LUIGI CAPUANA
IL RACCONTAFIABE
Seguito al «C'era una
volta...»
Prefazione
Rammentate voi, bambini,
il racconta-fiabe, colui che vi raccontò le storie di Spera di sole, di
Ranocchino, di Cecina, di Testa-di-rospo, e di tant'altra
gente meravigliosa?
Se ve ne rammentate,
dovete anche rammentarvi che egli pensò di regalare le sue fiabe al mago
Tre-Pi, Visto che voialtri non volevate più sentirle, perché le sapevate tutte
a mente.
Egli sperava che il mago
Tre-Pi conservasse quelle fiabe nei cassetti del suo museo, imbalsamate insieme
con le altre fiabe antiche. Il Mago disse:
- Ah, sciocco, sciocco!
Non vedi Che cosa hai in mano?
Il raccontafiabe guardò:
aveva in mano un pugno di mosche.
E tornò addietro
scornato; e di fiabe non ne volle più sapere, dopo che le Fate gli avevano
ripetuto:
- Fiabe nuove non ce n'è
più; se n'è perduto anche il seme.
Ora avvenne che non
sapendo egli a qual altro mestiere darsi, rimase lungamente disoccupato.
Passava le giornate al
sole, davanti l'uscio di casa sua; e spesso pensava a quelle care fiabe, che
gli si erano mutate in un pugno di mosche.
I bambini che lo
vedevano sbadigliare su la soglia dell'uscio, gli domandavano:
- O che non ce n'hai più
fiabe nuove, raccontafiabe?
Egli alzava le spalle,
scrollava la testa e non rispondeva. Dove andare a pescarle?
Gli strani oggetti che
gli erano stati regalati da fata Fantasia, non potevano più servire. Ognuno di
essi gli aveva già suggerito la sua fiaba, appena egli l'aveva preso in mano; e
dopo non c'era stato verso di cavarne più niente. Tornare da fata Fantasia gli
pareva una bella sfacciataggine. E poi, come rintracciare un'altra volta
Cenerentola, Cappuccetto rosso, Pelosina, Pulcettino e tutti gli altri che lo
avevano condotto alla grotta della Fata e l'avevano pregata di aiutarlo? La
fiera delle Fate ricorre una volta ogni mille anni; e il capitarvi in mezzo era
stata proprio una rara fortuna.
Per ciò egli
sbadigliava, e con le mani in mano, godevasi il sole, in mancanza d'altro, su
la soglia dell'uscio.
Una notte, non potendo
chiuder occhio, gli passò pel capo di cercare il sacchettino dov'erano
conservati il ranocchio, la stiacciata, l'arancia d'oro, la serpicina, l'uovo
nero, i tre anelli e le altre cosettine regalategli dalla Fata.
- Chi sa? Dopo tanto
tempo, forse avevano ripreso la loro virtù.
Saltò dal letto, corse a
cercare il sacchettino riposto in un armadio, e tentò di fare come soleva.
Prese a caso i tre anelli, e disse:
- C'era una volta...
Ma una volta, quantunque
non sapesse neppure mezza parola di quel che doveva dire, appena aperta la
bocca, la fiaba gli usciva filata, quasi l'avesse saputa a mente da gran tempo.
Invano ora ripeté:
- C'era una volta...!
C'era una volta...!
Gli usciva di bocca
soltanto il fiato.
Stizzito, afferra il
mortaio, ci vuota il sacchettino dentro, e poi pesta e pesta; ridusse in
polvere ogni cosa.
Ne prese un pizzico, e
strofinandolo con disprezzo fra le dita, esclamò:
- Così non mi verrà più
la tentazione di provare, e dire: C'era una volta!...
Ma non aveva ancora
finito di pronunziare queste parole, che già su la punta della lingua gli
s'agitava una fiaba nuova. E se la raccontò da sé, divertendosi come un
bambino.
Allora, sbalordito,
prese un altro pizzico di polvere e:
- C'era una volta!...
Ed ecco un'altra fiaba
nuova nuova, ch'egli si raccontò da sé, divertendosi come un bambino
Il pover'uomo, dall'allegrezza,
non capiva nella pelle. Gli pareva mill'anni che si facesse giorno, per andare
per le piazze e per le vie:
- Fiabe, bambini, fiabe!
Chi vuol sentire le fiabe!
Raccolse delicatamente
nel sacchetto tutta la polvere del mortaio, senza perderne un granellino; e,
appena fatto giorno, uscì di casa.
Non era tranquillo però:
- Chi sa se queste fiabe
piacciono quanto quell'altre?
E gli tremava un po' la
voce nel gridare:
- Fiabe, bambini, fiabe!
Chi vuol sentire le fiabe!
I bambini accorsero e si
divertirono:
- Un'altra! Un'altra!
E ne mise fuori più
d'una dozzina. Chi non le ha udite dalla bocca del raccontafiabe, può leggerle
con comodo in questo libro.
Sono proprio le ultime.
Al povero raccontafiabe
è accaduta una disgrazia. Una sera, stanco di aver raccontato fiabe tutto il
giorno, si buttò sopra un sedile di pietra del giardino pubblico e si
addormentò. Allo svegliarsi, cerca e ricerca il sacchettino con la polvere
portentosa che gli suggeriva le fiabe, non lo ritrovò più. E lo ricerca
tuttavia, poverino!
Luigi
Capuana
Roma, 13 settembre 1893
C'era una volta un Re e
una Regina che avevano una figlia bella quanto la luna e quanto il sole; tanto
frugola però, che facendo il chiasso metteva sossopra tutto il palazzo reale;
capricciosa e bizzosa poi quanto può essere una bambina che i genitori non
sgridavano mai. Più grosse le faceva e più questi ne ridevano:
- Ah, ah, che frugolina!
Ah, ah, che frugolina!
Ma un giorno piansero, e
come! della loro eccessiva benevolenza. Il Re stava per andare a caccia; al
portone del palazzo trovò una vecchiarella cenciosa, ricurva, che si appoggiava
a un bastone per reggersi.
- Che volete, buona
donna?
- Cerco del Re.
- Il Re sono io.
La vecchia gli fece una
bella riverenza e gli porse una lettera:
- È del Re di Spagna.
Il Re di Spagna pregava
d'alloggiarla per una notte nel palazzo reale, come se fosse stata la sua
stessa persona:
- Non le domandate né
donde venga né dove vada; non vi pentirete d'averle usata cortesia.
Il Re credette che fosse
uno scherzo, e diè ordine che le preparassero una stanzina in soffitta e la
mettessero a tavola coi servitori.
- Grazie, Maestà - disse
la vecchia.
E andò a rannicchiarsi
in soffitta.
A tavola, coi servitori,
mangiava zitta zitta in un canto, quand'ecco quella frugolina della Reginotta
che le versa la saliera e la pepaiuola nella minestra:
- Sentirete che sapore!
E tutti i servitori a
ridere:
- Ah, ah, che frugolina!
Ah, ah, che frugolina!
La vecchia non fiatò, e
mangiò la minestra come se niente fosse stato.
Il Re e la Regina,
saputa la cosa, si messero a ridere anche loro:
- Ah, ah, che frugolina!
Ah, ah, che frugolina!
La vecchia, levatasi da
tavola, cercava il bastone e non lo trovava. Guarda nel camino e vede che il
bastone era già mezzo arso dal fuoco; e la Reginotta, contorcendosi dalle risa,
le diceva:
- È ben caldo: vi
servirà meglio.
E tutti i servitori a
ridere:
- Ah, ah, che frugolina!
Ah, ah, che frugolina!
La vecchia trasse il
bastone dal fuoco, e uscì di cucina appoggiandosi, come se niente fosse stato.
Il Re e la Regina,
saputa la cosa, si messero a ridere anche loro.
La mattina dopo, nel
punto d'andar via, la vecchia trovò sul pianerottolo la Reginotta che
l'aspettava:
- Vecchina, donde venite
e dove andate?
Vecchina, che ricordo mi
lasciate?
E colei rispose,
brontolando:
- Dove vado e donde
vengo,
C'è la pioggia e soffia
il vento.
Tu col vento ci verrai,
Con la pioggia te
n'andrai.
La toccò col bastone,
scese le scale e sparì.
Da quel giorno, la
Reginotta cominciò a scemare di peso. Non dimagrava, non diventava brutta,
aveva la giusta crescenza, ma da un mese all'altro si sentiva sempre più
leggiera. Arrivata a diciotto anni, all'apparenza era una ragazza bella, bianca
di carnagione, con un mucchio di capelli d'oro, ma pesava meno d'una piuma, e
il più lieve soffio la portava via.
Figuratevi la
disperazione del Re e della Regina.
Bisognava tener chiuse
tutte le finestre del palazzo reale; non potevano condurla fuori per paura che
il vento non la trasportasse chi sa dove. E siccome la poverina a star
rinchiusa s'annoiava, e il Re e la Regina non volevano che la gente sapesse la
disgrazia della loro figliuola, così per svagarla passavano le giornate a
soffiarle attorno e a farla volare pei corridoi e per gli stanzoni del palazzo.
Ella si divertiva
immensamente a sentirsi sballottare per aria, e gridava:
- Soffiate, Maestà!
Ancora, Maestà!
Il Re e la Regina ci
rimettevano i polmoni per farla andare in alto. Ma più alto ella saliva, e più
forte gridava:
- Soffiate, Maestà!
Ancora, Maestà!
Re e Regina non potevano
mica stare tutto il santo giorno a fare da soffietto; e la Reginotta
s'imbronciava e piangeva. Vedendola piangere, i poveri genitori tornavano
subito a soffiare, il Re da una parte e la Regina dall'altra; e lei,
riprendendo subito il buon umore, batteva le mani:
- Soffiate, Maestà!
Ancora, Maestà!
La facevano montare fino
al soffitto; le correvano dietro per i corridoi, soffiando, soffiando,
soffiando per farla stare allegra, perché quella povera figliuola non poteva
avere altro svago; e quando si riposavano, ansimanti dall'aver soffiato troppo,
Re e Regina si lamentavano:
- Figlia disgraziata,
chi ti ha fatto questa malìa?
Una volta, a tali
parole, la Reginotta si rammentò della risposta della vecchia, e disse:
- È stata quella
vecchia!
- Come mai?
- Mi rispose:
Dove vado e donde vengo,
C'è la pioggia e soffia
il vento.
Tu col vento ci verrai,
Con la pioggia te
n'andrai.
Se avesse potuto
rintracciare la vecchia, il Re le avrebbe dato un tesoro per disfare la malìa.
Ma chi sa dove lucevano gli occhi di quella Strega?
E Re e Regina
continuarono a soffiare e a spingere in alto Piuma-d'-oro, come chiamavano la
figliuola perché era bionda e i suoi capelli parevano d'oro filato.
Piuma-d'-oro oramai pensava soltanto a divertirsi a quel modo. Mangiava di buon
appetito, cresceva di corporatura, diventava anche più bella; il suo peso però
era talmente scemato, che una piuma vera sarebbe parsa di piombo al paragone.
Bastava quasi un alito per farla salire in alto; pure non si contentava mai, se
il Re e la Regina non soffiavano forte:
- Soffiate, Maestà!
Ancora, Maestà!
Re e Regina non
reggevano più. Dopo due anni di questo lavoro, s'accorsero che, a furia di
soffiare, cominciava ad allungarglisi il muso; e Piuma-d'-oro intanto diventava
più esigente, voleva spassarsela sempre per alta. Non aveva altro svago, in
verità; ma i genitori potevano stare eternamente a soffiare? E quand'essi sarebbero
morti, chi avrebbe avuto la pazienza di continuare? Non si davano pace.
Intanto s'era sparsa pel
mondo la fama della bellezza della Reginotta; il Re di Portogallo mandò a
richiederla pel Reuccio che doveva prendere moglie.
Grande imbarazzo. Se
rispondevano no, il Re di Portogallo poteva offendersi e dichiarare una guerra.
Re e Regina stettero un
giorno e una notte a consultarsi, e all'ultimo decisero di prendere un anno di
tempo per fare le nozze.
Il guaio peggiore fu
allorché il Reuccio scrisse che sarebbe andato a fare una visita alla promessa
sposa per conoscerla di presenza. Bisognava palesare l'infermità della
Reginotta, e questo ai genitori coceva.
Vedendoli così afflitti
che non avevano più animo e forza di soffiare e farla volare per aria, la
Reginotta disse:
- Maestà, giacché la
vecchia brontolò: «Tu col vento ci verrai», lasciatemi andare; la mia sorte
vuole così.
Pianti, grida disperate:
- Non sarà mai,
figliuola mia! Non sarà mai!
Ma la Reginotta
s'ostinò:
- Lasciatemi andare. Il
cuore mi predice che me ne verrà buona fortuna.
Il Re e la Regina alla
fine si rassegnarono; e un giorno che tirava un furioso maestrale, condussero
in lettiga la figliuola sopra un monte; l'abbracciarono, la benedissero e
l'abbandonarono in balìa dei vento.
In un batter d'occhio fu
sollevata in alto e spinta così lontano che, dopo pochi minuti, la perdettero
di vista.
Lasciamo costoro a
piangere, e seguitiamo la Reginotta.
Quantunque afflitta
anche lei, dopo alcune ore di viaggio, vedendosi trasportata a tanta altezza e
così rapidamente come non aveva mai provato, si rasserenò e si mise a guardare
in giù, torno torno. Che spettacolo! Città, montagne, pianure, fiumi, boschi,
tutto le passava via sotto di sé, quasi lei stesse ferma e le cose fuggissero
precipitosamente per l'opposta direzione.
Se il vento talvolta
soffiava meno forte, ella scendeva, girando, poi tornava a essere sollevata e
sbalzata fino alle nuvole, andando sempre avanti, sempre avanti, sorpassando
nuove città, nuove montagne, nuove pianure, boschi più fitti, fiumi più larghi.
Tutt'a un tratto s'accorse che la terra era sparita. Acqua, acqua, acqua, non
si vedeva altro, acqua che si agitava in cavalloni spumeggianti, e poi acquai
acqua ancora... Era il mare.
Quando il vento la
faceva scendere giù, Piuma-d'-oro aveva paura. Una volta gli spruzzi dei
cavalloni le arrivarono proprio alla faccia, e si credette perduta. Ma ecco una
folata che la fa risalire, e la spinge a riprendere la corsa precipitosa... E
ancora acqua, acqua, acqua!...
Poi le parve che il sole
si spegnesse nel mare, e che un velo vi si stendesse sopra, mentre in alto, nel
cielo buio, apparivano le stelle. Il cuore le diventò piccino piccino, e si
mise a piangere, e a gridare:
- Ah, mamma mia! Ah,
mamma mia!
Il vento però la cullava
così dolcemente, che a poco a poco le si aggravarono gli occhi; senza
accorgersene, si addormentò quasi si fosse trovata nel proprio letto.
Quante miglia aveva
fatte durante il sonno? Chi poteva saperlo?
All'alba, riaprendo gli
occhi, si senti slargare il petto, rivedendo di nuovo pianure verdeggianti.
Piuma-d'-oro volava così basso, che distingueva benissimo le case di campagna,
gli alberi, le vie, i rigagnoli, fra la gente; le persone sembravano tante
formiche. E scendendo ancora più giù, s'accorse che i contadini la guardavano,
levando le mani in alto per accennarla agli altri; e sentiva le loro voci:
- Che sarà mai? È un
uccellaccio?
Il sole era già alto. Il
vento, diminuito, pareva che proprio si divertisse a cullarla per aria.
I capelli si erano
sciolti e le svolazzavano attorno al collo, le vesti si gonfiavano e
sbattevano, quasi ali che la reggessero su.
Stava per arrivare,
finalmente, dove la sua sorte, buona o trista, voleva portarla?...
Intanto lo stomaco
cominciò a farsi sentire. Da un giorno e una notte ella non ci aveva messo più
niente, neppure una stilla d'acqua. Come trovar da mangiare lassù per aria?
Passava uno stormo di
uccelli,
- Uccellini, uccellini,
datemi qualcosa di quel che portate in becco; muoio di fame.
- I figlioletti ci
attendono nei nidi; questo cibo è per loro.
Gli uccelli continuarono
il loro cammino. Il vento la spinse più alto. Passava una fila di nuvole.
- Nuvole, nuvole belle,
datemi una stilla d'acqua; muoio di sete.
- Quest'acqua è pei seminati;
abbiamo fretta.
E le nuvole continuarono
il loro cammino..
Verso il tramonto, ecco
laggiù, lontano, una montagna rocciosa, con in cima un palazzo che pareva di
marmo bianco e nero, grande quanto una città, meraviglioso. Piuma-d'-oro si
fece animo e pensò:
- Mi fermassi almeno
colà! Ah, mamma mia, mi sento morire!
Infatti, dalla
debolezza, le venne una mancanza; non vide né sentì più niente; e quando
rinvenne, si trovò stesa su la terrazza del palazzo veduto da lontano.
Scese per la scaletta
che conduceva all'interno, sperando d'incontrare qualcuno; non si scorgeva
anima viva.
Le pareti delle stanze
erano di marmo bianco, le cornici, gli stipiti degli usci e le colonne, di
marmo grigiastro. Tavolini, seggiole, letti, mobili, di marmo bianco o grigiastro.
E dappertutto uno strano odore di sale e di pepe.
Aperse un armadio;
piatti con pietanze svariate, e panini e frutta e dolci; ogni cosa però
scolpita in marmo bianco o grigiastro, e con un odore così forte, che la faceva
starnutire.
Spinta dalla fame,
accostò alla bocca una di quelle finte vivande. Stupì; erano proprio di sale e
di pepe. Allora si convinse che l'intero palazzo era fabbricato con massi di
sale ben levigati e con pepe tanto sodamente impastato, da eguagliare il marmo.
Si rammentò della saliera
e della pepaiola da lei versata, quand'era bambina, nella minestra della
vecchia, e disse:
- Questo è il suo
palazzo. Mi castiga così.
E si mise a gridare,
piangendo::
- Vecchina, o vecchina!
Dammi da mangiare, vecchina!
Una voce fioca fioca
rispose da lontano:
- C'è tanta roba costì;
sentirai che sapore!
Costretta dalla
necessità, Piuma-d'-oro prese un panino e una mela e cominciò a
sbocconcellarli. Sapevano proprio di pane e di mela, ma salati e pepati!
E Piuma-d'-oro a
gridare, piangendo:
- Vecchina, o vecchina!
Dammi da bere, vecchina!
La voce fioca fioca
rispose da lontano:
- C'è tanta roba costì;
sentirai che sapore!
Prese una bottiglia e un
bicchiere; l'acqua versata era torbida. Pure, costretta dalla necessità,
Piuma-d'-oro bevve tutto d'un fiato. Oh Dio! Anche l'acqua era salata e pepata.
E così tutti i giorni,
senza veder mai viso di cristiano per quell'immenso palazzo. Fino gli alberi
del giardino e i fiori e l'erbe erano di sale e pepe. E Piuma-d'-oro starnutiva
starnutiva, versando goccioloni di lagrime.
Veniamo, ora al Reuccio
di Portogallo, arrivato per visitare la Reginotta.
Il Re e la Regina gli
dissero, piangendo dirottamente:
- La Reginotta se la
portò via il vento!
Da prima si credette
canzonato; poi, udita la storia di Piuma-d'-oro, disse:
- Vado a cercarla.
- Dove mai?
-In capo al mondo.
Voglio trovarla a ogni costo.
Montò a cavallo e via,
solo solo, domandando dappertutto:
- In grazia, avete visto
passare per aria una bella ragazza trasportata dal vento?
Molti lo presero per
matto, e non gli risposero neppure.
- Ingrazia, avete visto passare
per aria una bella ragazza trasportata dal vento?
- L'abbiamo vista.
Volava, volava; pareva un uccellaccio.
- E per dove?
- Dritto, avanti,
avanti.
Il Reuccio spronò il
cavallo. Incontrò altra gente:
- Di grazia, avete visto
passare per aria una bella ragazza trasportata dal vento?
- L'abbiamo vista.
Volava, volava; pareva un uccellaccio. Poi il vento la spinse in alto, e sparì
fra le nuvole.
A questa notizia il
Reuccio si perdé di coraggio; e stava per tornarsene addietro, quando fra le
macchie scorse un vecchio con la barba bianca, lunga fino ai ginocchi, e con
una zappa in mano.
- Bel cavaliere, Che
cercate da queste parti?
- Cerco la reginotta
Piuma-d'-oro che fu portata via dal vento. In grazia, l'avete vista passare?
- Chiedeva da mangiare
agli uccelli e da bere alle nuvole: ma nuvole e uccelli non le diedero niente,
e continuarono il loro cammino. Chi va, arriva; chi cerca trova. Coraggio, bel
cavaliere!
- E voi chi siete?
- Un povero vecchio.
Dovrei scavare una radica qui, ma non ho forza.
- Datemi la zappa;
scaverò io per voi.
Il Reuccio smontò da
cavallo e si mise a scavare.
Scava, scava, scava, la
radica non veniva fuori.
- Coraggio, bel
cavaliere! Chi cerca trova.
Il vecchio aveva un bel
dire; la radica non veniva fuori.
Il Reuccio grondava di
sudore, si sentiva rotte le braccia.
- Coraggio, bel
cavaliere! Chi cerca trova... Grazie! Eccola qui!
E il vecchio stese la
mano alla radica terrosa
- Vi do questo
fischietto - poi disse. - Se avete bisogno di qualche cosa, sonate e vedrete.
Badate però di non perderlo; non ne trovereste un altro simile per tutti i
tesori del mondo.
Il Reuccio ringraziò, si
mise in tasca il fischietto, rimontò a cavallo e proseguì il viaggio. Pensava
alla Reginotta:
- Se avessi chi potesse
scovarla!
E tratto di tasca il
fischietto, mezzo incredulo, gridò:
- Aquila, aquila
messaggiera, ai miei comandi!
Fischia, ed ecco
l'aquila che scende dall'alto con le grandi ali tese.
- Aquila messaggiera,
va' attorno e recami notizie della mia Reginotta; t'attendo qui.
L'aquila ripartì subito,
e per due giorni non si fece vedere.
Al terzo giorno,
ricomparve con una lettera al becco.
La Reginotta scriveva:
«Sono prigioniera nel
palazzo di sale, e pepe d'una Fata, dove non può entrare anima viva».
Il Reuccio rammentò
allora le parole della vecchia che gli erano state riferite:
Tu col vento ci verrai,
Con la pioggia te
n'andrai.
- Va bene - pensò.
E cavato di tasca il
fischietto:
- Nuvole, nuvole, ai
miei comandi!
Fischia, ed ecco da ogni
parte del cielo montagne di nuvole, che accorrono premurose, gravide di
pioggia.
- Aquila, aquila
messaggiera, ai miei comandi.
Al fischio, anche
l'aquila ricomparve e scese a posarglisi ai piedi.
- Su su, aquila mia!
Portami al palazzo di sale e pepe della Fata; e voi, nuvole, dietro a me!
Inforcò l'aquila, quasi
fosse stata un cavallo; e l'aquila, aperte le ali, lo trasportò in alto, via
pel cielo; essa col Reuccio avanti, e le nuvole dense, gravide di pioggia,
montagne smisurate che oscuravano il sole, dietro a loro, via, via!
La Fata visto dalla
terrazza del suo palazzo quel temporale che si avvicinava, s'accorse del
pericolo; e scatenò il libeccio che teneva chiuso in una stanza.
Il vento incontrò
l'aquila e le nuvole a mezza strada, e col suo gran soffio non li faceva
avanzare. La lotta durava da più ore, senza che l'aquila e le nuvole avessero
potuto guadagnare un palmo di spazio. Il libeccio, invece di stancarsi a
soffiare, prendeva anzi maggior forza.
- Aspetta un po' - disse
il Reuccio.
Cavò di tasca il
fischietto:
- Tramontana,
tramontana, ai miei ordini!
Fischiò; e subito si
levò una tramontana furiosa, che soffiando di dietro, spinse in avanti aquila e
nuvole con violenza. In pochi istanti, tutti furono sul palazzo di sale e pepe
della Fata, e si fermarono.
- Vento, chétati. Nuvole
scioglietevi in pioggia!
Il Reuccio tornò a
fischiare. Parve si aprissero a un tratto le
cateratte del cielo; e
intanto che la pioggia veniva giù a torrenti, il palazzo di sale e pepe si
andava squagliando; e giù per le gole della montagna precipitavano torbidi
fiumi di sale e pepe liquefatti, che correvano verso il mare.
Piovve così sette giorni
e sette notti, finché del palazzo della Fata non rimase vestigio. La Fata era
sparita lasciando la Reginotta aggrappata a un masso, dopo averle ripetuto
all'orecchio:
- Tu col vento ci
verrai,
con la pioggia te
n'andrai.
Il Reuccio, montato
sull'aquila, voleva prendere con sé Piuma-d'-oro. Ma che! A furia di mangiare
sale e pepe, ella aveva riacquistato il suo peso, e l'aquila non poteva
reggerli addosso tutti e due.
- Grazie, aquila forte.
Scese a terra, e lasciò
l'aquila in libertà.
La Reginotta,
dall'allegrezza, non riusciva a dire neppure una parola. Il Reuccio intanto,
cavato di tasca il fischietto:
- Cavalli, cavalli
bardati, ai miei comandi!
Fischia, e due magnifici
cavalli bardati sbucano di sottoterra davanti a loro, scalpitanti. Egli stava
per rimettersi il fischietto in tasca; ma rieccoti il vecchio dalla barba
bianca, lunga fino alle ginocchia, che gli aveva fatto quel regalo:
- Reuccio, il fischietto
non vi serve più; rendetemelo, e Dio vi accompagni fino a casa.
Il Reuccio veramente
voleva trattenerselo; era così comodo!
- Provate - soggiunse il
vecchio; - in mano vostra non fischia più.
Infatti non fischiava
più. E il Reuccio glielo rese:
- Grazie di nuovo, buon
vecchio.
Dopo un mese di viaggio,
Reuccio e Reginotta arrivarono sani e salvi ai palazzo reale.
Si sposarono con grandi
feste e vissero felici e contenti. La Reginotta però, a ricordo della sua
cattiveria di bambina, fece voto di non mangiare mai più né pepe né sale in
vita sua.
E così finisce la storia
di Piuma-d'-oro.
C'era una volta due
poveri contadini, marito e moglie, che campavano stentatamente, lavorando da
mattina a sera. L'omo andava a giornata, la donna faceva dei servizietti alle
vicine.
Abitavano una casetta
affumicata a pianterreno, e avevano appena un misero lettuccio e pochi altri
mobili. Pure non si lamentavano mai. Andavano a dormire di buon'ora, e la
mattina, prima dell'alba, erano all'erta.
Una notte si sentono
svegliare dal canto di un grillo. Trilla, trilla, trilla; non la finiva più.
L'omo, stizzito, accende
la candela e salta giù dal letto.
- Che vuoi fare, marito
mio?
- Ammazzare questo
grillaccio.
- Lascialo stare; è
creatura di Dio.
Il grillo, veduto il
lume, taceva.
Quell'omo torna a letto,
spegne la candela e chiude gli occhi per addormentarsi.
Il grillo riprese il
canto. Trilla, trilla, trilla, non la finiva più.
- Non vuoi chetarti? Ora
ti accoppo.
Riaccese la candela,
saltò giù dal letto e si mise a frugare in tutti gli angoli.
- Dove ti sei ficcato,
grillaccio?
E il grillo:
- Trih! Trih! Trih!
Colui si volta e corre
verso il lato donde il trillo veniva.
- Dove ti sei ficcato,
grillaccio?
E il grillo, dall'angolo
opposto:
- Trih! Trih! Trih!
Pareva lo canzonasse.
Quella nottata marito e
moglie non chiusero occhio.
- Cerca tu il grillo e
ammazzalo - disse l'omo. - Se la notte ventura ricomincia, me la prendo con te.
Il marito era manesco, e
la donna, appena egli andò via, si mise a cercare attentamente, per non essere
picchiata. Cerca qua, cerca là, non ci fu verso di trovar niente.
- Forse, sarà volato
fuori dall'uscio.
Si tranquillò. Ma la
notte appresso, ecco di bel nuovo il grillo:
- Trih! Trih! Trih!
Non la finiva più.
- Ah, marito mio! Ho
frugato in tutti i posti e in tutti i buchi e non mi è riuscito di trovarlo.
- Cercherai meglio
domani. Intanto, prendi queste!
Afferrato un legno,
stava per legnare la moglie:
- Se tu picchi, picchio
anch'io.
- Ripetilo un'altra
volta! - urlò il marito.
- Non l'ho detto io,
marito mio!
Il marito rimase. In
camera non c'era nessun altri all'infuori di loro due. Parlava dunque il
grillo?
- Creatura di Dio, che
chiedi da noi? - disse la donna.
- Non chiedo nulla.
- Che fai qui dentro?
- Guardo il tesoro,
A queste parole, l'omo
accennò alla moglie di state zitta. Si rimise a letto e spense la candela. Il
grillo subito subito:
- Trih! Trih! Trih!
Lo lasciarono cantate in
pace fino all'alba.
Appena fatto giorno, il
contadino, invece di andate a lavorare in campagna, prese la zappa e cominciò a
scavate il suolo della cameretta, dove non c'erano neppure mattoni.
Scavò fino a sera, ma
trovò soltanto sassi, cocci e terriccio. Aveva perduto la giornata, senza
conchiuder nulla.
- Grillaccio bugiardo!
Se questa notte ricominci, t'accoppo.
Si misero a letto e
spensero il lume.
- Trih ! Trih! Trih !
- Che vuoi fare, marito
mio?
- Ammazzate questo
grillaccio.
- Attendi un po'.
Creatura di Dio, che chiedi da noi?
- Non chiedo nulla.
- Che sei venuto a fate
qui dentro?
- Lasciami cantate tutta
la nottata; domani te lo dirò.
E Trih! Trih! Trih! Non
smise fino all'alba.
L'omo partì per la
campagna. Rimasta sola, la povera donna cominciò a tremate dalla paura.
- Creatura di Dio, che
vuoi da me?
- Prendimi e mangiami;
vedrai.
Ella aveva schifo di
mangiate un grillo; ma sentendo che esso insisteva: - Mangiami, e vedrai! - si
fece coraggio. Lo prese per le punte delle ali, se lo mise in bocca e masticò.
Quel grillo era di un sapore squisito. Avesse avuto davanti un piatto intero di
grilli, la donna lo avrebbe ripulito in quattro bocconi.
La sera, il marito tornò
dai campi:
- Che ti ha detto il
grillo?
- Mi ha detto: Mangiami
e vedrai! E l'ho mangiato.
- Almeno non lo
sentiremo cantar più!
Non fu così. Di tanto
intanto, la notte, dai corpo della povera donna, si sentiva: Trih! Trih! Trih!
E ora non c'era verso di ammazzare il grillo; bisognava prima ammazzare lei.
Nove mesi dopo, la donna
partorì e fece un bel bambino, il quale, appena nato, invece di piangere, si
mise a trillare quasi fosse stato un grillo davvero.
- Che nome gli daremo?
Il nome lo porta con sé;
chiamiamolo: Grillo.
Grillino, sin dai primi
mesi, fu la disperazione della sua mamma. Saltava dalla culla, dal letto, dalle
braccia di lei come un grillo a dirittura.
- Grillino, ti farai
male! Ti accadrà qualche disgrazia.
E Grillino:
- Trih! Trih! Trih!
Non sapeva ancora
parlare, e rispondeva a quel modo.
Quando crebbe fu peggio.
Per un nonnulla picchiava i ragazzi che facevano il chiasso con lui, e poi
spiccava un salto sul tetto d'una casa, in cima a un albero, dove nessuno
poteva raggiungerlo. E di lassù canzonava i compagni:
- Trih! Trih! Trih!
Era il suo verso.
Suo padre scoteva la
testa a queste, prodezze:
- Grillo è nato e grillo
morrà.
La mamma cercava di
prenderlo con le buone; se la gente veniva ad accusarglielo:
- Grillino, Grillino,
non far dispiacere alla tua mammina.
- Trih! Trih! Trih! Lasciateli
dire.
Finalmente Grillino ne
fece una molto grossa.
Passava la carrozza
reale con dentro il Re, la Regina e la Reginotta. Che fa egli? Spicca un salto
sul cielo della carrozza e:
- Trih! Trih! Trih!
I cavalli si spaventano,
prendono la mano del cocchiere e via a rotta di collo, nitrendo e sparando
coppie di calci, fra le strida e gli urli di tutti. Grillino intanto, con le
gambe larghe e le braccia aperte, pareva incollato sul cielo e rideva, rideva o
riprendeva a trillare.
