un'insolita irrequietezza nei draghi; ma non se ne era dato pensiero; il lungo
viaggio fatto e il nuovo locale della stalla gli parvero sufficiente
spiegazione.
Arrivati il giorno e l'ora della
partenza, il Reuccio andò a trarre di stalla i draghi, magnificamente bardati e
imbrigliati.
Abbracci, baci, saluti; la
Reginotta non sapeva staccarsi dal padre. Il Reuccio dové farle dolce violenza.
E tra gli applausi della folla e i gridi di augurio, egli aiutò a montare sul
drago la Reginotta e le mise in mano la briglia, poi montò lui e diè agli
animali impazienti il cenno della partenza.
Distesero le ali, si elevarono
lentamente, poi presero un largo volo, e sparvero dagli sguardi di tutti.
Arrivarono, dopo alcuni giorni,
quelli del séguito del Reuccio, ed egli e la Reginotta, che avrebbero dovuto
giungere molto prima, non si vedevano ancora.
Il Re, la Regina, i Ministri
spiavano il cielo dall'alto di una terrazza; ed ogni ora, ogni istante che
passavano, li riempivano di ansia e di spavento.
Alla Corte di Spagna
attendevano, con uguale ansietà, notizie dell'arrivo degli sposi. Avrebbero
dovuto ricevere staffette da correre a spron battuto, e non ne arrivava
nessuna!Che cosa era dunque accaduto?
Era accaduto che, dopo un lungo
tratto di volo, i due draghi avevano cominciato a non più obbedire al freno
della briglia. Il drago della Reginotta voltava indietro la testa quasi a
fiutarla, e il drago del Reuccio, girando attorno all'altro, stendendo anch'esso
la testa quasi a fiutare la Reginotta. L'odore di quelle carni fresche, non mai
sentito da loro, aveva risvegliato tutt'a un tratto in essi l'istinto tenuto in
freno e sopito dall'addomesticamento fatto dal Reuccio, ma non distrutto.
I draghi finalmente si
fermarono, non vollero più andare avanti né indietro. Si libravano su le ali e
stendevano la testa con la bocca spalancata vibrando le lingue che parevano di
fuoco, tentando di addentare la Reginotta e di farne due bocconi. Ella non
capiva il pericolo, ma il Reuccio ne fu spaventato. Afferrò disperatamente le
redini, e con rapido moto le attorse attorno al collo del suo drago e strinse
forte forte, per soffocarlo. Il drago diè due trabalzi per buttar giù di sella
il Reuccio, poi barcollò, piegò a metà le ali e cominciò rapidamente a scender
giù, tramortito. L'altro seguì il compagno; ma il Reuccio, colto il momento,
slanciossi a cavalcioni su lui, afferrò le redini e gliene attorse al collo
come all'altro, e strinse forte forte. Il mostro diè due, tre balzi, barcollò,
piegò a metà le ali e segni più rapidamente nella discesa, tramortito, il
compagno.
Appena toccata terra, Reuccio e
Reginotta saltaron giù di sella. I due draghi, soffocati, davano gli ultimi
tratti.
Per la campagna dove erano
discesi non si vedeva anima viva. Stoppie, stoppie, stoppie, a perdita di vista
e qualche albero qua e là. In fondo, una casetta di contadini; ma bisognava far
molta strada per arrivarvi.
Dopo quattro giorni di cammino a
piedi, Reuccio e Reginotta non si riconoscevano più dagli stenti e dalla
fatica. Finalmente s'imbatterono in un carro guidato da un contadino.
- Se ci porti fino al palazzo
reale, farai la tua fortuna!
- E voi chi siete?
- Siamo il Reuccio e la
Reginotta.
- Il Reuccio e la Reginotta sono
morti. Il Re e la Regina hanno già preso il lutto. A chi volete darla a
intendere? Vi porto per carità, perché siete due poveri diavoli affamati e
stanchi. Su, montate.
Giunti alla porta della città,
il contadino voleva che scendessero.
- Accompagnaci fino a casa nostra
e sarai ricompensato.
Il contadino disse:
- Ho fatto novantanove; facciamo
cento!
E tirò avanti.
Il portone del palazzo reale era
chiuso per lutto.
Quando il contadino capì che
quei due poveri diavoli affamati e stanchi, come li aveva chiamati, erano
davvero il Reuccio e la Reginotta, cominciò a tremare dalla paura di averli
offesi. E per ingraziarseli si diè a picchiare forte, gridando:
- Aprite, aprite!... Il Reuccio!
... La Reginotta!
Le guardie lo presero per
ubriaco o per pazzo, e volevano arrestarlo.
Quel che accadde nella Corte tra
Re, Regina, Reuccio e Reginotta, immaginatelo voi.
Il Reuccio raccontò del gran
pericolo corso, e la morte dei due draghi.
- E i due rimasti qui?
Nessuno aveva voluto cimentarsi
a governarli, ed erano morti di fame nella stalla. Si sentiva il puzzo delle
loro carogne.
Da allora in poi il Reuccio non
tentò più di addomesticare animali feroci, convinto che presto o tardi
l'istinto riappare.
E poi - gli disse un giorno il
padre - quando io non ci sarò più, avrai ben altro animale feroce da ammansire!
E indicava la folla che sotto il
palazzo reale gridava a squarciagola, battendo le mani:
Viva il Reuccio! Viva la
Reginotta!
Fiaba detta, fiaba scritta,
Ora va storta, ora va diritta.
C'era una volta una povera donna che aveva una bambina così bruna, da sembrare quasi una mora. La lavava quattro, cinque volte al giorno per tenerla pulita; ma la pelle della piccina, specialmente quella delle mani, trasudava un umor nero che lasciava l'impronta su qualunque cosa ella toccasse, ed era la disperazione di quella povera mamma.
Le vicine le avevan messo il
nomignolo di Carbonella; e anche sua madre aveva finito col non chiamarla
altrimenti.
Carbonella, vispa, servizievole,
si faceva voler bene da tutti. Non poteva però soffrire che gli altri bambini
del vicinato la chiamassero cosi.
- Carbonella, vuoi fare il
chiasso con noi?
- Ve la do io la carbonella!
Li rincorreva, e quando li aveva
raggiunti, con una stropicciatina delle mani sul viso li impiastricciava di
nero, in maniera da farli parere figli di carbonai.
Ed erano pianti, ed erano
strilli; ma le mamme davano ragione a lei:
- Perché la chiamate Carbonella?
- E voialtre dunque? E la sua
mamma dunque?
- Noialtre glielo diciamo per
vezzo.
Infatti era così. Carbonella di
qua! Carbonella di là!
- Perché insudici tutto,
Carbonella?
- Per farvelo lavare più presto.
- Brava Carbonella! E perché ti
arrabbi quando i ragazzi ti chiamano cosi?
- Perché la mia mamma mi lava
quattro, cinque volte il giorno: e tutti quei ragazzacci sono più sporchi di
me.
Intanto la sua mamma non sapeva
che mestiere farle apprendere, con quelle mani che lasciavano il segno su
qualunque cosa toccassero.
- Figlia disgraziata! E come
farai per campare quando io non ci sarò più?
- Il Signore mi aiuterà! - quasi
la povera donna prevedesse che doveva morir presto e lasciare nei guai la
figliuola che aveva appena sette anni.