Quando gli parve, spiccò
un salto e giù. Cavalli e carrozza si fermarono a un tratto. Questa volta però
Grillino non fece a tempo per scappare. I soldati che seguivano a cavallo la
carrozza del Re e che le erano corsi dietro di galoppo, furono più lesti di
lui; lo afferrarono, lo ammanettarono e lo condussero in prigione.
- Ah, Grillino,
Grillino! Te l'avevo predetto: T'accadrà qualche disgrazia!
- Mammina, state
allegra; non è niente.
Suo padre, scotendo il
capo:
- Grillo è nato e grillo
morrà!
In prigione, Grillino
non sapendo come spassarsi, si divertiva al suo solito, trillando da mattina a
sera.
La sua prigione si
trovava proprio sotto le stanze del Re, e quel trillo gli rompeva il capo.
- Per ordine di Sua
Maestà, Grillino, sta' zitto!
A chi dicevano? Al muro?
- Trih ! Trih! Trih!
Il Re, infuriato,
ordinò:
- Tagliategli la testa!
La Reginotta, udito che
le guardie andavano alla prigione per mozzare la testa a Grillino, corse a
gettarsi al piedi del Re:
- Maestà; se fate
ammazzare Grillino, mi accade una gran disgrazia!
- Chi te l'ha detto?
- Una voce dal fondo del
cuore. Grazia, Maestà!
- E se non si cheta?
- Glielo dirò io; si
cheterà.
La Reginotta andò lei in
persona alla prigione.
Le guardie già avevano
legato Grillino, con le mani al dorso, e stavano per farlo inginocchiare
bendato, davanti al ceppo su cui dovevano mozzargli la testa.
- Grazia di Sua Maestà!
Tu, Grillino, intanto devi promettermi di stare zitto.
- Non posso, Reginotta. Trih! Trih! Trih!
- Grillino, Grillino,
fallo per amor mio!
Grillino questa volta si
mise a cantare:
- Grillo, Grillino,
Se non gli dà la figlia
il suo sovrano,
Notte e giorno trih!
trih! Grillo, Gr!li!no!
Come? Voleva sposare la
Reginotta? O ch'era ammattito? La Reginotta la prese in ridere e disse al Re:
- Maestà, Grillino è
pazzo. Vuole sposarmi. Canta:
Se non gli dà la figlia
il suo sovrano,
Notte e giorno trih!
trih! Grillo, Gr!li!no!
Il Re però non la prese
in burla:
- Ecco come gli darò la
figlia! Mozzategli la testa.
Le preghiere della
Reginotta non valsero più. Le guardie tornarono a legar Grillino con te mani al
dorso e lo fecero inginocchiare bendato, davanti al ceppo:
- Grillino, raccomandati
a Dio!
- Trih! Trih! Trih!
Il boia alzò la scure e
diè il colpo.
La scure rimbalzò, col
taglio acciaccato, quasi il collo di Grillino fosse stato di bronzo.
A questo portento, boia
e guardie, atterriti, scapparono a gambe, e non pensarono neppure a chiudere la
prigione.
Grillino, in un lampo,
sciolto e sbendato, diè un paio di salti e fu all'aria aperta. Un altro salto e
montò sul tetto del palazzo reale, proprio dov'erano le stanze del Re e subito:
- Trih! Trih! Trih!
Non la finiva più!
Il Re aveva fatto il
Capo come un cestone con quel trih! trih! maledetto. Ma che fare? Come
riprendere Grillino che saltava di qua e di là, da quel grillo che era?
Nel palazzo reale non si
dormiva più da una settimana; tutti avevano perduto la testa; parevano tanti
matti:
- Accidempoli a
Grillino!
Quella vitaccia non
poteva durare. Il Re venne a patti:
- Grillino, ti dò un
tesoro!
- Ce l'ho, Maestà.
- Grillino, ti faccio
barone.
- Sono qualcosa di più,
Maestà.
- Che tu sei?
- Sono Reuccio.
Il Re stupì.
- E dov'è la tua corona?
- Sotto il letto di mia
madre.
Il Re mandò a cercare
nella casetta affumicata sotto il letto della povera donna, per vedere se era
vero.
- Maestà, sotto il letto
c'era un cesto con de' cenci.
- Hai sentito? - disse
il Re.
- Non hanno saputo
cercare.
Il Re mandò di nuovo, e
mandò i Ministri perché cercassero meglio.
- Maestà, sotto il letto
c'era un paio di ciabatte.
- Hai sentito Grillino?
- Non hanno saputo
cercare.
E giorno e notte sul
tetto del palazzo reale:
- Trih! Trih! Trih! Accidempoli
a Grillino!
Accorse sua madre:
- Grillino, Grillino,
sta' zitto! Vieni giù!
Suo padre scoteva la
testa:
- Grillo è nato e grillo
morrà!
E se n'andò in campagna
pei fatti suoi.
I Ministri dissero:
- Maestà, non c'è verso;
bisogna dargli la Reginotta.
Il Re piegò il capo:
- Figliuola mia; bisogna
che tu sposi Grillino.
Quando riferirono a
Grillino che il Re gli avrebbe dato la Reginotta, egli rispose con una
spallucciata:
- La volevo e non me la
diedero: ora me la danno e non la voglio io.
Due salti e sparì.
La Reginotta s'ammalò.
Il Re e la Regina le domandavano:
- Che ti senti,
figliuola?
- Ho male al cuore. Se
non sposo Grillino, muoio.
Intanto, di Grillino
nessuna notizia. Chi l'aveva sentito trillare in un posto, chi in un altro; ma
nessuno l'aveva veduto. Il trillo però era quello di lui; si riconosceva.
Guardie e soldati andavano attorno per tutto il regno, chiamando:
- Grillino! 0 Grillino!
Lontano, lontano,
sentivano:
- Trih! Trih! Trih!
- È su quella montagna.
E accorrevano. Arrivati
lassù, il trillo si sentiva nella pianura lontano, lontano:
- È laggiù!
E scendevano a corsa.
Arrivati nella pianura, il trillo si sentiva tra i boschi, lontano lontano.
Guardie, soldati, dal gran camminare, erano spedati, non ne potevano più.
La Reginotta diventata
una larva, col fiato ai denti disse:
- Maestà, vado io!
Lasciatemi andar sola.
E prima andò nella
casetta affumicata dei genitori di Grillino.
- Buona donna, dov'è la
corona di Grillino?
E a un tratto s'intese:
- Trih! Trih! È sotto il
letto. Reginotta, scavate.
La Reginotta, trovata
una zappa in un canto, si mise a scavare. La corona non veniva fuori.
- Grillino, sono stanca!
Ho le braccia rotte.
- Trih! Trih! Reginotta,
scavate.
La povera Reginotta
riprese. Scava, scava, scava, la corona non veniva fuori.
- Grillino, sono stanca!
Mi sento morire!
- Trih! Trih! Trih! Reginotta,
scavate!
La Reginotta, sfinita,
si buttò per terra:
- Mi sento mancare!
E morì.
Grillino comparve; e
vista la Reginotta senza vita, si mise a piangere.
- Trih! Trih! Trih! Ah,
Reginotta mia! La mala sorte volle così! Trih! Trih! Trih!
Prese in mano la zappa,
diè due soli colpi, e venne fuori la corona reale; sotto di essa, un tesoro non
mai visto: abbacinava a guardarlo.
- Babbo, mamma, questo è
vostro. Ora piangete Grillino.
E si stese come morto
per terra. Babbo e mamma lo piangevano:
- Grillino bello mio!
Figlio, Grillino!
Intanto il corpo di
Grillino si raccorciava, si raccorciava.
- Grillino bello mio! Figlio,
Grillino!
Il lamento dei genitori
si sentiva per tutta la via. E il corpo di Grillino continuava a raggrinzarsi,
a raggrinzarsi; non pareva più di uomo. Infatti a poco a poco egli era già
ridiventato grillo nero, con le gambine esili, e le ali.
- Addio, mamma! Addio,
babbo!
Un salto, e via per
l'uscio:
- Trih! Trih! Trih!
Grillo era nato e grillo
era morto.
E noi restiamo col
mantello corto.
C'era una volta una
bambina, figlia d'un calzolaio. La madre, cullandola, le cantava sempre:
- Dormi, figlia Regina!
Dormi, il Reuccio
arriva!
Il marito, battendo le
suole le faceva il verso, per ridere:
Dormi, il Reuccio
arriva!
Dormi, figlia Regina!
La madre, dopo pochi
mesi, morì e il calzolaio riprese subito moglie. Da prima, parve che la
matrigna volesse bene alla figliastra. Spesso, accarezzandola, le diceva:
- Ora ti faccio un
fratellino.
- Fratellini non ne
voglio.
- Perché?
- Perché...
Passò un anno. Vedendo
che non c'era nessuna speranza di avere un figliuolo, la matrigna,
indispettita, cominciò a prendersela con la bambina. La maltrattava senza
ragione, la picchiava, le faceva patire la fame. Il suo babbo le voleva bene,
ma si lasciava menare pel naso da quella donna.
- Babbo, vostra moglie
m'ha picchiato!
- Perché non la chiami
mamma? Chiamala mamma.
- La mia mamma non è più
qui.
- Allora, fa bene a
picchiarti, figlia Regina!
Soleva dirle così.
Una volta la poverina
era stata lasciata languire di fame un'intera giornata, e la matrigna voleva
che le stesse davanti, a guardarla, mentre mangiava a due palmenti.
- Ogni boccone, uno
stranguglione! - borbottò la bambina.
- Figlia di tua madre,
via di qua! Non ti voglio più tra' piedi. Via di qua!
E, a pugni e a pedate,
la cacciò fuori di casa.
Il marito era andato a
consegnare un paio di stivali a un avventore. Tornato in bottega, domandò:
- Dov'è la bambina?
- A fare il chiasso, la
fannullona!
Viene la notte, e la
bambina non si vede.
- Oh Dio! Le sarà
accaduto un malanno! Vado a cercarla.
- A quest'ora? Lasciamo
socchiuso l'uscio di casa. Quando torna, se ne va a letto.
II calzolaio, che faceva
sempre la volontà della moglie, non insistette. La mattina però, levatosi per
tempo, il suo primo pensiero fu per la bambina.
Il letto era ancora
intatto, e l'uscio socchiuso.
- Ah, figliolina mia!
Dove sarà mai? Vado a cercarla.
- Vuoi perdere la
giornata? - disse quella donnaccia - Tu resta a lavorare; vado io. Vedi com'è
cattiva! Se la trovo, la picchio di santa ragione.
E uscì fuori.
- Vicine, avete visto
quella bambina?
- Ieri andava di corsa
laggiù laggiù. Domandatene più in là.
- Comari, avete visto
ieri una bambina che correva?
- Andava di corsa laggiù
laggiù. Domandatene più in là.
- Buona nonna, ieri
avete visto passare una bambina?
- Che bambina o bambino?
Non ho visto anima viva!
- Perché rispondete con
quella vociaccia e quel visaccio, brutta strega? Vi ho detto forse qualcosa di
male?
- Il male non l'hai
detto, ma l'hai fatto. Tieni!
E le buttò addosso un
catino d'acqua.
Di donna che era, la
matrigna diventò lupa; ma lei non se n'accorgeva. Credeva di parlare e
abbaiava.
La gente fuggiva al solo
vederla comparire.
Torna a casa e infila
l'uscio. Il marito spaventato, comincia a tirarle addosso forme, gambali, tutto
quel che gli capita sotto mano; poi, afferra un bastone, e giù colpi da orbo.
- Sono io, marito mio!
Sono io, marito mio!
Credeva di parlare e
abbaiava. Colui, che la vedeva in forma di lupa con tanto di bocca spalancata,
aveva paura d'esser morsicato; e perciò dava botte che rompevano le ossa.
La donna, vista la mala
parata, scappò a gambe levate.
Per le vie, la gente le
correva appresso con pali, forconi, spiedi e armi d'ogni sorta.
- Dàgli! Dàgli alla
lupa! Dàgli!
Tornarono addietro
soltanto quando la perdettero di vista. S'era rifugiata in una tana.
E la bambina? Messasi a
camminare sempre diritto davanti a sé, giunse all'aperta campagna. Incontrò una
vecchietta.
- Bambina, perché
piangi? Dove vai?
- La matrigna mi ha
scacciata di casa a pugni e a pedate. Vo dove mi portano i piedi; lasciatemi
andare!
- Se t'incontrano i
lupi, ti sbranano.
- La mia matrigna è
assai peggio dei lupi; lasciatemi andare.
- Dormi con me questa
notte; domani all'alba andrai via.
La buona vecchietta la
fece entrare in casa, le diè da mangiare e da bere, e la mise a letto.
La mattina, prima che
partisse, le regalò un anellino:
- Tienlo sempre in dito;
sarà la tua fortuna. Quando ti trovi in qualche pericolo, di': «Anellino,
aiutami tu!». Ti aiuterà.
La vecchia era una Fata,
e l'anellino era fatato.
Poco dopo sopraggiunse
la matrigna. La Fata le buttò addosso il catino d'acqua e la cambiò in lupa.
Cammina, cammina, cammina, la povera bambina si smarrì in mezzo a un bosco.
Cominciava a farsi buio, e non si vedeva faccia di cristiano.
Dattorno, si sentivano
intanto gli urli delle bestie feroci.
- Ora mi mangiano viva!
La poverina piangeva,
col viso tra le mani, seduta per terra.
Tutt'a un tratto, ecco
un calpestìo tra le macchie li accosto, e un fiuto forte forte:
- Uh! Uh! Uh! Oh,
che buon odore! Uh! Uh! Uh! Oh, che buon Odore di carne umana!.
Nel buio s'intravvedeva
una forma di persona che andava fiutando forte forte tra le erbe e le macchie:
- Oh, che buon odore!
Uh! Uh!
La poverina, le si
accapponava la pelle. Si rannicchiò, dicendo sottovoce:
- Anellino, aiutami tu!
E trattenne il fiato.
Quella forma nera nera le si aggirava dattorno fiutando:
- La sento e non la
trovo! Uh! Uh!
Frugava rabbiosamente
tra le macchie e le erbe, e tornava a fiutare. Una volta la bambina si sentì
quel fiato grosso proprio su la faccia, e le si gelò il sangue per la paura.
- Anellino, aiutami tu!
·
- La sento e non la
trovo! È andata via; ha lasciato qui l'odore soltanto.
E il calpestìo si
allontanò tra le macchie e gli alberi folti.
Fatto giorno, la bambina
si rimise in cammino.
- Ho fame, anellino;
aiutami tu!
Guarda davanti a sé e
scorge su l'erba una fetta di pane e un po' di cacio. Mangia, beve a una fonte
e seguita a camminare. Cammina, cammina, cammina, escì finalmente fuori dal
bosco e si sentì allargare il cuore.
La campagna era tutta
verde; fiori di qua, fiori di là al due lati della strada, e in fondo una villa
in cima a una collinetta, che pareva un giardino. Fatti pochi passi, vede sopra
un albero un grand'uccello con le piume di mille colori.
- Uccello, è questa la
strada che mena lassù?
- Sì, è questa.
Là finisce ogni dolore,
Chi ci campa non ci
muore.
- Che vuol dire?
- Va' e vedrai.
Più avanti incontra una
scimmia che saltava da un albero all'altro. Un po' impaurita, domandò:
- È questa la strada che
mena lassù?
Sì, è questa.
Là finisce ogni dolore,
Chi ci campa non ci
muore.
- Che vuol dire?
- Va' e vedrai.
Davanti il cancello
della villa, trovò una bella signora vestita di seta e d'oro con collane,
braccialetti, anelli d'oro e di diamanti: un bagliore.
- Ben venuta, bambina!
T'aspettavo.
- Mi conoscete?
- Ti conosco,
E nel baciarla, la
tastava tutta.
- Che carni fresche! Che
bel boccone! Vieni, vieni: questa è casa tua.
E si leccava le labbra
con la lingua. La bambina entrò in sospetto:
- Perché dice: Che bel
boccone? Anellino, aiutami tu!
E che si vide dinanzi?
Invece della bella signora una brutta megera, con naso ricurvo che toccava il
mento e per capelli tanti serpenti che si agitavano aggrovigliandosi,
battendole sulle spalle, avvolgendosele attorno al collo. Serpenti per
braccialetti, serpentelli alle dita a mo' d'anelli: e non più la veste di seta
e ricami d'oro, ma di strane pelli di bestie selvagge.
Intanto ella si trovava
già dentro, e colei aveva subito chiuso l'uscio a chiavistello.
Era una Mammadraga, che
si nutriva di bambini.
Figuriamoci che cuore
fece la poverina a quella vista!
- Anellino, aiutami tu!
- Uh! Uh! Che buon
odore!
La Mammadraga la fiutava
tutta, ma non poteva toccarla per via dell'anellino e dalla rabbia si mordeva
le labbra.
- Che ci hai addosso?
Fammi vedere. Perché nascondi le mani?
La bambina, tremante, le
mostrò le mani.
- Oh, che brutto anello!
È di rame. Te ne darò uno d'oro.
- Questo mi piace e mi
basta.
La Mammadraga le voltò
le spalle e la lasciò sola.
Di fuori, il palazzo
della Mammadraga era bellissimo; dentro però una spelonca, con le pareti e le
vòlte tutte affumicate, e un puzzo di carne bruciacchiata che ammorbava. E su
per le seggiole gatti neri che facevano le fusa, e per terra rospi che
saltellavano; e sui massi sporgenti, gufi appollaiati con gli occhioni
luccicanti e il becco insanguinato.
- Anellino, aiutami tu!
La bambina,
rabbrividita, si mise a girare per tutte quelle grotte affumicate, sperando di
trovare una buca donde scappare. In fondo c'era un uscio, dietro cui si
sentivano voci allegre di bambini che facevano chiasso. Picchiò e l'uscio
s'aperse da sé.
Ogni notte la Mammadraga
andava a rubar bambini per farsi la provvista, e li teneva chiusi lì a fine
d'ingrassarli e averli più saporiti quando doveva mangiarseli.
I bambini che non
sapevano nulla, facevano il chiasso. Ogni giorno ne arrivava uno, due, talvolta
tre e ne mancava sempre uno.
Appena videro la
bambina, le furono attorno:
- Come ti chiami?
- Caterina.
- Facciamo il chiasso!
Fa' il chiasso con noi!
- Ah, poveretti! La
Mammadraga ci mangerà!
I bambini si misero a
strillare e si attaccarono ai panni di lei.
- Quando viene qui la
Mammadraga, teniamoci forte per le mani. L'anellino ci aiuterà.
Infatti, a mezzogiorno,
entrò la Mammadraga per scegliere il bambino da divorarsi a pranzo.
- Bambino, vieni con me;
ti porto dalla tua mamma.
- Anellino, aiutaci tu!
E, presi per mano, si
strinsero tutti attorno a Caterina.
La Mammadraga dalla
rabbia si mordeva le labbra, si storceva le dita.
- Scellerata, sei tu!
Vuoi farmi morire di fame!
Ma non poteva toccarla,
per via dell'anellino. E andò via, con la spuma alla bocca, minacciando.
L'anellino faceva miracoli.
- Anellino, abbiamo
fame, aiutaci tu!
E avevano subito da
mangiare.
- Anellino, vogliamo dei
balocchi! Aiutaci tu!
E avevano subito dei
balocchi.
- Anellino, vogliamo dei
dolci! Aiutaci tu!
E avevano dolci d'ogni
sorta. Ora che erano avvisati, appena entrava la Mammadraga, si prendevano per
la mano e si afferravano ai panni della bambina.
- Scellerata, sei tu!
Vuoi farmi morire di fame!
E la Mammadraga andava via,
con la spuma alla bocca, minacciando. Scappare però non potevano. Una mattina,
la Mammadraga tornò alla sua spelonca, seguita da una lupa e la mise di guardia
all'uscio della grotta dov'erano chiusi i bambini.
Era la matrigna di
Caterina. La lupa la riconobbe, e disse alla Mammadraga:
- Volete l'anellino?
Lasciate fare a me!
- Caterina, che ignorava
quella trasformazione, veniva spesso davanti l'uscio a pregarla:
- Lupa, lupetta,
lasciaci scappare!
- Che mi dài?
- Una bella tana e
pecore e polli per pasto.
- Me li procuro da me.
- Lupa, lupetta,
lasciaci scappare!
- Che mi dà!?
- Quel che tu vuoi.
- Quell'anellino.
- Questo no.
- Allora restate tutti a
morire lì.
Così passarono molti
mesi.
Una notte la bambina si
mise a chiamare:
- Vecchina mia, dove tu
sei?
- Eccomi.
- La lupa vuole
quest'anellino per lasciarci scappare.
- Dalle quest'altro.
Le spiegò come doveva
fare e disparve.
La mattina:
- Lupa, lupetta,
lasciaci scappare!
- Che mi dà!?
- Quel che tu vuoi.
- Quell'anellino.
Gli altri bambini
s'erano già presi per la mano e si tenevano attaccati forte ai panni della
compagna.
- Tieni qui - disse
Caterina.
La lupa stese la zampa e
la bambina le infilò l'altro anellino in un dito.
E che accadde?
Caterina diventò lupa
lei, e tutti gli altri bambini tanti lupacchiotti, l'uno con la coda dell'altro
fra i denti; il primo teneva fra i denti la coda di Caterina.
La lupa invece ridivenne
donna, e la bambina, lupa com'era, riconobbe in lei la matrigna.
- Scellerata, che m'hai
fatto! Ora la Mammadraga mi mangerà!
E andò a rannicchiarsi
nell'angolo più oscuro della grotta.
Venne la Mammadraga:
- Lupa, e questi
lupacchiotti?
- Sono miei figli; li ho
partoriti stanotte.
- E i bambini?
- Se li è divorati
quella lì.
La Mammadraga si slanciò
addosso alla donna e ne fece quattro bocconi. Intanto lupa e lupacchiotti
stavano per scappar via. Si udi un urlo:
- È carne avvelenata!
Muoio! Muoio!
Si voltarono e videro la
Mammadraga che si rotolava per terra e dava gli ultimi tratti.
- Anellino, aiutaci tu!
Ridiventati bambini, si
presero allegramente per le mani e fecero un ballo attorno la Mammadraga morta,
saltando e cantando:
- Qua finisce ogni
dolore!
Chi ci campa non ci
muore.
Chi c'è morto, torni in
vita.
Mammadraga l'è finita!
Andarono a guardare
nella grotta accanto, dov'erano ammonticchiate tutte le ossa dei bambini che la
Mammadraga s'era spolpati e videro un brulichio di ossa che si ricercavano, si
riunivano, si vestivano di carne, ridiventavano bambini vivi.
Chi c'è morto torna in
vita,
Mammadraga l'è finita!
- Andate via, io debbo
restar qui - disse Caterina. - Quest'anellino vi condurrà fino a casa. Anellino
aiutaci tu! E vi aiuterà.
Si vide uscire dalla
spelonca una fila di bambini presi per mano: pareva una processione che non
finiva più. I primi erano lontani un miglio, e gli ultimi appena a pochi passi
dalla spelonca. E, andavano via cantando:
- Mammadraga l'è finita!
Mammadraga l'è finita!
Partiti loro, la bambina
stette ad aspettare. La Fata le aveva detto quel che sarebbe avvenuto.
A un tratto, gran
rumore, quasi la spelonca crollasse.
Invece la spelonca
diventava un palazzo così magnifico, che lo stesso palazzo del Re era niente al
paragone.
Venne l'uccello dalle
piume di mille colori.
- Padrona, comandate.
Ora la padrona siete voi.
Venne la scimmia,
saltellando, facendo mosse buffe:
- Padrona, comandate.
Ora la padrona siete voi.
E Caterina veniva
servita come una Reginotta.
Passarono parecchi anni.
Ella si era già fatta una bella ragazza; ma, sola sola, in quel palazzo cominciava
ad annoiarsi.
La Fata le aveva detto:
- Devi attendere il
Reuccio di Francia. Se non vien lui, non puoi uscire di qui.
E attendeva, stando alla
finestra, guardando lontano tutti i giorni, se mai il Reuccio arrivasse. Una
mattina, ecco un uomo laggiù che prendeva la strada della collina:
- Sarà il Reuccio.
Indossò i più begli
abiti, si ornò delle gioie più brillanti, e gli andò incontro in cima alla
scala. Invece era un povero vecchio.
Saliva gli scalini a
stento, appoggiato a un bastone.
- Chi siete? Dove
andate?
- Vo pel mondo in cerca
della mia figliuola. L'ho perduta da tant'anni!
Lei finse di non
riconoscere suo padre, ma dalla contentezza, aveva le lagrime agli occhi.
- Mangiate, bevete, e
riposatevi. La vostra figliuola non è lontana di qui.
- Come lo, sapete,
signora mia?
- Lo so.
Il giorno dopo, il
vecchio si apprestava a partire.
- Non vo' chiudere
quest'occhi, prima di ritrovare la mia figliuola.
- È qui vicina. L'ho
mandata a chiamare. Mangiate intanto, bevete; vi servo a tavola io stessa.
Poteva mai immaginare
che la sua figliuola avesse quel palazzo e fosse così straricca?
Finalmente, una sera,
ecco squilli di trombe e scalpitio di cavalli. Il Reuccio di Francia arrivava
col séguito. Si trovava a caccia in quei dintorni, e visto il palazzo in cima
alla collina, aveva pensato di chiedere ospitalità per quella notte. Il Reuccio
era di malumore. Una zingara gli aveva predetto:
- Sposerete la figlia
d'un calzolaio!
- Ti si secchi la
lingua!
E, per distrarsi del
brutto presagio, andava a caccia tutti i giorni. Vedendo quella bella giovane,
rimase sbalordito.
- Principessa, vi
saluto.
- Non sono principessa,
Reuccio.
- Che cosa siete?
- Quel che vuole il
Reuccio.
- La mia Reginotta, qua
la mano.
- Di là c'è mio padre;
chiedete il suo consenso.
Trovatosi a faccia a
faccia con quel misero vecchio, il Reuccio si credette burlato. Pure, per
curiosità, gli domandò:
- Siete voi il padre di
Caterina?
- Sono io.
- Io sono il Reuccio di
Francia e voglio sposarla.
- Reuccio, non sta bene
farsi beffa d'un povero vecchio! Mia figlia è perduta e non so dove sia. La
cerco invano da tant'anni.
- Che commedia è questa!
- esclamò il Reuccio, sdegnato.
Entrò Caterina:
- Dite, buon vecchio:
dopo tant'anni come riconoscereste la figliuola?
- Ha tre nèi sotto la
nuca.
- Come questi qui?
E si chinò per farglieli
vedere.
- Ah! Figliuola mia!
Figliuola mia!
Si gettarono, piangendo,
l'uno tra le braccia dell'altra. Il Reuccio, tutto contento, disse al vecchio:
- Ora manca soltanto il
vostro consenso.
- E sposereste la figliuola
d'un calzolaio?
Il Reuccio stupì! La
zingara aveva predetto il vero.
La giovane però era così
bella che non c'era Reginotta al mondo da starle a paro.
Il calzolaio diventò
Principe, e sua figlia Reginotta.
Dormi, figlia Regina!
Dormi, il Reuccio arrivai
Ed era arrivato davvero!
Fiaba detta, fiaba
scritta,
A chi va storta, a chi
va diritta.
C'era una volta un Re
che aveva un vocione così grosso e forte, da poter essere udito benissimo fino
a dieci miglia lontano. Quando parlava, pareva tuonasse; e per ciò gli avevano
appiccicato il nomignolo di re Tuono.
I Ministri e le persone
di corte, dovendo praticare con lui tutti i giorni, diventavano sordi in poco
tempo; ed era una disperazione. La povera gente che andava a chiedere giustizia
ci rimetteva un polmone per farsi sentire, e spesso spesso non riusciva. Gli
affari correvano a rotta di collo; la gente non ne poteva più.
Ma, come dire al Re:
- Maestà, siete voi che
fate assordire i Ministri?
Il Re credeva di parlare
con lo stesso tono di voce di tutti gli altri; e quando i Ministri, diventati
sordi, non udivano più neppure lui, ci s'arrabbiava, e li mandava via a calci,
facendoli ruzzolare per le scale del palazzo reale.
Nei primi giorni, coi
nuovi Ministri le cose andavano benino. Parlando con loro però, il Re
s'accorgeva ch'essi, di tanto in tanto, portavano le mani, agli orecchi per
tapparseli.
- Che è mai? -
domandava. - Strillo forse come un maleducato, come un carrettiere?
- No, Maestà -
rispondevano impauriti. - Soffriamo di gattoni
I nuovi Ministri
soffrivano sempre di gattoni per iscusa. Il Re non si capacitava di questa
malattia così comune a tutti i suoi nuovi Ministri. E, alla fine, aveva pensato
di rimediare, dandoli anticipatamente in cura ai medici di palazzo. I medici li
martoriavano di cataplasmi, ventose, salassi e altri malanni; e coloro, per
l'ambizione di salire alto e avere le mani in pasta, sopportavano zitti ogni
tormento.
Il Re andava a
visitarli, e alzando la voce pel dubbio che quella malattia degli orecchi non
li facesse sentire bene, domandava:
- Come state? Come
state?
Figuratevi che tuoni,
con quell'alzata di voce! Il palazzo reale ne tremava.
- Bene, Maestà!
Benissimo, Maestà!
E stavano bene davvero,
perché erano già mezz'assorditi.
Il Re intanto credeva
che gli affari del suo regno procedessero proprio a meraviglia. Nessuno gli
chiedeva mai un'udienza; nessuno veniva mai a fargli un reclamo. Sfido io!
Ognuno aveva paura, e preferiva ogni altro guaio a quello di restar sordo per
tutta la vita.
Un giorno si presentò al
palazzo reale un contadino:
- Voglio parlare al Re.
Il Re, stupito di questa
novità, ordinò subito:
- Fatelo entrare.
Squadrando quel
vecchietto mal vestito, che faceva cosa tanto insolita, il Re s'accorse ch'egli
aveva due tappi di sughero negli orecchi.
- Che significano quei
tappi?
- Maestà, ho i gattoni.
O che tutti i suoi
sudditi pativano di gattoni? Insospettito, disse:
- Non me la dài a bere,
contadinaccio! Che significano quei tappi? Parla, o ti fo, mozzare la testa.
Tra il diventar sordo e
l'aver mozzata la testa, il contadino scelse il meno male.
- Grazia, Maestà, se
volete che dica il vero.
- Grazia ti sia
concessa.
E colui gli disse quel
che nessuno aveva osato mal dirgli:
- Maestà, col vostro
vocione fate assordire la gente.
Dapprima il Re montò in
furore; non voleva credergli. In che modo egli non s'accorgeva dei proprio
vocione? Ma il contadino soggiunse:
- Tant'è vero, che
Vostra Maestà vien chiamato re Tuono.
Il Re fu afflittissimo
di questa scoperta. Tentò di frenar la voce, di sussurrare più che pronunciare
le parole; ma era inutile. Anche parlando a quel modo, il suo vocione era tale,
che chi stava a sentirlo ne restava intronato. E per punire i Ministri che non
avevano avuto il coraggio di palesargli la verità, li fece legare come polli e
li mandò in prigione. Il contadino, invece, fu da lui creato unico Ministro, e
gli permise di tenere i tappi di sughero agli orecchi. Il povero Re, addolorato
di quel suo difettaccio, non usciva più dal palazzo reale, dava ordini soltanto
coi gesti. Ma, era vita quella? Poteva durare?
Fra le altre cose, egli
voleva prendere moglie per avere l'ereditario della corona; ed ora si spiegava
facilmente tutte le ripulse ricevute dalle tante principesse da lui richieste.
Le principesse non volevano assordire, e per sfuggire questo pericolo
rinunziavano al benefizio di diventare Regine.
Il contadino Ministro
disse un giorno:
- Maestà, perché non
consultate un Mago? Io sospetto che il vostro vocione non provenga da qualche
malefizio che voi avete addosso.
Il Re decise di fare un
bando. E volendo andare per la più corta, giacché il suo vocione poteva essere
udito da dieci miglia lontano, salì sul tetto del palazzo reale e fece il bando
da se stesso, ingrossando la voce più che poteva:
- Chi saprà guarirmi dal
vociooone, avrà tant'oro quanto peeesa!
E andò in giro per tutto
il regno, salendo in cima alle montagne, gridando da quelle alture:
- Chi saprà guarirmi dal
vociooone, avrà tant'oro quanto peeesa!
In pochi giorni non ci
fu angolo del regno dove il bando non fosse conosciuto. E quei tuoni della voce
del Re erano stati così forti, che per un paio di settimane piovve a dirotto,
quasi avesse tonato davvero. Intanto i mesi passavano, uno dietro all'altro, e
nessun Mago si presentava.
Il povero re Tuono
cominciava già a disperare, quando una mattina vennero ad annunziargli l'arrivo
di un famoso Mago, venuto da lontani paesi; diceva di conoscere il segreto
della malattia del Re e la ricetta per guarirlo.
Alla vista di quel Mago,
così grasso e grosso che pareva una botte, il Re si grattò il capo, pensando:
- Ce ne vorrà dell'oro
per costui!
Ma si strinse nelle
spalle, pronto a qualunque sacrifizio. Avrebbe dato fin la camicia che aveva
indosso, pur di guarire.
- Maestà - disse il
Mago. - Il vostro male proviene da un capello incantato.
Il Re si rallegrò
interamente. Gua'! Si sarebbe fatto radere la testa e sarebbe finita. Il Mago
doveva contentarsi d'una bella mancia; ora che s'era lasciato scappar di bocca
il suo segreto.
- Solamente, - riprese
colui - bisogna trovare e strappare quel capello a prima vista. Sbagliato una
volta, non si rimedia più. E l'unica persona al mondo che può fare il prodigio
è la principessa Senza-lingua.
- O dove scovare cotesta
principessa?
- In Oga Magoga. La
chiamano così perché le manca la lingua. Un anno, un mese e un giorno e la
vedrete qui, se Vostra Maestà, mantenendo la promessa, mi dà tant'oro quanto
peso.
- Prima di fare
l'esperienza?
- Prima, Maestà.
Condurrò con me, da ambasciatore, il vostro Ministro.
Per un momento il Re
esitò:
- Se quel furbo lo
canzonava? Dove riacchiapparlo? Il Ministro poteva intendersela con costui...
In ogni caso, - rifletté - mi rifarò co' miei sudditi.
Gli piangeva il cuore,
guardando la montagna d'oro che ci volle per agguagliare il peso di quella
botte:
- Pur di guarire!
E diede il buon viaggio
al Mago e al Ministro.
Passati appena sei mesi,
eccoti un giorno il Ministro solo solo; il Mago era sparito, e della
principessa Senza-lingua né nova né novella. S'era messa in viaggio, dicevano,
per farsi fare una lingua artificiale non si sapeva da chi; e nessuno, da un
anno, ne aveva avuto più notizia.
- Cercate e troverete.
Il destino dei Re vuole così!
Erano parole del Mago.
- Facciamo un altro
bando! - esclamò il Re molto seccato. E volendo andare per la più corta, salì
di nuovo sul tetto del palazzo reale, e fece il bando da se stesso, ingrossando
la Voce più che poteva:
- Chi trova la
principessa Senza-liiingua, avrà tant'oro quanto peeesa!
E andò in giro per tutto
il regno, e poi fuori del regno, in diverse parti del mondo, salendo in cima
alle montagne e gridando da quelle alture:
- Chi trova la
principessa Senza-liiingua, avrà tant'oro quanto peeesa!
E i tuoni della voce del
Re furono così forti, che piovve dirotto dovunque, quasi avesse tuonato
davvero.
I mesi passavano, uno
dietro all'altro, ma neppure una mosca recava notizia della principessa.
Re Tuono cominciò a
perdere la pazienza. Ora, invece di affliggersi e star zitto, urlava,
sbraitava. Parte dei suoi sudditi era già assordita, parte stava per assordire,
e tra questi che ci sentivano male e gli altri che non ci sentivano più accadevano
scene buffe che, spesso spesso, finivano a legnate e peggio. Il regno pareva in
tumulto. Le guardie accorrevano di qua e di là; ma, essendo più sorde di tutti,
ora davano ragione a chi aveva torto, ora torto a chi non c'entrava per niente,
e accrescevano la babilonia in luogo di dissipare i malintesi.
Aveva voglia, re Tuono,
di gridare alle guardie:
- Fate giustizia! Fate
giustizia!
Più lui ,gridava e più
assordivano. Il regno sembrava un paese di matti.
Un bel giorno, davanti
il palazzo reale comparve un ciarlatano che strillava:
- Pasticche per la voce!
Pasticche per la voce! Chi l'ha la perde; e chi non l'ha non l'acquista!
Pasticche! Pasticche!
Re Tuono, trattandosi di
voce, la prese per un'offesa alla sua reale maestà; e diè ordine di arrestare
quell'impertinente e condurglielo dinanzi.
- Che intendi dire con
cotesto tuo: «Chi l'ha, la perde e chi non l'ha non l'acquista?».
- La verità, Sacra
Corona. Provi e vedrà.
Il Re lo guardava fisso.
Dal vestito, colui pareva un uomo; ma le fattezze del volto erano così belle e
gentili, che si sarebbe detto una donna, se non avesse avuto i capelli corti.
- Chi sei? Come ti
chiami?
- Mi chiamano il
Senza-lingua. Ma Sua Maestà vede bene che il nome è sbagliato; la ho e un po'
lunghetta, anzi... Il mio mestiere richiede così.
E in prova, senza badare
che si trovava nel palazzo reale e alla presenza del Re, riprese a strillare
scherzosamente, come in piazza:
- Pasticche per la voce!
Pasticche per la voce! Chi l'ha, la perde; e chi non l'ha non l'acquista!
Pasticche! Pasticche!
Il Re, diventato di buon
umore, si mise a ridere.
- Da qua; voglio
provare.
Ne prese una e la mise
in bocca.
O che fu? Un tocca e
sana? Il vocione del Re aveva calato di
metà.
Va' a trattenere re Tuono!
Si buttò sulle pasticche come un galletto al becchime; e mangia, mangia,
mangia... le inghiottiva mal masticate, col pericolo di strozzarsi... mangia,
mangia, mangia... le finì tutte in pochi istanti.
Parlò, e il suo vocione
parve sparito sottoterra. Re Tuono non era più re Tuono, con quella vocina così
fievole che si poteva udire a mala pena. Per caprine le parole, bisognava
accostargli l'orecchio alle labbra, e farvi coppo attorno con le mani.
- Meglio così!
Dalla contentezza, il Re
ordinò che si facessero grandi feste per tutto il regno, con giuochi, cuccagne
e fontane di vino schietto.
- Che cosa vuoi? - disse
a quell'uomo. - Chiedi e avrai.
- Colazione, pranzo e
cena tutti i giorni, e nel palazzo reale una stanza dove non deve entrare
neppure il Re.
- Così poco? Ti sia
concesso!
Avendo ora la vocina
flebile flebile, il Re s'infastidiva di sentir parlare fin con la voce
ordinaria.
- Perché urlate? -
rimproverava a tutti - Non sono mica sordo!
Star due minuti ad
ascoltarlo era proprio uno sfinimento; ognuno si sentiva mancare il fiato. Col
praticare con lui e col doversi sforzare a parlar piano, in breve tempo, tutto
il personale di palazzo, dai Ministro allo sguattero, si ridusse effettivamente
senza voce. E mentre, dopo la guarigione del Re, gli orecchi guastati dal suo
vocione andavano guarendo senza bisogno di medicamenti, le voci, e per riguardo
del Re, e per adulazione e poi per capriccio di moda, cominciarono ad
abbassarsi, ad abbassarsi; e quello che poco prima era un paese di sordi, ora
poteva dirsi proprio il paese degli sfiatati.
Soltanto l'uomo delle
pasticche, che mangiava a Ufo e abitava nel palazzo reale, soltanto lui udiva
il Re senza bisogno di accostargli l'orecchio alle labbra né farvi coppo con le
mani, e poteva parlare con lui senza abbassare il tono della voce.
Come andava questa
faccenda? Sua Maestà non gli aveva detto mai, come agli altri: «Perché urlate?
Non sono mica sordo!». Eppure colui gli parlava sempre con la voce naturale
ch'era un po' strillante. Aveva dunque la lingua fatta diversa dagli altri?
La curiosità della gente
si accrebbe il giorno che il venditor di pasticche andò in furia, perché uno
gli aveva detto per chiasso:
- Mostrami la tua
lingua! Vo' vedere com'è fatta.
Non c'era niente di male
in queste parole; ma colui, infuriato, pestando i piedi e piangendo, era andato
a chiudersi nella sua camera del palazzo reale e non voleva uscirne più, perché
nessuno potesse più dirgli:
- Mostrami quella tua
lingua! Vo' vedere com'è fatta.
Il Ministro venne a
parlargli in nome del Re:
- Perché ti arrabbi?
Vogliono vedere la tua lingua? E tu mostragliela, sciocco! Così!
E fece l'atto. L'altro,
sbadatamente, lo imitò; ed ecco la lingua scappargli di bocca, cadere per terra
e farsi in mille pezzi quasi fosse stata di terracotta.
Il Ministro rimase! Poi
si diè un gran colpo alla fronte, e corse subito dal Re:
- Maestà, Maestà, la
principessa Senza-lingua! Oggi si compiono precisamente l'anno, il mese e il
giorno.
Il palazzo reale fu a un
tratto sossopra. La gente affollata dietro l'uscio voleva entrare in quella
camera e vedere la Principessa Senza-lingua. Invano il Re diceva:
- Non può entrarvi
nessuno, neppur io; ho dato la mia parola.
Chi lo sentiva? Lo
vedevano gesticolare con le braccia e muovere le labbra, quasi fingesse di
parlare. Il Ministro accostò l'orecchio alla bocca del Re, facendo coppo con le
mani; ma il Re, infuriato, con uno spintone lo sbatacchiò addosso alla folla.
Per fortuna, in quel
punto l'uscio della camera s'aperse, e tutti stupirono alla vista del gran
mucchio d'oro sovra cui stava comodamente sdraiata una bellissima giovane,
vestita di broccato, ornata di perle e diamanti, con le bionde trecce sciolte
su per le spalle, la faccia appoggiata a una mano, e un gran ventaglio
nell'altra. Si faceva vento tranquillamente.
Il mucchio d'oro era
proprio lo stesso regalato dal Re al Mago, grosso quanto una botte.
Il Re, in un baleno, si
gettò ai piedi della principessa e gli posò la fronte su le ginocchia. Ella
lasciò il ventaglio, stese la mano, gli ficcò un dito tra i capelli e diè uno
strappo. Il capello incantato fece una fiammata e le svaporò fra le dita.
- Grazie, principessa
Senza-lingua! Grazie, mia Regina! - disse il Re col più bel suono di voce, che
nessuno avesse mai udito.
- Grazie, re Tuono, mio
signore e mio Re!
Insieme con l'incanto
dell'uno era sparito l'incanto dell'altra. La principessa aveva acquistata la
lingua, come le aveva predetto il Mago, adattandole quella artificiale cadutale
poco prima per terra.
- Il vostro destino
voleva così! - disse il Ministro. - Dovevate essere sposi. E ora posso
andarmene.
- Perché mai? Perché?
Il Re non finì di dire
queste parole, che il Ministro, diventato un nanino vispo vispo, si ficcò, come
un topolino, tra il mucchio dell'oro e sparì. Era un servitore delle Fate.
Contenti come Pasque, il
Re e la Principessa si sposarono, con feste e divertimenti d'ogni sorta.
Il Re perdonò ai
Ministri, li fece scarcerare e li rimise in carica. Non correvano più pericolo
d'assordire.
- Faranno sempre i
sordi! Vedrete - prognosticò la gente.
E il prognostico non
fallì.
Maturo è il frutto,
secca la foglia;
Dite la vostra, chi più
n'ha voglia.
C'era una volta due
sorelle rimaste orfane sin dall'infanzia: la maggiore bella quanto il Sole,
diritta come un fuso, con una gran chioma che pareva d'oro; la minore così
così, né bella né brutta, piccina, magrolina e zoppina da un piede. Per la
sorella, non aveva nome: era semplicemente la zoppina.
La vecchia nonna, da cui
erano state raccolte in casa, non avrebbe voluto che costei la chiamasse sempre
con quel nomignolo:
- Che colpa n'ha, la
poverina? È mancanza di carità rammentarle il suo difetto.
- O se è vero ch'ella è
zoppina! Non me lo invento io.
E la cattiva rideva, per
giunta.
Si fosse pure contentata
di maltrattarla con quel nomignolo soltanto! Non sarebbe stato niente, perché
la zoppina non se ne faceva, come se non dicesse a lei. Il peggio era che la
maltrattava anche coi fatti, quasi non fosse stata dello stesso suo sangue, ma
una serva.
- Zoppina, fa' questo...
Zoppina, fa' quello!... Zoppina, vien qua! Zoppina, va' là.
Non le dava requie un
momento; ed ella intanto se ne stava in panciolle per non sciuparsi le belle
manine, o pure allo specchio o alla finestra, quantunque la nonna spesso la
sgridasse:
- Chi aspetti lì, a
quella finestra?
- Aspetto il Reuccio
Né lo diceva per
chiasso. Si era messa in testa che il Reuccio, passando per la strada, dovesse
restare incantato dalle bellezze di là e farla Reginotta. E la mattina, quando
il Reuccio andava a caccia, seguito da tanti cavalieri, se lo divorava con gli
occhi, e si sporgeva fuori dalla finestra, facendosi quasi sventolare la sua
gran chioma d'oro per attirarne gli sguardi. II Reuccio non le badava, non si
voltava; passava trottando, con gran dispetto di lei. Ella però non si dava per
vinta.
- Guarderà domani. Se mi
guarda, è fatta: sarò Reginotta.
E sfogava la sua rabbia
contro la sorella. Arrivava fino a picchiarla, se le pareva di non esser
servita a puntino, specialmente nei giorni che il Reuccio passava di corsa,
proprio quando ella credeva di essersi fatta più bella, lavata, pettinata, e
con la biancheria di bucato.
Un giorno, che s'era alzata
dal letto di malumore più del solito, aveva gridato sgarbatamente:
- Zoppina, va' a
comprarmi il latte: e sia fresco, zoppina!
La povera zoppina era
scesa in istrada, e, ciampicando, s'avviava verso la bottega del lattaio,
quando, dalla svolta della cantonata, ecco sbucare il Reuccio e il séguito a
cavallo, di carriera. Ebbe tanta paura, che inciampò, e cadde. Al grido di lei,
il Reuccio poté frenare a tempo il suo cavallo e salvarle la vita. Scese subito
di sella, l'aiutò a rizzarsi in piedi, le domandò premurosamente se s'era fatta
male, e vedendo che zoppicava, credette che fosse per effetto della caduta.
Allora le porse il braccio, l'accompagnò dal lattaio e poi la ricondusse fino
alla porta di casa.
La sorella maggiore già
s'affrettava a scender le scale per non lasciarsi sfuggire quell'occasione di
farsi vedere dal Reuccio; già borbottava le belle parole di ringraziamento da
dirgli, e già pensava al graziosissimo inchino da fargli; ma quand'ella arrivò
giù, il Reuccio era rimontato a cavallo, e spariva in fondo alla strada.
Figuriamoci che stizza!
Quel giorno parve ch'ella avesse un diavolo per capello: niente la contentò,
niente le andò a verso:
- Zoppina! Zoppinaccia!
Brutta zoppaccia!
La poverina si mise a
piangere.
- Fa' la volontà di Dio
- le disse la nonna. - Dio ti aiuterà.
La nonna, ch'era molto
vecchia, si ridusse in fin di vita. Prima di morire, si rivolse alla sorella
maggiore:
- Ti raccomando quella
poverina. Ora che non ci sarò più io, non esser con lei sempre cattiva come pel
passato. È buona, affettuosa; non si merita punto i maltrattamenti che tu le
fai. E non la chiamare più zoppina!
- O se è vero ch'ella è
zoppina - fu la risposta di lei. - Non me lo invento io.
- Senti: verrà un giorno
che vorresti esser tu la zoppina!
E la vecchia morì.
Rimaste sole, la sorella
maggiore si tenne per padrona addirittura. Se la nonna le avesse raccomandato
di far peggio di prima, quella cattiva ragazza non avrebbe potuto far peggio.
La povera zoppina piangeva giorno e notte.
Colei sfoggiava abiti di
seta, collane, e anelli, e orecchini di brillanti: la zoppina, doveva indossare
un vestituccio di stoffa scadente, scuro, sbricio sbricio, quasi da monachina.
E tutti i giorni:
- Zoppina! Zoppinaccia!
Zoppina del diavolo!
La poverina faceva la
volontà, di Dio, come le aveva detto la nonna; ma la notte, nella sua misera
cameretta, si metteva a piangere, zitta zitta; e pregava:
- Nonnina mia, nonnina
mia, pensateci voi per me!
Una mattina, nel far le
scale per andare a comprare il latte, scòrse su uno scalino qualcosa che non
distingueva bene che fosse. Si chinò, lo raccolse, e vide ch'era un fiorellino
tutto scalpicciato e sgualcito; un fiorellino rosso, che mandava un odore di
paradiso. Lo ripulì, gli riaggiustò le foglioline e se lo mise in petto.
Tornata a casa, lo ripose in un vasetto con l'acqua, su un tavolino della sua
camera, e di tanto in tanto andava a osservarlo. In quel vasetto con l'acqua,
il fiorellino parve risuscitato, e riempiva la camera del suo profumo.
Quando la sorella la
sgridava: - Zoppina! Zoppinaccia... Zoppaccia del diavolo! - ella, senza sapere
perché, andava a guardare il fiorellino, e si sentiva consolata.
Verso mezzanotte,
entrata in letto, la poverina s'era messa a piangere:
- Nonnina mia, nonnina
mia, pensateci voi per me!
E sentì una voce flebile
flebile, dolce dolce, che diceva:
- Ci penserò io! Ci
penserò io!
Ebbe paura e accese il
lume. Nella camera non c'era nessuno: né quella era la voce della sua nonna.
- Mi sarà parso!
Spense il lume e si
addormentò.
Così più notti di
seguito; ella però oramai più non provava paura a quella voce flebile flebile,
dolce dolce, che pareva venisse da lontano. Anzi, una notte, fattosi animo, osò
domandare:
- In nome del Signore,
chi sei?... Sei tu la mia nonnina?
Passato un, mese, il
fiore era sempre così vegeto e così fresco nel vasetto, dov'ella rimutava
l'acqua due volte al giorno, da potersi credere spiccato allora allora dalla
pianta.
La zoppina n'era
meravigliata, e cominciò a sospettare che esso fosse incantato, e che fosse sua
quella voce da lei udita ogni notte.
Perciò la notte
appresso, appena sentì dire:
- Ci penserò io - subito
gli domandò:
- In nome del Signore,
tu chi sei?
Ma non ebbe risposta.
La mattina si sveglia,
cerca tastoni la veste, e al tatto si accorge che la stoffa era un'altra. Apre
gli scuretti della finestra, e che vede? Su la seggiola a piè del letto, vede
steso un vestito nuovo, così bello, così ricco, ch'ella rimase un pezzetto a
guardarlo a bocca aperta, senza osare neppur di toccarlo.
Indossò un vestito
smesso, con le maniche sdrucite ai gomiti, e quello lo nascose nell'armadio per
via della sorella.
Il giorno dipoi si
sveglia, cerca tastoni la veste, e al tatto si accorge che la stoffa era
un'altra. Apre gli scuretti della finestra, e che vede? Su la seggiola, a piè
del letto, vede steso un secondo vestito nuovo, più bello e più ricco di
quell'altro riposto, un vestito da Regina.
Frugò nel cassettone,
trovò un vestituccio smesso ma più sdrucito e più stinto del primo, e lo
indossò; nascose quell'altro nell'armadio, per via della sorella.
La sorella che non le
aveva badato il giorno avanti, vedendola così cenciosa, cominciò a sgridarla:
- Zoppina sudiciona! E
dell'altro vestito che n'hai fatto?
- L'ho dato a lavare.
Si contentò della
risposta e si mise alla finestra.
Da qualche tempo aveva
notato che il Reuccio, passando, alzava gli occhi verso la facciata della casa
loro, come sé cercasse qualche persona che non c'era: scorreva con lo sguardo
tutte le finestre, e abbassava gli occhi scontento.
- Ma, forse deve fingere
di non vedermi, per timore del Re suo padre! - ella pensava.
E insuperbiva più che
mai.
Quel giorno, il Reuccio,
passando, alzò secondo il solito, gli occhi alle finestre, come se cercasse
qualche persona che non c'era, e, abbassatili scontento, spronò il cavallo e
tirò via.
Quel giorno ella fu così
cattiva con la zoppina, che la poveretta piangendo si mise a gridare:
- Ah nonnina, nonnina,
vi siete scordata di me!
E la sorella,
inviperita:
- Te la do io la
nonnina!
E picchia. ....
- Te la do io la
nonnina!
E picchia.
Le lasciò le lividure.
La notte, la zoppina:
- Nonnina mia, nonnina
mia, pensateci voi per me.
- Ci penserò io! Ci
penserò io!
Svegliatasi, cerca
tastoni la veste, e al tatto si accorge che la stoffa era un'altra. Apre gli
scuretti della finestra, e che vede? Su la seggiola, a piè del letto, vede
steso un terzo vestito nuovo tutto ricamato d'oro, tempestato di pietre
preziose: neppur la Regina doveva averne uno pari.
Questa volta era inutile
frugare nel cassettone; ella sapeva benissimo che non aveva altri abiti smessi.
- Come fare, per via
della sorella?
Non sapeva risolversi ad
indossare uno di quelli: intanto la sorella, di là, gridava:
- Zoppina! Zoppinaccia!
Non senti dunque, zoppina del diavolo!
E le si rovesciò in
camera, furibonda.
Visto quell'abito da
Regina, rimase di sasso.
- Di chi è?
- Non lo so.
- Chi te l'ha dato?
- Non lo so.
- E tu perché in
sottana?
- Non ho più vestiti da indossare:
me l'han portati via.
- Zoppaccia, non me la
dài ad intendere.
Per acchetare la
sorella, la poverina, mezzo sbalordita, le raccontò tutto: del fiorellino,
della voce udita di notte, degli altri vestiti trovati su la seggiola: e glieli
fece vedere.
Colei non voleva
crederle.
- Zoppaccia, non me la
dài ad intendere.
Prese i vestiti e il
vasetto col fiore e li portò in camera sua. La zoppina dovette indossare un
abito vecchio della sorella. Ci nuotava dentro e pareva più buffa che non era.
- Vo' provar io! - disse
la sorella maggiore.
E la notte appresso,
spento il lume, cominciò a dire:
- Nonnina mia, nonnina
mia, pensateci voi per me!
- Ci penserò io! Ci
penserò io!
Rimase stupita.
- Dunque la zoppina non
aveva mentito!
E la mattina,
svegliatasi, cercò tastoni la veste; al tasto s'accorse che la stoffa non era
quella. Aperse gli scuretti della finestra, e che vide? Su una seggiola, a piè
del letto, vide steso un vestito vecchio, di canavaccio, tutto sbrendoli e
frittelle. E nell'armadio, dov'ella aveva riposti i tre bei vestiti, ne mancava
uno, il migliore.
- Ah, zoppaccia del
diavolo! Sei stata tu!
E picchia e ripicchia!
Le lasciò le lividure.
Però volle ritentare:
- Nonnina mia, nonnina
mia, pensateci voi per me!
- Ci penserò io! Ci
penserò io!
Smaniava che si facesse
giorno, per vedere se le accadeva come la mattina avanti. Le accadde peggio. Su
la seggiola a piè del letto trovò steso un vestito fatto di scorze di albero
imputridite. E dall'armadio ne mancava un altro di quelli ripostivi, il migliore.
- Ah, zoppaccia del
diavolo! Sei stata tu! Sei stata tu!
E picchia e ripicchia!
Le lasciò le lividure,
Caparbia, volle
ritentare; ma la mattina seguente, non solo non trovò nulla né sulla seggiola
né nell'armadio, ma fin il fiorellino rosso era sparito dal vasetto, lasciando
nella camera un puzzo che ammorbava.
- Ah, zoppaccia del
diavolo! Sei stata tu!
E picchia e ripicchia!
Le lasciò le lividure.
Il giorno dopo si sparse
la notizia ch'era stato scoperto un furto nella guardaroba della Regina: mancavano
tre abiti di gala, abiti di un valore inestimabile; tutta la corte era
sossopra; il Re e la Regina su le furie; i Ministri spaventati della collera
reale perdevano la testa.
Il Re li aveva radunati
a consiglio.
- Se fra tre giorni non
mi trovate il ladro, vi faccio impiccare tutti in fila!
Eran passati due giorni,
e i poveri Ministri si tastavano il collo. Del ladro, nessuna notizia.
E il Re:
- Domani all'alba, vi
farò impiccare tutti in fila!
I Ministri pensarono di
mettere una sentinella a ogni porta e far perquisire tutte le case. Le guardie
rovistavano da per tutto, ma non trovavano niente. Andate in casa delle due
sorelle, cerca, ricerca, fruga, rifruga non trovarono niente neppur lì. La
sorella maggiore intanto, di nascosto dalle guardie, borbottava nell'orecchio
della zoppina:
- Zoppaccia ladra!
Zoppaccia ladra! Che tradimento volevi farmi!
La povera zoppina,
atterrita di veder tanti brutti ceffi, non rispondeva nulla. E pregava dentro
di sé:
- Nonnina mia, aiutateci
voi! Aiutateci voi!
Pregava anche per
quell'altra.
Una guardia, più
sospettosa dei compagni, tastata la materassa del letto della sorella maggiore,
disse:
- Scucite qui.
Scuciono e fra la lana
eccoti gli abiti regali di gala, proprio quelli trovati dalla zoppina su la
seggiola in camera sua.
- La ladra è lei! La
ladra è lei! - urlava la sorella maggiore.
Ma le guardie le
acciuffarono tutte e due, e le condussero in carcere, La zoppina neppure
piangeva; guardava attorno, stupefatta. L'altra pareva impazzita:
- La ladra è lei! La
ladra è lei!
Nella prigione, le
chiusero in due stanze separate.
La zoppina, al buio,
pregava a mani giunte:
- Ah nonnina, nonnina,
pensateci voi per me!
- Ci penserò io! Ci
penserò io!
Si volse dalla parte
d'onde la voce veniva e, nel buio, vide il fiorellino rosso che luccicava come
un pezzettino di carbone acceso. A poco a poco quel luccichio crebbe, crebbe,
illuminò tutta la stanza, e fra lo splendore comparve una bellissima donna che
non toccava terra coi piedi, e pareva fatta tutta di luce, carni e vestiti.
- Sono fata Fiore; mi
chiamano così perché un mese son creatura vivente e un mese fiore: è il mio
destino. Tu mi hai raccolto, mi hai ripulito, mi hai rimutata l'acqua due volte
al giorno, mi hai salvato dal penare. Ora son qua io per te!
E detto questo, scomparve.
La mattina il Reuccio,
nel punto di montar a cavallo, vide per terra un fiorellino rosso; uno degli
scudieri stava per metterci il piede sopra.
- Bada! Bada!
Se lo fece raccogliere,
e rimase incantato del gratissimo odore che il fiore mandava; un odore di
paradiso.
Subito gli venne in
mente la zoppina, a cui aveva molto pensato dal giorno che la raccattò da terra
come quel fiore: gli era parsa tanto buona, tanto gentile, quantunque non
bella. Non l'aveva più riveduta; e non s'era mai saputo spiegare perché
pensasse così spesso a lei avendola vista una sola volta. Si mise il fiore
all'occhiello, e quando tornò a palazzo, lo ripose in un vasetto con l'acqua,
in camera sua; lo chiamò il Fiore della zoppina.
La notte, sul punto di
addormentarsi, a un tratto ode: - Psi! Psi! Psi! Psi!
Accese subito il lume,
guardò attorno stupito; non c'era nessuno.
Poco dopo, di nuovo:
- Psi! Psi! Psi! Psi!
- Chi sei? Che cosa
vuoi?
- Sono fata Fiore!
Ascolta bene quel che ti dirò: ma non accendere il lume.
E fata Fiore gli
raccontò la dolorosa storia della zoppina.
Verso la fine il Reuccio
piangeva.
Non attese che fosse
giorno, e corse dal Re suo padre. Rifece il racconto della Fata e poi si gettò
al piedi del Re:
- Maestà, fatemi sposare
questa zoppina! La Reginotta dev'esser lei.
Il Re non disse di sì né
di no. Ma quando gli parve l'ora, diede ordine:
- Conducete qui le due
ladre.
Le guardie andarono
prima alla prigione della sorella maggiore. Tutta arruffata e sconvolta non
sembrava più lei; pareva una Strega. L'ammanettarono e la introdussero al
cospetto del Re.
Aperto l'uscio della
prigione dov'era rinchiusa la zoppina, le guardie si arrestarono meravigliate
su la soglia. La nera stanzaccia s'era trasformata in un magnifico giardino
fiorito, e la zoppina, così bella da non riconoscersi, con indosso un abito
sfarzosissimo, coglieva fiori e ne faceva tanti bei mazzi.
- Questo pel Re, questo
per la Regina, e questo pel Reuccio che sospira.
Subito il Re e la corte
andarono alla prigione per condur via la zoppina con tutti gli onori di
Reginotta.
La sorella maggiore,
appena la vide, diede in ismanie e furori:
- Ah! Zoppina ladra! Mi
hai rubato anche il Reuccio! Possa tu morire di mala morte, zoppaccia ladra!
Invece morì lei di mala
morte; perché il Re non volle farle grazia, vedendola così cattiva fino
all'ultimo contro la sua buona sorella, che implorava per essa il perdono
reale.
Diventata Reginotta, la
zoppina che per virtù di fata Fiore non era più zoppina, a ricordo del suo
passato, volle esser chiamata sempre a quel modo; anzi, quando compariva in
pubblico, affettava con grazia di zoppicare un tantino.
C'era una volta un
vecchio tornitore che faceva trottole d'ogni forma e d'ogni grandezza.
Quand'era la stagione
delle trottole, i ragazzi si affollavano nella sua bottega:
- Tornitore, mi fate una
trottola?
- Piccola o grande?
Piatta o col cocuzzolo?
Secondo che la volevano
piccola o grande, piatta o col cocuzzolo, egli adattava subito un pezzetto di
legno al suo tornio, e con un piede sul pedale e in mano lo scalpello, si
metteva a lavorare lesto lesto, brontolando:
- Trottolina, piatta
piatta,
Gira gira e fa la matta!
Oppure:
- Trottolone fatto a
pera,
Gira gira fino a sera!
E continuava a
brontolare così, fino a che la trottola non era bell'e finita. Quel brontolìo
era lo spasso dei ragazzi, che spesso gli facevano il verso:
- Trottolina, piatta
piatta,
Gira gira e fa la matta!
Trottolone fatto a pera,
Gira gira fino a sera!
- Ecco qua. Due soldi,
tre soldi.
E i ragazzi andavano via
contenti come pasque.
Un giorno passò davanti
a quella bottega il Reuccio, e si fermò a guardare.
Il tornitore stava per
terminare una bella trottola e brontolava, al suo solito, senza levar gli occhi
dal lavoro.
- Tornitore, fatemi una
trottola anche per me.
- Piccola o grande?
Piatta o col cocuzzolo?
- Piccina piccina.
- Sarà servito. Vedrà
che trottolina. Parlerà.
E subito con un piede
sul pedale e in mano lo scalpello, si mise a lavorare lesto lesto, brontolando:
- Trottolina piccinina,
Pel Reuccio gira gira.
Trattandosi del Reuccio,
il tornitore andò egli stesso dal fabbro ferraio per far mettere alla
trottolina un picciuolo di ferro ben limato e lisciato, e il giorno appresso la
portò al palazzo reale: si attendeva un grosso regalo. La trottolina gli era
riuscita una bellezza. Prima di andare a consegnarla, l'aveva provata. Girando,
faceva un brisìo lieve lieve; non che parlare, pareva cantasse. Dicendo al
Reuccio: La trottolina parlerà, il povero tornitore intendeva dire appunto di
quel brusìo.
Il Reuccio però non
l'aveva capita così.
E visto che la trottola
non parlava, si mise a strillare, a pestare i piedi:
- Voglio la trottolina
che parla! Voglio la trottolina che parla!
Accorsero il Re e la
Regina. Il tornitore spiegando la cosa, tremava come una foglia. Intanto il
Reuccio continuava a strillare, a pestare i piedi:
- Voglio la trottolina
che parla!
Disse il Re al
tornitore:
- Tu hai promesso di
fare al Reuccio una trottolina che parla, e bisogna che parli. Se domani non
gli porti la trottolina parlante, guai a te!
Il tornitore andò via
più morto che vivo.
- Ah! Poverino a me!