Le vicine per qualche tempo le
diedero da mangiare: oggi una, domani un'altra. Povere anch'esse, vivevano stentatamente
di lavoro ed erano cariche di figlioli. Pel momento, una bocca di più non
costituiva gravezza; e Carbonella, meschina, si contentava di quel po' che le
davano. Ma quando sarebbe cresciuta? Nutrirla non bastava: bisognava
rivestirla, tenerla d'occhio: e con quel difetto d'insudiciar di nero ogni cosa
che toccava, non le si poteva far fare nessun lavoro.
Ora che la sua mamma era morta,
le vicine avevano ben altro a cui badare che a lavarla quattro, cinque volte il
giorno; e per ciò Carbonella era divenuta, come dicevano, peggio Carbonella di
prima.
Se ne stava accoccolata davanti
all'uscio della sua catapecchia, coi gomiti sui ginocchi, col mento fra le
mani, e guardava le nuvole che passavano pel cielo spinte dal vento.
- Me ne vorrei andare pel mondo
come loro!
Fantasticava così; le invidiava.
- Che stai a guardare,
Carbonella? Le mosche che volano?
- Non so: guardo le nuvole! Dove
vanno?
- Dove le porta il vento,
lontano.
- Voglio andarmene con loro.
E una mattina, chiama, cerca
Carbonella... era andata via, era sparita, senza dir niente a nessuno.
- Povera Carbonella! Chi sa a
quest'ora dove le lucono gli occhi!
Carbonella aveva raccolto quei
pochi stracci che costituivano tutta la sua ricchezza, ne aveva fatto un
fagottino e, presa la via dei campi, era andata avanti, avanti senza sapere
dove e perché andasse.
Aveva sentito dire più volte: -
Il tale, la tale hanno incontrato la Fortuna - e si era immaginata che la
fortuna corresse attorno pel mondo. Poteva incontrarla anche lei. E per ciò
quel giorno, imbattendosi in qualche donna, vecchia o giovane, le domandava
ingenuamente:
- Siete voi la Fortuna?
Tutte la guardavano stupite
della domanda, e non rispondevano nemmeno; tiravano via, crollando il capo; la
credevano una scema.
Verso sera incontrò una carrozza
tirata da due focosi cavalli, riccamente bardati. Una bella signora era quasi
sdraiata sui cuscini; passava di corsa.
- Signora, bella signora!
Al grido, la signora fece
fermare la carrozza e attese che quella ragazza, così bruna da sembrare una
mora, vestita poveramente, e con quel fagottino sotto braccio, le si fosse
avvicinata.
- Signora, bella signora, siete
voi la Fortuna?
- La donna crollò il capo, e fe'
cenno al cocchiere di riprendere la corsa.
Era già notte, quando
Carbonella, atterrita di trovarsi così sola in piena campagna, vide apparire in
un lato della strada una fiammolina azzurrognola che errava, sobbalzando, e non
si fermava mai. Si mise a inseguirla; ma appena le era vicina e già tendeva la
mano per afferrarla, la fiammolina dava un balzo e si allontanava con bizzarro
movimento di altalena. Carbonella aveva dimenticato la stanchezza, la fame che
le mordeva lo stomaco, e inseguiva, inseguiva la fiammolina. Le era balenato
alla mente che potesse essere la fortuna.
- Fiammolina, fiammolina
azzurra! Se sei la Fortuna, lasciati afferrare!
Ah! Non era la fortuna, giacché
continuava ad errare, con quel bizzarro movimento d'altalena, e non si lasciava
raggiungere.
Tutt'a un tratto, la vide
fermarsi e sparire, e si accòrse di essere arrivata davanti all'uscio di una
povera casetta di campagna.
Si fece animo e picchiò. Non
rispose nessuno. Attese un po' e tornò a picchiare. Non rispose nessuno.
- Fiammolina, fiammolina
azzurra, mi hai dunque ingannata?
E tornò a picchiare per la terza
volta. Si udì una voce rauca, di persona ingrugnata:
- Chi picchia? Chi cercate?
- Sono io, sono Carbonella;
chiedo ricovero per questa notte.
- Carbonella? Non sono fornaia;
avete sbagliato uscio.
- Datemi almeno una fetta di pane:
muoio dalla fame!
Dalle fessure dell'uscio Carbonella si accòrse
che là dentro avevano acceso un lume; e dal rumore degli zoccoli e dal
brontolio della voce rauca, capì che qualcuno veniva ad aprirle.
L'uscio scricchiolò e apparve su
la soglia una vecchia curva, grinzosa, coi bianchi capelli arruffati, e gli
occhi insonnoliti.
- Chi sei? È questa l'ora di
rompere il sonno alle persone?
- Scusate buona donna; mi ha
guidato fino a qui una bella fiammolina azzurra. Mi ero sperduta per la
campagna.
- Ti chiami Carbonella? Sei
carbonella davvero.
E le fece una carezza sui
capelli.
Le diè da mangiare, brontolando
sempre, ma Carbonella non capiva le parole.
La cameretta era affumicata, con
pochi e rozzi arnesi, e v'era per letto un giaciglio di strame dove poteva
sdraiarsi una sola persona.
Carbonella aveva su la punta
della lingua la domanda:
- Siete voi la Fortuna?
Ma vedendo tutta quella miseria,
si trattenne.
Quale non fu però il suo
sbalordimento, quando la vecchia, preso il lume in mano, le disse:
- Ed ora, figliola mia, andiamo
a dormire.
Spinse un usciolino della parete
in fondo, così affumicato anche quello, che Carbonella non se n'era avveduta...
e la povera ragazza, dallo stupore della sorpresa, sentì mancarsi il respiro.
Una fila di stanze, una più bella
dell'altra, illuminate da una dolce luce azzurrognola, che non si capiva d'onde
venisse; stucchi, fregi dorati, tappeti morbidissimi per terra, specchi alle
pareti; e vasi con belle piante, e vasi con bellissimi fiori. La vecchia andava
avanti, curva, coi bianchi capelli arruffati, che, a quella luce, parevano
d'argento, e non si voltava per vedere se Carbonella la seguisse.
- Questa è proprio la Fortuna -
ripeteva dentro di sé la ragazza.
Erano entrati in una camera con
un letto col baldacchino. Coperta bianchissima, lenzuola e guanciali che
abbagliavano. Doveva dormire là? Ah, povera lei! Avrebbe insudiciato ogni cosa.
- Tu qui; io dormirò di là,
nella camera accanto.
- Ah, no, signora! Voi non
sapete! Mi hanno chiamato Carbonella, anche perché ho la disgrazia di macchiar
di nero tutto quel che tocco! Dormirò sullo strame della prima stanza!... Siete
voi la Fortuna, buona signora?
Non poté più trattenersi dal
domandarglielo.
- Dormi, e non curarti d'altro!
E la lasciò sola, sbigottita.
La mattina dopo, svegliandosi,
Carbonella si trovò distesa su lo strame della stanza affumicata, col suo
fagottino per guanciale. Aveva sognato? Non arrivava a persuadersene.
E sentiva di nuovo, su la punta
della lingua, la domanda: Siete voi la Fortuna? - Ma rammentava - oh, non aveva
sognato! - di avergliela già fatta la sera avanti; e colei le aveva risposto: -
Dormi e non curarti d'altro! - segno evidente che non era la Fortuna, o che non
voleva darsi a conoscere.