Come fare una trottolina che parli davvero?
Quella notte non chiuse
occhio, piangendo e lamentandosi: Poverino a me! La mattina venne un servo del
palazzo reale:
- Sua Maestà vuole la
trottolina che parla.
A un tratto il tornitore
ebbe un'idea; e tutto allegro andò dal Re:
- Maestà, la trottolina
l'ho fatta io; ma la lingua gliel'ha fatta il fabbro ferraio; se la trottolina
non parla, è colpa sua.
Il Re si capacitò.
- Aspetta lì; mandiamo a
chiamare il fabbro ferraio.
E il fabbro ferraio
venne:
- Maestà, che comanda?
- La trottolina del
Reuccio dovrebbe parlare; il tornitore l'ha fatta e tu gli hai messo la lingua
di ferro; gliel'hai messa male. Se domani non mi riporti la trottolina
parlante, guai a te!
Quel furbo rispose:
- È vero, Maestà; io le
ho messo la lingua, ma la bocca gliel'ha fatta lui; se la trottolina non parla,
è colpa di chi non ha saputo farle bene la bocca.
- Ah! Ve la mandate
dall'uno all'altro?... O domani riporterete qui la trottolina parlante, o guai
a voi.
Andarono via tutti e due
più morti che vivi.
- Ah, poverini noi! Come
fare una trottolina che parli davvero?
- Andiamo da un Mago -
disse il fabbro ferralo. - Chi sa? Potrà farcela lui.
E andarono subito dal
Mago.
Giusto egli aveva per le
mani una bambolinuccia che parlava.
- Date qua la
trottolina.
V'incollò la bambola
sopra, avvolse attorno al picciuolo il laccetto, e fece girare la trottola per
prova.
La trottola girava e la
bambola parlava:
- Buon giorno, Reuccio!
Buona sera, Reuccio!
Il Reuccio, com'ebbe
quella trottolina, si mise a saltare dalla gioia.
Il Re fece al tornitore
e al fabbro ferraio un magnifico regalo, ed essi ne portarono una buona parte
al Mago.
- Tenete tutto per voi;
io non voglio nulla.
Il Reuccio passava le
giornate facendo girare la trottola. E la trottola:
- BuOn giorno, Reuccio!
Buona sera, Reuccio!
Alla bambola egli aveva
messo nome Trottolina, e non voleva fare il chiasso altro che con lei.
Crebbe, e intanto non
cessava mai di giocare a trottola; il Re n'era seccato.
- Non sei più un
ragazzo. Ora devi prender moglie.
- Sposerò Trottolina.
Il Re montò sulle furie;
prese la trottola e la sbatacchiò sul pavimento. La bambola schizzò da una
parte e la trottolina, spaccata in due pezzi, dall'altra.
- Ecco come sposerai
Trottolina!
Il Reuccio stette zitto
e andò a chiudersi in camera sua. Non voleva più uscirne. Quand'era solo
piangeva:
- Ah, Trottolina mia!
Non puoi dirmi più: Buon giorno, Reuccio! Buona sera Reuccio!
Si ammalò. Aveva una
febbre lenta, dimagrava dimagrava; e i medici non sapevano dire che male fosse.
Il Re e la Regina erano
disperati: si vedevano morire lentamente il Reuccio sotto gli occhi, senza
potergli dare nessuno aiuto.
Uno dei medici domandò:
- Ha avuto qualche grave
dispiacere il Reuccio?
- No.
Il Re e la Regina non
potevano mica immaginare che il Reuccio morisse di languore per Trottolina.
Ma il dottore
insistette:
- Reuccio, vi hanno dato
qualche gran dispiacere?
- Mi hanno rotto
Trottolina.
Allora il Re mandò a
chiamare il tornitore e il fabbro ferraio:
- Fatemi pel Reuccio
un'altra trottola parlante.
Maestà non sappiamo più
farla.
- O domani l'avrò qui, o
guai a voi!
Quei due andarono via
più morti che vivi.
- Ah, poverini a noi!
Chi sa se il Mago cene farà un'altra?
E corsero da lui.
- Voi, tornitore, fate
la trottola; voi, fabbro ferraio, appiccicatele il picciuolo di ferro ben limato
e lisciato, e poi tornate da me.
Il Reuccio così riebbe
la trottolina parlante e si mise a farla girare.
La trottola girava, e la
bambola parlava:
- Buon giorno, Reuccio!
Buona sera, Reuccio!
Ed ora aggiungeva:
- Quando ci sposeremo,
Reuccio? Quando ci sposeremo?
Con meraviglia di tutti,
trottola e bambola crescevano di giorno in giorno, quasi fossero vivi. Ma
Trottolina parlava soltanto quando la trottola girava,
Che potevano fare il Re
e la Regina? Visto questo prodigio di Trottolina che cresceva, e purché il
Reuccio non tornasse ad ammalarsi, acconsentirono che la sposasse. Tanto era un
matrimonio per chiasso.
Pei primi giorni passò.
Il Reuccio faceva girare la trottola, e Trottolina parlava. La trottola girava
per dei quarti d'ora, senza fermarsi; correva di qua e di là, e il Reuccio le
correva dietro:
- Fermati, Trottolina!
Trottolina si fermava,
ma allora non parlava più. Girando girando, sembrava proprio viva. Fermata, era
una bambola di legno e niente altro.
Gli venne a noia. La
buttò in un angolo della camera e non la cercò più.
La notte, sentiva un
lamento:
- Ah, Reuccio, Reuccio,
come m'hai abbandonata!
Saltava da letto,
credendo che Trottolina fosse già diventata persona viva: andava a guardarla;
niente. Trottolina era tuttora di legno e stava appoggiata contro il muro in
quell'angolo dove l'aveva buttata.
Ogni notte però quel
lamento:
- Ah, Reuccio, Reuccio,
come m'hai abbandonata!
Il Reuccio non poteva
più dormire. Ordinò che gliela levassero di camera e la portassero in cantina.
Non valse.
Tutte le notti, dalla
cantina sentiva fino in camera sua quel lamentio.
- Non vuoi chetarti?
Aspetta: ti concio io!
Scese in cantina con
un'accetta, per fare in pezzi trottola e Trottolina; ma alla vista di lei, che
era così bella e graziosa, sentì intenerirsi il cuore.
Era cresciuta tanto che
pareva una bella ragazza di diciotto anni; e ora, per far girare la trottola ci
voleva molta forza. Non si trattava più d'una trottolina, ma d'un trottolone, e
invece d'un laccetto, occorreva proprio una fune.
I genitori del Reuccio
erano morti; il Re era lui. Mancava la Regina; e i Ministri gli dissero:
- Maestà, il matrimonio
con Trottolina non regge: sposate una donna vera.
Il Re si lasciò
persuadere e risolvette di sposare la Reginotta di Spagna.
Il giorno delle nozze,
la Reginotta di Spagna si sentì male tutt'a un tratto e in poco d'ora morì.
Il Re se n'accorò. La
notte, il solito lamentìo:
- Ah, Reuccio, Reuccio,
come m'hai abbandonata!
- Non sono più Reuccio.
Aspetta: ti concio io!
Scese in cantina, prese
delle fascine, le messe torno torno alla trottola e a Trottolina e vi appiccò
il fuoco. Una vampata; ma la trottola in fiamme cominciò a girare a girare,
mettendo fuoco a ogni cosa. Saliva le scale, correva per tutte le stanze del
palazzo reale, e dove passava attaccava il fuoco. In un attimo il palazzo fu in
fiamme.
La trottola girava e
Trottolina parlava:
- Buon giorno, Maestà!
Buona notte, Maestà!
Il Re le correva dietro,
tentando di spegnere le fiamme:
- Fermati, Trottolina!
Ma si bruciacchiava le
mani inutilmente: Trottolina non si fermava; e sembrava lo canzonasse col suo:
- Buon giorno, Maestà!
Buona notte, Maestà!
Attorno al palazzo c'era
una gran folla, accorsa per spegnere l'incendio. Chi attingeva acqua, chi
portava le secchie, chi le vuotava; fatica sprecata: più acqua buttavano e più
le fiamme prendevano forza; salivano fino al cielo. Dal gran fumo non ci si
vedeva. E tutti piangevano il Re che doveva essere carbonizzato a quell'ora,
insieme coi Ministri e le persone di corte.
Quando fu giorno, invece
che si vide? Nel luogo del palazzo reale c'era un magnifico giardino, e più in
là un altro palazzo reale, al cui confronto quello bruciato sarebbe parso una
bicocca.
E pei viali del giardino
il Re e Trottolina, diventata persona viva, di carne e d'ossa, che presi per
mano passeggiavano come se nulla fosse stato. Trottolina diceva scherzando al
Re:
- Buon giorno, Maestà!
Buona notte, Maestà!
Ma non girava più; non
aveva più la trottola sotto i piedi.
Ora che Trottolina non
era di legno, il Re la sposò per davvero.
E furono marito e
moglie;
A loro il frutto, e a
noi le foglie.
C'era una volta un
vecchio falegname, che aveva una botteguccia e pochi arnesi del suo mestiere:
una sega, un succhiello, una pialla, uno scalpello, un martello, una tanaglia,
il pancone e nient'altro.
Lavorava di grosso, e
ordinariamente gli davano ad acconciare cose vecchie; per questo gli avevano
appiccicato il nomignolo di Mastro Acconcia-e-guasta. Guastava un uscio e
rimediava una cassa, un tavolino, due sportelli, secondo la richiesta. La colla
e i chiodi dovevano comprarli gli avventori.
- Perché, mastro
Acconcia-e-guasta?
- Perché sì.
I chiodi che avanzavano
li rendeva, la colla no; la metteva da parte.
- Perché, mastro
Acconcia-e-guasta?
- Perché sì.
Era la sua risposta; e
tirava su una presa di tabacco.
Guadagnava pochino:
intanto se la scialava meglio di un principe. Di dove li cavava tanti
quattrini?
La mattina andava al
mercato per far la spesa:
- Macellaio, quel
filetto di bue quanto costa?
- Non è per la vostra
bocca, mastro Acconcia-e-guasta; è per la tavola del Re.
- Ho la bocca come lui l
Glielo dicevano a posta
ogni volta per fargli rispondere così. E tutti ridevano:
- Bravo, mastro
Acconcia-e-guasta!
- Pesciaiolo, quello
storione quanto costa?
- Non è per la vostra
bocca, mastro Acconcia-e-guasta; è per la tavola del Re.
- Ho la bocca come lui!
E tutti ridevano:
- Bravo mastro
Acconcia-e-guasta!
Comprava un monte di
roba, carne, pesce, formaggio, salame, erbe, frutta, le meglio cose.
- Chi se la mangia tutta
cotesta roba, mastro Acconcia-e-guasta?
- Io e i miei figliuoli.
- O che avete dei figliuoli?
- Sì: Seghina, Piallina,
Scalpellino, Martellino, Tanaglina e Succhiellino che è il minore.
E la gente rideva:
- Buon appetito a tutti,
mastro Acconcia-e-guasta!
Tornato a bottega,
riponeva in un canto la cesta con la roba, e si metteva a lavorare senza mai
smettere fino a tardi, finché vi si vedeva.
- E il desinare, mastro
Acconcia-e-guasta?
- Lo preparano, in
cucina.
A un'ora di notte,
mastro Acconcia-e-guasta si chiudeva in bottega e metteva tanto di spranga alla
porta.
Ed ecco, acciottolìo di
piatti, tintinnìo di bicchieri, rumore di argenteria e di coltelli smossi,
quasi lì dentro apparecchiassero una gran tavola. E, poco dopo, risate,
strilli, e mastro Acconcia-e-guasta che gridava:
- Sta' buona,
Seghina!... Attento, Scalpellino! Tu mi rompi quella bottiglia!... Bada, non
conciarti, Tanaglinal... Sporcaccione di Martellino!... Piallina, Succhiellino,
a posto le mani!
I vicini, dietro la
porta, stavano a sentire, stupiti.
La mattina:
- Gran pranzo, eh,
mastro Acconcia-e-guasta? I figliuoli vi fanno disperare.
- Eccoli lì, cheti
cheti.
E mostrava gli arnesi
attaccati a una parete della botteguccia; ma la cesta era vuota, e di quel
monte di roba da mangiare non restava briciolo, neppure le lische del pesce, o
i nòccioli della frutta.
I vicini non sapevano
che almanaccare per scoprire il mistero di mastro Acconcia-e-guasta; e
perdevano il tempo inutilmente.
Di giorno vedevano un
povero vecchio che si rompeva le braccia a lavorare fino a tardi in quel
bugigattolo che pareva una tana. E tutta la roba da mangiare? E l'acciottolìo
de' piatti, e le risa, e gli strilli?
Invano avean tentato più
volte di far un buco alla porta per guardare dentro. Il legno sembrava mezzo
fradicio; non c'era però succhiello che potesse arrivare a penetrarlo.
- Che legno è questo,
mastro Acconcia-e-guasta!
- Legno-ricotta.
- Allora perché non ve
lo mangiate?
- La ricotta non mi
piace.
- Non ce la date a
intendere, mastro Acconcia-e-guasta!
Egli alzava le spalle e
tirava su una presa di tabacco:
- Lasciatemi in pace.
La cosa giunse fino
all'orecchio del Re:
- Ah! dice: Ho la bocca
come lui?
E ordinò che a mastro
Acconcia-e-guasta i venditori dessero la peggiore roba che avevano, pena la
vita.
Quella mattina, mastro
Acconcia-e-guasta dovette rassegnarsi a portar via certa carnaccia che non
l'avrebbero voluta neppure i cani; pesce guasto, formaggio inverminito, frutta
mézza.
- Siete contento, mastro
Acconcia-e-guasta?
- Se son contento io,
non saran contenti gli altri.
- Perché?
- Perché sì.
Il Re dava un pranzo al
Ministri e al dignitari di corte. Portano in tavola, e Re, Ministri, dignitari
arricciarono il naso. La carne puzzava come una carogna, il formaggio camminava
da sé su pei piatti, tanto formicolava di vermi, la frutta ammorbava di fracidume.
- Come mai? - urlò il
Re. - Venga qui quel birbante del cuoco.
Il povero cuoco giurò e
spergiurò che aveva comprato roba buona; ci aveva i testimonii. In cucina, le
pietanze spandevano un odore da resuscitare anche un morto.
Re, ministri, dignitari
dovettero acconciarsi con un po' di pan duro, bagnato nell'acqua; altrimenti
sarebbero morti di fame.
- Questo è un tiro di
mastro Acconcia-e-guasta! - disse uno dei Ministri. - Vo' andare a vedere se è
vero.
Si travestì e via dal
falegname, portando addosso una cassaccia vecchia, per pretesto.
- Acconciatemi questa
cassa, mastro Acconcia-e-guasta.
- Posatela lì. Andate a
comprare i chiodi e la colla.
- Colla ce n'avete
tanta!
- Quella serve per me.
- Che buon odore di
vivande, mastro Acconcia-e-guasta!
- Sono i resti del
desinare; eccoli là.
Il ministro si sentì
venire l'acquolina in bocca a vedere un bel tòcco di filetto arrosto e mezzo
pesce con la salsa che dicevano: Mangiami, mangiami!
- 0 dove l'avete
comprata questa buona roba?
- Dove si vende, in mercato.
- So che c'è ordine
reale di non darvi roba buona.
Mastro Acconcia-e-guasta
alzò le spalle e tirò su una presa di tabacco.
Il Ministro rapportò
tutto al Re. Tennero consiglio.
- Questo mastro
Acconcia-e-guasta dev'essere un Mago! Leviamogli tutti gli arnesi; vediamo che
farà.
Andarono le guardie e
gli sequestrarono pialla, succhiello, martello, sega, ogni cosa. Il Re li volle
riposti in una stanza accanto alla sua camera, e per maggior cautela si legò
alla cintura la chiave dell'uscio.
Durante il giorno, gli
arnesi stettero cheti; ma dopo l'un'ora di notte, in quella stanza si udì un
rumore d'inferno: la sega segava, la pialla piallava, il martello martellava,
il succhiello succhiellava, la tanaglia attanagliava; e, dopo un pezzetto,
strilli e pianti.
- Abbiamo fame! Abbiamo
fame!
Il Re corse ad aprire;
gli arnesi stavano al loro posto per terra, dove li avevano buttati alla
rinfusa. Appena richiuso l'uscio, rumore daccapo, strilli e pianti:
- Abbiamo fame! Abbiamo
fame!
Per quella notte il Re
non poté dormire neppure un minuto.
La sera appresso fu
peggio. Il Ministro disse:
- Maestà, proviamo a dar
loro da mangiare.
La sega segava, la
pialla piallava, il martello martellava, il succhiello succhiellava, la
tanaglia attanagliava.
- Chetatevi, in nome di
Dio! Ecco qui da sfamarvi.
E chiusero l'uscio. Ed
ecco, acciottolìo di piatti, tintinnìo di bicchieri, rumore di argenteria e di
coltelli smossi, quasi lì dentro stessero ad apparecchiare una gran tavola; e
poi, risa e strilli:
- Tu mi conci! Tu mi
strappi! Tu mi inzuppi.
Un portento.
- Oh, mastro
Acconcia-e-guasta dev'essere un Mago!
Il Re spedì le guardie e
se lo fece condurre davanti:
- Che è questo, mastro
Acconcia-e-guasta? I vostri arnesi parlano e mangiano; come mai?
Colui si strinse nelle
spalle, e tirò una presa di tabacco.
- Se non svelate il
mistero, vi faccio tagliare la testa.
- Che mistero o non
mistero, Maestà! Essi sono i miei figli.
- E perché ridotti in
quello stato?
- Per aiutarmi a
buscarci il pane.
Il Re gli credette, e ordinò
che gli restituissero ogni cosa.
- Badate però di non
dire più: Ho la bocca come lui! Ve ne pentirete.
Mastro Acconcia-e-guasta
riprese a lavorare. Ma gli avventori diventarono scarsi; la gente avea paura di
aver che fare con lui. Invano egli andava attorno per le vie, gridando a ogni
quattro passi:
- C'è mastro
Acconcia-e-guasta! Chi ha roba da guastare e da acconciare!
Nessuno lo chiamava.
- E ora come farete,
mastro Acconcia-e-guasta?
- Finché c'è colla,
s'ingolla!
Infatti di colla in
bottega n'aveva una catasta. Di giorno in giorno però essa veniva mancando.
Mangia oggi, mangia domani, colla non ce ne fu più.
- E ora come farete,
mastro Acconcia-e-guasta?
Mastro Acconcia-e-guasta
alzava le spalle e tirava su grandi prese di tabacco.
Il Re aveva sei figliuoli,
tre maschi e tre femmine, tutti belli e di ottima salute. Ma appunto in quei
giorni si ammalarono tutti e sei, e il medico non capiva di che male.
Languivano, senza appetito, senza poter tollerare il più leggiero cibo nello
stomaco.
Consulti dietro
consulti, medicine, intrugli d'ogni sorta non giovavano a niente. La figliuola
maggiore morì.
Mentre la portavano a
seppellire, ecco mastro Acconcia-e-guasta, con una cassettina da morto su la
spalla che andava dietro l'accompagnamento:
- Chi vi è morto, mastro
Acconcia-e-guasta?
- Mi è morta Seghina!
Il giorno dopo morì uno
dei maschi; e mentre lo portano a seppellire, ecco mastro Acconcia-e-guasta,
con una cassettina da morto su la spalla, che andava dietro l'accompagnamento:
- Chi vi è morto mastro
Acconcia-e-guasta?
- Mi è morto Martellino!
Così, ogni giorno, ora
moriva un figliuolo, ora una figliuola del Re, e mastro Acconcia-e-guasta
appariva dietro l'accompagnamento con una cassettina da morto su la spalla:
- Chi vi è morto, mastro
Acconcia-e-guasta?
- Mi è morto
Scalpellino! Mi è morta Piallina!
Il Ministro, che era
furbo, saputo che mastro Acconcia-e-guasta era stato veduto ogni volta con una
cassetta da morto su la spalla dietro l'accompagnamento dei figliuoli del Re,
disse:
- Maestà, se non volete
morti tutti i vostri figliuoli, mandate a chiamare mastro Acconcia-e-guasta. La
disgrazia vi viene da lui.
Oramai restava in vita
una sola figliuola del Re, ed era già all'agonia.
- Ah, mastro
Acconcia-e-guasta, salvate la mia cara figliuola!
- Ah, Real Maestà,
salvate il mio caro Succhiellino!
- In che modo?
- C'è un solo modo:
farli sposare!
Il Re, lì per lì, per
amor della figliuola stimò giusto acconsentire:
- Poi, gliela farò
vedere io, a mastro Acconcia-e-guasta! - disse fra sé.
La Principessa, che era
diventata Reginotta perché più non c'erano altri figliuoli, in pochi giorni
guarì.
Il Re disse a mastro
Acconcia-e-guasta:
- Conducete Succhiellino
a palazzo.
- Badate, Maestà: di
giorno sarà proprio un succhiello, la notte no. Per ora, la sua sorte è questa.
- E dopo?
- Dopo, quando Dio
vorrà, sarà altrimenti.
- Allora, del matrimonio
non ne facciamo nulla per ora.
- Come piace a Vostra
Maestà.
Di tratto in tratto, il
Re domandava a mastro Acconcia-e-guasta:
- È ancora succhiello il
giorno e la notte no?
Ancora, Maestà
- Allora del matrimonio
non ne facciamo nulla.
- Come piace a Vostra
Maestà.
Gli anni passavano. Il
Re era contento che il matrimonio della Reginotta con Succhiello andasse per le
lunghe, e si divertiva a canzonare mastro Acconcia-e-guasta:
- Questo è latte che non
rappiglia! E voi che fate, mastro Acconcia-e-guasta? Ora non avete più arresi e
vi rimane soltanto il succhiello.
- Racconto fiabe a
Succhiellino. Ieri glien'ho raccontata una bella assai. Volete sentirla,
Maestà?
- Sentiamola, mastro
Acconcia-e-guasta!
- C'era una volta un Re
che aveva due figliuoli, uno buono e l'altro cattivo. Quello buono era il
Reuccio e alla morte del padre doveva essere Re. La cosa non garbava al
fratello cattivo.
Il Re si turbò, e lo
interruppe:
- La vostra fiaba non mi
piace.
- State a sentire,
Maestà: il bello comincia qui. Dunque, al cattivo non garbava e pensò di
disfarsi del fratello buono, per diventare Re lui alla morte del padre. Disse
al fratello: «Andiamo a caccia». E andarono. Quando furono in un bosco, lontani
dalle persone del séguito, cava fuori la spada e dà addosso al fratello che non
si aspettava il tradimento.
Il Re si turbò
maggiormente, e lo interruppe:
- No, no, la vostra
fiaba non mi piace.
- Ecco il più bello,
Maestà; state a sentire. Egli credeva di averlo ammazzato, e lo lasciò lì per
morto dopo averlo coperto con erbacce e rami d'albero. E al padre riferì: «Lo
hanno sbranato le fiere!».
- Ahimè! - gridò il Re.
- Tu sei mio fratello! Perdona!
E gli si buttò ai piedi,
tremante e piangente:
- Non mi far male!...
Eccoti la corona! Non mi far male! Sii Re!
- Né tu, né io! -
rispose mastro Acconcia-e-guasta. - Il Re sarà Succhiellino e la tua figliuola
Regina.
Mastro Acconcia-e-guasta
indossò abiti principeschi; non sembrava più lui, e andò a prendere
Succhiellino.
Non era più un
succhiello, ma un bel giovane che pareva proprio nato a posta per essere Re. La
Reginotta non era da meno di lui.
I due fratelli si
abbracciarono, si baciarono; e colui che poco prima aveva il nome di mastro
Acconcia-e-guasta raccontò la propria storia: in che maniera era scampato da
morte; e poi diventato falegname. La gente la dice la fiaba della Figlia
dell'Orco; ve la racconterò un'altra volta.
Succhiellino e la
Reginotta si sposarono con grandi feste, vissero lieti lunghi anni ed ebbero
molti figli.
E chi più ne vuole più
ne pigli.
C'era una volta un Re
che aveva due figli, uno buono e l'altro cattivo. Quello buono era il Reuccio,
e alla morte del padre doveva essere Re.
La cosa non garbava al
cattivo, e pensò di disfarsi del fratello per diventare Re lui. Un giorno gli
disse:
- Andiamo a caccia?
E andarono. Giunti in
mezzo a un bosco, lontani dalle persone del séguito, cava fuori la spada e dà
addosso al fratello, che non si aspettava quel tradimento. Credette di averlo
ucciso. Coprì con erbacce e rami di albero il corpo insanguinato, e tornò
addietro.
A palazzo, il Re
domandò:
- E tuo fratello?
- Maestà, che disgrazia!
Fu sbranato dalle fiere!
Il povero padre ne fece
un gran pianto. Dal dolore si ammalò, e dopo pochi giorni morì.
Il Reuccio, sotto le
erbe e i rami, rinvenne; e cominciò a lamentarsi, a chiamare soccorso:
- Aiuto, buoni
cristiani, aiuto!
Era già buio. Udendo
rumore lì accosto, il poverino gridò più forte che poté:
- Aiuto, buoni
cristiani, aiuto!
Sentì frugare tra l'erbe
e i rami; poi, due manacce con tanto di ugne lo ghermiscono, lo levano di peso
quasi fosse un fuscellino, e una lingua ruvida come una raspa gli lecca il
sangue addosso:
- Oh che buon sapore! Oh
che buon sapore!
Il Reuccio, a quel
vocione cupo cupo, rabbrividì:
- Povero a me! Son
capitato alle mani dell'Orco!
L'Orco, era proprio lui!
Se lo mise sotto braccio come un fardelletto, e si avviò per tornare alla sua
grotta. Di tratto in tratto, si fermava, leccava il sangue delle ferite:
- Oh che buon sapore! Oh
che buon sapore!
Alto, grosso, quasi un
gigante, faceva certe sgambate così larghe e leste, che non lo avrebbe
raggiunto neppure il vento. In pochi minuti fu alla porta della grotta e
picchiò:
- Apri, apri, figliuola;
il babbo ti porta roba buona!
Il Reuccio si era
svenuto di nuovo e pareva proprio morto. La figlia dell'Orco, vedendo quel bel
giovane tutto insanguinato, n'ebbe pietà:
- Che roba buona dite
mai! È morto; non vedete? Lo butto nel carnaio.
L'Orco leccò un'ultima
volta il sangue, e disse:
- Hai ragione. Buttalo
nel carnaio. Io torno fuori.
- Buon'andata e buon
ritorno. Non venite prima di giorno.
Appena l'Orco fu
partito, la figlia corse a un armadio, prese il barattolo dov'era l'unguento
che sana le ferite, e ne unse quelle del Reuccio.
Il Reuccio aprì gli
occhi, quasi si svegliasse da una gran dormita.
- Chi siete, bella
figliuola?
- Sono la figlia
dell'Orco; non abbiate paura. Voi chi siete?
- Il Reuccio.
E le raccontò il
tradimento del fratello.
- Lasciatemi andare; mio
padre dev'essere in pena a quest'ora.
- C'è monti, valli e
foreste; non trovereste la via. Mio padre v'incontrerebbe e ne farebbe due
bocconi. Bisogna avere il suo anello per non smarrirsi; ma egli lo porta sempre
in dito.
- Glielo leverò, mentre
dorme, se voi mi aiutate.
- E dopo?... Mi
sbranerebbe.
- Vi porto via con me.
Ci sposeremo.
S'intese il grido
dell'Orco, che tornava inferocito per non aver fatto preda alla caccia:
- Uhii! Uhii!
- Ecco mio padre.
Entrate in quella grotta. C'è da mangiare, da bere e un buon pagliericcio per
dormire. Non fiatate fino a questa sera; se no, mio padre fa due bocconi di
voi!
L'Orco, appena entrato,
cominciò a fiutare attorno:
- Uh! Uh! Che odore di
carne cristiana! Uh! Uh!
- È la fantasia che ve
lo fa sentire. Siete stanco; desinate e andate subito a letto.
L'Orco, brontolando, si
spolpò mezzo bue arrosto, e si mise a letto:
- Grattami la testa,
figliuola.
Non poteva addormentarsi,
se sua figlia non gli grattava la testa. Con una mano ella grattava, e con
l'altra tentava di cavargli l'anello dal dito.
- Che tenti,
figliolaccia? - urlò l'Orco mezz'addormentato.
La figlia, impaurita,
ritirò la mano e lasciò stare.
Verso sera, l'Orco si
preparava a uscire per la sua caccia.
- Uh! Uh! Che odore di
carne cristiana! Uh! Uh!
Fiutava attorno,
sgranando gli occhi, con l'acquolina in bocca.
- È la fantasia che ve
lo fa sentire. Buona andata e buon ritorno; non venite prima di giorno.
L'Orco, brontolando,
tirò la porta dietro a sé.
- Uhii! Uhii!
Si sentiva da lontano un
miglio.
La figlia dell'Orco
chiamò fuori il Reuccio.
- Ho tentato di cavargli
l'anello; non mi è riuscito. Ritenterò domani.
- Fatemi vedere tutta la
casa, intanto che vostro padre non c'è.
- Giuratemi prima che
voi mi sposerete, se andremo insieme via di qui.
- Ve lo giuro.
La figlia dell'Orco
aperse un uscio, e il Reuccio rimase a bocca aperta vedendo una stanza tutta
tempestata di oro e diamanti, con mobili di marmo, di argento, di legni
preziosi. Per terra però qua e là ossa spolpate, macchiate di sangue.
- Che ossa son queste?
- Non ci badate
E aperse un altr'uscio.
Il Reuccio rimase a bocca aperta. Pareti di lamine di argento lucide come
specchi; cornici d'oro e di perle; pavimento di marmi rarissimi; e mobili
fastosi, cortinaggi di stoffe non mai viste, con ricami d'oro e frange d'oro...
Una magnificenza. Per terra però qua e là ossa spolpate, macchiate di sangue.
- Che ossa son queste?
- Non ci badate,
Il Reuccio capì che
erano ossa umane; tutte quelle povere creature se le era divorate l'Orco. E si
sentì correre brividi da capo ai piedi, pensando che forse anche colei ne aveva
mangiate la sua parte.
- E lì dentro che c'è?
Accennava all'uscio
tutto d'acciaio, con congegni complicati e due mostri di bronzo; uno a destra,
l'altro a sinistra, che mettevano paura.
- Lì dentro c'è il
tesoro. Ma non vi si entra; bisogna avere in mano l'anello, per non esser
mangiato vivo da questi mostri.
S'intese il grido
dell'Orco che ritornava dalla caccia:
- Uhii! Uhii!
- Lesto, nella vostra
grotta, e non fiatate fino a sera; se no, mio padre fa due bocconi di voi.
Il Reuccio ebbe appena
il tempo di nascondersi, che l'Orco picchiava alla porta:
- Apri, apri, figliuola!
Il babbo ti porta roba buona.
Il Reuccio di là sentiva
urli e pianti, e ganasce che maciullavano; e poi soltanto quel maciullare di
ganasce.
La figlia diceva al
padre:
- Siete stanco; andate a
letto.
L'Orco si spogliava:
- Grattami la testa,
figliuola.
- Ora gli leva l'anello
- pensò il Reuccio.
Infatti, la sera dopo,
appena l'Orco fu andato via per la caccia, la ragazza chiamò:
- Reuccio, Reuccio, ecco
l'anello! Mio padre, poverino, ora si sperderà in mezzo al bosco. Per amor
vostro, io l'ho tradito.
Andarono nella stanza
del tesoro, presero oro e diamanti in quantità, e uscirono fuori. L'anello lo
teneva in dito la figlia dell'Orco.
Passando pel bosco,
sentivano da lontano:
- Uhii! Uhii!
- È mio padre che non
trova la via. L'ho tradito per amor vostro, povero babbo!
Il Reuccio la guardò in
faccia e vide che aveva le labbra sporche di sangue.
- Che hai mangiato con
tuo padre?
- Agnellini, caprettini
che parevano bambini. Non mi son pulita la bocca.
Nella prima città dove
arrivarono, il Reuccio mantenne la sua parola e sposò la figlia dell'Orco. Lì
seppe che suo padre era morto, che il fratello traditore era già Re. Ma che
poteva farci? E rimase in quella città, godendosi i tesori portati via
all'Orco.
Sua moglie a tavola non
mangiava, o assaggiava appena le pietanze.
- Perché non mangi?
- Non ho appetito.
O che campi d'aria?
- Non ci badare.
Una notte, il Reuccio si
sveglia e non trova sua moglie nel letto. La cerca per tutta la casa, e non la
trova neppure. Era in gran pensiero. Verso l'alba, eccola che rientra.
- Dove sei stata?
- A prendere un po'
d'aria.
La guardò in faccia;
aveva le labbra sporche di sangue:
- Che hai mangiato?
- Agnellini, caprettini
che parevano bambini. Non mi son pulita la bocca.
Per quella volta non ci
fece caso. Intanto sua moglie lo aizzava sempre contro il fratello traditore.
- Se tu fossi Re, io
sarei Regina!
- Sei meglio che Regina.
Non ti manca nulla.
- Se tu fossi Re, io
sarei Regina! Dovresti andare a ammazzare tuo fratello com'egli tentò di
ammazzar te.
- E se non riesco?
- Con l'anello di mio
padre si riesce a tutto! Dovresti vendicarti. Se tu fossi Re, io sarei Regina!
Picchia oggi,
picchiadomani, il Reuccio cominciò a pensare sul serio alla vendetta contro il
fratello. Lo tratteneva soltanto l'amore dei figliuoli. Ne aveva già cinque e
un altro era per la via. Se lui moriva in quell'impresa, come sarebbero rimasti
quei poverini? Ma sua moglie ripicchiava:
- Se tu fossi Re, io
sarei Regina!
Si sgravò del sesto
figliuolo. Ora erano tre maschi e tre femmine.
Una notte il Reuccio si
sveglia e non trova sua moglie nel letto. La cerca per tutta la casa, e non la
trova neppure. Era in gran pensiero. Verso l'alba, eccola che rientra.
- Dove sei stata?
- A prendere un po'
d'aria.
La guardò in faccia;
aveva le labbra sporche di sangue:
- Che hai mangiato?
Agnellini, caprettini
che parevano bambini. Non mi son pulita la bocca.
Questa volta però il
Reuccio entrò in sospetto e inorridì pensando che pasto aveva forse fatto sua
moglie.
- Non è figlia d'Orco
per niente!
E l'odio contro il fratello
e il desiderio di vendetta gli riavvampò in cuore.
- Se non fosse stato per
il suo tradimento, non avrei sposato la figlia d'un Orco.
L'odiava di più per
questo. Il sangue che lordava le labbra di sua moglie doveva essere di creature
umane. Oh, che orrore!
Un giorno disse a sua
moglie:
- Porto i bambini a
spasso.
Prese in collo l'ultimo,
che ancora non si era staccato ed era spoppato di fresco, e uscì fuori città.
Cammina, cammina, la notte lo sorprese in una pianura deserta. Non c'era
casolare dove rifugiarsi; non si vedeva anima viva.
- Ah, fratello
scellerato, dove mi trovo per te! Voglio ammazzarti!
Coricò su la terra nuda
i bambini che già cascavano dal sonno, e si sedette in un canto per vegliarli.
Tutt'a un tratto vede
davanti a sé due occhi di bragia, e una forma nera di animalaccio che si
accostava adagino adagino.
Gli si agghiacciò il
sangue. Non aveva la forza di cavar la spada e difendersi. E sentiva
brontolare:
- Ah! Che buon odore di
carne piccina! Che buon odore!
Quella voce non gli giungeva
nuova, ma non gli riusciva di riconoscerla. L'amore dei figli però gl'infuse
coraggio. Cavò la spada e si slanciò contro l'animalaccio dagli occhi di
bragia, che già aveva addentato i bambini.
- Ahi! Ahi! Muoio!
Muoio!
Era sua moglie, la
figlia dell'Orco; stava per divorarsi le proprie creature. Non era figlia
d'Orco per niente.
I bambini erano tutti
lacerati, insanguinati, e il povero Reuccio non sapeva come medicarli. Il
giorno era alto, e per la campagna deserta non si scorgeva anima viva.
Ed egli piangeva
strappandosi i capelli, con quell'orrido spettacolo sotto gli occhi: la moglie
morta da un canto e i bambini lacerati, insanguinati e morenti dall'altro.
- Fratello scellerato!
Senza il tuo tradimento, non sarei a questo punto!
- Che hai? Perché
piangi?
Si voltò e si vide
dinanzi una bellissima donna tutta vestita di bianco con in mano una verga
d'oro.
- Ah, buona signora,
aiutatemi voi! I miei bambini!... I miei bambini!
- Posso aiutarti, ma a
un patto.
- A qualunque patto,
buona signora!
- Ascolta bene: io so
tutto. Il tradimento di tuo fratello, l'Orco, la tua fuga con la figlia di lui,
il tuo matrimonio, tutto. Se vuoi però che io ti aiuti, devi perdonare a tuo
fratello.
- A quell'infame? No,
mai!
La bellissima signora,
turbata in viso, gli voltò le spalle e stava per andarsene.
- Sì, sì, gli perdono! -
gridò il Reuccio. - Pei miei figliuoli!
La signora gli si
accostò sorridente e gli disse:
- Ascolta bene. Dei tuoi
figliuoli, dopo parecchi anni, uno solo sopravviverà; questo, il minore. E sai
perché? Perché egli soltanto non è nutrito di carne umana. Tua moglie, per
virtù dell'anello, ti assopiva profondamente e usciva la notte a caccia di
bambini: non era figlia d'Orco per niente. Gli altri cinque, ove campassero,
diventerebbero Orchi anche loro!
Il Reuccio piangeva.
- Se tu perdoni al
fratello, il tuo figliolino sarà Re.
- Sì, sì, gli perdono!
Gli perdono di tutto cuore!
- Ora, guarda!
Stese la verga d'oro e
cominciò a toccare ad uno ad uno i bambini; e di mano in mano che li andava
toccando, accadeva un portento. Questi diventava un martello, quegli uno
scalpello, chi una tenaglia, chi una pialla, chi una sega. Toccato il minore,
diventò un succhiello.
Il Reuccio allibì: si
sentì drizzare i capelli in testa.
La signora gli fece un
cenno con la mano:
- Non disperarti: non è
niente. Tu sarai falegname e questi i tuoi arnesi. Di giorno, ti serviranno per
il tuo mestiere; la notte, tòccali con l'anello dell'Orco; ridiventeranno
bambini.
- E voi chi siete?
- Sono una Fata.
Il Reuccio si rincorò:
- Fata, buona, Fata,
suggeritemi voi che debbo fare.
- Raccogli questi arnesi
e va' nella città dov'è il Re tuo fratello. Prenderai a pigione una
botteguccia, e lavorerai di falegname. La colla e i chiodi devono comprarli gli
avventori. I chiodi che avanzeranno, li renderai; la colla, no; mettila da
parte. Sarà buona da mangiare; vedrai.
E gli spiegò tutto quel
che doveva accadere.
Il Reuccio raccolse gli
arnesi:
I miei figli ora si
chiamano: Piallina, Scalpellino, Tanaglina, Martellino, Seghina e Succhiellino!
Piangeva e rideva
consolato.
- E il cadavere di tua
moglie? Lo lasci così, in preda alle bestie feroci e agli uccelli di rapina?
- È giusto! Poveretta,
Orco il padre, Orca lei: non ci aveva colpa.
Le tolse dal dito
l'anello, scavò una fossa e la seppellì.
- Che nome prenderò,
buona Fata?
- Il nome te lo
appiccicherà la gente; ti chiameranno: Mastro Acconcia-e-guasta. Parrai un
vecchio; ma parrai soltanto.
- Grazie, grazie, buona
Fata!
Guardò attorno, vicino,
lontano; la Fata era sparita.
Il resto, bambini miei,
già lo sapete. E la fiaba della Figlia dell'Orco è bell'e finita:
C'era una volta un
pescatore che vivucchiava alla meglio col prodotto della sua pesca. Partiva in
barca la sera, stava a pescare tutta la nottata, e la mattina dopo all'alba era
di ritorno.
Quando aveva fatto una
buona retata, scorgendo da lontano la moglie che lo attendeva, ansiosa, alla
spiaggia, le faceva segno di rallegrarsi, agitando per aria il berretto.
Da parecchi mesi però il
povero pescatore aveva una gran disdetta; pareva che quasi tutti i pesci si
fossero messi d'accordo per non farsi pescare da lui. I suoi compagni, invece,
ne pigliavano tanti e poi tanti, che spesso dovevano rigettarli in mare, perché
il troppo peso non facesse affondare le barche.
Disperato un giorno
disse alla moglie:
- Vendiamo barca, reti e
ogni cosa; almeno tireremo innanzi un buon paio di settimane con quel po' di
danaro che ne caveremo. Se no, saremo ben presto morti di stento tu, io e
Bambolina.
Avevano una figlioletta,
nata di sette mesi, così piccina e miserina, che la sua mamma, stando a filare
davanti l'uscio di casa, la teneva comodamente in una tasca del grembiule. La
creaturina non riusciva a crescere. A sette anni era rimasta tal quale di
quando era nata. Non piangeva mai, sorrideva sempre con quel vestitino da
bambola, e parlava con una vocina così esile esile, che si sentiva appena. Per
questo la chiamavano Bambolina.
Quanto a mangiare,
invece, Bambolina aveva un appetito che sbalordiva; i poveri genitori non
sapevano a qual santo votarsi per sfamarla. Ed era una bocca inutile; la moglie
lo diceva spesso al marito:
- Costei è la nostra
disgrazia! Ma è sangue del nostro sangue. Facciamo la volontà di Dio!
Ora che il pescatore si
trovava con quella disdetta addosso, ripensava continuamente le parole della
moglie:
-Costei è la nostra
disgrazia!
E non poteva vedere la
bambina; non le faceva più una carezza; la maltrattava anzi, quando ella, con
la vocina esile esile, gridava:
- Ho fame! Ho fame!
Un giorno il pescatore,
che aveva già venduto barca, remi, reti e ogni attrezzo del suo mestiere, stava
a sedere su uno scoglio vicino alla spiaggia, con la testa fra le mani,
lamentandosi della sua mala sorte.
A un tratto vide sorgere
in mezzo al mare una figura di donna che, dal petto in giù, aveva forma di
pesce. Nuotava, nuotava, tutta grondante, e veniva diritta verso di lui.
- Pescatore, perché ti
lamenti?
- Sono un disgraziato!
Vo' a pescare, e non piglio più pesci. Ho venduto barca, reti e ogni cosa, e il
denaro è già. finito. Non so fare altro mestiere. Moriremo di fame io, mia
moglie e Bambolina.
- Senti - disse la
donna-pesce. - Se tu mi dài Bambolina, ti regalo un bel mucchietto di monete
d'oro, che ti caverà da ogni guaio.
- Non vendo il sangue
del mio sangue.
- Pensaci bene. Tornerò
fra otto giorni.
La donna-pesce si tuffò
in mare e disparve.
Giunto a casa, stava per
raccontare alla moglie quel che gli era accaduto; ma si trattenne. Voleva
ripensarci bene.
Ci ripensò per otto
lunghi giorni, e all'ultimo si decise. Senza dir nulla alla moglie, avrebbe
venduto Bambolina alla donna-pesce e sarebbe uscito da ogni guaio.
Una mattina infatti
disse alla moglie:
- Vo' alla spiaggia con
Bambolina, per farla divertire.
Se la mise in tasca, e
s'avviò.
- Babbo, dove mi porti?
- Dove vuole la tua
sorte.
- Ah, babbo scellerato!
Ah, babbo senza cuore!
- Zitta, o ti torco il
collo.
Passava gente, e la
bambina, intimidita, tacque.
Di lì a pochi passi:
-Babbo, dove mi porti?
- Dove vuole la tua
sorte.
- Ah, babbo scellerato!
Ah, babbo senza cuore! La donna-pesce mi mangerà.
Il pescatore sbalordì.
- Che ne sai tu della
donna-pesce?
- L'ho sognata la notte
scorsa. Tagliami almeno una ciocca di capelli e portala per ricordo alla mamma.
Le tagliò una ciocca di
capelli, e giunto su lo scoglio si sedette ad aspettare. Verso mezzogiorno,
ecco a fior d'acqua la donna-pesce, tutta grondante:
- Pescatore, ci hai
pensato bene?
- Ci ho pensato bene. Ho
qui in tasca Bambolina. Fammi vedere il tuo gruzzolo d'oro.
La donna-pesce spinse in
alto la coda e mostrò un panierino tessuto di fili d'erba sottomarina, con
dentro un bel mucchietto di monete di oro stralucente. Il pescatore rimase
abbagliato; e portò una mano alla tasca, senza guardar in viso la figliuola:
- Da' qua. Eccoti
Bambolina.
- Non le manca neppure
un capello?
- Neppure un capello.
Egli tacque della ciocca
tagliatele poco prima, temendo che la donna-pesce non volesse fare più il
negozio, saputo che a Bambolina mancava qualcosa.
La donna-pesce si
accostò allo scoglio, porse il mucchio d'oro al pescatore, prese in cambio
Bambolina e si allontanò dalla spiaggia:
- Bada, pescatore! Chi
inganna è ingannato.
Si rituffò in mare e
disparve con Bambolina tra le braccia.
La moglie, vedendo
tornare il marito, gli domandò premurosa:
- Bambolina dov'è?
- Eccola qui.
E trasse di tasca il
panierino col mucchietto delle monete d'oro.
A quella vista, la
povera madre cominciò a strapparsi i capelli, a piangere e a gridare:
- Ah, figliolina mia!
L'ha venduta, lo scellerato! Ah, Bambolina mia!
- Zitta, o ti torco il
collo. L'ho venduta per cagion tua. Dicevi sempre: È una bocca inutile! È la
nostra disgrazia! Questa è una ciocca dei suoi capelli; te la manda per
ricordo.
- Tienti l'oro per te; a
me i suoi capelli mi bastano.
Li baciava, li
ribaciava, li bagnava di lagrime.
- E alla gente che
dirai?
- Dirò che Bambolina è
caduta in mare e se la son mangiata i pesci.
Il pescatore, riposto il
suo tesoro in un cassettone, ne prese soltanto una manciata, per andare a far
delle compere nei negozi più ricchi. Intendeva subito godersi la vita e
sfoggiare.
- Quanto lo fate questo
qui?
- Cento lire.
- Uh! Una miseria!
Tenete.
- A chi li date cotesti
gusci di telline? Qui non si fa la burletta.
Il pescatore diventò
smorto come un cadavere. Mettendo le mani in tasca, sentiva di avervi una
manciata di monete d'oro; cavandole fuori, si trovava in pugno tanti gusci di
telline.
Gli pareva impossibile;
non si sapeva persuadere. E va in un altro negozio.
- Quanto lo fate questo
qui?
- Trecento lire.
- Uh! Una miseria!
Tenete.
- Qui non si fa la
burletta. A Chi li date cotesti gusci di telline?
Se ne tornò a casa
sconsolato. Aveva perduto la figliolina e sarebbe morto di fame lo stesso! La
donna-pesce gliel'aveva detto: «Bada, pescatore! Chi inganna è ingannato». E
già si trovava bell'e ingannato con quei gusci di telline.
- Moglie mia, come
faremo?
- Faremo la volontà di
Dio.
- La gente, non vedendo
più la bimbetta, domandava:
- E la vostra Bambolina?
- Cadde in mare e se la
mangiarono i pesci.
Il marito rispondeva
così; e la moglie stava zitta e piangeva.
Come mai nessuno aveva
saputo niente di quel caso?
La gente cominciò a
sospettare e a ciarlare.
- Chi sa che n'hanno
fatto, povera creaturina! L'hanno ammazzata per levarsi di torno una bocca
inutile. Scellerati!
Le ciarle giunsero
all'orecchio del Re. Il Re spedì le sue guardie e si fece condurre dinanzi
marito e moglie ammanettati.
- Che n'è di Bambolina?
- Cadde in mare e se la
mangiarono i pesci.
La donna scoppiò in
pianto:
- Maestà, non è vero!
L'ha venduta alla donna-pesce!
- Ti do tempo un mese.
Se fra un mese non avrai recuperata Bambolina, avrai accarezzato il collo dal
boia.
Il pescatore corse allo
scoglio e si mise a chiamare:
- Donna-pesce!... O
donna-pesce!
La donna-pesce comparve
a fior d'acqua tutta grondante.
- Che cosa vuoi da me?
- Se mi ridai Bambolina,
ti restituisco il tuo oro con qualcosa per giunta, quel che tu vorrai.
- Portami in cambio il
Reuccio e la cosa è fatta.
Il pescatore si tastò il
collo, gli pareva di averci attorno la corda del boia che doveva strozzarlo.
Quel cambio col Reuccio era impossibile. Pure si risolse di tentare.
Ogni mattina andava
davanti al palazzo reale: se il Reuccio fosse uscito fuori solo a fare chiasso
con gli altri bambini, egli con belle paroline l'avrebbe attirato in riva al
mare e l'avrebbe dato alla donna-pesce in ricambio di Bambolina.
I giorni passavano e il
Reuccio non si vedeva; o se usciva fuori, c'era sempre qualche servitore che
gli faceva la guardia. Un giorno finalmente si diè il caso che uscisse solo.
- Reuccio, Reuccio, il
mare è tranquillo e ci sono tanti bei pesci.
- Conducimi. I pesci di
chi sono?
- Sono vostri, se li
volete. Venitemi dietro, per non farvi scorgere.
E lo menò su lo scoglio.
- Donna-pesce! O
donna-pesce! Ho menato il Reuccio.
La donna-pesce comparve
a fior d'acqua tutta grondante.
Il Reuccio ebbe paura di
quella donna dalla coda di pesce e si mise a strillare. Ma il pescatore lo
afferrò e glielo porse, e prese in cambio Bambolina. Egli s'era avveduto che
Bambolina aveva strappato al Reuccio una ciocca di capelli, mentre questi si
dibatteva per non andare in braccio del mostro.
- Non gli manca nulla?
- Non gli manca nulla.
- Bada pescatore! Chi
inganna è ingannato.
E la donna-pesce si
rituffò in mare insieme col Reuccio e disparve. Il pescatore si mise in tasca
Bambolina. Per via la interrogava.
- Bambolina, che cosa
hai veduto in fondo al mare?
Bambolina, zitta.
- Bambolina, che cosa
hai mangiato in fondo al mare?
Bambolina, zitta.
- Bambolina, non
avercela col tuo babbo. La fame fa fare delle brutte cose.
E Bambolina, zitta.
Il pescatore si presentò
al Re:
- Ecco Bambolina.
- Ah! Ti fai anche beffa
di me! Impiccatelo!
Il povero pescatore
rimase. Invece di Bambolina bella e viva, aveva in mano proprio una bambola di
legno che le somigliava perfettamente. La donna-pesce l'aveva ingannato.
- Chi t'ha fatto questa
bambola?
Il Re la voltava e
rivoltava fra le mani, meravigliato della rassomiglianza. Nel tastarla, tocca
una molla, e la bambola di legno si mette a parlare:
- Bambolina è in fondo
al mare,
Il Reuccio dee sposare.
Chi l'ha fatta e può
disfarla
Vada subito a cercarla.
- Il Reuccio? Dov'è il
Reuccio? Cercate il Reuccio!
Il Re pareva impazzito
dal dolore. Il Reuccio non si trovava; nessuno l'aveva veduto.
- Che n'hai fatto del
Reuccio?
Il pescatore tremante di
paura, raccontò ogni cosa.
La bambola di legno non
si chetava:
- Bambolina è in fondo
al mare,
Il Reuccio dee sposare.
Chi l'ha fatta e può
disfarla
Vada subito a cercarla.
Il Re si diè un colpo
alla fronte:
- Questo è un
incantesimo! Non ci ha colpa nessuno. Radunò il Consiglio della Corona per
consultare i Ministri.
- Che vuol dire: Chi
l'ha fatta e può disfarla?
Nessuno riusciva a
capirlo. Chi l'ha fatta è sua madre; ma come mai può disfarla? Ci perdevano la
testa.
- Lasciatemi andare -
disse la madre che smaniava di rivedere Bambolina.
Prese con sé le ciocche
dei capelli della figlia e del Reuccio, e sola sola se n'andò in un punto di
spiaggia deserto. Migliaia di pesciolini formicolavano nell'acqua.
- Pesciolini di Dio,
datemi retta: dove si trova la donna-pesce?
I pesciolini si
dispersero e sparirono quasi atterriti da quel nome.
Dopo poco, ecco
centinaia di pesci più grossi che formicolavano nell'acqua.
- Pesci, pesci di Dio,
datemi retta: dove si trova la donna-pesce?
Anche questi si
dispersero e sparirono, quasi atterriti da quel nome. Poco dopo, ecco un pesce
grosso come un vitello. Apriva e chiudeva una bocca quanto quella di un forno,
con doppie file di dentacci acuti e una lingua rossa rossa.
- Pesce, pesce di Dio,
dammi retta: dove si trova la donna-pesce?
- Vieni con me e lo
saprai.
La povera mamma non
esitò un istante in faccia al pericolo d'annegarsi; e si tuffò in mare, tenendo
stretti in pugno i capelli di Bambolina e del Reuccio. Camminava sott'acqua
come in terraferma; il pesce spaventoso avanti e lei dietro, fra torme di pesci
di ogni sorta, che si scansavano per lasciarla passare.
Cammina, cammina,
scendi, scendi sempre più in fondo, non s'arrivava. E ad ogni lato, sotto,
sopra, torme di pesci senza fine, di ogni forma e di ogni grandezza, che
nessuno aveva pescato mai. Ella, che ne aveva veduti tanti e ne sapeva i nomi,
di questi qui non ne aveva idea, e stupiva che ce ne potessero essere un sì
gran numero.
Scendi, scendi, scendi,
finalmente ecco un bosco di piante strane che parevano vive e si movevano, e
grotte in fila, tutte ornate di fiori che si aprivano e si chiudevano, e
sembrava nuotassero anch'essi.
- La donna-pesce abita
lì.
- Grazie, buon pesce.
Che posso darti in compenso?
- Mi basta il buon cuore.
La povera donna picchia
e chiama:
- Donna-pesce! O
donna-pesce!
- Chi mi vuole? Chi sei?
- Sono la madre di
Bambolina.
- Che sei venuta a fare?
- Apri e te lo dirò.
La donna-pesce aprì
l'uscio e la fece entrare.
La grotta era uno
splendore, tutta di argento e d'oro e di perle e diamanti.
- Tua figlia sta bene
qui; lasciala stare. Senti? Fa il chiasso col Reuccio nella grotta accanto.
- Fammela almeno vedere.
- Non posso, non posso.
- La bambola di legno ha
detto:
Chi l'ha fatta e può
disfarla
Venga subito a
pigliarla.
- E tu avresti cuore di
disfarla?
L'afflitta mamma fu
imbarazzata. Pure disse franca:
- Sì, sì!
Le ciocche dei capelli,
tenute strette nel pugno, le avevano suggerito di rispondere a quel modo.
La donna-pesce si
contorse tutta, e brontolando andò di là a prendere Bambolina.
Figuratevi la povera
mamma a quella vista!
- Bambolina mia!
Bambolina mia!
Non finiva di baciarla;
e se la divorava dai baci.
- Basta, basta! Vediamo
se sei buona a disfarla.
La donna-pesce si
contorceva tutta.
La mamma strinse forte
la ciocca dei capelli e si senti suggerire:
- Tirale le gambe.
Afferrò Bambolina e le
tirò le gambe.
- Ahi! Ahi! Ahi!
La donna-pesce si
contorceva, quasi colei le avesse invece tirata la coda.
E le gambine di
Bambolina si allungavano quanto le gambe di una bella ragazzina di otto anni.
La mamma le tirò le
braccia.
- Ahi! Ahi! Ahi!
La,donna-pesce si
contorceva, quasi colei le avesse tirate le sue.
E, le braccia di
Bambolina, si allungarono quanto le braccia d'una bella ragazzina di otto anni.
La mamma le,tirò il
busto, e poi il collo.
- Ahi! Ahi! Ahi!
La donna-pesce, si
contorce più di prima, quasi colei le avesse tirato il busto e il collo, e
casca morta per terra.
La donna prese Bambolina
per una mano e il Reuccio per l'altra e uscì dalla grotta. Fuori c'erano
milioni di pesci che stavano ad aspettarli, facendo guizzi in mezzo all'acqua,
quasi ammattiti dalla gioia di saper morta la donna-pesce.
E salirono su,
accompagnati da questo strano corteggio. Quei pesci erano così allegri, che non
vedevano neppure le reti tese dai pescatori e v'incappavano a migliaia.
Uscendo fuori dal mare,
la mamma, Bambolina e il Reuccio trovarono su la spiaggia una gran festa. Le
ceste dei pescatori rigurgitavano. L'arena della riva era ingombra di pesci
mezzi vivi; ne prendeva chi voleva. Gli stessi pescatori li davano in regalo;
non sapevano che farsene.
Alla notizia corsero il
Re, la Corte, il popolo tutto, e tra essi il povero pescatore che s'era già
pentito del suo mal fatto.
Al vedere Bambolina,
diventata così bella che pareva un sole, il Re esclamò:
- È proprio una
Reginotta!
Infatti, alcuni anni
dopo, Bambolina e il Reuccio si sposarono. E quel giorno il Re volle che, in ricordo
del caso, in tutto il suo regno non si mangiasse altro che pesce.
Chi l'allunga e chi
l'accorcia,
La mia è detta; ora, la
vostra.
C'era una volta un
barbiere che faceva la barba alla povera gente. Scorticava le facce con un vecchio
rasoio e vi trinciava braciole di quando in quando. E se gli avventori si
lamentavano, egli, che era di umore allegro, rispondeva:
- Per un soldino, vi
faccio la barba e una braciola; e brontolate? Una braciola costa di più.
Gli avventori ridevano e
andavano via contenti, col viso impiastricciato di ragnateli, per stagnare il
sangue.
Quando non aveva da
fare, prendeva la chitarra e sedeva davanti la bottega, strimpellando e
cantando:
- Chi la vuol cruda, chi
la vuol cotta
E c'è chi vuole la
Reginotta.
Chi la vuol cotta, chi
la vuol cruda;
Ma io vorrei...
E si fermava. Gli
domandavano:
- Che vorresti?
- Niente, niente, lo so
io!
Un giorno, mentr'egli
cantava, passò il Re.
- Chi la vuol cotta, chi
la vuol cruda;
Ma io vorrei...
- Ebbene? Che vorresti?
- domandò il Re.
- Maestà, è inutile ve
lo dica; non me la potreste dare neppur voi.
- Voglio saperlo.
- Se ve lo dico, Maestà,
vi verrà la voglia come a me.
- Dimmelo.
Chi la vuol cotta, chi
la vuol cruda;
Ma io vorrei... tanto di
coda!...
Tanto di coda! tanto di
coda!
Il Re si mise a ridere.
- Cantala un'altra
volta.
Il barbiere cominciò
daccapo:
Chi la vuol cruda, chi
la vuol cotta,
E c'è chi vuole la
Reginotta.
- E tu non vorresti la
Reginotta? Preferisci la coda? Sarai servito. Arrestatelo, e conducetelo a
palazzo.
Le guardie lo
afferrarono, lo legarono ben bene e lo condussero a palazzo.
Il Re ordinò che
tagliassero una coda a un cavallo e preparassero un paiolo da struggervi la
pece.
- La vuoi? Eccola qui.
E con le proprie mani
intinse la base della coda nella pece bollente e l'appiccicò al barbiere nel
posto dove stanno le code.
Il barbiere non disse né
ahi né bahi, quasi la pece bollente non lo avesse scottato. Anzi, prima di
nasconder la coda nei calzoni, si voltò verso il Re, la inarcò e l'agitò, come
soglion fare i cavalli quando sono allegri, e si curvò fino a terra:
- Grazie, Maestà!
- No, non devi
nasconderla - disse il Re.
Gli fecero un buco nei
calzoni, ne cavarono fuori la coda e lo lasciarono andare.
La gente correva dietro
al barbiere, ridendo, fischiando, urlando:
- Oh, la coda! Oh, la
coda!
Il barbiere se n'andò
difilato in bottega, senza neppure voltarsi, scodinzolando.
Quando aveva finito di
far la barba agli avventori, prendeva, al solito, la chitarra e si sedeva
davanti la bottega, a strimpellare e a cantare:
- Chi la vuol cotta, chi
la vuol cruda;
Non tutti gli uomini
hanno la coda!
Chi la vuol cruda, chi
la vuol cotta,
E ora aspetto...
E si fermava. Gli
domandavano:
- Che aspetti?
- Niente, niente; lo so
io.
Un giorno, mentre
cantava, tornò a passare il Re, giusto appunto quando, egli diceva: E ora
aspetto...
- Ebbene? Che aspetti? -
domandò il Re.
Il barbiere continuò a
strimpellare: trin, trin, trin, trin!
- Che aspetti? Voglio
saperlo.
- Aspetto quel che
verrà. Trin, trin! Trin, trin!
- Impertinente! Dategli
cento nerbate sotto la coda.
Le guardie fecero per
afferrare il barbiere; ma questi sparava calci di qua e di là, proprio come un
cavallo. Le povere guardie ruzzolavano per terra, urlando:
- Ahi! Ahi!
E un bel calcio lo prese
il Re, in una gamba:
- Ahi! Ahi!
Il Re, scornato, dovette
tornarsene, zoppicando, a palazzo; e le guardie lo seguirono, zoppicando peggio
di lui.
- Maestà, che avete mai
fatto? - gli disse un Ministro: - Ora che il barbiere ha la coda, nessuno ce la
può con lui.
Il Re pensò:
- Se me n'appiccicassi
due io? Diventerei più forte, e lo concerei per il dì delle feste.
Fece tagliare due code
ai migliori cavalli della sua scuderia, e da sé, perché la cosa non si
risapesse, strusse la pece nel paiolo, ve le intinse alla base e cercò di
appiccicarsele nel posto dove stanno le code. La pece bollente scottava. Sua
Maestà cominciò a strillare e saltare per la stanza, mandando accidenti al
barbiere. Le code non gli si erano appiccicate, e aveva due piaghe nella
schiena!
Quel giorno il barbiere
si mise a cantare un'altra canzonetta:
- E una, e due, e tre,
Vuol la coda come me!
Con le code ci vuol
fortuna,
Ne vuol due e non n'ha
una.
La gente si domandava:
- Chi ne vuol due e non
ne ha una?
- E una, e due, e tre,
Lo so io e lo sa il Re.
La gente scrollava il
capo:
- Il barbiere è
ammattito.
Il Re intanto schizzava
foco e fiamme contro di lui; ma doveva frenarsi. Chi ce la poteva con quel
demonio da che aveva la coda? E cercava un'occasione, per fargliele pagare
tutte a una volta.
Uno dei Ministri gli
suggerì:
- Maestà, costui non è
del paese; è piovuto non si sa di dove; cacciatelo via.
- Come si fa a
cacciarlo?
- Nessuno gli dia pane,
acqua e foco, pena la vita: dovrà andarsene coi suoi piedi, se non vuol morire
di fame, di sete e di freddo.
- Ben pensata!
E il Re fece il decreto:
- Pena la vita, nessuno
dia pane, acqua e foco al barbiere.
Il barbiere chiuse la
bottega, e con la chitarra a tracolla, andò a presentarsi al Re:.
- Me ne vado fuori del
regno, giacché Vostra Maestà vuole così. Solamente, chiedo una grazia.
- Che grazia?
- Per l'ultima volta,
vorrei cantare una canzonetta al cospetto di Vostra Maestà e di tutta la
corte..
- Ti sia concesso.
Il barbiere accordò la
chitarra e si mise a cantare:
- Chi la vuol cotta, chi
la vuol cruda;
Non tutti gli uomini
hanno la coda!
Chi la vuol cruda, chi
la vuol cotta,
E ora aspetto... la Reginotta!
La Reginotta! La
Reginotta!
- Levati di torno,
mascalzone!
Il barbiere voltò le
spalle a Sua Maestà, inarcò; agitò la coda, come fanno i cavalli quando sono
allegri, si curvò fino a terra, e andò via.
- Pioggia davanti, e
vento di dietro!
Il Re trasse un
sospirone quando lo vide partito. E, per un pezzo, del barbiere non si seppe
nuova né buona né cattiva. Il Re aveva una figliuola e voleva maritarla.
- Chi vuoi sposare,
figliuola mia? Il Reuccio di Francia? Il Reuccio di Spagna? Il Reuccio di Portogallo?
Ti hanno chiesto tutti e tre, e attendono la tua risposta.
- Chi debbo sposar io,
deve dirlo radichetta.
- E chi mai è cotesta
radichetta?
- Eccola qui.
La Reginotta cavò di
tasca una radichetta scura, bitorzoluta.