- Ed ora dove andrai?
- Dove mi portano i piedi, alla
ventura. Se potessi incontrare la Fortuna! L'hanno incontrata tanti, dicono:
essa sola potrebbe aiutarmi.
- Ah, figliuola mia! La Fortuna
è capricciosa: oggi dà, domani toglie; dà senza discernimento, toglie allo
stesso modo: è una pazza. Se la incontri, non guardarla neppure in viso; da'
retta a me.
- Ma come faccio, col difetto di
insudiciar di nero quel che tocco?
- Per questo c'è rimedio. Non
avere schifo. Ficca le mani in questo mucchio di letame, e tiencele finché
potrai sopportare il bruciore che sentirai.
Carbonella esitò un momento, e
poi ficcò le mani nel letame. Cominciò a provare un lieve calore che andò di
mano in mano aumentando.
- Ahi! Ahi!
- Non è niente, Carbonella;
sopporta ancora. Pazienza!
Le pareva di aver le mani tra la
brace; si contorceva, ma l'idea di guarire di quel difetto le dava forza e
coraggio.
- Ahi! Ahi!
Le ritrasse. Sembravano
carbonizzate: erano più nere di prima, ma non le frizzavano più.
Toccò un panno... e vi lasciò
una macchia non nera, ma gialliccia scura, del colore del letame. Valeva la
pena di essersi lasciate bruciare le mani a quel modo! O nero, o gialliccio,
quelle sue mani disgraziate macchiavano sempre!
- Perché mi avete ingannata?
- Non ti ho ingannata, vedrai!
Carbonella finse di crederle.
Chi sa? Quella brutta vecchia poteva farle qualche peggior male! La ringraziò e
andò via; avanti, avanti, per la campagna, alla ventura, poverina!
Pensava che colei le aveva
detto:
- Se incontri la Fortuna, non
guardarla neppure in viso! Altro che guardarla in viso, se l'avesse incontrata!
Le si sarebbe afferrata alla gonna e non l'avrebbe lasciata, se non ne avesse
ricevuto i più ricchi doni!
E per ciò, imbattendosi in
qualche donna, vecchia o giovane, la fermava:
- Siete voi la Fortuna?
Tutte la guardavano stupite
della domanda, e non rispondevano nemmeno: tiravano via, crollando il capo; la
credevano una scema.
Giunse in riva a un fiume. Su
l'erba erano sciorinati al sole tanti panni di bucato, e non c'era nessuno che
li guardasse. Carbonella pensò di lavarsi le mani con l'acqua corrente, e più
le stropicciava e più l'acqua s'intorbidava col colore gialliccio scuro del
letame; se non che, col sole, quel colore luccicava come l'oro.
Visto che a guardia dei panni
non c'era nessuno, ne prese uno, il primo che le capitò davanti, e si asciugò
le mani. Pur troppo, vi restavano tante impronte giallicce, impronte delle mani
in varii atteggiamenti, e così nette e così precise, che sembravano dipinte.
Tornò a lavarsele, a
stropicciarle forte: l'acqua s'intorbidava col colore gialliccio scuro del
letame; se non che, anche questa volta, col sole, quel colore luccicava come
l'oro. Era inutile. E prese un altro panno (sembrava una camiciona) e vi si
asciugò le mani. Pur troppo, tante impronte di mani, ma così nette e precise
che sembravano dipinte.
Stava per sciorinarlo novamente
su l'erba, quando accorsero da più parti i guardiani.
- Ah, scellerata! Che cosa hai
fatto? Hai macchiato la biancheria della famiglia reale!
Tentò di scappare; ma coloro la
raggiunsero, l'afferrarono, la legarono con le mani dietro la schiena, e la
trascinarono, piangente, mezza viva e mezza morta, al cospetto del Re.
- Perché hai tu fatto questo?
- Maestà, perdonatemi. Io non
sapevo... Se avessi saputo, Maestà...
E il pianto le impediva di
parlare. Il Re si convinse che una ragazzina di quell'età non poteva aver
voluto recare sfregio al bucato reale, e ordinò che la mettessero in libertà.
- Si rifaccia il bucato. La
colpa è tutta vostra che non avete fatto buona guardia.
A Carbonella non parve vero di
essere rilasciata senza nessun gastigo, e prese di nuovo per la campagna,
lusingandosi sempre che, un giorno o l'altro, avrebbe incontrato la Fortuna.
Le lavandaie rifecero il bucato,
ma le impronte delle mani non andarono via; e quando i panni furono asciutti,
quelle impronte scure erano diventate luccicanti quasi fossero state d'oro.
Il Re, la Regina, il Reuccio
vollero vederle e rimasero sbalorditi; erano infatti impronte d'oro!
Il Reuccio, più di tutti, le
guardava estasiato.
- Ah! queste mani! Le più
piccole, le più belle manine del mondo!
Era proprio così!
Quel camicione sembrava ornato
di finissimi ricami di lamine d'oro. Le impronte erano così nette, e così ben
modellate, che vi si scorgevano fin le più minute accidentalità della pelle.
- Ah! quelle mani! Le più
piccole, le più belle mani del mondo!
E da quel giorno in poi, il
Reuccio fu colpito dalla fissazione di voler vedere colei che possedeva le più piccole,
e le più belle manine del mondo.
Invano il Re diceva:
- È una ragazza nera, cenciosa,
sudicia da far rivoltare lo stomaco. L'ho vista io; e quelle mani che qui
sembrano una meraviglia hanno la pelle abbruciacchiata!...
- Ah! quelle mani! Le più piccole,
le più belle manine del mondo!
La fissazione del Reuccio
aumentava di giorno in giorno, quasi gli avessero fatto una malia.
Allora il Re, per amore del
figlio, spedì parecchi corrieri alla ricerca di quella ragazza. Colui che primo
la trovava e la conduceva al palazzo reale, avrebbe potuto chiedere qualunque
grazia; gli sarebbe stata concessa.
Trascorsero due settimane senza
nessuna notizia di Carbonella. Chi l'aveva vista in un posto, chi in un altro:
- Ieri è passata di qua; oggi è passata di là; ha preso questo sentiero; si è
internata in quel bosco. - Ma corri, cerca, fruga, nessun vestigio di
Carbonella.
E la fissazione del Reuccio
aumentava sempre più, quasi gli avessero fatto una malia.
Finalmente, giunge un corriere e
dice:
- Maestà, la ragazza è trovata.
È a servizio da certi padroni che, per rilasciarla, non solamente vogliono un
ordine scritto di pugno del Re, ma che Sua Maestà prenda impegno di
rimandargliela in casa tra due giorni, al più tardi.
Il Re montò in furia:
- Ah, si? Un ordine scritto di
pugno di Sua Maestà? Andate e trascinateli qui, legati alle code dei vostri
cavalli. La ragazza, all'opposto, la condurrete in lettiga.
E così Carbonella ricomparve di
nuovo in presenza del Re. Era più nera, più sciatta che mai, carbonella addirittura;
ma ,vispa e tranquilla, perché sapeva di non aver fatto, questa volta, niente
di male.
La tremarella l'avevano addosso
i suoi padroni trascinati fino al palazzo regale, legati alle code dei cavalli.
- Perché non volevate lasciar
venire la ragazza?