- Quando avrò vicino chi
dovrà essere il mio sposo, la radichetta germoglierà. Me l'ha data una Fata.
Dice: Se sposi un altro, guai a te!
- Regalo d'una Fata, non
può essere cosa cattiva - pensò il Re.
E invitò i tre Reucci
per vedere chi di loro avrebbe,avuto la virtù di far germogliare la radichetta.
Arrivò primo il Reuccio
di Francia. Presuntuoso, superbo, disse:
- Vedrete, Reginotta; la
faccio fiorire di botto. Cavatela fuori.
La radichetta, scura e
bitorzoluta essa era, scura e bitorzoluta rimase.
Egli volle toccarla,
strofinarla; gli pareva impossibile che il Reuccio di Francia non l'avesse
fatta fiorire alla prima. Ma più la toccava, e più scura e bitorzoluta
diventava.
- L'avete fatto a posta,
per onta! Maestà, me la pagherete! E andò via, senza salutare nessuno,
minaccioso.
Arrivò, secondo, il
Reuccio di Spagna, cerimonioso, pieno di gentilezze:
- Vi piacerebbe,
Reginotta, se la bella sorte toccasse a me?
- Mi piacerebbe.
E cavò di tasca la
radichetta. Scura e bitorzoluta essa era, scura e bitorzoluta rimase.
Il Reuccio la toccava,
la strofinava delicatamente, mortificato che un Reuccio di Spagna non fosse
riuscito a farla fiorire. Ma più la toccava e strofinava, e più scura e
bitorzoluta diventava.
- L'avete fatto a posta,
per onta! Maestà, me la pagherete!
E andò via impettito e
gonfio, senza salutare nessuno.
Arrivò, ultimo, il
Reuccio di Portogallo. Si era ringalluzzito, sentendo che gli altri due avevano
fatto fiasco. E si presentò senza dir nulla, con un sorrisetto di soddisfazione
sulle labbra, aspettando che la Reginotta cavasse fuori la radichetta. Gli
pareva che già dovesse cavarla di tasca bell'e fiorita.
Scura e bitorzoluta essa
era, e scura e bitorzoluta rimase.
- L'avete fatto a posta,
per onta! Maestà, me la pagherete!
E andò via, anche lui,
senza salutare nessuno.
I Re di Francia, di
Spagna e di Portogallo fecero lega tra loro e intimarono la guerra al povero
Re, che non c'entrava per niente.
Alle prime battaglie,
gliele sonarono bene.
Stavano tre contro uno,
che non era neppure molto forte. Il Re dovette scappare a cavallo per salvare
la vita.
- Ah, se fosse qui il
barbiere! - esclamò.
- Maestà, era al portone
di palazzo; veniva per farsi soldato. Le guardie gli hanno impedito di entrare;
è andato via.
- Che disgrazia! E tutto
questo per una radica maledetta! Dammela qua; voglio buttarla via.
La Reginotta la cavò di
tasca e gliela porse piangendo:
- Maestà, voi buttate
via la mia fortuna.
- Butterei via anche te,
in questo momento!
Il Re era su tutte le
furie. Aperse la finestra e scagliò fuori la radichetta con la maggior forza
che poté.
- Ora, di nuovo alla
guerra! Fate marciare l'esercito. Sellate il mio cavallo subito subito. Questa
volta vinceremo.
Gli pareva che, buttando
via la radichetta, si fosse già levato il malaugurio di dosso.
Entrò tutt'a un tratto
il Ministro:
- Maestà! Maestà! La
radichetta è fiorita! È cascata in testa a uno che passava per caso sotto la
finestra. Appena la raccolse, gli fiori in mano. Questo è buon segno.
- Chi sarà? Fatelo
venire. Sarà un Re, certamente.
Che Re! Era il barbiere,
quello dalla coda, che veniva avanti facendo inchini, con la chitarra a
tracolla e la radichetta fiorita in mano.
E prima che il Re,
sbalordito, possa dirgli una parola, egli si mette a suonare e a cantare:
- Chi la vuol cotta, chi
la vuol cruda;
Non tutti gli uomini
hanno la coda!
Chi la vuol cruda, chi
la vuol cotta,
Ora mi spetta la
Reginotta.
Se non son Reuccio, sono
Principe, e posso imparentarmi col Re. E vi farò vedere che prodezze può far
fare la coda.
Al Re non parve vero. Lo
mise a capo dell'esercito, e fu un taglia, taglia. Con la coda all'aria, e la
chitarra afferrata a due mani pel manico - non volle altr'arma - il barbiere,
cioè il Principe, fece prodezze da non dirsi. I tre Re scapparono a precipizio,
lasciando mezz'esercito morto sul campo.
E quando l'esercito
vittorioso fece ritorno, a capo d'esso c'era il barbiere, cioè il Principe, con
la coda all'aria e la chitarra al fianco, che andava sonando e cantando:
- Chi la vuol cruda, chi
la vuol cotta,
Ora mi spetta la
Reginotta.
Alla Reginotta però
quell'uomo con la coda non andava; le faceva schifo e paura insieme, e non
voleva per nulla sposarlo; ma non diceva il perché.
Figuratevi la rabbia di
Sua Maestà, che aveva tanto sofferto appunto per lei e per la sua radichetta.
- E perché non vuoi
sposarlo? È nobile, è giovane.
- Perché ha la coda.
- Non è nulla - disse il
Principe. - Me la faccio tagliare.
Non c'era verso né di
tagliarla, né di strapparla; e il palazzo reale pareva un inferno, col Re che
urlava contro la Reginotta, col Principe che strepitava e cantava da mattina a
sera: - Chi la vuol cruda, chi la vuol cotta; ora mi spetta la Reginotta -; con
la Reginotta che piangeva notte e giorno, e intisichiva dal dispiacere di
quello sposo con la coda.
Si presentò una
vecchina; voleva parlare con la Reginotta.
- Mi riconosci?
- Non vi ho mai vista!
- Mi riconosci?
S'era trasfigurata.
Pareva un sole.
- La mia buona Fata!
Quella della radichetta!
E le si gettò ai piedi
supplicandola:
- Per pietà, buona Fata;
salvatemi voi. Il Principe con la coda non lo voglio! Meglio morta.
- Non t'angustiare.
Ripareremo.
Le disse quel che doveva
fare e sparì.
La Reginotta, tutta
contenta, andò di là, dove erano il Re e lo sposo.
- Maestà, prendete in
mano la radichetta germogliata. Voi appiccicaste la coda e voi dovete farla
sparire.
Infatti di mano in mano
che il Re strappava le foglie della radichetta, la coda del principe si
accorciava, si accorciava. Strappata l'ultima fogliolina, la coda sparì
interamente; non se ne vedeva neppure il segno.
La Reginotta e il
Principe si sposarono, e vissero fino alla vecchiezza, con gran numero di figli
attorno.
Stretta la foglia sia,
larga la via,
Dite la vostra, ché ho
detto la mia.
C'era una volta un
figurinaio che andava attorno per le vie vendendo figurine di gesso:
- Chi vuol figurine, chi
vuole!
Su la tavola che portava
in testa sopra un cércine, vecchi panciuti, gatti e conigli crollavano il capo
e parevano vivi.
- Chi vuol figurine, chi
vuole!
Un giorno aveva fatto
buoni affari; gli rimaneva soltanto un gattino. Non lo aveva voluto nessuno,
quantunque niente diverso dagli altri venduti.
Il povero figurinaio si
sgolava inutilmente:
- Oh, il bel gattino!
Chi vuole questo gattino, chi vuole!
Si trovava in quel
momento sotto le finestre del palazzo reale:
- Figurinaio, venite su.
Non gli era mai capitata
la fortuna di vendere qualcuna di quelle sue cosucce alla casa del Re. Dalla
contentezza non stava nei panni, e montava gli scalini a quattro a quattro.
Arrivato all'ultimo pianerottolo, inciampa e casca quant'era lungo. Il gattino
andò in pezzi.
La Reginotta, ch'era
corsa all'uscio, cominciò a strillare:
- Voglio il gattino!
Voglio il gattino!
- Reginotta, non è
niente; ne farò un altro.
- No ! No! Voglio questo
qui!
- Se avessi un po' di
colla, lo incollerei.
Non aveva ancora finito
di parlare, che i pezzetti si movevano, si ricercavano tra loro e s'incollavano
da sé; e già il gattino crollava la testa e pareva contento di quella prodezza.
Il figurinaio era più sbalordito degli altri. Quasi quasi avrebbe voluto
riportarselo via; quel gattino portentoso forse sarebbe stato la sua fortuna.
Ma col Re non si scherzava; bisognava venderlo per forza.
- Quanto ne vuoi? -
domandò il Re.
- Faccia Vostra Maestà;
il gattino non ha prezzo.
Il Re gli diede una
moneta d'oro.
Il figurinaio
s'attendeva di più, e intascò la moneta di malumore.
- Non sei contento?
Eccotene un'altra.
- Gliene dia tre,
Maestà.
Il Re, per non far
dispiacere alla figliuola, diede al figurinaio altre due monete d'oro.
- Dio t'aiuti!
La Reginotta portò il
gattino in camera, e si divertiva tutto il giorno a fargli scrollare la testa.
- Gattino, mi vuoi bene?
E il gattino rispondeva
di sì.
- Gattino, vuoi la
gattina?
E il gattino rispondeva
di sì.
- Gattino, ci sposiamo?
E il gattino rispondeva
di sì.
Accadde che in quel
tempo la Reginotta fu richiesta da un Reuccio. Il Re se ne rallegrò; era un
buon partito.
Ma ecco, a mezzanotte,
si sentì un grido lamentoso:
- Meo! Meo! Meo
- La Reginotta si
svegliò:
- Che. hai, gattino?
- Meo! Meo! Meo!
- Hai forse fame,
gattino?
- Meo! Meo! Meo!
Non si chetava. Si
svegliò anche il Re.
- Cacciate via questo
gatto; non mi lascia dormire.
- È il gattino di gesso.
Sua Maestà rimase.
- Il gattino di gesso?
E andò a vedere.
- Meo! Meo! Meo!
- Maestà, il gattino
vuol qualche cosa; io non so capire il suo linguaggio.
- Vuoi della trippa?
Vuoi del polmone?
- Meo! Meo! Meo!
Neppure il Re capiva.
All'ultimo, stizzito, afferrò un bastone per farlo in pezzi:
- Te lo do io il meo,
meo!
La Reginotta gli
trattenne il braccio.
- Chiamiamo il
figurinaio. Lui che l'ha fatto, forse lo intende.
Fino all'alba però il
gattino continuò a lamentarsi:
- Meo! Meo! Meo!
Il figurinaio non fu
potuto trovare; era andato in un'altra città.
La notte seguente, a
mezzanotte appunto, il gattino ricomincia.
Il Re uscì fuori dei
gangheri; corse in camera della Reginotta, afferrò il gattino, aperse la
finestra e lo buttò nella via.
La Reginotta si mise a
piangere:
- Povero gattino mio!
Di lì a pochi minuti,
dietro l'impòsta si sente:
- Meo! Meo! Meo!
E un zampino picchiava
ai vetri e grattava con le ugne.
La Reginotta aperse e
trovò il gattino di gesso sul davanzale; crollava la testa e pareva dicesse:
Grazie! grazie!
- Sta' zitto, gattino;
se no, il Re ti fa in pezzi.
- Meo! Meo!
- Gattino, mi vuoi bene?
E il gattino rispondeva
di sì.
- Gattino, vuoi la
gattina?
E il gattino rispondeva
di sì.
- Gattino, ci sposiamo?
- Meo! Meo! Meo!
E per quella notte non
gridò più.
- Dunque vuol sposarmi
lui! - disse la Reginotta. - Qui ci deve essere un incanto. Gattini di gesso e
che gridino non se n'è mai visti finora.
Quando fu giorno, andò
dal padre:
- Maestà, il mio
matrimonio col Reuccio non può andare. Mi vuole il gattino, e il gattino mi
avrà.
Il Re la credette
impazzita. La Reginotta, senza scomporsi, gli spiegò la cosa:
- Maestà, qui c'è un
incanto.
Chiamarono un Mago.
- È proprio così. Quel
gattino è un Reuccio. Se l'incanto non vien disfatto, la Reginotta è perduta.
Figuriamoci la
costernazione del Re e di tutta la corte!
- Come disfarlo?!
- Bisogna recuperare le
tre monete d'oro date da vostra Maestà al figurinaio.
Dove andare a pescarle?
Colui doveva averle già spese. Chi sa per che mani passavano in quel momento. E
poi, come riconoscerle fra le altre monete d'oro fatte con l'istesso conio?
- Le riconoscerà il
gattino.
Il Re fece un bando:
- Chi possiede monete
d'oro, deve trovarsi in tal giorno nel tal posto con le monete in tasca; pena
la vita.
Quel giorno, nel posto
indicato, si vide più di un centinaio di persone che si guardavano in faccia
sospettose, tenendo le mani in tasca. Venne la Reginotta col gattino in braccio
e cominciò a passeggiare in mezzo a loro. Il gattino scrollava il capo, ma non
dava nessun indizio; avrebbe dovuto gridare: Meo! Nessuno di quella gente
possedeva dunque le monete cercate.
La Reginotta disse:
- Maestà, vo' andare
attorno pel mondo. Mi vesto da uomo e fingo di essere un figurinaio. Il cuore
mi dice che troverò le monete. Se non faccio così, sono perduta.
Il Re acconsentì. La
Reginotta si fece cucire un vestito da uomo, si tagliò i capelli, prese il
gattino, e di notte, per non essere riconosciuta, partì.
- Oh, il bel gattino!
Chi mi compra il gattino che miagola!
- Quanto ne chiedete?
- Una moneta d'oro.
- Non vale due soldi.
Andava di città in
città, di paesetto in paesetto, di villaggio in villaggio:
- Oh, il bel gattino!
Oh, il bel gattino che miagola!
Parecchie persone
avrebbero voluto comprarlo, ma sentendo quel prezzo d'una moneta d'oro, tutte
rispondevano a un modo:
- Non vale due soldi.
Cammina, cammina, una
volta fu sorpresa dalla notte in una campagna. Vide una casetta di contadini e
picchiò:
- Buona gente, datemi
alloggio.
- Chi siete?
- Un figurinaio.
Le apersero e la fecero
entrare. Erano due vecchi, marito e moglie.
- Non ricoveriamo
nessuno. Perché siete un figurinaio, facciamo una eccezione per voi. Il nostro
figliuolo fa lo stesso mestiere. È tant'anni che non lo vediamo; non sappiamo
se è vivo o morto. Questo è il suo letto; dormite lì. Ci parrà che voi siate
quel caro figliuolo.
A mezzanotte appunto,
ecco il gattino:
- Meo! Meo! Meo!
- Buona gente, voi avete
una moneta d'oro.
- Ah! Tu sei un ladro!
Il vecchio afferrò la
ronca e voleva ammazzarla.
- Non sono un ladro! Per
quella moneta ve ne do dieci! Sentite.
E raccontò la sua
storia.
I due vecchi ebbero
pietà di lei. Infatti avevano davvero una moneta d'oro; gliel'avea mandata il
loro figliuolo. Presero in cambio le dieci monete e le diedero quella.
Il gattino crollava il
capo e gridava: Meo! Meo! Pareva che gongolasse di allegrezza.
Si sparse la voce che
c'era un figurina!o, il quale dava dieci monete d'oro contro una. La gente le
andava incontro con le monete in mano per fare quel buon guadagno. Ma il
gattino stava zitto.
Cammina, cammina, la
Reginotta arrivò un giorno davanti un'osteria. Parecchi avventori giocavano a
un tavolino. Si fermò per prendere un boccone e si mise a guardare.
Tutt'aun tratto, ecco il
gattino:
- Meo! Meo! Meol
- Buona gente, voi avete
una moneta d'oro. Se me la date, ve ne do dieci e d'oro anch'esse.
- Fa' vedere,
La Reginotta cavò fuori
le monete. Quei mascalzoni le si gittarono addosso, gliele fanno cascare per
terra, si azzuffano, le ghermiscono e fuggono via.
Tutt'a un tratto, ecco
il gattino:
- Meo! Meo! Meo!
- Gattino, che vuoi
dire?
- Meo! Meo! Meo!
Guardò attorno, per
terra. Sotto un piede del tavolino c'era una moneta d'oro, proprio quella che
lei cercava. Nella zuffa era sfuggita di mano ai suo possessore e nessuno
l'aveva vista. La Reginotta la raccolse, la involtò insieme con l'altra, e
riprese il viaggio.
Cammina, cammina,
cammina, giunse in un luogo solitario, fra rupi alte fino alle nuvole. Non si
scorgeva anima viva.
Vide una grotta con una
porta; si fece coraggio e picchiò:
- Buona gente, aprite;
ho smarrita la strada.
Non rispondeva nessuno.
- Buona gente, aprite;
ho smarrita la strada.
Comparvero due visacci
barbuti:
- Mal per te! Chi
sei? Che vieni a fare in queste parti?
- Sono un figurinaio.
Vendo questo gattino.
- Quanto ne chiedi?
- Una moneta d'oro.
- Noi lo prendiamo per
nulla.
E volevano
strapparglielo. La povera Reginotta era capitata in un covo di ladri. Sentendo
il diverbio, n'erano usciti fuori una dozzina, minacciosi, con i pugnali in
mano. La Reginotta si vide perduta:
- Non mi fate male; ve
lo do!
- Tu resterai con noi;
farai da servo.
Con quella gentaccia non
c'era da rispondere. Per non separarsi dai gattino, la Reginotta disse:
- Farò da servo.
La sera i ladri andavano
via e lasciavano la Reginotta chiusa col catenaccio dentro la grotta.
- Ah, gattino mio! Che
mala sorte c'è toccata!
- Il gattino non diceva
nulla.
Sul far, dell'alba, i
ladri tornavano carichi di preda; argento, oro, pietre preziose. E,il capo
faceva le parti.
- A te questo! A te
quello! A te questa moneta, perché ci hai preparato un buon desinare!
Ma non era la moneta che
la Reginotta cercava. Infatti il gattino stava zitto.
- Ah, gattino mio! Che
mala sorte c'è toccata!
Intanto alla Reginotta
erano cresciuti i capelli, e non sapeva più come nasconderli. Il capo dei ladri
se n'accorse:
- Chi sei? Tu sei una
donna!
La povera Reginotta si
senti morire; e piangendo, disse:
- Sono la figlia del Re.
- Allora ti prendo per
moglie. Sono Re anch'io; Re dei ladri! Ci sposeremo domani. Giusto la notte che
viene andiamo a rubare in casa del Re. Ruberemo la corona e il manto reale.
La sera i ladri andarono
via e lasciarono la Reginotta chiusa col catenaccio dentro la grotta.
- Ah, gattino mio! Che
mala sorte c'è toccata!
E i suoi occhi eran due
fiumi di lagrime. Il gattino, zitto.
Sul far dell'alba, i
ladri tornarono carichi di preda; argento, oro, pietre preziose, e la corona e
il manto reale.
A te questo! A te quello!
A te questa moneta, perché ci hai preparato un buon desinare!
- Tutt'a un tratto, ecco
il gattino:
- Meo! Meo! Meo!
I ladri si spaventarono.
La Reginotta non gli aveva mai detto che il gattino di gesso miagolava.
- Tradimento!
Tradimento!
E sfoderarono i pugnali.
Si sentì un botto. Il gattino di gesso era crepato, facendo schizzare i pezzi
da tutte le parti, e ne era uscito fuori un bel giovane, armato di tutto punto,
che cominciò a menar colpi di spada a dritta e a manca. In pochi minuti, tutti
i ladri giacevano morti per terra, fra pozze di sangue.
La Reginotta rimaneva in
un canto, atterrita. Non osava accostarsi anche perché vedeva che il Reuccio
aveva tuttavia gli orecchi, i baffi e la coda di gatto; provava paura.
E la paura si accrebbe
quando invece di sentirlo parlare, lo udì miagolare:
- Meo! Meo!
- Reuccio, che volete
dirmi?
- Meo! Meo!
Dunque rimaneva sempre
gatto, quantunque con la figura d'uomo? Dallo sbalordimento, la Reginotta gli
disse:
- Ah, gattino mio, che
disgrazia!
Doveva dirgli questo
perché l'incanto cessasse.
Gli cascarono gli
orecchi, i baffi e la coda, e il Reuccio parlò:
- Grazie, Reginotta.
Quanto ho sofferto! Caddi in mano d'una vecchia Stregona; voleva essere
sposata; e perché rifiutai mi gittò quell'incanto. Questi ladri sono i suoi
figli; ora viene a cercarli. La concio io!
- Andiamo via; sarà
meglio.
- Se non è morta colei,
non possiamo uscire di qui.
Infatti non trovavano la
porta. Gira di qua, gira di là per quella sfilata di grotte, non un buco nei
muri per cui potesse passare un topolino. In alto, è vero, c'erano grandi buche
che davano luce; ma come arrampicarsi fin lassù? Bisognava avere le ali.
Il giorno seguente, da
una di quelle buche, ecco un gufo che vola e rivola attorno, stridendo forte.
- Gufaccio, che cerchi
qui?
- Datemi uno di quei
morti. Che ve ne fate?
- Prendilo pure.
Il gufo afferrò un
cadavere con gli artigli, e lo portò via.
- Era forse la Strega! -
disse il Reuccio. - Se torna, la concio io!
Poco dopo, ecco una
cagna, magra e pelosa, che si avanza dal fondo di una grotta a passi lenti,
uggiolando:
- Cagnaccia, che cerchi
qui?
- Datemi uno di quei
morti. Che ve ne fate?
- Ah! Sei tu, Stregona!
E il Reuccio le assestò
un colpo, ma non la colse. La cagna sparì.
- Era lei! Se torna, la
conto io!
Poco dopo, ecco un
sorcio con una coda lunga e spelata.
- Sorciaccio, che cerchi
qui?
- Datemi uno di quei
morti. Che ve ne fate?
- Prendilo pure.
Il sorcio afferrò coi
denti la punta del vestito di uno di quei cadaveri e cominciò a trascinarlo.
Il Reuccio lo agguanta
per la coda con una mano, e cava la spada con l'altra. Assesta il colpo, ma
coglie la coda che gli rimane in pugno, divincolandosi. Sorcio e cadavere,
spariti.
- Non vuol dire!
Bruciamo questa coda!
Presero molta legna e
accesero un bel fuoco; nel meglio della vampata, vi buttarono la coda.
Di fuori, si sentivano
gli urli della Strega:
- Ahi! Non mi fate
bruciare! Vi apro la porta! Ahi! Ahi!
La coda guizzava, si
dibatteva fra le fiamme. Il Reuccio, per paura che scappasse, la tenne ferma
con la punta della spada, finché non si udì più nessun grido o lamento della
Strega.
Il fuoco si spense, e la
porta si aperse.
L'incanto era disfatto.
Reuccio e Reginotta
tornarono insieme al palazzo del Re e furono accolti con grandi feste.
Mandarono subito a prendere il tesoro dei ladri e lo distribuirono alla povera
gente. Il giorno delle loro nozze fu baldoria in tutto il regno.
Stretta la via, larga la
foglia;
Ne dica un'altra, chi
n'ha la voglia.
C'era una volta un
mugnaio che aveva due belle figliuole. A una avea dato nome Rota, all'altra
Tramoggia.
La gente che andava a
macinare, vedendo le due ragazze, domandava:
- Compare, quando
maritate queste figliuole?
- Quando ci sarà chi le
vuole.
- E che dote gli date?
- Dote niente. Rota la
regalo, Tramoggia la do per nulla.
- Furbo siete, mugnaio!
All'alba, se non c'erano
ancora avventori, il mugnaio imboccava una grossa conchiglia marina, e si
metteva prima a sonare e poi a gridare:
- Púuh! Púuh! Púuh!
Vieni, vieni a macinare!
Nel mulino non c'è da
fare.
Púuh! Púuh! Púuh!
Vieni, vieni al mio
mulino,
Chi vien primo ha il
contentino.
Púuh! Púuh! Púuh!
Una mattina arrivò primo
un garzone del Re con una mula carica di grano. Terminato di macinare, il
garzone non se n'andava:
- Che attendi?
- Il Re vuole il
contentino.
- Portagli questa qui.
E gli diè Rota, la
figliuola maggiore.
Il Re gliela rimandò:
- Contentino che mangia
pane Sua Maestà non ne vuole.
- Portagli questo qui.
Gli diè un corno di bue.
Il Re si sentì offeso, e
se la legò al dito.
Un altro giornoil
mugnaio s'era messo di nuovo a sonare e a gridare:
- Púuh! Púuh" Púuh!
Vieni, vieni a macinare!
Nel mulino non c'è da
fare.
Púuh! Púuh! Púuh!
Vieni, vieni al mio
mulino,
Chi vien primo ha il
contentino.
Púiuh! Púuh! Púiuh!
Arrivò primo il solito
garzone del Re con due mule cariche di grano. Terminato di macinare, il garzone
non se n'andava.
- Che attendi?
- Il Re vuole il
contentino.
- Portagli questa qui.
E gli diè Tramoggia, la
figliuola minore.
Il Re gliela rimandò:
- Contentino che mangia
pane Sua Maestà non ne vuole.
- Portagli questo qui.
Gli diè un altro corno
di bue.
Il Re, alla nuova
offesa, pigliò i cocci e mandò ad arrestare il mugnaio.
- Che intendi con questi
corni per contentino?
- Intendo i corni dell'abbondanza.
Se Vostra Maestà non li vuole, son pronto a riprenderli.
- Riprendili pure.
Il Re, non trovando da
ridire, fece rilasciare il mugnaio.
Per la via gli
domandavano:
- Di chi sono cotesti
corni, mugnaio?
- Sono miei. Uno lo
regalo, l'altro lo do per nulla.
E se ne tornò al mulino
coi corni sotto il braccio.
La gente che andava a
macinare, vedendo le ragazze, domandava:
- Compare, quando le
maritate queste figliuole?
- Quando ci sarà chi le
vuole.
- E che dote gli date?
- Quei due corni; uno a
Rota, l'altro a Tramoggia.
- Furbo siete, mugnaio!
I corni vanno a paio.
- Di corni come questi,
con uno ce n'è d'avanzo. Chi non lo crede, suo danno.
Il Re aveva ripensato la
risposta del mugnaio: «Intendo i corni dell'abbondanza»; e s'era pentito di
averglieli lasciati riprendere. Mandò il garzone:
- Sua Maestà rivuole i
contentini.
- Gli ho dati in dote
alle figliuole. Chi vuol possedere uno di quei corni, dee prima sposare una di
esse.
Il garzone riferì la
risposta. Il Re ci ripensò su:
- Se fosse davvero il
corno dell'abbondanza?
Rimandò il garzone:
- Avanti di sposare, Sua
Maestà vuole accertarsi che il vostro corno è davvero quello dell'abbondanza.
Il mugnaio rispose:
- Chi non lo crede, suo
danno.
Il Re si persuase che il
mugnaio diceva il vero. Anche per un Re, che può avere quattrini quanti ne
vuole, il corno dell'abbondanza non sarebbe stato cattivo. Sposare però una
figliuola di mugnaio, tutta infarinata, Sua Maestà non se la sentiva. Giorno e
notte intanto ripensava a quel corno. Dormendo, lo sognava. Gli pareva di
vederne uscire ogni ben di Dio. Bastava dire: Corno, dammi questo! Corno, dammi
quello! Il corno si trovava pronto a ogni richiesta. Era una bellezza.
- Se accadesse come nel
sogno!
Il Re ormai aveva fitto
il chiodo lì; e radunò il Consiglio della Corona.
- Voglio sposare una
delle figlie del mugnaio!
- Maestà, sangue di Re
richiede sangue di Re!
- Quando avrò in mano il
corno dell'abbondanza, so io come fare.
I Ministri chinarono il
capo. E uno di loro dovette andare dal mugnaio in nome di Sua Maestà:
- Mugnaio, Sua Maestà
vuole una delle tue figliuole.
- Rota la regalo,
Tramoggia la do per nulla. E quei corni sono la dote.
- Sua Maestà sceglie
Rota.
Si sposarono. La stessa
sera delle nozze il Re disse a Rota:
- Vieni a vedere la tua
camera.
Le fece scendere scale
dietro scale, una più buia dell'altra, e quando furono all'uscio di un
sotterraneo, dove non penetrava un fil di luce, ve la spinse dentro e messe
tanto di catenaccio.
- Ah, Maestà, che
tradimento!
Il Re tornò su, prese il
corno per la punta e ordinò:
- Perle e diamanti!
E tosto uscì dall'altra
parte un mucchio di diamanti e di perle.
La mattina venne il
mugnaio per vedere la sua figliuola:
- Torna più tardi, tua
figlia dorme.
Tornò più tardi:
- Torna domani, tua
figlia è a pranzo.
Venne il giorno
seguente:
- Tua figlia è morta e
seppellita. Fu Regina un giorno solo!
Il povero mugnaio andò
via piangendo.
Il Re pensò:
- Se possedessi l'altro
corno dell'abbondanza, sarebbe meglio.
E mandò dal mugnaio:
- Sua Maestà vuole
sposare l'altra sorella.
- Rota fu regalata,
Tramoggia la do per nulla. Quel corno è la sua dote.
Il Re e Tramoggia si
sposarono. La stessa sera delle nozze egli le disse:
- Vieni a vedere la tua
camera.
Le fece scendere scale
dietro scale, una più buia dell'altra, e quando furono all'uscio di un
sotterraneo, dove non penetrava un fil di luce, ve la spinse dentro e messe
tanto di catenaccio.
- Ah, Maestà, che
tradimento!
Il Re tornò su, prese
l'altro corno per la punta e ordinò:
- Oro e argento!
E tosto uscì dall'altra
parte un mucchio d'argento e d'oro.
La mattina venne il
mugnaio per vedere la sua figliuola:
- Tua figlia è morta e
seppellita. Fu Regina una notte sola.
Il povero mugnaio andò
via piangendo.
Un giorno, vedendo che
non c'era avventori, imboccò, al solito, la grossa conchiglia e si mise prima a
sonare poi a gridare:
- Púuh! Púuh! Púuh!
Vieni, vieni a macinare!
Nel mulino non c'è da
fare.
Púuh! Púuh! Púuh!
Vieni, vieni al mio
mulino,
Chi vien primo ha il
contentino.
Púuh! Púuh! Púuh!
Arrivò primo il garzone
del Re, con una mula carica di grano. Terminato di macinare, il garzone non se
n'andava:
- Che attendi?
- Il Re vuole il
contentino.
- Portagli questo.
E gli diè uno stivale
vecchio, rattoppato.
Il Re pensò:
- Anche questo stivale
dee avere qualche virtù. Ma prima di provare, voglio anche l'altro.
E appena intese dal
balcone del palazzo reale il suono della conchiglia Púuh! Púuh! e la voce del
mugnaio che gridava al solito: Vieni, vieni! spedì il garzone con una mula
carica di grano. Terminato di macinare, il garzone non se n'andava:
- Che attendi?
- Il Re vuole il
contentino.
- Portagli questo.
E gli diè uno stivale
vecchio rattoppato, compagno all'altro. Il Re, tutto contento, si chiuse in
camera coi due corni di bue e i due stivali. Voleva far la prova se mai questi
erano prodigiosi al pari di quelli. E cominciò dai corni. Li prese per le punte
con le due mani e ordinò:
- Perle e diamanti!
Argento e oro!
Ma i corni versavano e
gli stivali ricevevano. E appena gli stivali furono colmi fino al collo,
parvero impazziti. Il Re non sapeva come ripararsi dai calci che gli
assestavano alla schiena, di piatto e di punta. E ogni calcio,lasciava il
segno!
Apre l'uscio es i mette
a correre, urlando; lui avanti e gli stivali dietro, assestandogli calci alla
schiena di piatto e di punta. E ogni calcio lasciava il segno!
Corri di qua, corri di
là, non c'era verso di sfuggirli. Ministri, cortigiani, guardie tentavano
invano di afferrarli; ne toccavano anche loro. All'ultimo, nel ruzzolare una
scala, il Re inciampò e cadde bocconi quant'era lungo. Gli stivali gli si
posarono addosso e stettero fermi; ma lo schiacciavano col loro peso.
- Chiamate il mugnaio! -
urlava il Re.
Corse una guardia, a
cavallo, per fare più presto.
- Non posso venire. La
rota non va, la tramoggia è guastata. Se avessi qui le mie figliuole Rota e
Tramoggia, verrei subito.
Il Re, che con quel peso
addosso si sentiva soffocare, disse ai Ministri:
- Scendete nei
sotterranei, mettete fuori Rota e Tramoggia! Le ho rinchiuse lì io, e ne pago
la pena. Fate presto!