- Perdono, Maestà; avevamo un
patto con lei: mangiare, bere e vestire, e doveva servirci per dieci anni.
- Come mai questo patto?
- Per carità di lei, Maestà.
- Infatti è così ben nutrita, è
così ben vestita, che sembra una stracciona morta di fame! E che servigi doveva
fare?
- Quasi niente, Maestà. Lavava i
panni, ripuliva...
Erano impacciati; non dicevano
la verità; quel che la ragazza toccava, bagnato, sembrava macchiato di giallo
scuro; asciutto, luccicava come coperto d'oro; ed era oro davvero. Volevano
arricchirsi, facendola sfacchinare da mattina a sera; la ragazza ignorava la
virtù delle sue mani.
- Per ora, andate in carcere. Al
patto dei dieci anni ci penseremo poi!
Il Re e la Regina, vedendo
Carbone!la così mal ridotta, con quelle mani che sembravano bruciacchiate,
furono molto contenti; la fissazione del Reuccio sarebbe sùbito sparita.
- Come ti chiami?
- Non lo so; mi dicono
Carbonella: anche mia madre mi chiamava così. È morta; non ho più nessuno al
mondo.
- E perché vai di qua e di là?
- Voglio incontrare la Fortuna.
L'hanno incontrata parecchi, ho sentito dire. Chi sa che non la incontri
anch'io!
- E che vorresti dalla Fortuna?
- Quel che le piacerebbe di
darmi.
Re e Regina si guardarono in
viso, stupiti di tali risposte. La Regina disse al Re sottovoce:
- Costei, Maestà, ha qualche
cosa che non mi piace.
- Dite bene, Regina: qualcosa
che non piace neppure a me.
- Che sia una Strega?
- Può darsi. Lo scopriremo
subito. Facciamo chiamare il Reuccio.
- Alla vista di Carbonella, il
Reuccio indietreggiò nauseato.
- Ecco qui, Reuccio, quelle che
voi credete le più piccole e le più belle mani del mondo!
Per piccole, erano piccole, ma
belle, no davvero!
Egli le guardava, poco convinto
che le impressioni lasciate sui panni provenissero proprio da esse.
- Fammi vedere! Fammi vedere!
Carbonella tese le mani,
voltandole e rivoltandole, perché il Reuccio le osservasse bene.
- Chi te l'ha bruciacchiate?
- Nessuno. Dapprima macchiavo di
nero tutto quel che toccavo; era una gran disgrazia. Una vecchia mi disse:
Ficcale in quel mucchio di letame, e tiènvele finché potrai. Quel letame
scottava, e perciò le mie mani sono così bruciacchiate. Ora invece macchio in
giallo scuro tutto quel che tocco; è un'altra grave disgrazia!
Il Reuccio le guardava con
repugnanza, poco convinto che le impressioni lasciate nei panni provenissero
proprio da esse.
- Lasciatemi vedere! Lasciatemi
vedere!
Carbonella, ridendo, tendeva le
mani, voltandole e rivoltandole, perché il Reuccio potesse osservarle meglio.
- No, no, no!... Non sono
queste! Vi fate beffa di me!
Il Reuccio, singhiozzando e
piangendo, uscì dalla sala.
- Scellerata! Scellerata! Che
malia hai tu fatta al Reuccio?
- Ti faremo bruciar viva, se non
disfai la malia!
Carbonella, alle parole della
Regina e alla minaccia del Re, cominciò a tremare come una foglia, e non sapeva
che cosa rispondere.
- Ti do tempo tre giorni! E
intanto vai in carcere anche tu.
Il Reuccio smaniava più che mal:
- Ah, quelle mani! Le più
piccole e le più belle mani del mondo!
- Che vorreste farvene, Reuccio?
- Voglio sposare chi le
possiede!
- Vorreste sposare Carbonella?
- Non è lei, Maestà. Vi fate
beffa di me?
- Non c'è dubbio - disse il Re.
- Qui si tratta di malia.
Carbonella, in fondo al carcere,
non si lamentava, non piangeva. Di tratto in tratto solamente si metteva a
chiamare:- Fortuna, Fortuna! Se tu passassi da queste parti!
La Fortuna doveva esser troppo
lontana, se non accorreva alla chiamata di lei.
Il Re, tre, quattro volte al
giorno, se la faceva condurre.
- Carbonella, hai riflettuto?
Vuoi disfare la malia?
- Ma che malia, Maestà? La
trista malia è la disgrazia che mi perseguita.
- Hai tempo un altro giorno.
Rifletti bene, Carbonella.
E Carbonella, tornata nella buia
stanzuccia della sua prigione, non si lamentava, non piangeva. Di tratto in
tratto solamente riprendeva a chiamare:
- Fortuna, Fortuna, se tu
passassi da queste parti!
La Fortuna doveva essere molto
lontana, se neppure questa volta era accorsa alla chiamata di lei.
Il giorno dopo fu condotta di
nuovo alla presenza del Re.
- Carbonella, hai riflettuto?
Vuoi disfare la malia?
- Ma che malia, Maestà! La
trista malia...
Il Re non la fece finir di
parlare:
- Hai tempo poche ore,
Carbonella; sarai bruciata viva domani.
Il Reuccio non sentiva ragione,
smaniava più che mai.
- Ah, quelle mani! Le più
piccole e le più belle del mondo! Voglio trovare chi le possiede! Chi le
possiede, voglio sposarla!
- Sono quelle di Carbonella,
Reuccio! Vorreste sposare Carbonella, figlio mio?
- No, no, no, Maestà! Vi fate
beffa di me!
La Corte pareva in lutto per
questa fissazione del Reuccio.
- Maestà, ho pensato questo -
disse il Ministro. - Facciamo fare a Carbonella quella impronta sotto gli occhi
del Reuccio. Così non potrà più credere che ci beffiamo di lui. E Carbonella è
così nera, così sciatta ed ha le mani così bruciacchiate, che il Reuccio
certamente avrà disdegno a sposarla.
Quel suggerimento del Ministro
parve molto savio a Sua Maestà. Come non era venuto in mente alla Regina né a
lui?
Prepararono un catino con acqua,
vi immersero un panno di tela finissima, e Carbonella venne condotta davanti al
Re, alla Regina, al Reuccio, e a tutte le persone di Corte.
- Carbonella, hai riflettuto?
Vuoi disfare la malia?
- Ma che malia, Maestà! La
trista malia è la disgrazia che mi perseguita!
- Sarai bruciata viva oggi
stesso. Intanto leva questo panno dal catino e strizzalo bene.
L'acqua s'intorbidò, diventò di
color giallo scuro; ed ecco che nel panno strizzato si vedevano parecchie
impronte delle mani di Carbonella, dello stesso colore dell'acqua; qua intere,
là delle sole dita, là delle palme con qualche falange di dito, secondo che
potevano imprimersi strizzando.
Tutti stavano a guardare,
stupiti, e più di tutti il Reuccio. A Carbonella quelle impronte sembravano
cosa ovvia e naturale.
Sciorinarono quel panno al sole,
e, di mano in mano che si asciugava, le impronte risultavano come fatte di
maraviglioso ricamo in lamine d'oro finissimo, quasi una Fata si fosse
divertita a far parecchie prove e, qua e là, lasciarle incompiute.