Non aveva ancora
terminato di parlare, che gli stivali caddero per terra, uno di qua e uno di
là, affatto vuoti.
Il Re si alzò tutto
pesto e addolorato, lamentandosi:
- Ahi! Ahi!
I Ministri tornarono su
frettolosi:
- Maestà, - dicono - il
Re ci ha rinchiuse qui, e il Re ci dee far uscire.
Non aveva faccia
d'andare a presentarsi alle due sorelle; ma vedendo che gli stivali si
agitavano, quasi minacciando nuovi calci, s'avviò lentamente, reggendosi con le
mani la schiena pesta e addolorata, lamentandosi:
- Ahi! Ahi!
Il sotterraneo dov'era
Rota, di affumicato e grumoso era diventato bianchissimo; muri e pavimento
tutti coperti di farina.
- Entrate, Maestà; vi
attendevo da un pezzo.
Tutt'a un tratto, Rota
lo prende per la mano e si mette a girare torno torno come una vera rota di
mulino, sballottando il Re che urlava invano: Ahi! Ahi! E si sentiva mancare il
fiato. Gira, gira, gira, all'ultimo lo sbatacchia fuori a gambe all'aria e si
mette a sedere:
- Andate a chiamare mio
padre.
Il sotterraneo dov'era
Tramoggia, di affumicato e grumoso era diventato giallo come l'oro; muri e
pavimento tutti coperti di grano.
- Entrate, Maestà; vi
attendevo da un pezzo.
Il Re, malconcio,
esitava; ma Tramoggia si fa avanti, lo prende per la mano e comincia ad
agitarsi, come una vera tramoggia di mulino, dando scossoni al Re che urlava
invano: Ahi! Ahi! All'ultimo, lo sbatacchia fuori a gambe in aria e si mette a
sedere:
- Andate a chiamare mio
padre.
Il mugnaio venne lemme
lemme, dinoccolato:
- Che comanda, Vostra
Maestà?
- Porta via Rota,
Tramoggia, corni, stivali, ogni cosa!
- Se Vostra Maestà vuol vivere
in pace, le dirò quel che dee fare.
- Che debbo fare?
- Per un anno, un mese e
un giorno, io sarò Re e lei mugnaio. In questo frattempo, le mie figliuole
diventeranno Regine davvero. Vostra Maestà, per gastigo, rimarrà a bocca
asciutta; né moglie né dote.
Che poteva fare il Re
con quel mugnaio indiavolato?
Piegò la testa. Gli
diede il manto e la corona reale, e indossò i panni di lui tutti sparsi di
farina.
La gente avea ritegno di
andare a macinare al mulino del Re. Invano egli si sfiatava a sonare la gran
conchiglia marina e a gridare:
- Púuh! Púuh! Púu!
Vieni, vieni a macinare!
Nel mulino non c'è da
fare.
Púuh! Púuh! Púuh!
Vieni, vieni al mio
mulino,
Chi vien primo ha il
contentino.
Púuh! Púuh! Púuh!
La rota infradiciva
inerte nell'acqua; la tramoggia se la rodevano le tignole, e il Re sbadigliava
davanti la porta con le mani in mano, aspettando gli avventori che non venivano
mai. Per vivere pescava granchi e ranocchi nel fosso. E se passava qualcuno, lo
interrogava:
- Che nuove mi date,
compare?
- Rota si è maritata col
Reuccio di Spagna.
- Tanto meglio, compare!
Ed eran passati sei
mesi.
Il Re sbadigiiava
davanti la porta del mulino con le mani in mano, aspettando gli avventori che
non venivano mai. Per vivere, pescava granchi e ranocchi nel fosso. Era
diventato magro allampanato. Se passava qualcuno, lo interrogava:
- Che nuove mi date,
compare?
- Tramoggia si è
maritata col Reuccio di Portogallo.
- Tanto meglio, compare!
Ed eran passati altri
sei mesi.
Finalmente restavano
pochi giorni perché il suo gastigo terminasse. Il mugnaio Re venne al mulino
accompagnato dai Ministri e da tutta la corte.
- La rota è infradicita;
la tramoggia è rosa dalle tignole; fatele rifare. Se no, siamo daccapo.
E bisognò farle rifare.
All'ultimo giorno, il
mugnaio Re venne al mulino accompagnato dal Ministri e da tutta la corte. Ma il
povero Re che per un anno, un mese e un giorno non avea mangiato altro che
granchi e ranocchi, era ridotto in fin di vita.
- Ben mi sta! - disse,
rivolto al mugnaio. - E giacché ti trovi Re, Re rimani.
Detto questo, morì.
La gente fu contenta. In
un anno, un mese e un giorno, il mugnaio non gli aveva macinati peggio
dell'altro.
Evviva Re mugnaio!
Chi ne vuole una sporta
e chi uno staio.
C'era una volta un
sarto, che campava la vita mettendo toppe e rivoltando vestiti usati.
Nella sua botteguccia ci
si vedeva appena; per ciò lavorava sempre davanti la porta, con gli occhiali
sul naso; e, tirando l'ago, canterellava:
Il mal tempo dee
passare,
Il bel tempo dee venire.
Zun! Zun! Zun!
Aveva una figliuola
bella quanto il sole, ma senza braccia, ed era la sua disperazione. Le vicine
lo aiutavano: oggi una, domani un'altra, si prestavano a vestire la ragazza, a
pettinarla, a lavarle la faccia; egli doveva imboccarla. A ogni boccone,
brontolava:
- Chi non ha braccia,
non dovrebbe aver bocca!
La ragazza, invece di
arrabbiarsi per questo continuo brontolìo, si metteva a ridere e rispondeva:
- Dovevate farmi le
braccia e non la bocca. La colpa è vostra.
- Hai ragione.
E il vecchio riprendeva
a lavorare, canticchiando:
Il mal tempo dee
passare,
Il bel tempo dee venire.
Zun! Zun! Zun!
Invece il cattivo tempo
peggiorò: gli venne meno la vista, gli occhiali non lo aiutarono più; e gli
avventori vedendo quei puntacci da orbo, che facevano parere più brutte fin le
toppe, non ne vollero più sapere di lui e del suo lavoro.
- Figliuola mia, come
faremo?
- Faremo la volontà di
Dio.
Il bel tempo dee venire.
Per abitudine, ogni
mattina il sarto, aperta la botteguccia, si metteva a sedere davanti la porta
con le mani in mano, aspettando gli avventori che non comparivano, e al suo
solito canterellava.
Un giorno passa una
signora, che vicino a lui si china e raccatta da terra un ago lucente:
- Quest'ago è vostro,
buon uomo.
- Grazie. Che debbo
farne? A cucire non ci vedo più.
La ragazza, sentendo
parlare, s'era affacciata alla porta.
- Prendetelo voi, bella
figliuola.
- Non ho braccia,
signora mia.
- Ve l'appunto sul
busto; è un buon ago.
Il vecchio disse:
- Biscotto a chi non ha
denti. Così va il mondo!
- Allegro, compare!
Il mal tempo se n'è
andato,
Il bel tempo è già
arrivato.
Zun! Zun! Zun!
La signora, ridendo,
scantonò e sparì.
Poco dopo, ecco un
avventore con in mano una giacca vecchia, tutta strappi e buchi:
- Rattoppatemi questa
qui. Vi pago avanti; ecco uno scudo. Verrò a riprenderla domani.
Il sarto, vedendosi in
mano quello scudo, che arrivava a proposito, non ebbe animo di rispondergli: -
A cucire non ci vedo più. - Rimase lì col naso all'aria, stupito della buona
fortuna.
Andò subito a fare un
po' di spesa, e poi si mise a cuocere la minestra, rimuginando le parole dello
sconosciuto: Verrò a riprenderla domani.
- Figliuola mia, e come
faremo domani?
- Da qui a domani c'è
ventiquattr'ore.
Finito di desinare, la
ragazza guarda per caso la giacca e dà un grido di sorpresa: la giacca era già
bell'e rattoppata, e così bene, che pareva quasi nuova. In una manica c'era
appuntato un ago.
- È l'ago della signora!
Infatti l'ago non era
più al posto dove la signora lo aveva messo.
- Zitta, figliuola;
quest'ago è la nostra fortuna.
Il padrone della giacca
venne a riprenderla, e rimase contentissimo del lavoro. Chiunque vedeva quella
raccomodatura, restava meravigliato.
E gli avventori
tornarono ad affluire alla botteguccla del sarto. Sul banco c'era sempre una
montagna di vestiti vecchi, così stracciati che neppure il cenciaiolo li
avrebbe voluti. Il sarto se ne stava tutta la giornata seduto davanti la porta
con le mani in mano canterellando:
- Il mal tempo se n'è
andato,
Il bel tempo è già
arrivato.
Zun! Zun! Zun!
- Sarto, e il lavoro chi
lo fa?
- Lo faccio io.
- Stando con le mani in
mano?
- Stando con le mani in
mano.
Verso sera gli avventori
tornavano e trovavano tutto bell'e allestito. Le raccomodature erano fatte così
bene, che quei vestiti vecchi parevano quasi nuovi.
- Sarto, e il lavoro chi
l'ha fatto?
- L'ho fatto io.
- Stando con le mani in
mano?
- Stando con le mani in
mano.
Un giorno il Reuccio,
passando a cavallo insieme con uno scudiero davanti la bottega del sarto, vide
la ragazza che stava a sedere accanto al padre, e rimase incantato di quella
bellezza.
- Ha un aspetto da
Regina!
- Ma è senza braccia,
Reuccio!
- Peccato!
Ci ripensò tutta la
notte, e il giorno appresso vo!le rivederla. Passò a cavallo, insieme con lo
scudiero, e rimase più incantato del giorno avanti.
- Ha un aspetto da
Regina. Peccato non abbia le braccia!
Ci ripensò tutta la
notte, e il giorno appresso vo!le rivederla. Giunto davanti la bottega,
sentendo canterellare il sarto, fermò il cavallo:
- Che canterellate, buon
uomo?
- Il mal tempo se n'è
andato,
Il bel tempo è già
arrivato.
Zun! Zun! Zun!
Il Reuccio intanto
teneva fissi gli occhi su la ragazza. Il sarto, che non sapeva chi egli fosse,
lo sgridò:
- Eh, amico! Che
guardate?
- Guardo vostra figlia,
che è più bella del sole.
- Se fosse più bella del
sole, rimarreste accecato.
- Ahi! Ahi!
Il Reuccio portò le mani
agli occhi; a quelle parole del sarto gli occhi gli s'erano seccati.
Lo scudiero condusse per
mano il Reuccio cieco a palazzo, e raccontò quello ch'era accaduto.
Il Re e la Regina
montarono in furore contro il sarto:
- Vecchio stregone!
Arrestatelo e conducetelo qui.
Lo legarono peggio d'un
ladro e lo condussero innanzi al Re.
- Maestà, io non ci ho
colpaI
- Vecchio stregone! O
rendi la vista al Reuccio, o ti fo arrostire vivo vivo!
Il povero sarto, dallo
spavento, era già mezzo morto.
- Maestà, io non ci ho
colpa!
- Ti do tre giorni di
tempo.
E lo fece chiudere in
una prigione dello stesso palazzo reale.
Ogni. mattinal il Re
andava a trovarlo, e dallo sportellino dell'uscio gli diceva:
- O rendi la vista al
Reuccio, o ti fo arrostire vivo vivo. È passato un giorno.
- O rendi la vista al
Reuccio, o ti fo arrostire vivo vivo. Son passati due giorni.
Il povero sarto non
rispondeva; si struggeva in lagrime, pensando alla figliuola senza braccia, di
cui non sapeva niente da più giorni, e che sarebbe rimasta sola al mondo in
balìa della cattiva sorte:
- Figliuola mia
sventurata!
E il Re, dallo
sportellino dell'uscio:
- O rendi la vista al
Reuccio, o ti fo arrostire vivo vivo. Sono passati tre giorni.
- Maestà, non ci ho
colpa! Grazia, Maestà! Almeno, prima di morire, fatemi rivedere la figliuola!
La grazia gli fu
concessa.
Il Re e la Regina, che
avevano sentito magnificare dal Reuccio la grande bellezza di costei, vollero
vederla quand'ella venne a palazzo reale.
Appena entrata nel
salone, dov'essi si trovavano insieme col Reuccio cieco, questi, battendo le
mani dall'allegrezza, si mise a gridare:
- La vedo! La vedo!
Accanto a lei c'è una signora.
Il Re e la Regina
credettero che il Reuccio fosse ammattito. Dov'era quella signora?
- È lì, accanto a lei, e
la tiene per la mano.
- Per la mano? Se non ha
braccia!
- Io la vedo con le
braccia; ma non vedo voialtri.
Il Re e la Regina, per
accertarsi se il Reuccio la vedeva davvero, facevano muovere la ragazza, in
punta di piedi, pel salone; e il Reuccio la seguiva con gli occhi inariditi:
- È lì... Ora si
affaccia alla finestra... Ora fa così col capo... Ora si siede per terra; e la
signora che l'accompagna fa pure quel che fa lei.
Il Re e la Regina,
stupiti, non sapevano che pensare di quel miracolo.
- Chi è, bella ragazza,
la signora invisibile che vi accompagna?
- Maestà, non lo so; son
venuta sola a palazzo... Ahi! Ahi!
La ragazza sentiva acuti
dolori nel punto dove avrebbero dovuto essere attaccate le braccia.
- Ahi! Ahi!
Ed ecco venirle fuori
prima la punta delle dita, poi le mani, poi i polsi, poi gli avambracci, poi le
braccia intere, bellissime e bianche come l'alabastro.
Il Reuccio, urtando il
Re e la Regina, si precipita verso la ragazza, le prende ansiosamente le mani e
comincia a strofinarsele su gli occhi:
- Manine fatate,
sanatemi voi!
Ma strofinava
inutilmente.
- Manine fatate,
sanatemi voi!
Ma strofinava
inutilmente.
- Zitti - fece il
Reuccio. - La signora parla.
Il Re e la Regina, dopo
tutto quello che avevano visto, erano proprio atterriti di quella signora
invisibile.
- Che dice?
- Manina, manina,
Non è mano di Regina.
Per toccare e sanare
Di Regina diventare.
Era chiaro: se il
Reuccio voleva ricuperare la vista, doveva sposare quella ragazza.
La Regina si sdegnò:
- Sposare la figlia d'un
sarto!
Ma il Re, che voleva
molto bene al figliuolo, non se lo fece dire due volte.
- Siano mani di
Reginotta; parola di Re!
E gli occhi del Reuccio,
toccati dalle mani della ragazza, tornarono a un tratto quali erano una volta,
anzi più vivaci e più splendenti.
Naturalmente il sarto fu
cavato di prigione, e si cominciarono subito i preparativi delle nozze del
Reuccio.
La ragazza, vestita con
gli abiti da Reginotta, pareva davvero un sole.
La Regina non sapeva
darsene pace, e le faceva ogni giorno mille dispetti. La mattina stessa delle
nozze, per avvilirla al cospetto di tutta la corte, le disse:
- Reginotta, ho uno
strappo nel manto reale; nessuno può rammendarlo meglio di voi.
La ragazza, senza
scomporsi, andò di là, prese l'ago datole dalla signora e, inginocchiatasi,
cominciò umilmente il rammendo del manto della Regina.
La Regina, vedendola
così rassegnata, diventò una vipera:
- Non sapete dare
nemmeno un punto!
E le strappò di mano il
manto reale.
- Infatti, - rispose la
ragazza - non ho mai dato un punto in vita mia.
L'ago intanto era
rimasto attaccato alla stoffa, e durante la cerimonia degli sponsali la Regina
si sentiva cucire, cucire tutti i panni addosso, senza sapersi spiegare che
diamine di lavoro fosse quello. Era così ravviluppata, che non poteva muovere
le gambe.
E l'ago cuciva, cuciva,
cuciva; e quando non ebbe più niente da cucire nei panni, cominciò a cucire
questi alle carni della Regina.
Figuratevi i suoi
strilli! Tentava di strapparsi le vestii ma la cucitura era così forte, che ci
voleva ben altro per disfarla.
E l'ago cuciva, cuciva,
cuciva; e la Regina strillava come una pazza, sentendosi trapassare le carni da
quella punta aguzza che non ristava un momento. Braccia, spalle, gambe, l'ago
cuciva ogni cosa, cuciva, cuciva, cuciva; e gli strilli della Regina salivano
al cielo!
Alla fine, non potendone
più, si buttò al piedi della Reginotta:
- Reginotta, perdono!
Salvatemi voi!
La Reginotta, che aveva
già capito di esser protetta da una Fata, pregò:
- Fata benigna,
salvatela voi!
Appena detto questo,
l'ago cessò di cucire, e tutte le cuciture si disfecero da sé.
Reuccio e Reginotta
vissero felici e contenti,
E noi siamo qui,
senz'ago né niente.
C'era una volta un
contadino che aveva una figliuola. Egli andava a giornata; la figliuola filava
stoppa o tesseva tela per conto delle vicine: così campavano la vita.
Avvenne una gran
siccità: nei campi non nacque un filo di erba; e non ci fu più da lavorare per
nessuno dei due. Avevano un gruzzoletto, messo prudentemente da parte nel buon
tempo, e per parecchi mesi poterono tirare innanzi, vivendo quasi a pane e
acqua. Il padre sospirava pensando all'avvenire; ma la ragazza, gioviale anche
nella miseria, canticchiava da mattina a sera, come quand'era al telaio e con
la rocca al fianco e lo stomaco pieno. Il padre la rabbrontolava:
- Con che cuore tu
canti? Ci rimane da mangiare appena per altri due giorni!
- Quando sarò morta, non
canterò più.
Mentre parlavano,
comparve su la soglia una donna scarna, allampanata, che pareva il ritratto
della fame.
- Fate la carità, buona
gente!
- Siamo più miseri di
voi - rispose il padre. - Rivolgetevi altrove.
La ragazza invece prese
la pagnottella, che doveva essere il suo desinare di quel giorno, e la porse
alla vecchia:
Mangiatela voi per me.
- Grazie, figliuola.
Intascata la
pagnottella, la vecchina cavò di sotto lo scialle unto e stracciato una
padellina nuova di rame:
- Tieni, figliuola; non
ho altro; forse ti servirà.
E andò via.
La ragazza si rimise a
canterellare, picchiando con le nocche delle dita su la padellina che dava un
bel suono; poi, per chiasso, la posò sul focolare spento e, ridendo, disse al
padre:
- Che volete? Una
costoletta? Una frittata?
E non aveva ancora
finito di parlare, che una fiammata si accese, e la padellina cominciò a
friggere, spandendo attorno un odore che avrebbe risuscitato un morto.
- Oh, che miracolo,
figliuola mia! Siamo ricchi!
Nella padellina fumavano
due costolette da bastare anche per quattro persone; e quando furono cotte, il
fuoco si spense da sé. Metà ne mangiarono padre e figlia, metà ne spartirono
tra le vicine più povere di loro. L'odore si sentiva per tutta la via.
D'allora in poi, a ogni
mezzogiorno, la ragazza metteva la padellina sul focolare spento e domandava al
padre:
- Che volete? Una
costoletta? Una frittata?
- Una frittata.
E poco dopo la frittata
era bell'e cotta da poter bastare fino per otto persone. Parte ne mangiavano
padre e figlia, parte ne dividevano tra le vicine più povere di loro. L'odore
si sentiva per tutta la via.
La cosa fece senso. Le
stesse vicine che ricevevano la carità, cominciarono a ciarlare:
- Come mai padre e
figlia, con quella miseria, senza guadagno alcuno, se la scialavano a quel modo?
Le ciarle giunsero fino
all'orecchio del Re. Giusto in quei giorni la Regina s'era ammalata con
un'inappetenza che non le permetteva di prendere nessun cibo, e i medici non
sapevano come rimediarvi. La Regina avrebbe voluto qualcosa da ristorarla col solo
odore, e il cuoco si stillava il cervello per contentarla. Ma davanti alle
pietanze più squisite, la Regina torceva il capo nauseata:
- Portatele via; mi si
rivolta lo stomaco.
Il Re, che aveva sentito
parlare del buon odore delle pietanze di quei contadini, disse ai medici:
- Proviamo a far
preparare il pranzo della Regina da costoro. Forse, per la stranezza, lo
gradirà.
E mandò a chiamare la
ragazza.
- Vuoi essere la cuoca
della Regina?
- Come piace a Vostra
Maestà.
- Vieni ad abitare nel
palazzo reale.
- A un patto, Maestà. In
cucina, con me, dovrà starci soltanto mio padre.
- Soltanto tuo padre.
Giunta l'ora del
desinare, la ragazza si presentô alla Regina:
- Maestà, che volete?
Una costoletta? Una frittata?
- Una costoletta.
La ragazza mandò via di
cucina tutte le persone ch'erano a servizio del Re, dal cuoco allo sguattero,
si chiuse a chiave di dentro insieme col padre, e mise la padellina sul
focolare spento:
- Padellina, una
costoletta!
La Regina all'odore
della costoletta fumante nel piatto, si sentì ristorare:
- Benedette le tue mani,
ragazza mia!
Mangiò con
grand'appetito, come da più settimane non faceva, e in segno della sua
gratitudine regalò alla ragazza una collana di brillanti.
- Maestà, questa è
collana da Regina, non da contadina mia pari.
- Sei Regina anche te,
Regina di tutte le cuoche.
E gliela mise al collo
con le proprie mani.
Ogni giorno, a ogni
desinare era un nuovo regalo; ora una spilla con un magnifico smeraldo, ora
buccole di perle grosse come ova, ora un braccialetto finamente cesellato e
tempestato di rubini.
- Maestà, è ornamento da
Regina, non da contadina mia pari.
- Sei Regina anche te,
Regina di tutte le cuoche.
In corte non si
ragionava che di quei mirabili desinari; e i medici erano stupiti che il grave
male della Regina fosse già guarito col semplice rimedio o d'una costoletta o
d'una frittata, giacché la padellina non dava altro.
Un giorno il Reuccio
entrò in camera della Regina che ella aveva appena terminato di mangiare
l'ultimo boccone.
- Che buon odore,
Maestà.
- Odor di costoletta,
Reuccio.
Un altro giorno:
- Che buon odore,
Maestà!
- Odor di frittata,
Reuccio.
- Sempre le stesse cose,
Maestà?
- Sempre; ma ogni volta
hanno un sapore diverso.
- E come fa la vostra
cuoca?
- Se lo sa lei.
Il Reuccio entrò in
grande curiosità, e volle andare in cucina
per vederla lavorare.
- In cucina dobbiamo
starci soltanto mio padre e io.
- Io sono il Reuccio!
- Reuccio o non Rcuccio,
ho la parola di Sua Maestà; in cucina dobbiamo starci soltanto mio padre e io.
Il Reuccio,
indispettito, afferrò la padellina ch'era lì tutta affumicata e gliela strofinò
nella faccia, annerendogliela come quella d'una mora.
Ma da quel giorno in
poi, la padellina non frisse più; e il nero del fumo rimase su la faccia della
ragazza, quasi fosse stato il color naturale della pelle; né acqua né sapone
riuscirono mai a mandarlo via.
La Regina, non potendo
più mangiare la solita costoletta o la solita frittata, tornò a peggiorare e si
ridusse in fin di vita. Il Re, che l'amava più dei propri occhi, montò in
furore, e per poco non fece tagliar la testa al Reuccio. Alle preghiere della
Regina, si contentò di scacciarlo dal regno coi soli vestiti che si trovava
indosso.
La ragazza, non avendo
più nulla da fare nel palazzo reale, tornò a casa col padre, e tutti e due
ripresero la vita consueta: egli andava a giornata, ella filava stoppa o
tesseva tela per conto delle vicine; ma non cantava più, né si faceva più
vedere su la porta, di casa per via della faccia impiastricciata di nero. Aveva
vergogna, temeva d'esser schernita, e spesso esclamava:
- Maledetta la padellina
e chi me la diè!
- Non dire così, non
dire così! - sentì rispondersi un giorno.
A quella voce fioca,
fioca, che veniva dal fondo della stanza, la ragazza si voltò, ma non vide
nessuno; e, più arrabbiata, ripeté:
- Maledetta la padellina
e chi me la diè!
- Non dire così, non
dire così!
- Chi siete che parlate?
Mi fate paura.
La voce fioca fioca
rispose per l'ultima volta lentissimamente:
- Non dire così!
La sera tornato il padre
dal lavoro, ella gli raccontò tutto:
- Ho paura di restar
sola; fatemi compagnia.
Per quel giorno il padre
non andò a lavorare; e poiché la ragazza, dalla paura di quella voce fioca
fioca, non aveva il coraggio di ripetere la sua maledizione, il padre, che
voleva accertarsi se mai non fosse stato effetto della fantasia alterata della
figliuola, esclamò lui:
- Maledetta la padellina
e chi ce la diè!
- Ahi!
In risposta aveva
ricevuto uno schiaffo.
Disse il padre:
- Andiamo via di questa
casa, anzi di questa città. Chi sa che guai ci accadranno, se restiamo ancora
qui!
Fanno per aprire la
porta e non possono smuovere il paletto della toppa; fanno per aprire la
finestra e chiamare aiuto, e il lucchetto della finestra è più duro del
paletto.
- Ah, poverini a noi!
Come faremo?
Quel giorno, per caso,
avevano da mangiare. Il giorno dopo però cominciarono a provar la fame. Erano
come murati in casa e non potevano nemmeno gridare al soccorso!
- Ah, poverini a noi!
Morremo di fame.
La padellina stava
appesa a un chiodo, pulita e luccicante qual era rimasta dal momento che il
Reuccio l'aveva strofinata su la faccia della ragazza. La ragazza la guardava
in cagnesco, con gli occhi pieni di lagrime, e si sentiva gorgogliare in gola:
Maledetta la padellina e chi me la diè!
La vide smuoversi e la
sentì risonare come quando la prima volta ella vi aveva picchiato su con le
nocche delle dita. La staccò dal chiodo, la posò sul focolare spento, e disse
al padre:
- Che volete? Una
costoletta? Una frittata?
- Non avea finito di
parlare, che una fiammata si accese, e la padellina cominciò a friggere,
spandendo attorno un odore che avrebbe risuscitato un morto. Padre e figlia, a
una voce, esclamarono:
- Benedetta la padellina
e chi ce la diè!
Corsero alla porta, ma il
paletto non si poteva smuovere; corsero alla finestra, ma il lucchetto era più
duro del paletto. Intanto il buon odore delle pietanze si sentiva dalla via.
Il Re, saputa la cosa,
mandò subito per la ragazza.
- Aprite, vi vuole Sua
Maestà.
- Non possiamo aprire;
aprite voi.
Il Re manda i magnani
per forzare la serratura o sfondare la porta; i magnani tentano, ritentano, ma
inutilmente. Manda allora i muratori per fare un gran buco nel muro; ma i
picconi dei muratori si spuntano, il muro par fatto di bronzo.
La Regina agonizzava. Il
Re avrebbe dato la metà del regno pur di vederla risanare con le costolette e
le frittate della padellina miracolosa. Che fare con quella serratura, con
quella porta e con quel muro che resistevano a tutto?
Un giorno finalmente la
Regina chiude gli occhi e rimane immobile: la credono morta, e si leva un gran
pianto per tutto il palazzo reale. Il Re, dalla disperazione e dal dolore, si
strappava i capelli.
A un tratto la Regina
riapre gli occhi e dice:
- Ho fatto un sogno. Mi
pareva d'essere stata portata dietro la porta di quella casa, e che il solo
odore delle pietanze m'avesse risanata. Maestà, voglio provare se il sogno è
veritiero.
I servitori presero il
letto come una barella e portarono la Regina dietro la porta che non poteva
aprirsi.
- Regina delle cuoche,
fammi sentire almeno l'odore delle tue pietanze, Regina!
Non rispose nessuno, e
non si sentì odore di sorta.
- Regina delle cuoche,
fammi sentire almeno l'odore delle tue pietanze, Regina!
Non rispose nessuno, e
non si sentì alcun odore.
Il Re, quasi piangendo,
gridò:
- Regina delle cuoche,
se fai sentire l'odore delle tue pietanze, sarai Regina per davvero.
- Maestà - disse Un
Ministro - che cosa vi è scappato di bocca! Parola di Re non va indietro.
- E non andrà! Partano cento
corrieri e vadano in cerca del Reuccio.
- E se il Reuccio non
vorrà sposarla?
- L'adotterò per
figliuola, e sarà Reginotta.
Si sentì subito un odore
delizioso che si sparse per tutta la via. La Regina annusava e rinasceva da
morte a vita. Annusavano il Re, i Ministri, il séguito di corte, la folla
pigiata nella via attorno al letto della Regina, e tutti si sentivano riempire
lo stomaco, quasi avessero desinato lautamente.
Per parecchie settimane,
nessuno pensò a fare spesa e ad accendere un fornello. Aspettavano che la
Regina fosse portata col letto dietro la porta di quella casa, e appena l'odore
delle pietanze cominciava a spandersi, si vedevano mille e mille nasi per aria
annusare avidamente, e da lì a poco scoppiavano dei grand'Ah! di
soddisfazione, come dopo un desinare copioso.
I corrieri reali eran
partiti subito alla ricerca del Reuccio, ma le settimane passavano, nessuno di
essi tornava, e l'odore intanto veniva meno di giorno in giorno con gran
terrore del Re e della Regina che non era ancora ristabilita in salute. La
gente, preso gusto a quel genere di desinare così buono e che non costava
niente, malediva quegli stupidi corrieri incapaci di trovare il Reuccio.
Una mattina,
inaspettatamente, ecco uno dei corrieri e poi un altro e poi un altro,
scalmanati, sfiniti.
- Avete trovato il
Reuccio?
-cNon l'abbiamo trovato.
Due giorni dopo, ecco
l'ultimo più scalmanato e più sfinito degli altri.
- Hai trovato il
Reuccio?
- No, ma ho trovato chi
sa dov'è. È un pastore che guarda le pecore laggiù laggiù. Disse: Indovinami
prima quest'indovinello e poi saprai dov'è il Reuccio. Non l'ho indovinato e
non me l'ha detto.
Che indovinello?
- Non ero nato per fare
il pastore,
Eppur dovevo smugnere e
tosare.
- Bestia! È lui! - gridò
il Ministro che di smugnere e di tosare se n'intendeva assai. - Conducimi
dov'egli si trova.
E partì insieme col
corriere.
Infatti era proprio lui.
Ne aveva viste e patite tante, fino a essersi ridotto a fare il guardiano di
pecore, che non gli pareva vero tornare Reuccio, anche a patto di sposare la
Regina delle cuoche.
Appena arrivato, andò a
picchiare alla porta che non si poteva aprire.
- Sono il Reuccio.
Invece della porta si
aperse la finestra, e comparve la ragazza con la faccia nera e la padellina in
mano; la padellina era affumicata.
- Questa è la mia dote.
Chi mi vuole per
mogliera
Dee farsi la faccia
nera.
E se nera non se la fa,
D'onde viene se n'andrà.
Il Reuccio esitava; gli
sapeva male doversi impiastricciare di fumo al cospetto di tanta gente
radunatasi alla notizia dell'arrivo di lui. Poi si strinse nelle spalle, prese
la padellina e, chiusi gli occhi, se la strofinò su la faccia, tingendosi
peggio di un moro. E mentre la sua anneriva, quella della ragazza ridiventava
bianca come la cera.
- Ora potete entrare.
Infatti la porta si
spalancò da sé, e il Reuccio trovò su la soglia la ragazza vestita come una
Regina, con la collana, lo spillone, gli orecchini e i braccialetti regalatile
quando faceva la cuoca; sembrava una Regina nata, tanto era bella e dignitosa.
Il popolo applaudiva:
- Viva la Reginotta!
Viva il Reuccio!
E nello stesso tempo
rideva, vedendo costui tutto impiastricciato a quel modo; ma rise per poco. La
ragazza prese il grembiule, lo passò su la faccia del Reuccio, e in men che non
si dice gliela ripulì.
Prima che si sposassero,
la Regina era già bell'e guarita. Le feste delle nozze durarono un mese intero.
- E della padellina che
ne faremo? - disse il Reuccio.
- Facciasi un bando: Chi
ha una padellina, venga a sfregarla con questa; friggerà da sé egualmente.
Figuriamoci che
cuccagna! Pareva tutti i giorni un festino.
La gente si dava bel
tempo, e all'ora del desinare mettevano le padelline sui fornelli spenti:
- Padellina, una
costoletta! Padellina, una frittata!
E tutte le padelline
friggevano; la gente mangiava a ufo. Frittate e costolette avevano ogni volta
un sapore diverso. Ma, purtroppo, chi non lavora non è mai contento.
Cominciarono a brontolare.
- Sempre costolette!
Sempre frittate!
La Fata che aveva
regalato la padellina portentosa alla ragazza, in premio della carità da lei
fatta; si sdegnò di quell'ingratitudine, e un bel giorno, anzi un brutto
giorno, prese di nuovo le sembianze di vecchietta e si presentò alla Reginotta.
- Sono quella della
padellina. Brontolano: Sempre costolette! Sempre frittate! Ecco qui un'altra
padellina, che frigge diversamente. Strofinino le loro con questa e vedranno
che miracolo.
Corsero tutti, strofinarono,
e si trovarono canzonati.
Le padelline friggevano,
sì, ma le pietanze erano più amare del veleno, e non si potevano mangiare. E
per colpa di costoro non c'è più al mondo padelline che friggano da sé.
C'era una volta un
gessaio che aveva parecchi asini magri e sbilenchi, sui quali caricava i sacchi
del gesso da portare a questo e a quello; uno poi, il peggio di tutti, spelato,
con un moncherino di coda, pieno di guidaleschi, pareva si reggesse su le gambe
proprio per miracolo.
Accadde che il Re doveva
spedire una staffetta a un Re suo vicino, e voleva la risposta dalla mattina
alla sera.
I corrieri reali
dissero:
- Maestà, è impossibile.
Non c'è cavallo al mondo che possa fare tanto cammino in una giornata, neppure
il vento.
Il Re mandò attorno un
banditore:
- Chi reca la risposta
dalla mattina alla sera avrà tant'oro, quanto può portarne il cavallo con cui
ha fatto la corsa.
Si presentò soltanto il
gessaio a cavalcioni dell'asino spelato, pieno di guidaleschi e con la coda
mozza.
- Maestà, vado io.
- Con quest'asino?
- Con quest'asino.
- E se non porti la
risposta dalla mattina alla sera?
- Mi farete tagliare la
testa.
Il Re gli consegnò la
lettera, e il gessaio partì.
Davanti il palazzo reale
e per la via un gran folla si pigiava per vedere lo strano spettacolo. L'asino
andava a passi di formica, balenando su le gambe scarne, e con le orecchie
ciondoloni. E la gente rideva.
- Gessaio, arriverai fra
un anno?
- Gessaio, ti pesava la
testa sul collo?
Il gessaio li lasciava
dire, e lasciò che l'asino andasse di quel passo fino alla porta della città,
senza né gridargli un arri! né dargli un colpo di pungolo.
- Gessaio, arriverai fra
un anno?
- Gessaio, ti pesava la
testa sul collo?
Passato l'arco della
porta dove non c'era gente:
- Avanti, focoso!
Avanti, focoso!
L'asino rizza le
orecchie, agita il moncherino della coda, e via come un lampo.
Verso il tramonto, il Re
s'era affacciato a un balcone per vedere arrivare il gessaio:
- Se non arriva questa
sera, gli faccio tagliare la testa.
Davanti il palazzo reale
e per la via s'era radunata la stessa folla della mattina, curiosa di vedere
come il gessaio se la sarebbe cavata.
A un tratto: Largo!
Largo! Ed ecco il gessaio a cavalcioni dell'asino che, a testa bassa, con le
orecchie ciondoloni, balenava su le gambe scarne, e pareva sul punto di tirare
l'ultimo fiato.
- Maestà, ecco la
risposta.
Non c'era che dire; la
lettera portava tanto di sigillo del Re ed era scritta tutta di suo pugno.
- Per l'oro, vieni
domani.
- Come piace a Vostra
Maestà.
E la gente:
- Bravo, gessaio! Evviva
l'asino dai guidaleschi! Ora dovresti fargli la coda d'oro, gessaio.
La mattina dopo egli si
presentò con l'asino a palazzo.
- Maestà, son venuto pel
mio carico d'oro.
- Te ne do il doppio;
dammi anche l'asino.
- Maestà, la bestia fa
comodo a me; non la vendo.
- Va bene - disse il Re
impermalito. - Gli sia dato quel che gli spetta.
Il Ministro credeva che
sarebbero bastate due, tre verghette d'oro; pesavano un buon poco.
- Ce ne vuole delle
altre.
Mettono sul basto
un'altra verga, poi un'altra, poi un'altra; qualunque animale sarebbe rimasto
schiacciato da quel gran peso. L'asino, invece, pareva avesse addosso
fuscellini non verghe d'oro; più gliene caricavano e più arzillo diventava.
Il Ministro corse dal
Re:
- Maestà, non basteranno
tutte le verghe d'oro che voi possedete.
Il Re volle vedere, quel
portento coi propri occhi. L'asino aveva su la schiena una montagnola e non
pareva che fosse il fatto suo.
- Maestà, ce ne vuole
ancora.
Aggiungono un'altra
verga, e poi un'altra, e poi un'altra; ma l'asino, più gliene caricavano, e più
arzillo diventava.
- È anche troppo! -
disse il Re stizzito. - Va' via!
- Il bando prometteva:
Avrà tant'oro, quanto può portarne il cavallo con cui ha fatto la corsa.
- Diceva: cavallo, non
asino. Se ti do tutto questo, è proprio per grazia· Va' via!
- Allora non ne voglio
niente. Asino mio, rendi l'oro.
L'asino diè uno
scossone, e tutte le verghe caddero di qua e di là per terra. Il gessaio montò
a cavalcioni su la sua bestia:
- Avanti, focoso!
E l'asino via di corsa,
con le orecchie fitte, agitando il moncherino della coda.
Li per lì, il Re rimase
sbalordito dell'arroganza del gessaio. Rinvenuto dallo sbalordimento, montò in
furore:
- Né verghe d'oro, né
asino!
E mandò le guardie alle
fornaci del gesso, perché menassero l'animale alle stalle reali.
Le guardie, armate fino
ai denti, partono subito e trovano il gessaio che caricava i sacchi del gesso
sui suoi somari magri e sbilenchi.
- Sua Maestà vuole
l'asino dai guidaleschi.
- Il Re è padrone anche
della mia vita. L'asino è lì; menatelo via.
Fanno per accostarsi, e
l'asino si rivolta, spara calci alle gambe e alla schiena delle guardie, dà
morsi che levano brani di carne.
Il Re, alla vista delle
guardie conciate a quel modo, perdé il
lume degli occhi:
- Andate a dire al
gessaio, se fra un'ora l'asino dai guidaleschi non è nelle stalli reali, ci va
della sua vita.
Il gessaio rispose:
- Il Re è padrone; fra
un'ora, il mio asino mangerà la biada nelle stalle reali.
E glielo menò lui
medesimo.
- Maestà, ci rivedremo
da qui a un anno.
- Che intendi dire?
- Niente. Ci rivedremo
da qui a un anno.
E, con le mani. in
tasca, s'allontanò tranquillamente.
Il Re volle provare da
sé la valentìa dell'animale. Ordinò lo conducessero nei giardini reali, bardato
bene, con sella e briglia, e vi montò a cavallo:
- Avanti, focoso!
L'asino partì come una
saetta, e, in men che non si dice, percorse tre volte tutti i viali.
Quei guidaleschi però
facevano schifo al Re.
Quantunque ora mangiasse
quanta biada voleva, l'asino non ingrassava punto, e le sue piaghe rimanevano
aperte come prima.
Il Re chiamò un maniscalco:
- C'è un rimedio ai
guidaleschi?
- Maestà, in otto giorni
ve li do belli e sanati.
Infatti, otto giorni
dopo, l'asino non si riconosceva più. Era grasso e tondo, col pelo lustro, e
dei suoi tanti guidaleschi non si scorgeva nemmeno il segno.
Il Re pensò di fare una
passeggiata a cavallo, e ordinò gli si sellasse quell'asino; la corte, tutti a
cavallo, doveva precederlo con gran pompa.
Una folla immensa
s'accalcava davanti il palazzo reale per godersi lo spettacolo. Ed ecco la
sfilata, e dietro a tutti il Re montato su l'asino.
Appena uscito fuori del
portone, l'asino non vuole andare né avanti, né indietro.
- Avanti, focoso!
Avanti, focoso!
Che avanti focoso! Era
come dire al muro. Impuntatosi, col collo teso, l'asino pareva incantato.
Invano il Re si sgolava:
- Avanti, focoso!
Avanti, focoso!
E accompagnava le parole
con colpi di sprone. Niente. All'ultimo, l'asino si mette a ragliare e a far le
boccacce, fra le risate di tutto il popolo, con gran dispetto del Re.
A un suo cenno, i servi
chi dà all'asino pedate alla pancia, chi legnate sul groppone, chi punture in
tutte le parti; ma l'asino, duro; raglia, fa boccacce. E per non restare lì
esposto alle risate della gente, il Re dovette scendere da sella e rientrare in
palazzo. La bella cavalcata andò a monte.
Figuriamoci la rabbia
del Re!
Intanto la fama di
quell'asino dai guidaleschi e che correva più del vento, s'era sparsa pel
mondo; e un giorno il Re ricevette una lettera del Re suo amico e vicino, che
gli chiedeva in grazia di mandarglielo a vedere per pochi giorni. Imbarazzato,
glielo spedì, facendogli sapere che l'animale aveva perduto, non si sapeva come
né perché, la sua virtù, ed era invece diventato un somaraccio intrattabile.
Quel Re non gli
credette, si stimò canzonato ed offeso; e, per vendicarsi, levò su l'esercito e
gl'intimò la guerra.
L'altro, levato anche
lui l'esercito, gli corse incontro. Appiccò battaglia, con gran sangue, ma fu
sbaragliato; a stento poté ricoverarsi sano e salvo dentro le mura della
capitale.
Nel salire le scale di
palazzo, sente l'asino che raglia.
- Che ha quel
somaraccio?
- Raglia da tre giorni,
da mattina a sera. Con la guerra, chi poteva badare a governarlo bene? Ed è
ridiventato magro e spelato e tutto coperto di guidaleschi qual era una volta.
E raglia, raglia, raglia, quasi chiami il suo antico padrone.
Il Re si sovvenne delle
parole del gessaio:
- Maestà, ci rivedremo
da qui a un anno. - Era giusto un anno da quel giorno. E il disastro della
guerra gli era appunto cascato addosso per cagione del somaraccio!
Mandò a chiamare il
gessaio.
- Perché dicesti:
Maestà, a rivederci da qui a un anno?
- Me l'aveva detto
l'asino.
- Parla quell'asino?
- Parla; lo intendo io solo.
- Va' a sentire che ti
dice.
Il gessaio scese in
istalla, e l'asino subito:
- Aah! Aah! Aah! Aah! Aah!
- Maestà, dice...
E si fermò.
Di' pure! ambasciatore
non porta pena.
- Dice: Se il Re mi dà
la Reginotta, gli faccio vincere la guerra.
- Proprio così?
- Proprio così.
Il Re rimase perplesso.
La Reginotta in isposa a un asino coi guidaleschi e la coda mozza? Poteva mai
essere? Quell'asino però non era un asino simile agli altri.
- Qui c'è un mistero! -
disse il Re.
E radunò il Consiglio
della Corona.
I consiglieri, udita la
cosa, si guardarono in viso; non sapevano che consigliare. Soltanto uno ebbe il
coraggio di rispondere:
- Maestà, io direi sì.
Vinciamo, se sarà vero; poi il tempo dà consiglio.
Il gessaio riferì
all'asino la risposta del Re; e l'asino:
- Aah! Aah! Aah!
- Maestà, dice: Prima
sposare, poi andare alla guerra.
Messo dalla necessità
con le spalle al muro, giacché il nemico era quasi alle porte, il Re
acconsentì.
E l'asino fu sposato
alla Reginotta, che gettava dagli occhi due fiumi di lagrime, poverina, e
voleva piuttosto morire che essere moglie di quel somaraccio schifoso.
- Ora vedrete, Maestà -
dice il gessaio. - Chiamate a raccolta i soldati e fate aprire le porte.
Monta su l'asino con la
spada sfoderata, e:
- Avanti, focoso!
Al solo raglio, i nemici
furono presi di tale paura che non ci vedevano dagli occhi; fuggivano,
lasciandosi scannare come pecore; e l'asino, salta di qua, balza di là, a furia
di calci ne ammazzò più di migliaia.
- Avanti, focoso!.
Soldati, avanti!
Insomma fu un massacro,
e ci lasciò la vita anche il Re che aveva intimato la guerra.
- E l'asino, gessaio?
- Maestà, il povero
asino è morto in battaglia.
- Tanto meglio! -
esclamò la Reginotta, che non le pareva vero.
- Fatelo scorticare, e
portatemene la pelle.
All'ordine del Re,
partono gli scorticatori e trovano l'asino in mezzo ai morti, con le gambe
all'aria,
Cominciarono dallo
scorticare le gambe davanti, ed ecco che sotto la pelle compariscono due piedi
umani, che muovevano le dita quasi volessero sgranchirli.
Scappano atterriti:
- Maestà, dentro la
pelle di quell'asino c'è un uomo vivo. Non abbiamo il coraggio di scorticarlo.
Accorse, il Re, seguito
dal Ministri e da tutti i cortigiani; e visto quei piedi di uomo, invece degli
scorticatori, fece chiamare i chirurghi di corte perché operassero più
delicatamente con l'arte loro. Ma i ferri dei chirurghi non riuscivano a
staccare la pelle.
- Maestà, - disse il
gessaio - qui ci vuole la mano della Reginotta; e se non fa subito, guai a voi!
Il Re che ora,
trattandosi di quell'asino, non dubitava più di nulla, senza por tempo in
mezzo, mandò a chiamare la Reginotta.
- Figliuola mia,
scorticalo tu; se no, guai a noi!
Aveva ribrezzo e paura;
ma sentendo quel: Guai a noi!, la povera Reginotta afferrò con le dita tremanti
il lembo di pelle staccato, e nel tenderlo si accorse che si staccava da sé.
Allora tirò forte, e fu come se avesse strappato una coperta. Dell'asino non
rimaneva più niente, e un bel giovane, riccamente vestito, si rizzava in piedi
con tanto di occhi sbalorditi, quasi si destasse da un sonno profondo.
- Chi sei?
Quegli apre la bocca per
parlare; ma invece di parole gli scappa un sonoro: Aah! Aah! Aah! un bel raglio
accompagnato da gesti, e dietro, fuori dell'abito, gli s'agitava un moncherino
di coda, quello dell'asino morto.
Lo condussero a palazzo.
Tutti ammiravano il corpo ben conformato e il bellissimo aspetto di quel
giovane. Peccato che, in cambio di parlare, ragliasse!
- Che si può fare,
gessaio?
Maestà, il bando
prometteva: Avrà tant'oro quanto può portarne il cavallo con cui ha fatto la
corsa. E io finora non ho avuto niente.
- Che c'entri tu con
costui?
- Il suo destino vuole
così. Una Maga lo incantò, mutandolo in asino, per vendicarsi dei parenti di
lui che le avevano fatto un'offesa. Venne da me e mi disse: Vuoi comprare
quest'asino? Dovresti darmi la moneta d'oro che ti trovi in tasca. Non te ne
pentirai; a suo tempo, ti frutterà più del mille per cento. E mi spiegò ogni
cosa. Se io non ho il mio oro, non posso rivelare in che modo il Reuccio può
riaquistar la parola. E sappiate che costui è proprio di sangue reale.
Il Re condusse il
gessaio nella stanza del tesoro.
Serviti con le tue mani;
prendine quanto ne vuoi.
Il gessaio si caricò
peggio d'un somaro, portò l'oro a casa sua e ritornò a palazzo.
- Maestà, ora tocca a
voi. Dovete, a forza di braccia, strappargli quel moncherino.
Il Re si rimbocca le
maniche, afferra con le due mani il moncherino, e tira, e tira, e tira; ma non
c'era verso. Sudava, sbuffava, non ne poteva più.
- Forza, Maestà!
Tira, tira, tira; non
c'era verso.
- Forza, Maestà!
La Reginotta, i
Ministri, tutti i cortigiani che stavano attorno, vedendo gli sforzi del Re, si
sforzavano anche loro quasi avessero tutti in mano un moncherino di coda; e
gridavano:
- Forza, Maestà!
Il Reuccio, volendo
gridare insieme con gli altri: Forza, Maestà! si mise invece a ragliare:
- Aah! Aah! Aah!
Il moncherino si
strappa, e il Re, con esso in mano, batte la schiena per terra.
- Grazie, Maestà!
Il Reuccio parlava;
l'incanto era finito.
E Finisce pure la fiaba.
A chi non piace, la
riporti al ciaba.
C'era una volta due
vecchietti, marito e moglie, che vivevano poveramente. Non potevano più lavorare,
e pensavano con terrore ai giorno in cui avrebbero finito di mangiare quel poco
messo da parte in tant'anni di fatiche e di stenti.
Si eran voluti sempre
bene, eran sempre vissuti in pace, contenti di quel che guadagnavano, senza
invidiare gli altri, senza desiderare niente che sorpassasse la loro modesta
condizione. E così erano arrivati alla vecchiaia.
Ora però, fra le
privazioni e gli acciacchi, ripensavano con dolore al bel tempo della loro
giovinezza. Facendo il confronto tra quelli che erano stati e quelli che erano,
al presente, quasi non si riconoscevano più. Curvi, canuti, tutti grinze, senza
denti, coi piedi strascicanti, si mettevano al sole davanti la porta di casa, e
stavano lì lunghe ore a guardare i bambini che facevano il chiasso.
- Ricordi, moglie mia?
- Ricordi, marito mio?
E crollavano la testa.
D'inverno andavano a
letto di buon'ora; almeno nel letto stavano caldi. E anche lì, quando non
potevano dormire, ricominciavano:
- Ricordi, moglie mia?
- Ricordi, marito mio?
Era di dicembre;
nevicava, faceva un gran freddo. Neppure nel letto essi riuscivano a scaldarsi.
Sentirono dei picchi alla porta e un lamento:
- Datemi alloggio per
questa notte! Non mi fare morire in mezzo alla via!
- Apriamo? - disse la
moglie.
- Apriamo.
Entrò una vecchina come
loro, tutta coperta di neve, inzuppata d'acqua e inzaccherata.
- Chi siete? Dove
andate?
- Sono la Fortuna; vado
pel mondo.
- Siete la Fortuna? Con
quei cenci? Con quelle ciabatte?
- Per non farmi
riconoscere.
I due vecchietti si
rallegrarono in cuor loro. La Fortuna prima di andar via gli avrebbe lasciato
un bel regalo. E le fecero posto nel letto, in mezzo, perché stesse meglio.
La mattina, prima
dell'alba, la vecchina era in piedi:
- Non mi chiedete
niente?
Marito e moglie si
consultarono, imbarazzati.
- Che chiedere?
Ricchezze? Non se le sarebbero potute godere. Onori? Non sapevano che farne.
Salute? Per vecchi, non stavano male. Che chiedere?
- La fanciullezza! -
disse la moglie.
- Avremmo tutto con
essa! - disse il marito.
- Nient'altro? - domandò
la Fortuna.
- Nient'altro!
- Ecco qui.
E porse una boccettina
con poche stille d'acqua limpida dentro:
- Bevete e vedrete.
I due vecchietti
volevano aprir la porta per farla uscire; si voltarono; ma la Fortuna era già
lontana cento miglia.
- Buon viaggio!
- E buon ritorno!
Marito e moglie si
fregarono le mani dalla contentezza.
- Ora beviamo.
- Sono proprio due
stille. Guarda, una per me, una per te.
- Berrò io la prima.
- No, berrò io.
Cominciarono a leticare.
- Non hai fiducia in me,
marito mio?
- E tu?
- Io ti ho sempre voluto
bene; ho fatto tanti sacrifizi per te. L'hai dimenticato dunque tutt'a un
tratto?
- Ed io? L'hai
dimenticato? Sono il marito, devo bere il primo.
- Sono donna, perciò
tocca a me!
- Dividiamo le gocce.
- Dividiamole. Sarà
meglio.
Le divisero e bevvero;
ma continuarono a leticare.
- Io non provo niente,
forse perché non me n'hai dato abbastanza!
- Neppure io provo
niente. Forse quella vecchia ci ha canzonati.
- Ho sonno; andiamo a
letto.
- Andiamo a letto.
E, imbronciti, si
coricarono.
- Fatti più in là! Sto
proprio su l'orlo.
- Io sto per cascare.
La moglie diè uno
spintone, il marito un altro; il letto traballava. Avevano una forza insolita.
Ah! L'acqua operava. Allora si chetarono, aspettando.
La mattina, allo
svegliarsi, si trovarono diventati ragazzi. Ma non si riconoscevano.
- Tu chi sei? E che ci
fai qui?
- Io sono a casa mia. E
tu chi sei?
- Che t'importa?
Facciamo il chiasso.
- Facciamo il chiasso.
E si misero a ruzzare
sul letto, con salti e capriole. Più tardi, aprirono la porta e si trovarono
nella via.
- Tu per dove vai?
- Per qua.
Io per quest'altra
parte.
Si voltarono le spalle,
senza neppur salutarsi, e se n'andarono ognuno pei fatti suoi.
Il ragazzo incontrò un
signore.
- Vuoi prender servizio,
ragazzo?
- Che devo fare?
- Strigliare i cavalli e
portarli a bere alla fontana.
Una mattina egli vide
passare davanti la scuderia la ragazza, con cui aveva fatto il chiasso sul
letto tra salti e capriole.
- Oh! Tu?
- Sono a servizio.
- Sei contenta della
padrona?.
- Chè! Mi sgrida, mi
picchia per un nonnulla.
- Anche lo stalliere mi
sgrida e mi picchia per un nonnulla. Vado a cavallo però, quando vo ad
abbeverare le bestie.
- Io vo in carrozza con
la signora, quando porto il bambino.
- Se fossi grande, non
mi picchierebbero!
- Neppur me, se fossi
grande!
La padrona chiamava
dalla finestra, lo stalliere chiamava dalla stalla.
- Fannullona!
- Fannullone!
E scapaccioni e strilli
su in casa; e scapaccioni e strilli giù in istalla.
Pochi giorni dopo, egli
vide passare davanti la scuderia la ragazza che piangeva:
- Che hai?
- La signora mi ha
mandata via.
- Vado via anch'io.
Andiamo insieme?
- Dove?
- Dove ci portano le
gambe,
Cammina, cammina,
cammina, si spersero in mezzo a un bosco. Si faceva buio, e non riuscivano a
trovare la strada. Cominciarono a strillare:
- Ah, mamma mia! Come
faremo?
- Perché piangete,
ragazzi?
- Nonnina, dateci aiuto!
Abbiamo smarrita la strada.
- Non mi riconoscete?
- Non vi abbiamo mai
vista.
- Sono la Fortuna. Che
volete? Chiedete e vi sarà dato.
I ragazzi si
consultarono, imbarazzati.
- Che chiedere?
Ricchezze? Gliele ruberebbe il primo che capitava; non si potevano difendere.
Se potesse farci diventar grandi, e darci un po' di denaro, tanto da non dover
star a servizio in casa altrui!
- Nient'altro?
- Nient'altro.
- Prendete; mangiate
queste due focacce, e poi schiacciate queste due noci. Vedrete.
E sparì.
Mangiarono le focacce e
si addormentarono. La mattina, svegliandosi, si avvidero di esser cresciuti di
una ventina d'anni almeno; ma non si riconoscevano.
- Chi siete? Che fate
qui?
- Sono una boscaiola.
Faccio legna. E voi?
- Sono un boscaiolo;
faccio carbone.
- Ho una noce: è la
fortuna.
- Ne ho un'altra
anch'io.
Le schiacciarono e ne
sgusciarono fuori tante monete d'oro, nuove di zecca.
- Questa è la mia dote.
- E questa è la mia.
Si sposarono, e
lavoravano da mattina a sera. Lei faceva legna e lui faceva carbone. Ma era una
vita dura. Pure mettevano sempre qualcosa da parte.
- Ci servirà per quando
saremo vecchi.
Spesso si lamentavano:
- Che vitaccia!
E contavano i quattrini
già messi da parte. Erano molti, non però ancora abbastanza da potere passar
bene la vecchiezza.
- Quando saremo vecchi,
ci riposeremo.
- C'è ancora tempo,
marito mio.
Una notte udirono rumore
attorno alla capanna, e voci cupe che dicevano:
- Tu qua; tu là; io
dalla porta, tu dal tetto!
- Oh, Dio! Sono i ladri.
Marito e moglie si
sentirono gelare.
Uno scassinava la porta,
uno sfondava il tetto:
- Non vi muovete o siete
morti! Dove sono i quattrini?
Erano più morti che vivi
soltanto per lo spavento di quelle facce barbute che gli appuntavano i pugnali
alla gola:
- Dove sono i quattrini?
- Eccoli lì.
I ladri fecero repulisti
e andarono via.
La mattina dopo marito e
moglie non avevano forza di lavorare e piangevano in mezzo al bosco:
- Poveri a noi! Come
faremo?
- Che avete, buona
gente? Perché piangete?
- Ah, nonnina! La notte
scorsa siamo stati spogliati dai ladri!
- Non mi riconoscete?
Sono la Fortuna. Chiedete e vi sarà dato.
Marito e moglie si
consultarono, imbarazzati:
- Che chiedere? Il
meglio sarebbe stato una tranquilla vecchiezza, con tanto da non stentare fino
alla morte.
- Nient'altro?
- Nient'altro.
- Ecco qui. Mangiate
queste due pere e vedrete. In questa borsa poi ci sarà sempre del denaro. Più
ne spenderete e più ne troverete.
Prima che le dicessero
grazie, era sparita.
Marito e moglie
mangiarono ognuno la sua pera e si addormentarono. Allo svegliarsi,
strascicavano i piedi. E si ricordavano di ogni cosa passata.
- Che sciocchi! Abbiamo
rifatto la stessa vita! Non metteva conto. Ricordi, moglie mia?
- Ricordi, marito mio?
Erano tornati ad abitare
la loro casa d'una volta.
Si mettevano al sole
davanti la porta e stavano lì lunghe ore a guardare i bambini che facevano
chiasso.
- Ricordi, moglie mia?
- Ricordi, marito mio?
- Che sciocchi! Abbiamo
rifatto la stessa vita. Non metteva conto. Già, farne un'altra sarebbe stato lo
stesso. Fanciulli, giovani, vecchi! O poveri o ricchi, s'invecchia tutti; e
tutti dobbiamo morire!
Spendevano e spandevano;
mangiavano bene, si prendevano ogni sorta di divertimenti, e non avevano nessun
pensiero dell'avvenire; la loro borsa era sempre piena; più quattrini ne
cavavano e più ce n'era. Sarebbero stati felici, se non li avesse angustiati il
pensiero fisso della morte. Ogni giorno che passava, era un passo verso la
sepoltura. Non se ne davano pace.
Una mattina stavano
seduti, al solito, davanti la porta per godersi il sole.
- Chi sa, marito mio, se
rivedremo il sole domani!
- Eh, chi lo sa, moglie
mia!
Videro accostarsi una
vecchina:
- Fate la carità!
- Siete più vecchia di
noi; quant'anni avete?
- Gli anni miei non si
contano. Non può contarli nessuno.
La guardavano
sbalorditi.
- E camperete molt'altri
anni ancora?
- Finché ci sarà mondo.
- Chi siete?
- Non mi riconoscete?
Sono la Fortuna. Chiedete e vi sarà dato. Prima di mill'anni, non ripasserò da
queste parti.
Marito e moglie si
consultarono, imbarazzati:
- Che chiedere? Gioventù,
ricchezze, tutto passava, tutto andava via. Se non si potesse morir mai!
L'unica felicità sarebbe questa.
- Se non chiedete altro;
vi sarà concessa.
- Non chiediamo altro.
- Ecco qui.
E porse una boccettina
con poche gocce di un liquore rosso dentro, che pareva sangue.
- Bevete, e vedrete.
Prima che potessero
dirle grazie, era sparita.
- Berrò io il primo.
- No, berrò io.
- Sono il marito; devo
bere il primo.
- Sono donna, perciò
tocca a me.
- Facciamo come l'altra
volta; dividiamo le gocce.
- Dividiamole; sarà
meglio.
Le divisero e bevvero.
Si sentirono diventare quasi di acciaio.
- Oh, che felicità,
moglie mia! Non morremo mai!
- Oh, che felicità,
marito mio! Non morremo mai!
Passarono più di cento
anni. Marito e moglie erano sempre gli stessi, curvi, canuti, tutti grinze,
senza denti, coi piedi strascicanti, e ogni giorno stavano lunghe ore davanti
la porta, al sole, a guardare i bambini che facevano il chiasso:
- Ricordi, moglie mia?
- Ricordi, marito mio?
Ma non erano però così
contenti come avevano creduto di dover essere. Tutto cangiava attorno a loro,
tutto moriva attorno a loro. Non si potevano affezionare a nulla e a nessuno,
che già se lo vedevano portar via dalla morte.
Passarono più di mille
anni. Marito e moglie erano sempre gli stessi, impresciuttiti; ma ora, sedendo
davanti la porta al sole, non badavano più ai bambini che facevano il chiasso;
non ripetevano più: Ricordi, marito mio? Ricordi, moglie mia? Sbadigliavano:
- Oh, Dio, che noia!
- Sempre la stessa
storia!
Non ne potevano più.
Avevano visto tante e tante cose, tanta gente, tanti avvenimenti: guerre, fami,
pestilenze, feste d'ogni sorta, cose belle, cose tristi, tante, tante, tante!
Ma, infine, gira e rigira un continuo nascere, un continuo morire; gira e
rigira, sempre quella! Non ne potevano più; si sentivano sazii di esser vissuti
tanto, stanchi di vivere ancora.
- Che facciamo, moglie
mia! Io vorrei morire.
- Anch'io. Chiamiamo la
morte. Se non la chiamiamo, non viene.
E la chiamarono ad alta
voce:
- O Morte! O Morte!
Accorse, scheletrita,
con la falce in mano.
- Che volete da me?
- Vogliamo morire.
- Non posso toccarvi; la
Fortuna non vuole.
Si sentirono stringere
il cuore.
Passarono altri cento
anni. Marito e moglie erano sempre gli stessi, impresciuttiti; ma ora non si
vedevano più neppure avanti la porta per godersi il sole: erano sazii anche di
esso che appariva tutte le mattine dalla stessa parte e andava a coricarsi
tutte le sere nella stessa parte.
Il sole però non si
annoiava mai, non si stancava mai!
- Noi no, è vero, moglie
mia?
- Sì, è vero, marito
mio!
- E la Fortuna non si
vede più!
- Dovrà ripassare.
Ripasserà.
L'attesero altri
cent'anni. Finalmente rivenne e non al solito da vecchina, ma sotto l'aspetto
di bellissima donna, con lunga veste cosparsa di oro, di perle, di diamanti.
Non la riconobbero.
- Chi siete?
- Sono la Fortuna.
Chiedete e vi sarà dato.
- Ah Fortuna, Fortuna!
Non vogliamo nulla; vogliamo morire!
- Va bene; uno oggi e
subito subito, l'altro fra cent'anni.
- Perché non insieme?
- Non si può; uno oggi,
subito subito, l'altro fra cent'anni.
- Marito mio, per amor
tuo, scelgo di morire io fra cent'anni.
- Moglie mia, per amor
tuo, cedo il posto quest'oggi.
- Non siete più a tempo!
A rivederci fra altri cento anni.
E per cento anni, marito
e moglie leticarono continuamente:
- La colpa è tua. A
quest'ora saremmo bell'e morti e dormiremmo in pace sottoterra!
- La colpa è tua! Ah!
Perché non abbiamo lasciato andare le cose pel verso loro.
Contavano i giorni, le
ore, i minuti, e leticavano fin sul conto di essi, tanto smaniavano di veder
arrivare la Fortuna.
- Eccomi. Chiedete e vi
sarà dato.
- Ah, Fortuna, Fortuna!
Non vogliamo niente: vogliamo morire; non ne possiamo più!
- Vado a chiamare la
Morte.
I vecchietti, contentissimi,
imbandirono una bella tavola, e indossarono gli abiti di festa. La gente,
meravigliata, domandava:
- Che vi accade,
vecchietti?
- Oggi le cose tornano
ad andare pel verso loro. È il verso giusto, tenetelo a mente!
E caddero bocconi,
freddi stecchiti.
La Morte era arrivata
senza ch'essi se ne accorgessero.
Fiaba oscura, nespola
dura
La paglia e il tempo ve
le matura.
- FINE -