Tutti guardavano il Reuccio che
sembrava diventato di sasso. Sembrava di sasso anche Carbonella, che vedeva,
per la prima volta, mutarsi in oro le macchie gialle lasciate su gli oggetti
dalle sue mani. Per questo quei padroni nascondevano sùbito le cose appena
macchiate di giallo!
Tutt'a un tratto, grande
scompiglio. Il Reuccio cominciò ad agitar le braccia, a stralunar gli occhi:
- Largo! Largo! Scostatevi!
E ributtava indietro Re, Regina,
persone di Corte.
- Largo! Largo! Scostatevi! E
tu, Carbonella, non ti muovere di lì! Fermi tutti; attendete!
Si era fatto un gran cerchio
attorno a Carbonella, che rimaneva ritta nel mezzo, con gli occhi sbalorditi e
con un doloroso sorriso su le labbra.
Nessuno osava di muoversi,
aspettando che il Reuccio, uscito precipitosarnente dalla sala, ritornasse.
E fu un urlo di tutti vedendolo
ricomparire con una face accesa in mano, correre addosso a Carbonella e
appiccarle foco alla veste.
Quasi fosse stata di vera
carbonella, la poverina diè una vampata da capo a piedi, senza un grido, senza
un atto di scampo. Solamente nascose il viso con le braccia e rimase in piedi,
avvolta dalle fiamme scoppiettanti.
- Ah, Reucciol Che cosa avete
fatto, Reuccio!
- Era Carbonella, Maestà;
bisognava bruciarla!
Le fiamme diminuirono,
lingueggiarono un po', poi si estinsero. E dopo un po', si vedeva fitta in
mezzo alla saia una forma umana, coperta di cenere, che sembrava una statua.
- Ah, Reuccio! Che cosa avete
fatto!
- Era Carbonella, ora è cenere!
Tanto meglio, Maestà.
Ma ecco: la statua viene presa
da lieve tremito che si accresce, si accresce, e fa cascar giù la cenere da
ogni parte: ed ecco apparire una bellissima figura di donna, bianca, rosea, con
capigliatura d'oro, ma che conserva infatti nel viso i lineamenti di Carbonella.
Abbassate lentamente le braccia, apre gli occhi, quasi si destasse da un
profondissimo sonno, sorride e tende le mani al Reuccio.
- Oh, le più piccole e le più
belle mani del mondo!
E il Reuccio, caduto in
ginocchio davanti a lei, gliele baciava e ribaciava.
Carbonella, diventata Reginotta,
chiese la grazia pei suoi padroni che erano in carcere. Ma le sue mani non
macchiavano più gli oggetti toccati.
E qui la fiaba finisce.
C'era una volta due poveri
bambini che nessuno sapeva di chi fossero figli.
Si erano incontrati un giorno in
una strada di campagna:
- Dove vai tu?
- Alla ventura; e tu?
- Alla ventura. Andiamo insieme?
- Andiamo insieme. Tu che cosa
fai?
- Niente; chiedo l'elemosina.
- Anch'io.
- Hai tu babbo e mamma?
- Non li ho mai visti. E tu?
- Non li ho mai visti neppur io.
- Come ti chiami?
- Non lo so. E tu?
- Non lo so. Uguali in tutto,
come fratelli.
- E saremo come fratelli. Ti
piace?
- Mi piace.
Uno era biondo, l'altro era
bruno. Scalzi, con quei quattro stracci addosso, ispiravano pietà a tutti
quando chiedevano l'elemosina a voce bassa, tendendo le mani; pareva si
vergognassero di chiederla.
Vedendoli andare attorno sempre
insieme, allegri e sorridenti appena avevano ricevuto di che sfamarsi, la gente
li aveva soprannominati Pane e Cacio: Pane il bruno e Cacio il biondo, che
sembrava avesse qualche anno meno dell'altro.
Una mattina Pane avea trovato
per terra uno zufolo di canna e si era provato a sonarlo; poi lo aveva dato a
Cacio perché si provasse anche lui.
- Senti: -- disse Cacio -- tu
sonerai lo zufolo ed io canterò. Ci guadagneremo il pane così.
- Bravo. Io sonerò, e tu
canterai; ci guadagneremo il pane cosi.
E per poco, quella mattina non dimenticarono
di chieder l'elemosina, divertendosi l'uno a canticchiare e l'altro ad
accompagnarlo con lo zufolo.
Alcuni giorni dopo si erano già
impratichiti, e andavano per le vie, fermandosi davanti alle botteghe, davanti
alle porte delle case. Cominciava Pane: Tiù, tiù, tiù, per attirare
l'attenzione della gente; poi Cacio si metteva a cantare una strana canzonetta
di sua invenzione:
- Buona gente, buona gente,
La canzone non val niente;
L'ha composta l'appetito.
E lo zufolo: - Tiù! tiù! tiù!
tiù!
- Quando noi avrem finito,
Tocca a voi di fare il più.
E lo zufolo: - Tiù! tiù! tiù!
tiù!
Le canzoni sono belle,
Ma son meglio le ciambelle,
Noci, fichi, pere cotte...
E lo zufolo: - Tiù! tiù! tiù!
tiù!
- Cose poche, cose molte,
Tocca a voi di fare il più!
E lo zufolo: - Tiù! tiù! tiù!
tiù!
Un giorno si fermarono davanti
al portone del palazzo del Re. Pane cavò di tasca lo zufolo e cominciò la sua
sonatina. Si affacciarono a un balcone il Re, la Regina, la Reginotta e due sue
sorelle minori. Cacio fece una bella riverenza e diè principio al canto. Quando
giunse al punto che diceva:
- Tocca a voi di fare il più!
il Re gli buttò una moneta d'oro e la Regina una
d'argento; la Reginotta e le sorelle tre manciatine di monetine di rame. Pane: Ttü,
tiù, fece anche lui una bella riverenza e si mise a raccogliere assieme con
l'altro le monete sparse per terra.
Quel giorno fecero baldoria; non avevano mai guadagnato tanto da che si erano messi a sonare e a cantare.
Lasciarono trascorrere una
settimana e tornarono di nuovo davanti al portone del palazzo reale. Alle prime
note dello zufolo di Pane, ecco al balcone il Re, la Regina, la Reginotta e le
due sue sorelle minori.
Lo zufolo: - Tiù! tiù! tiù!
tiù!
E Cacio intonava un'altra
canzonetta composta da lui:
- Sonare a pancia vuota è brutta
cosa,
Cantare a pancia vuota è peggio
assai.
Lo zufolo: - Tiù! tiù!
Il Re, la Regina e le
Principesse ridevano.
E Cacio:
- Sonare a pancia piena è bella
cosa,
Cantare a pancia piena è meglio
assai!
Lo zufolo: - Tiù! tiù!
Il Re, la Regina e le
Principesse ridevano.
E Cacio:
- Chi l'ha provato o non lo vuol
provare,
A pancia piena ci faccia
cantare.
E lo zufolo: - Tiù! tiù!
Il Re gli buttò due monete d'oro
e la Regina due d'argento; la Reginotta e le sorelle doppie manciate di
monetine di rame. Pane e Cacio, raccolte allegramente le monete sparse per
terra, fecero due belle riverenze, e andarono via.
Erano proprio Pane e Cacio; non quistionavano mai. Quel che voleva l'uno voleva pure l'altro. Si erano rimpannucciati, avevano un gruzzoletto da parte, che portavano addosso un giorno per uno nella tasca interna della giacchetta e non dormivano più a cielo aperto, come prima. Avevano affittato una cameretta in casa di una povera donna, con un solo lettino, e la sera, avanti di coricarsi, passavano in rassegna il guadagno della giornata.
- Pane, tu sei un principe!
- Cacio, tu sei un barone!
Ripetevano ogni sera questa facezia,
e ridevano. Facevano tutt'un sonno fino alla mattina dopo.
Trascorsa un'altra settimana, si
presentarono, al solito, davanti al palazzo del Re. Pane stava per cavar di
tasca lo zufolo, quando si accostò una guardia.
- Ordine di Sua Maestà, salite a
sonare nelle stanze reali.
Pane e Cacio erano confusi per tanto onore; e
appena si trovarono al cospetto del Re, della Regina, della Reginotta, delle
due Principesse sue sorelle e di molti dignitari di Corte, si smarrirono
talmente, che Pane non aveva fiato per soffiare nello zufolo e Cacio si sentiva
stringere la gola da non potere cacciar fuori un filo di voce. Il Re, per
rinfrancarli, domandò al bruno:
- Come ti chiami?
- Pane, Maestà!
Il Re si rabbuiò in viso e lo
guardò con certi occhi!
- E tu? - domandò al biondo.
- Cacio, Maestà!
Il Re si rabbuiò ancora più in
viso e lo guardò con certi occhi come se lo volesse divorare!
- Andate via! Via, fuori dai mio
regno! Quanto più lontano potete. E guardatevi bene di capitarmi tra i piedi!
Nessuno sapeva spiegarsi quelle
minacciose parole.
Pane e Cacio, atterriti, erano
scoppiati in un gran pianto.
- Grazia, Maestà! - pregava la
Regina intenerita.
- Voi non sapete! Voi non
sapete! - rispondeva il Re voltandole le spalle.
E Pane e Cacio, la mattina dopo,
ancora sbalorditi e con le lacrime agli occhi, si avviarono per recarsi
lontano, fuori del regno.
La Regina era rimasta assai
mortificata della risposta e del gesto del Re davanti alle persone di Corte. E
la sera, in camera, insisté:
- Maestà, perché mi avete detto:
«Voi non sapete! Voi non sapete!». E mi avete voltato le spalle?
- Badate, Regina! È un segreto
che non deve essere conosciuto da altri. Ricordate quel Mago che venne a Corte
anni addietro?
Lo ricordo.
- Consultato intorno
all'avvenire della nostra famiglia e del nostro regno, egli rispose: «Maestà,
Pane e Cacio vi daranno grandi guai!». E non volle dirne di più. Ed ecco che
Pane e Cacio sono arrivati. Se non fossero così ragazzi, li avrei fatti ammazzare.
- Che male possono essi fare
quei due poverini?
- Non lo sappiamo. I nomi però
sono quelli. E non ragioniamone più, pel nostro bene, Regina.
Di li a non molto, cominciarono
i guai.
Una delle Principessine cadde
malata di sfinimento. Dimagriva, impallidiva ogni giorno più, stava muta, con
gli occhi chiusi e ogni tanto sospirava.
- Perché sospirate, figliuola
mia?
- Maestà, voglio Pane.
La Regina ordinò subito che le
recassero del pane fresco, manipolato a posta per lei. La Principessina non si
degnava neppure di guardarlo.
Ed ecco l'altra Principessina
che cade malata anche lei. Dimagrava, impallidiva ogni giorno di più, stava
muta, con gli occhi chiusi e ogni tanto sospirava.
- Perché sospirate, figliuola
mia?
- Maestà, voglio Cacio.
La Regina ordinava subito che le
recassero del cacio; ma la Principessina non si degnava neppure di guardarlo.
E tutt'e due le sorelle
languivano, senza che i medici di Corte riuscissero a trovar rimedio a quella
misteriosa malattia.
- Avete capito, Regina, che il
Mago ha predetto il vero? Le Principessine sono colpite da qualche brutta
malia. Quando dicono: «Vogliamo pane, vogliamo cacio» intendono di quei due!
Era meglio farli ammazzare.
Quell'anno, i seminati
promettevano una straordinaria raccolta. Avevano avuto in tempo piogge
abbondanti, e già accestivano sotto il sole degli ultimi giorni di maggio. Ma
che è che non è, ingialliscono, intristiscono prima di maturare le spighe, e il
promettente ricolto va interamente perduto. Gran desolazione per tutto il
regno.
E quasi questo non bastasse, che è che non è, si sviluppa una gran moria tra gli animali da pascolo; in meno di pochi mesi non rimanevano vive né una vacca, né una pecora, né una capra. Quell'anno non si poté fare neppure una forma di cacio. Gran desolazione per tutto il regno.
Il popolo mormorava: - Se il Re
non avesse mandato via Pane e Cacio, queste disgrazie non sarebbero accadute!
Immensa folla si radunava sotto il palazzo reale.
- Vogliamo Pane! Vogliamo Cacio!
E intendevano di quei due, che
non si sapeva dove fossero andati.
Il Re fu costretto a mandare
banditori pel regno e fuori.
- Chi trova i due ragazzi
chiamati Pane e Cacio, ne dia notizia a Sua Maestà; riceverà una buona mancia.
Passarono settimane, passarono
mesi, e di Pane e Cacio nessuna nuova!
- Avete capito, Regina, che il
Mago ha predetto il vero? Era meglio farli ammazzare!
- Non dite così, Maestà! Ci
sarebbero capitati peggiori guai.
Finalmente, uno dei banditori
andato fuori del regno venne a dire:
- Li ho trovati. Sono diventati
due signori; hanno palazzo, giardini, terre, ma... pretendono troppo.
- Che cosa pretendono?
- Che Sua Maestà vada a pregarli
fino a casa loro.
Il Re, dal dispetto, si morse le
labbra; sentendo però gli urli della folla davanti al palazzo: «Vogliamo Pane!
Vogliamo Cacio!», si fece forza e rispose:
- Andrò a pregarli fino a casa
loro!
- E pretendono...
- Che cosa altro pretendono?
- Che Sua Maestà dia parola di
Re di sposare con loro le due giovani Principesse.
Il Re, dal dispetto, si morse le
labbra; sentendo però gli urli della folla davanti al palazzo reale: «Vogliamo
Pane! Vogliamo Cacio!», si fece forza e rispose:
- Parola di Re, darò ad essi in
ispose le due giovani Principesse.
Il Re si mise subito in viaggio.
Pane e Cacio lo accolsero con grandi onori nel loro palazzo.
- Vostra Maestà ha voluto
incomodarsi...
Pareva che volessero canzonarlo.
- Noi siamo agli ordini di
Vostra Maestà.
- Parola di Re non va indietro;
sposerete le Principesse mie figlie, ma bisogna prima far cessare la carestia e
la moria.
- Per la carestia, ci vuol poco.
E Pane spiegò minutamente quel
che occorreva fare.
- Per la moria delle vacche e
delle pecore ci vuole anche meno.
E Cacio spiegò minutamente quel
che occorreva di fare.
- Intanto, - soggiunse Pane - la
mia Principessa bionda si prepari il corredo.
- Intanto, - soggiunse Cacio -
la mia Principessa bruna si prepari il corredo.
- E ricordatevi, Maestà: parola
di Re non va indietro! - conclusero tutt'e due a una volta.
Il Re tornò verde dalla bile e
più rabbuiato di quando era partito.
- Avete capito, Regina, che il
Mago ha predetto il vero? Era meglio farli ammazzare. Ora Pane e Cacio dettano
leggi. Per far cessare la carestia ecco cosa bisogna fare:
Preparare la farina per una
fornata di pane; la Regina stacciarla, le Principesse impastarla, il Re ardere
il forno e infornare le pagnotte lievitate. Nello stesso momento, ardere i
forni in tutte le case del regno, spazzarli col fruciandolo, tapparli e
attendere. Appena cotta la fornata di palazzo reale, tutti i forni delle case
del regno si sarebbero trovati pieni anch'essi di pagnottelle bell'e cotte.
Al Re sapeva duro di dover fare
il fornaio; ma per amore delle figliole e del popolo non osava di rifiutarsi.
La Regina, invece, stacciava volentieri la farina e le Principesse si
divertivano a impastarla e a ridurla in pagnotte.
Le Principesse erano già guarite
e preparavano i corredi.
La sera scendevano nel giardino,
mungevano una capra che il Re aveva dovuto comprare, e lasciavano il latte al
fresco. I pecorai già avvisati, preparavano le caldaie, e la mattina dopo le
trovavano colme di latte.
Così in tutte le mandre del
regno potevano venir preparate ricotte e forme di cacio.
E il popolo, contento e
soddisfatto, andava in folla a gridare sotto il palazzo reale:
- Viva Pane! Viva Cacio!
Intanto si avvicinava il tempo
che essi sarebbero arrivati per sposare le Principesse.
Il Re non ne poteva più di dover
ardere il forno, di spazzarlo col fruciandolo, e d'infornare il pane due volte
nella giornata, due volte nella nottata. E quando uno dei Ministri, per
adularlo, gli disse: - A Vostra Maestà stan bene in mano tanto lo scettro
quanto il fruciandolo - ci mancò poco che non lo inseguisse a colpi di
fruciandolo per le scale.
Ma come fare? Se non infornava
il pane lui nel forno di palazzo reale, sarebbe venuto meno il pane agli altri
forni e la popolazione sarebbe morta di fame.
Le Principessine erano allegre;
tra otto giorni dovevano arrivare i loro futuri mariti, Pane e Cacio. Se non
che, da mattina a sera esse ora si bisticciavano con gran noia di tutta la
Corte.
- Il mio bruno è più bello del
tuo biondo!
- Il mio biondo è più bello del
tuo bruno!
- Il tuo bruno ha gli occhi e il
naso così e così!
- Il tuo biondo ha le labbra e
gli orecchi così e così!
E facevano certi gesti, certe
smorfie!
- Il tuo bruno non lo vorrei
neppure per servo!
- Il tuo biondo non lo vorrei
neppure per sguattero!
E si voltavano le spalle, con
due smorfiacce.
- Voialtre vi bisticciate, -
disse un giorno la Reginotta - ma prima di voialtre dovrò sposare io!
- Se nessuno ti vuole!
- Se nessuno ti chiede!
E doveva intervenire il Re,
minacciandole col fruciandolo, per farle stare zitte. Il Re, in cor suo,
pensava:
- Ecco un bel pretesto per
rimandar a tempo indeterminato le nozze di Pane e Cacio. La Reginotta ha
ragione: deve sposare lei prima delle sorelle minori.
Intanto la gente aveva arato i
campi, buttata la sementa, e il grano già inverdicava, promettendo una grande
raccolta. Le stalle si erano popolate di bestiame, le mandre di pecore. E
quantunque fosse comodo avere il pane e i latticini con quella facile maniera,
tutti godevano di veder prossimo il tempo di liberarsi dalla soggezione di
dover stare alla mercè di Sua Maestà. Un giorno o l'altro poteva venire il
capriccio alla Regina di non più stacciare, alle Principesse di non più
impastare la farina, al Re di non più ardere il forno e infornare le pagnotte
lievitate, e il popolo avrebbe corso il pericolo di morire di fame. Per questo
Pane e Cacio, al loro arrivo, ebbero accoglienze trionfali; per questo tutti
volevano concorrere a preparare feste non mai viste pei prossimi sponsali.
Pane e Cacio erano diventati due
bei giovinotti e facevano sfoggio di abiti sfarzosi. Avevano portato alle
Principesse magnifici doni, e regali alla Regina e alla Reginotta. Alloggiati
nel palazzo reale, pranzi, divertimenti, cene sontuose; ma di nozze neppure una
parola.
Avevano notato che la Reginotta
non interveniva nei divertimenti, nei pranzi, nelle cene.
Pane, in disparte, aveva
interrogato la sua Principessa bionda.
- Perché?
- Perché è sciocca e vanitosa.
Cacio aveva fatto la stessa
interrogazione alla sua Principessa bruna:
- Perché?
- Perché è sciocca e vanitosa.
Intanto pranzi, divertimenti,
cene, ma di nozze neppure una parola.
E Pane e Cacio, una mattina,
dissero al Re:
- Maestà, parola di Re non va
indietro.
- Lo so; ma prima deve prender
marito la Reginotta.
- Il marito sta per arrivare.
Tra giorni verrà a chiederla il Reuccio di Spagna.
Il Re voleva menar le cose per
le lunghe, trovava una scappatoia per non adempire la parola data; e per ciò fu
contrariato dalla notizia ricevuta.
- Chi sa se il Reuccio di Spagna
piacerà alla Reginotta?
- Se non sposerà il Reuccio di
Spagna, non troverà più un altro marito.
- E poi... le Principessine
vogliono prima sapere chi siete, d'onde venite.
- Fui frumento e poi farina,
Pane ho nome e pane sono.
Alla mia Principessina
Io non voglio dir di più.
Cavò di tasca lo zufolo e fece:
- Tiù! tiù!
- Erba fui e latte appresso,
Cacio ho nome e cacio sono.
Io di più non ho promesso,
E non voglio dir di più.
E l'altro, con lo zufolo, fece
di nuovo. - Tiù! tiù!
Le Principesse che stavano a
origliare dietro l'uscio, irruppero, furiose, nella stanza.
- Non è vero! Noi non vogliamo
saper niente. Tu devi essere il mio Pane! Tu devi essere il mio Cacio!
Che cos'altro poteva inventare
il Re per tirare in lungo le nozze? E si afferrò di nuovo al pretesto:
- Prima deve sposare la
Reginotta!
Non aveva finito di dirlo,
ch'entra uno dei Ministri:
- Maestà, è arrivato un
ambasciatore di Spagna.
Veniva a chiedere la mano della
Reginotta pel Reuccio del suo sovrano.
- Ha fretta di sposare, questo
Reuccio?
- Fra otto giorni precisi,
Maestà.
- Reuccio e Reginotta sono
troppo giovani. Sarà meglio aspettare a sposarli tra un anno.
- O sposano tra otto giorni, o
mai più.
- Allora!...
Il Re si strinse nelle spalle e
inghiottì anche questo amaro boccone; da un pezzo non faceva altro, povero Re!
La Reginotta e il Reuccio erano
partiti da una settimana.
- Maestà, parola di Re non va
indietro!
- Ne riparleremo tra un mese.
- Maestà, parola di Re non va
indietro!
- Ne riparleremo tra quindici
giorni.
Intanto egli macchinava il modo
come disfarsi di Pane e Cacio, che diventavano più insistenti che mai.
Una mattina cerca cerca le
corone reali e non si trovano. Tutto il palazzo reale fu in subbuglio. Erano
state riposte nell'armadio la sera avanti, dopo una festa da ballo. Chi poteva
averle rubate durante la notte? Persone che abitavano nel palazzo reale. Si
fruga di qua, si fruga di là; tutte le stanze son messe sossopra. E,
all'ultimo, dove vengon trovate le due corone? Quella del Re in camera di Pane,
sotto le materasse del letto; quella della Regina, in camera di Cacio, in fondo
a una cassetta dell'armadio.
Pane e Cacio, per ordine del Re,
furono ammanettati come ladri, e gettati nel fondo di un carcere.
Mentre li conducevano via,
scherzavano con le guardie, ridevano, quasi niente fosse stato.
- Dite a sua Maestà: «Parola di
Re non va indietro!».
Quando il capo delle guardie glielo
riferì, il Re rispose:
- Sta bene; ho detto che li farò
impiccare e manterrò.
Le Principessine erano
inconsolabili. Non sapevano persuadersi come mai Pane e Cacio avessero potuto
commettere quella mala azione. Non se ne sapeva persuadere neppure la Regina.
Ma non osavano di parlarne al Re, tanto appariva adirato.
Pane e Cacio, quasi per
irrisione dei loro nomi, ricevevano ogni giorno, per mantenimento, due fette di
pane nero e due fette di cattivo cacio. I guardiani però sentivano venir fuori
tali odori di squisite pietanze da far venire l'acquolina in bocca; entravano
nella cella dei prigionieri e non trovavano niente; le fette di pane e di cacio
si ammonticchiavano, indurite, in un canto, e quei due erano floridi, rosei,
come se desinassero e cenassero da gran signori.
Ogni notte poi accadeva questo
nel palazzo reale.
Di tanto in tanto, l'uscio della
camera del Re veniva scosso da due forti picchi. Sua Maestà saltava giù dal
letto, apriva l'uscio e non scorgeva nessuno. Si rimetteva a letto, e di lì a
poco di nuovo bum! bum! Il Re, che era sul punto di appisolarsi,
trasaliva; saltava giù, apriva l'uscio e non scorgeva nessuno. Non gli passava
per la testa che quei picchi potessero provenire da Pane e Cacio.
Anche le Principessine sentivano ogni notte lievi picchi agli usci delle loro camere, ma avevano subito indovinato.
- Tic! tic!
- Sei tu Pane? Se sì, dài un picchio solo.
- Tic!
- Toc! toc!
- Sei tu Cacio? Se sì, dài un
picchio solo.
- Toc!
- Pane, vuol dire che ci
sposeremo?
- Tic!
- Cacio, vuol dire che ci
sposeremo?
- Toc!
Il Re non sapeva decidersi a far
impiccare i pretesi ladri delle due corone reali. Era tormentato, ogni giorno
di più, dal rimorso di essere stato lui a nasconderle tra le materasse del
letto in camera di Pane, e in fondo alla cassetta dell'armadio in camera di
Cacio. Cominciava ad aver paura di quei due che dovevano essere Maghi o figli
di Maghi, se avevano potuto far cessare la carestia e la moria con quello
stranissimo mezzo.
Quando finalmente capì che i
forti picchi di ogni notte all'uscio della sua camera potevano provenire da
quei due Maghi o figli di Maghi, il suo terrore non ebbe confine. E ordinò che
gli conducessero al cospetto Pane e Cacio.
- Ah, Maestà, che disgrazia!
Pane e Cacio sono scappati via, non si sa come. I catenacci degli usci e delle
finestre sono là ancora intatti. Noi abbiamo fatto buona guardia giorno e
notte!
Il Re rimase di sasso! Chi sa
quanti altri guai sarebbero piombati su la famiglia e sul regno tutto! E invece
di prendersela con se stesso, se la prendeva con le Principessine, quasi la
colpa fosse stata di loro.
- Maestà, voglio Pane! Maestà,
voglio Cacio!
Ne contraffaceva i sospiri e il
tono della voce di quando erano malate, e aggiungeva gesti di minaccia.
Sembrava ammattito.
In quei giorni arrivavano gli
ambasciatori di un Re di paesi lontani e chiedevano udienza. Quando
cominciarono a parlare nessuno li capiva: il Re e i Ministri meno degli altri.
E tra le stranissime parole che quegli urlavano, irritati di non vedersi
capiti, erano ripetute con più frequenza nepa e cioca: anzi ogni
volta che le pronunziavano, tutti gli ambasciatori facevano un profondo inchino
fino a terra.
C'era da disperarsi. Gli
ambasciatori gesticolavano, pestavano i piedi. Si indovinava che minacciavano
un caso di guerra. Il Re, stizzito, esclamò:
- Ma che cosa posson volere con
questi lor nepanepanepa e ciocaciocacioca?
Il Re si fermò allibito.
Pronunziando frettolosamente quelle sillabe, gli erano risultati all'orecchio i
nomi di Pane e Cacio!
Quegli ambasciatori di un Re
lontano parlavano pronunziando al rovescio tutte le parole; e per ciò invece di
dire pane, dicevano nepa; invece di dire cacio, dicevano cioca. Allora fu
facile intendersi.
Essi venivano in nome del loro
Re a reclamare Pane e Cacio, che erano suoi figli. Una Strega glieli aveva
rapiti bambini, Pane di un anno e sei mesi, Cacio di un anno, e il povero padre
desolato non ne aveva saputo più nuova. Ora un mercante, andato da quelle
parti, avea recata la notizia che due bei giovani chiamati Pane e Cacio erano
stati arrestati e dovevano essere impiccati.
Il Re era pronto a pagare
qualunque taglia, pur di riavere i figliuoli. Se non gli si restituivano a
questi patti, sarebbe venuto a prenderseli con la forza, mettendo a ferro e
fuoco tutto il regno.
Quando il Re disse che Pane e
Cacio erano scappati di carcere e che nessuno sapeva dove fossero andati, gli
ambasciatori, increduli, intimarono la guerra e stavano per andar via.
- Avete capito, Regina, che il
Mago ha predetto il vero?
- Capite ora, Maestà, che è
stato bene non averli fatti ammazzare?
- Ma come faremo? Dove andare a
pescarli?
Non aveva ancora finito di dir
così, che s'intese nella piazza un gran tumulto.
- Viva Pane! Viva Cacio! Viva!
Viva!
E pochi momenti dopo, essi
entravano nella gran sala con al braccio le Principessine mezze pazze di gioia.
- Questo è il mio Pane!
- Questo è il mio Cacio!
- Ora che sapete chi siamo...
Il Re, che si sentiva rivivere,
li abbracciò, li baciò come figliuoli, e disse:
- Vi sposo sull'istante!
Allora i Re potevano; e Pane e
Cacio e le due Principesse furono lì per lì mariti e mogli.
La sera i due Principi, ora
dobbiamo chiamarli così, raccontarono che erano stati tolti di mano alla Strega
da una Fata.
Stretta la foglia, sia larga la
via,
Dite la vostra che ho detto la
mia.